Le meravigliose colline di Arcetri danno il loro nome alla chiesetta di San Leonardo, gioiello romanico dimenticato tra i dolci pendii fiorentini. Il suo aspetto semplice e severo nasconde al suo interno il bellissimo pulpito dal quale, come vuole la tradizione, Dante avrebbe parlato mentre ricopriva la carica di priore. Questo pulpito del XII secolo, uno dei pochi ancora ben conservati, non si trovava a quel tempo in questo luogo, ma vi fu trasportato da un'altra importante chiesa nel cuore della città a seguito di sfortunati eventi. Ma questa non è l'unica storia che l'opera ha da raccontare, basta osservare le figure che animano i suoi rilievi originali e che formano un ciclo scultoreo unico nel suo genere...
In Piazza Santissima Annunziata a Firenze, dietro una finestra si cela una triste storia d’amore risalente al sedicesimo secolo. Nel Palazzo Griffoni viveva una giovane coppia innamorata, ma con l'inizio della guerra l’uomo partì in soccorso della patria e alla donna non rimase altro che aspettare il suo ritorno alla finestra. Passarono settimane, mesi ed anni ma il marito non fece mai ritorno a casa e la donna rimase proprio dietro quella finestra ad aspettarlo, anche dopo la morte. Da oltre 400 anni, quella persiana all’ultimo piano dello stabile fiorentino è così rimasta sempre aperta, mentre il fantasma della donna, dice la tradizione, è rimasto in trepida attesa del ritorno del proprio amato; pare che quella donna fosse l'amante di Ferdinando I de' Medici, raffigurato nella statua equestre al centro della piazza.
In Piazza della Signoria, nella parte inferiore della facciata di Palazzo Vecchio a Firenze, c’è un particolare graffito che rappresenta il volto di un uomo scolpito nella pietra, che i fiorentini usano chiamare L’Importuno. La curiosità sta nel fatto che la tradizione racconta che il profilo, ad opera di Michelangelo Buonarroti, rappresenterebbe una persona che spesso fermava e importunava il maestro parlandogli delle proprie miserie e dei fallimenti subiti. L’artista, nel tentativo di liberarsi di questo loquace uomo, iniziò a tracciare con martello e scalpello il suo volto. Altre fonti sostengono invece che si tratti di un uomo condannato alla gogna, una pratica piuttosto comune nel Medioevo.
Sul muro laterale della chiesa di Santa Maria Maggiore spunta la testa pietrificata di una signora. Si tratta della Berta. Secondo una scuola di pensiero, pare che questa testa si trovi lì dal lontano 1326 per colpa (o per merito) dell’astrologo condannato al rogo Cecco d’Ascoli, in seguito a una maledizione da lui lanciata nei confronti di una donna che, negandogli dell’acqua ("Non dategli da bere, sennò non brucia"), si era guadagnata qualche insulto e l'augurio di "rimaner pietrificata costassù".
Un’altra scuola di pensiero identifica invece la Berta con una fruttivendola che regalò alla chiesa una campana per poter avvisare i lavoratori con i suoi rintocchi dell’apertura e della chiusura delle porte cittadine.
Più verosimilmente, questa testa è uno dei numerosi resti di una delle statue romane che, nel periodo medievale, furono utilizzate per abbellire ulteriormente i palazzi e gli edifici della città, che ancora oggi conservano sulle facciate vestigia di statue romane.
In Borgo Ognissanti, al civico 12, si nota un balcone decisamente fuori dal comune, con tutti gli elementi architettonici al contrario. Il motivo di tale stranezza sembra essere un fraintendimento (più che altro un battibecco) tra il padrone di casa, tale Baldovinetti, che voleva un balcone bello e imponente e Alessandro de’ Medici, Signore di Firenze, che con un’ordinanza aveva vietato elementi architettonici troppo vistosi e ingombranti, dal momento che le vie della città erano piuttosto strette. Baldovinetti non voleva saperne di rinunciare al suo balcone, tanto che incominciò ad assillare Alessandro de’ Medici, chiedendogli ogni santo giorno la concessione di costruire il balcone. Quest’ultimo, esasperato, a un certo punto capitolò concedendo al Baldovinetti il nullaosta a costruire il balcone, ma a una condizione: che fosse costruito al contrario. Evidentemente Alessandro de’ Medici con questa mossa voleva scoraggiare il Baldovinetti, ma a quanto pare non riuscì nel suo intento…
In un angolo di palazzo Vecchietti, per la precisione tra via de’ Vecchietti e via Strozzi, si trova una scultura a dir poco grottesca che ritrae un diavoletto portabandiera. L’originale, che porta la firma del Giambologna, si trova ora al museo Bardini. La scultura è stata fatta erigere da Bernardo Vecchietti, proprietario del palazzo, nel punto in cui si verificò un episodio legato alla vita di San Pietro Martire. Questi, interrotto mentre predicava da un cavallo nero imbizzarrito che altro non poteva essere che il diavolo, riuscì a immobilizzare l’animale con un gesto devozionale. E a ricordo di ciò, è stato commissionato il diavoletto del Giambologna.
La Villa Medicea del Poggio Imperiale è una delle residenze medicee riconosciute dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità e si trova a Firenze, sul colle di Arcetri. La villa attuale è frutto di profonde trasformazioni avvenute nel corso dei secoli. Saranno proprio i tanti cambiamenti che ci daranno modo di spaziare dalla famiglia Medici, a cui la villa appartenne, a Firenze Capitale, periodo che vide lo spostamento in questo luogo di un illustre e quanto mai illuminato Educandato femminile, ancor oggi esistente. Saranno, ancora, questi cambiamenti che ci condurranno all’interno della villa e che ci permetteranno di muoverci tra decorazioni del primo Seicento ed altre di pieno Ottocento.
Lo street food? Non è una novità. Ristoranti take away esistevano già nell'antica Roma, con affaccio sulla strada per permettere agli avventori di prendere il cibo. Nella sola Pompei pare ce ne fossero più di 200, e la maggior parte delle abitazioni mancava di sale da pranzo o di cucina, il che suggerisce che cucinare a casa fosse insolito. Le strade di Roma pullulavano di lixae, venditori ambulanti che dalle loro bancarelle smontabili offrivano pane, frittelle e altre cibarie.
Migliori take away di Roma
La Casa del Supplì. Piazza Re di Roma 20, Roma (supplì)
Mordi & Vai. Mercato di Testaccio, Via Beniamino Franklin 12/E (box 15), Roma (panini)
Forno Campo de’ Fiori, Piazza Campo de’ Fiori 22, Roma (pizza bianca farcita)
Gino 1950, Via del Corso, 502, Roma (pizza bianca farcita)
Trapizzino – Ponte Milvio, Trastevere, Testaccio, Bologna (pizza bianca farcita)
Pastificio Guerra, Via della Croce 8, Roma (pasta)
Le mani in pasta, Mercato Testaccio Box. 58, Via Beniamino Franklin 12E, Roma (pasta)
Freni e Frizioni, Piazza Trilussa (ideale per vegetariani)
il Marchese, via di Ripetta
Santo, via della Paglia
La Zanzara Bistrot, via Crescenzio
Tree Bar, via Flaminia
La Bocca della Verità è un antico mascherone in marmo pavonazzetto, murato nella parete del pronao della chiesa di Santa Maria in Cosmedin di Roma dal 1632. Il mascherone rappresenta un volto maschile barbuto; occhi, naso e bocca sono forati e cavi. Il volto è stato interpretato nel tempo come raffigurazione di vari soggetti: Giove Ammone, il dio Oceano, un oracolo o un fauno. Molti studiosi ritengono che nel periodo della Roma Antica, la Bocca della Verità fosse un tombino. I tombini infatti riportavano spesso l'effigie di una divinità fluviale che "inghiotte" l'acqua piovana. Un’altra ipotesi molto accreditata afferma che il mascherone fosse la copertura del pozzo sacro di Mercurio, dove i commercianti romani giuravano solennemente la propria onestà nelle compravendite. Forse è nata da qui l’idea –in cui i Romani credevano fortemente- che, se si dice una bugia mettendo la mano nella sua bocca, il mascherone smascheri il bugiardo!
Una piacevole passeggiata in discesa lungo Via di Porta Lavernale vi condurrà in Via Marmorata: siete entrati nel cuore di Testaccio, uno dei quartieri più veraci della città! Ma…vi siete mai chiesti da dove derivi il nome del rione? Il Monte Testaccio, detto anche Monte dei Cocci (testae, “cocci” in latino) è una montagnola artificiale alta 36 metri che ebbe origine come una vera e propria “discarica controllata”. Ci troviamo infatti non molto lontano dall’antico porto fluviale Emporium, dove giungevano materiali e beni di consumo provenienti da mondi lontani. I vasi in terracotta adibiti al trasporto di alimenti –soprattutto olio- non erano rivestiti internamente di materiali protettivi, e quindi non potevano essere riutilizzati; venivano di conseguenza rotti, e i cocci erano accatastati ordinatamente l’uno sull’altro. E fu così che le testae di oltre 53 milioni di anfore inutilizzate formarono il colle che oggi dà il nome all’intero quartiere!
Nelle adiacenze di San Paolo si trova una costruzione davvero particolare; una piramide!
Sì, perché la Piramide Cestia è come una piramide egizia vera e propria! Fu costruita intorno al 12 a.C.; non molti anni prima (nel 30) Roma aveva colonizzato l’Egitto, e i cittadini romani rimasero molto affascinati dalla moda e dall’architettura egizie; uno di questi, il pretore Gaio Cestio Epulone, ne rimane così colpito da farsi costruire una piramide come tomba! La piramide di Gaio Cestio ha una forma leggermente diversa dalle classiche costruzioni egizie: essendo costruita in calcestruzzo (con rivestimento interno di mattoni ed esterno di marmo chiaro), ha una forma più snella e slanciata: è alta poco più di 36 metri e ha una base quadrata di circa 30 metri per lato. A quei tempi esistevano altre due piramidi, ma fu la sua posizione a garantire a questa una certa longevità e la possibilità di arrivare fino ai giorni nostri: si trova, infatti, sul tracciato delle Mura Aureliane, nelle quali venne poi inglobata come baluardo difensivo.
Dal Quirinale, una brevissima passeggiata in discesa lungo Via della Dataria e poi Via di S. Vincenzo vi porterà di fronte a uno dei simboli più conosciuti, amati e “vissuti” di Roma: la Fontana di Trevi. Ma non tutti sanno che non si tratta proprio di una fontana…bensì di una mostra! Una mostra è una fontana dove si raccolgono le acque di un acquedotto, e rappresenta quindi la parte finale dell’acquedotto stesso; si chiama così perché si trattava non solo di una fonte, ma di un vero e proprio monumento che mostrava la grande disponibilità d’acqua dell’Antica Roma, accrescendo così la potenza e il lustro della città.
La Fontana di Trevi è la mostra dell’Acquedotto dell’Acqua Vergine, realizzato nel 19 a.C. e deve il suo nome al fatto che si trovasse all’intersezione di tre vie. Ai tempi veniva usata dai passanti per bere, rinfrescarsi o lavare i panni, mentre oggi è famosissima grazie a Fellini e al suo film La Dolce Vita, ma anche per la storia delle monetine. Ma qual è l’origine di questo gesto? Nessuno lo sa, anche se forse deriva dall’antica tradizione di gettare piccoli doni nei pozzi per propiziarsi le varie divinità del posto. Quel che è certo, comunque, è che se lanci una monetina nell’acqua a occhi chiusi e voltando le spalle alla fontana, ti augurerai un ritorno nella Città Eterna! Già da oltre un decennio le monetine vengono recuperate e donate alla Caritas…pare che il totale ammonti a circa 3.000 euro al giorno!
Gli obelischi sono il il simbolo che più ci dimostra quanto la nostra Capitale sia il centro del mondo antico. Pensate che Roma è la città che conserva il maggior numero di obelischi al mondo! Molti sono originali e vennero trasportati a Roma durante l'età di Augusto, quando l’Egitto venne conquistato dall’Impero.
Grazie all’intuizione di Papa Sisto V, che impose una gigantesca opera di spostamento degli obelischi, oggi queste particolari sculture ci indicano quelli che erano i più importanti punti nevralgici della comunità romana: le basiliche e le piazze. Tra gli obelischi antichi i più conosciuti sono l’Obelisco Vaticano (a San Pietro), il Lateranense (a San Giovanni in Laterano) e il Flaminio (a Piazza del Popolo). Poi ci sono obelischi in tante altre piazze importantissime di Roma (Quirinale, Montecitorio, Trinità dei Monti…), ma quello più curioso è l'Obelisco Agonale in Piazza Navona, una copia di quelli egizi costruita all’epoca di Domiziano. Nel 1651 Papa Innocenzo X lo fece portare dal Circo di Massenzio a Roma. E' alto 16,53 metri e sovrasta un vero e proprio capolavoro: la Fontana dei Quattro Fiumi che il Bernini costruì nel 1648.
Acquacotta: è il piatto più tradizionale della gastronomia della Tuscia, quindi assaggiarlo è d'obbligo! Si tratta di una zuppa, composta da quattro ingredienti fondamentali: pane raffermo, cicoria di campo, mentuccia e olio extra vergine d'oliva aggiunto a crudo, uovo o baccalà. Si tratta di una ricetta antichissima, che a Viterbo e in tutta la Tuscia viene ancora preparata secondo la tradizione. L'acquacotta è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO!
Frittelle: Le frittelle sono tra i piatti tipici e più amati della Tuscia! In base al paese o alla zona cambiano nome e ingredienti, ma sono sempre e comunque squisite. Se vi trovate a Viterbo in inverno, vi consigliamo assolutamente di assaggiare le frittelle di broccoli e borragine, una ricetta tradizionale delle feste natalizie. La borragine è una pianta spontanea tipica del periodo invernale e che cresce nei campi.
Pignattaccia: è un piatto tradizionale proprio della città. Per preparare questo stufato si devono utilizzare dei tagli meno pregiati, e quindi anche meno costosi, del bovino e diverse verdure. Il nome deriva dalla tecnica di cottura: tutte le carni venivano infatti buttate dentro una pignatta, alternandole a strati di verdura, e la pentola veniva poi coperta con carta paglia e chiusa con un coperchio. Si tratta di un piatto sostanzioso, della tradizione contadina, in quanto si poteva preparare a basso costo.
Viterbo è famosa anche per le sue terme, infatti si narra che Ercole essendo stato sfidato dagli Etruschi a dar prova della sua forza, abbia conficcato una lancia nella terra e dal foro sia poi zampillata l'acqua salubre delle sorgenti viterbesi. Il nome Bulicame, della sorgente più famosa, deriverebbe da bulicante, arcaica parola che descrive l'acqua che bolle. Le acque sono state apprezzate fin dall'epoca etrusca, amate in particolar modo dai romani e dai papi e decantate da Dante: "Qual del Bulicame esce ruscello/ che parton poi tra lor le peccatrici/ tal per la rena giù sen giva quello..." Inferno, XIV, 79-81.
Le terme più importanti a Viterbo sono le “Terme dei Papi”.