Il De Otio Religioso e il De Vita Solitaria fanno emergere la propensione del poeta per l'ozio letterario e per la solitudine.
https://letteritaliana.weebly.com/elogio-delluomo-solitario.html
Presenta, insieme con la satira III, espliciti riferimenti autobiografici utili a comprendere la vita dell'autore: https://www.liberliber.it/mediateca/libri/a/ariosto/satire/pdf/satire_p.pdf
verso 13, verso 40 (parva sed apta mihi)
A Messer Annibale Malagucio
Poi che, Annibale, intendere vuoi come
la fo col duca Alfonso, e s’io mi sento
più grave o men de le mutate some;
perché, s’anco di questo mi lamento,
5 tu mi dirai c’ho il guidalesco rotto,
o ch’io son di natura un rozzon lento:
senza molto pensar, dirò di botto
che un peso e l’altro ugualmente mi spiace,
e fòra meglio a nessuno esser sotto.
10 Dimmi or c’ho rotto il dosso e, se ’l ti piace,
dimmi ch’io sia una rózza, e dimmi peggio:
insomma esser non so se non verace.
Che s’al mio genitor, tosto che a Reggio
Daria mi partorì, facevo il giuoco
15 che fe’ Saturno al suo ne l’alto seggio,
sì che di me sol fosse questo poco
ne lo qual dieci tra frati e serocchie
è bisognato che tutti abbian luoco,
la pazzia non avrei de le ranocchie
20 fatta già mai, d’ir procacciando a cui
scoprirmi il capo e piegar le ginocchie.
Ma poi che figliolo unico non fui,
né mai fu troppo a’ miei Mercurio amico,
e viver son sforzato a spese altrui;
25 meglio è s’appresso il Duca mi nutrico,
che andare a questo e a quel de l’umil volgo
accattandomi il pan come mendico.
So ben che dal parer dei più mi tolgo,
che ’l stare in corte stimano grandezza,
30 ch’io pel contrario a servitù rivolgo.
Stiaci volentier dunque chi la apprezza;
fuor n’uscirò ben io, s’un dì il figliuolo
di Maia vorrà usarmi gentilezza.
Non si adatta una sella o un basto solo
35 ad ogni dosso; ad un non par che l’abbia,
all’altro stringe e preme e gli dà duolo.
Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.
40 Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello.
In casa mia mi sa meglio una rapa
ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco,
45 e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,
che all’altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio; e così sotto una vil coltre,
come di seta o d’oro, ben mi corco.
https://arpi.unipi.it/retrieve/handle/11568/954348/581961/Ariosto%2C%20Satira%20III.pdf
Il tuo Mauricïan sempre vagheggio,
rimpiango
la bella stanza, il Rodano vicino,
da le Naiade amato ombroso seggio
[1] Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
[2] Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
[3] Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.
[4] Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.
[5] Orlando, che gran tempo innamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti ed immortal trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,
[6] per far al re Marsilio e al re Agramante
battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentì d’esservi giunto:
[7] Che vi fu tolta la sua donna poi:
ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperi ai liti eoi
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
Il savio imperator, ch’estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse.
[8] Nata pochi dì inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che entrambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;
O del grand’Apennino
figlio picciolo sì ma glorioso,
e di nome più chiaro assai che d’onde,
fugace peregrino
5 a queste tue cortesi amiche sponde
per sicurezza vengo e per riposo.
L’alta Quercia che tu bagni e feconde
con dolcissimi umori, ond’ella spiega
i rami sì ch’i monti e i mari ingombra,
10 mi ricopra con l’ombra.
L’ombra sacra, ospital, ch’altrui non niega
al suo fresco gentil riposo e sede,
entro al più denso mi raccoglia e chiuda,
sì ch’io celato sia da quella cruda
15 e cieca dea ch’è cieca e pur mi vede,
ben ch’io da lei m’appiatti in monte o ’n valle
e per solingo calle
notturno io mova e sconosciuto il piede;
e mi saetta sì che ne’ miei mali
20 mostra tanti occhi aver quanti ella ha strali.
Ohimè! dal dì che pria
trassi l’aure vitali e i lumi apersi
in questa luce a me non mai serena,
fui de l’ingiusta e ria
25 trastullo e segno, e di sua man soffersi
piaghe che lunga età risalda a pena.
Sassel la gloriosa alma Sirena
appresso il cui sepolcro ebbi la cuna:
così avuto v’avessi o tomba o fossa
30 a la prima percossa!
Me dal sen de la madre empia fortuna
pargoletto divelse. Ah! di quei baci
ch’ella bagnò di lagrime dolenti,
con sospir mi rimembra e de gli ardenti
35 preghi che se ’n portâr l’aure fugaci;
ch’io non dovea giunger più volto a volto
fra quelle braccia accolto
con nodi così stretti e sì tenaci.
Lasso! e seguii con mal sicure piante,
40 qual Ascanio o Camilla, il padre errante.
In aspro essiglio e ’n dura
povertà crebbi in quei sì mesti errori:
intempestivo senso ebbi a gli affanni;
ch’anzi stagion, matura
45 l’acerbità de’ casi e de’ dolori
in me rendé l’acerbità de gli anni.
L’egra spogliata sua vecchiezza e i danni
narrerò tutti. Or che non sono io tanto
ricco de’ propri guai che basti solo
50 per materia di duolo?
Dunque altri ch’io da me dev’esser pianto?
Già scarsi al mio voler sono i sospiri,
e queste due d’umor sì larghe vene
non aguaglian le lagrime a le pene.
55 Padre, o buon padre che dal ciel rimiri,
egro e morto ti piansi, e ben tu il sai,
e gemendo scaldai
la tomba e il letto: or che ne gli alti giri
tu godi; a te si deve onor, non lutto:
60 a me versato il mio dolor sia tutto.