Nicea 2 (segue)
di Dario Culot
di Dario Culot
Fondamenta della chiesa di san Neòfito di Nicea, distrutta, ricostruita, sommersa dalle acque e tornata visibile appena nel 2024, davanti alle quali papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo I, il 28 novembre 2025, hanno recitato insieme il Credo niceo-costantinopolitano (quello secondo cui lo Spirito Santo procede solo dal Padre, e non anche dal Figlio)
Ma facciamoci ora anche qualche domanda ulteriore: a Nicea hanno presenziato tutti i vescovi cristiani? Costantino, che non era ancora battezzato e quindi non era cristiano, aveva indetto il concilio e pagato tutte le spese a tutti i partecipanti, e certamente li aveva convocati tutti, ma a Nicea si sono presentati poco meno[1] o poco più[2] di 300 vescovi, e solo cinque o sei erano occidentali. Ma quanti erano in tutto i vescovi nel mondo? Non lo so. Ho letto che c’erano circa 1000 vescovi in occidente e 800 in oriente[3]. In tal caso, se neanche il 20% decide per il 100% degli aventi diritto, è dura parlare di universalità, di vera ecumenicità.
Ma come mai è venuta fuori l’idea di un concilio, per di più organizzato dall’imperatore pagano, mentre la stessa idea (visti i contrasti teologici esistenti fra i cristiani) non è venuta ai vescovi che avrebbero potuto auto-convocarsi dopo il 313, essendo ormai liberi di professare il cristianesimo?[4] L’imperatore aveva innanzitutto i mezzi finanziari per organizzare un evento del genere, mentre non tutti i vescovi erano benestanti; inoltre aveva sotto gli occhi la struttura amministrativa imperiale: l’imperatore ha cioè ideato il concilio sulla falsariga dei concili imperiali. Ovvero, il termine ‘concilio’, in senso religioso cristiano, si rifà ai Concilia provinciae, le assemblee del culto per la dea Roma e per celebrare il genio dell’imperatore, estesi fin dai tempi di Vespasiano in tutte le comunità dell’impero. In essi si discuteva delle questioni più gravi della provincia, riferendo poi a Roma. Grazie all’efficiente organizzazione romana, l’imperatore, pur stando a Roma, aveva il polso della situazione di tutto l’impero. Chiaro che la decisione ultima spettava all’imperatore. Altrettanto chiaro che la decisione ultima sarebbe spettata anche in questo concilio di natura religiosa all’imperatore.
Costantino, il quale solo qualche anno più tardi avrebbe tolto a Roma il titolo di capitale dell’Impero per trasferirlo proprio a Costantinopoli, aveva convocato questo concilio ecumenico a Nicea per risolvere le crescenti controversie teologiche (in particolare quella sull'arianesimo, che negava la divinità di Cristo), le quali finivano spesso in scontri anche fisici per le strade[5] e quindi mettevano in pericolo l’ordine pubblico.
Oggi ci si può forse chiedere perché il concilio non si è tenuto a Roma, all’epoca ancora capitale dell’impero; ma all’epoca il centro della cristianità non era certamente Roma,[6] come forse immaginiamo noi cattolici, convinti di essere da sempre l’ombelico del mondo, ma era spostato più a est, in particolare nei centri di Alessandria (in Egitto) e Antiochia (in Siria). E proprio ad Alessandria era sorta la questione fra il presbitero Ario e il suo vescovo Alessandro (e dopo di lui il vescovo Atanasio): Ario sosteneva che Gesù era creatura, subordinata al Padre: non era veramente Dio. I vescovi alessandrini sostenevano che il Figlio (o Logos) esisteva dall’eternità al pari del Padre, non era subordinato a Lui ed era stato generato e non creato dal Padre (come si professa ancora oggi nel Credo niceno che si recita a messa)[7]. Inutile dire che oggi da noi nessuno innescherebbe scontri fisici su questioni del genere. Al contrario, com’era stato argutamente osservato dal teologo Rahner già qualche decina di anni fa, se la gente dovesse leggere sul quotidiano del mattino che la Chiesa ha scoperto una quarta persona della Trinità, questo causerebbe scarsa agitazione, o almeno un’agitazione minore di quella causata da un pronunciamento vaticano su una questione di etica sessuale. Insomma: nella nostra società odierna il preservativo fa più rumore della Trinità,[8] o della vera natura di Gesù Cristo.
Il gesuita Roger Lenaers ha spiegato dettagliatamente come la venerazione e l’ammirazione che univa la Chiesa primitiva a Gesù, si sia progressivamente sviluppata sotto l’influsso della cultura ellenistica nella quale si espandeva,[9] fino a divenire una confessione della sua divinità, che nell’ambiente giudaico strettamente monoteistico dei primi cinque decenni sarebbe stata assolutamente impensabile; e poi come da questa confessione, che il concilio di Nicea ha fissato e che di fatto era “binitaria” (Padre-Figlio), dopo altri cinquant’anni sia nato nel Concilio di Costantinopoli il dogma trinitario (Padre-Figlio-Spirito Santo)[10]. Va cioè sottolineato che la definizione della natura divina di Gesù (vero Dio, come stabilito a Nicea) non compare mai durante la sua vita, mai nei primi decenni dopo la sua morte, né è presente nella chiesa di Gerusalemme delle origini[11]. L’idea che Gesù sia Dio è un modo greco di pensare, penetrato solo lentamente nella Chiesa attraverso i cristiani provenienti dal paganesimo[12]. La Chiesa giudeo-cristiana è del tutto estranea a questo modo di pensare[13].
Come scritto la scorsa settimana, a Costantino non interessavano gran che le verità oggettive su Dio e su Gesù, e neanche aspirava a vivere da cristiano esemplare: basterà ricordare che Costantino, dopo Nicea, ha fatto ancora in tempo a far uccidere la prima moglie Fausta, il primogenito Crispo e altri rivali, e comunque alla fine della sua vita si è fatto battezzare da Eusebio di Nicodemia, un vescovo rimasto ariano, per cui è piuttosto inverosimile l’ipotesi di una sua piena e totale conversione. Comunque un imperatore non battezzato, e quindi non cristiano, ha imposto ai vescovi di comporre una loro dottrina unitaria, che poi è diventata insegnamento generale, per compattare l’impero e smettere di creare problemi di ordine pubblico con gli scontri fisici. Così è nato l’atto più importante del concilio, il Simbolo Niceno contro Ario, in cui si affermava la consustanzialità del Figlio col Padre[14]. Ma dal concilio non è uscito solo il Credo: sono usciti ben 20 canoni (e ulteriori raccomandazioni), e non tutti sono accettati oggi dalla Chiesa cattolica come lo è il Credo. Allora l’inevitabile domanda cui la Chiesa dovrebbe rispondere è: perché oggi la Chiesa cattolica non riconosce con lo stesso fervore tutti i 20 canoni se i risultati del concilio sono emersi solo grazie allo Spirito Santo? Vediamo qualche esempio:
(a) Il canone VIII del concilio di Nicea dice: “A proposito di quelli che si definiscono puri, qualora vogliono entrare nella Chiesa cattolica, questo santo e grande concilio stabilisce […] prima di ogni altra cosa che essi dichiarino apertamente, per iscritto, di accettare e seguire gli insegnamenti della Chiesa cattolica: e cioè essi entreranno in comunione sia con coloro che sono passati a seconde nozze (il testo greco usa la parola διγάμοις, letteralmente in italiano digami), sia con coloro che hanno ceduto nella persecuzione (i rinnegati, apostati), per i quali sono stabiliti il tempo e le circostanze della penitenza, così da seguire in ogni cosa le decisioni della Chiesa cattolica e apostolica”.
I “puri” al quale il canone si riferisce erano i novaziani, i rigorosi integralisti dell’epoca, intransigenti fino al punto di negare che i peccati gravi di omicidio, apostasia (coloro che hanno ceduto nella persecuzione) e “digamia” (coloro che sono passati a seconde nozze) potessero essere perdonati.
Il Concilio di Nicea del 325, ritenendo perdonabile ogni peccato, aveva riammesso il clero novaziano nella Chiesa, purché questo clero ammettesse alla comunione, previa penitenza, gli apostati e i digami. Ma chi erano questi digami? Qui la cosa si complica. Il termine è stato prevalentemente inteso nel senso ampio di vedovi che si risposano[15]. Ma poiché nella Chiesa primitiva anche i preti potevano sposarsi, solo per questi rimaneva il divieto di seconde nozze, mentre la condanna di Nicea resta solo per i “puri” che pretendevano di scomunicare anche il laico che si sposava di nuovo dopo la morte del primo coniuge.
Altri, però, hanno osservato che i testi della controversia novaziana parlano sostanzialmente di adulteri, e quindi digamo deve corrispondere ad adultero e non a vedovo. Si aggiunge che per adulterio, all’epoca, non s’intendeva l’infedeltà occasionale, ma quella più vasta porneia evangelica che consisteva anche nel porre fine al proprio matrimonio per iniziare una nuova unione. Chi segue questa tesi osserva che: o il canone non è stato recepito dalla Chiesa di Roma, e allora la Chiesa di Roma era novaziana, oppure – se ha effettivamente combattuto la tesi novaziana – non può non aver recepito il canone che ha posto fino allo scontro. In tal caso si deve concludere che, all’inizio, anche la Chiesa occidentale riteneva perdonabile il divorziato che passava a nuove nozze,[16] come del resto ancora oggi fa la Chiesa ortodossa.
La questione, come si vede, resta discutibile. Servirebbero studi molto più approfonditi che io non ho fatto, per cui non sono in grado di prendere una posizione.
(b) È invece facile riconoscere che «Se si volessero giudicare tutti i cristiani dell’età prenicena alla luce del concilio di Nicea (e delle sue interpretazioni), sarebbero eretici non solo i giudeo-cristiani,[17] ma anche quasi tutti i Padri della chiesa greca; essi, infatti, insegnarono con tutta naturalezza una subordinazione del ‘Figlio’ rispetto al ‘Padre’, che secondo il successivo criterio della definizione equiparatrice di una ‘uguaglianza di sostanza’ (consustanzialità) stabilito da Nicea, è da considerarsi eretica. Di fronte a questa situazione non si può evitare il seguente interrogativo: se al posto del Nuovo Testamento non si vuole elevare a criterio semplicemente il concilio di Nicea, chi nella chiesa antica dei primi secoli era ancora ortodosso?»[18] Tanto più che questa subordinazione la insegnavano sia Pietro[19] che Paolo[20]. Viene allora spontaneo chiedersi: non è che la tendenza a interpretare le Scritture con gli strumenti del pensiero filosofico greco (chiaramente emerso a Nicea) e poi esploso nei concili successivi,[21] ha presto portato a seguire altre strade, ha portato a far sorgere altri progetti, e in qualche modo ha portato a “fabbricare” un Cristo diverso dal Gesù conosciuto dagli apostoli? E non è che da questo Cristo annunciato, oggetto di fede che divide, si dovrebbe oggi cercar di ritornare al Gesù che annuncia, all’appello unificante dell’amore sotto l’unico Padre e con molti fratelli?
Oggi si sentono tante lamentele sul fatto che ormai in occidente l’ateismo occupa sempre più spazio, ma forse fin dall’inizio è stato troppo presto espulso il Dio presentato da Gesù, perché il Dio trasmessoci fin dal primo concilio era il Dio che veniva dall’alto, il Dio che separava gli uomini anziché unirli, il Dio del potere che supportava il trono dei potenti, con l’indimostrata promessa di accumulare in cielo quello che, in un lontano domani, avrebbe potuto essere il tesoro dei deboli.
(c) Nicea aveva portato a una data comune di Pasqua, pur senza formalizzarla in un canone. Staccandola dal calendario ebraico[22] si era concordemente indicata la prima domenica dopo il plenilunio di primavera. Ma il cambio del calendario giuliano col calendario gregoriano ha nuovamente separato la Chiesa orientale da quella occidentale nel 1500, perché i giorni della settimana non coincidevano più. Quindi, su questo punto, l’agognata unità si è frantumata e non si è più ricostituita neanche su un punto che dovrebbe essere abbastanza facile da concordare.
Di nuovo, perché non si torna al collegamento con la Pasqua ebraica come indicato nei vangeli, essendo comunque la morte di Gesù avvenuta in prossimità stretta con la Pasqua ebraica? Inoltre, essendo Gesù ebreo, ed essendo ormai gli ebrei considerati i nostri fratelli maggiori e non più gli uccisori di Gesù, non si vede perché non ci si possa collegare nuovamente al calendario ebraico.
(d) Il canone XIX del concilio recita: Di quelli che dall'errore di Paolo di Samosata[23] si avvicinano alla chiesa cattolica e delle diaconesse.
“Quanto ai seguaci di Paolo, che intendono passare alla chiesa cattolica, bisogna osservare l'antica prescrizione che essi siano senz'altro ribattezzati. Se qualcuno di essi, in passato, aveva fatto parte del clero, purché, del tutto irreprensibile, una volta ribattezzato potrà essere ordinato dal vescovo della chiesa cattolica. Ma se l'esame dovesse far concludere che si tratta di inetti, è bene deporli. Questo modo d'agire sarà usato anche con le diaconesse e, in genere, con quanti appartengono al clero. Quanto alle diaconesse in particolare, ricordiamo, che esse, non avendo ricevuto alcuna imposizione delle mani, devono essere computate senz'altro fra le persone laiche”.
Visto che qui si disciplina la questione delle diaconesse, vuol dire che donne diacone esistevano nelle chiese di allora. Perciò, perché oggi la Chiesa cattolica fa tanta fatica ad accettare le diaconesse, magari disciplinando l’istituto in modo nuovo?
Sul recente documento del 4.12.2025 della commissione sullo studio del diaconato femminile,[24] che per l’ennesima volta ha scelto di posporre ogni decisione, faccio due osservazioni semplici semplici:
- Sostanzialmente la commissione dice che occorre ancora studiare e approfondire: «Si esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine, anche se al momento non è possibile formulare un giudizio definitivo» anche se si ammette che «la Chiesa ha riconosciuto in diversi tempi, in diversi luoghi e in varie forme il titolo di diacono alle donne, attribuendo però ad esso un significato non univoco». Ma non si è ormai studiata la questione per anni? Non si sono succedute in questo studio ben due commissioni? Meglio sarebbe stato dire che non si ha il coraggio di cambiare, perché un simile conclusione – dopo anni di studio a vuoto - appare piuttosto pilatesca: si è capito che non si può dire di “No”, ma non si ha il coraggio di dire di “Sì”.
- «La mascolinità di Cristo, e quindi la mascolinità di coloro che ricevono l’Ordine, non è accidentale». In altre parole, Gesù era storicamente maschio,[25] e quindi le femmine sono tagliate fuori. Quindi mai una donna potrà essere papa. Ma se è per questo, storicamente Gesù era laico e non sacerdote, ed era per di più ebreo. Perché allora il suo vicario non deve essere laico ed ebreo (anche questi caratteri non sono accidentali) per rispettare anche gli altri parametri storici e non solo quello di essere maschio?
L’incoerenza della motivazione conferma che l’istituzione ha paura di decidere, ha paura delle donne e di perdere un po’ di privilegi che gode da troppi secoli. In ogni caso la Chiesa cattolica non riconosce tout court il titolo di diaconessa, va contro il canone 19 del concilio di Nicea.
(e) Il canone XX. Del concilio recita: Che non si debba, nei giorni di domenica e di Pentecoste, pregare in ginocchio.
“Poiché vi sono alcuni che di domenica e nei giorni della Pentecoste si inginocchiano, per una completa uniformità è sembrato bene a questo santo sinodo che le preghiere a Dio si facciano in piedi”.
Dunque il concilio di Nicea ha stabilito che la posizione originaria anche per ricevere l’eucaristia era quella eretta, e col canone 20 imponeva a tutti di stare in piedi. Come già detto rispondendo alla domanda n. 18 nel n. 839 del 12 ottobre 2025 di questo giornale (cfr. Il giornale di Rodafà - Dario Culot - Domande e risposte a settembre (e ottobre) - 5), stare in piedi è già segno di rispetto, come si sta in piedi davanti al giudice (non seduti, ma neanche in ginocchio). Inginocchiarsi è invece un segno di punizione, di penitenza, ma non di rispetto.
Anche su questo punto la nostra Chiesa non ha seguito Nicea. Ricordo che quand’ero piccolo, prima del Concilio, vigeva la comunione in ginocchio alla balaustra e sulla lingua[26]. Dopo il concilio alla postura in ginocchio si è affiancata quella in piedi e alla comunione sulla lingua si è affiancata la comunione in mano. L’Istruzione Inaestimabile donum del 3.4.1980, al n. 11 prevede che la comunione «può essere ricevuta dai fedeli sia in ginocchio che in piedi, secondo le norme stabilite dalla Conferenza Episcopale». E anche il n.160 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano stabilisce che: «I fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi, come stabilito dalla Conferenza Episcopale».
La CEI ha pubblicato nel 1989 la delibera n. 56, dove al capo 1845 si dice: «La santa comunione può essere distribuita anche deponendo la particola sulla mano dei fedeli», e una contestuale Sulla comunione eucaristica n. 14, al capo 1859, promuoveva di fatto anche la postura in piedi in questi termini: «Particolarmente appropriato appare oggi l’uso di accedere processionalmente all’altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l’Amen la fede nella presenza sacramentale di Cristo». Infine, il documento Redemptionis sacramentum del 25.3.2004, al n. 91, ammette sia la modalità in ginocchio che in piedi, in perfetta “par condicio” lasciando piena scelta al singolo fedele e non al prete che non può rifiutarsi di darla.
Sono perfettamente d’accordo con la coesistenza della due forme, ma si deve allora anche notare che quanto stabilito a Nicea 1700 anni fa non è sempre qualcosa di fisso che non può e non deve essere modificato per l’eternità.
A Nicea, il 28.11.2025, nell’incontro con il patriarca ortodosso Bartolomeo I, papa Leone ha enunciato tre sfide: 1) ritrovare l’unità della fede attorno a Cristo;[27] 2) riconoscere in lui il vero volto di Dio contro ogni riduzionismo; 3) vivere una dottrina in sviluppo, nei linguaggi e nelle culture di ogni tempo.
Perciò, se oggi si è convinti che il messaggio di Gesù è un messaggio di vita che non vale solo per noi, ma vale per il cammino di tutta l’umanità; che Gesù ha testimoniato la Parola di Dio che è l’unico Dio, ma è il Dio di tutta l’umanità, è la luce che illumina tutto il mondo,[28] allora cosa induce i cattolici ad essere ancora convinti che lo Spirito santo sia agli arresti domiciliari sempre e solo presso i capi della Chiesa cattolica?[29] Se lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3, 8), se lo spirito di Gesù è già presente dove due o tre si riuniscono in suo nome (Mt 18, 20), come possono pensare che Dio resti incatenato mani e piedi solo alla gerarchia della Chiesa cattolica? Su che base si fonda la certezza che Dio si è volontariamente autolimitato, obbligandosi almeno dal concilio di Nicea in poi, a contattare esclusivamente la gerarchia vaticana? Da dove si ricava la certezza che Dio si è impegnato a tacere per sempre nei confronti di tutto il resto dell’umanità, delegando in esclusiva il magistero vaticano a rappresentarlo in terra e a parlare in sua vece, in regime di pieno monopolio?
Per concludere, quanto fin qui detto spero serva almeno a toglierci dalla testa l’idea che lo Spirito Santo abbia dettato ai padri conciliari cosa decidere, dando loro indicazioni chiare e precise[30]. Se l’angelo del Signore ha detto in maniera chiara a Giuseppe di non ripudiare Maria anche se incinta, e poi altrettanto chiaramente gli ha imposto di scappare in Egitto col bambino appena nato, non è stato altrettanto chiaro e preciso con i padri conciliari.
Abbiamo visto che, su alcuni punti fissati dal concilio si sono accese delle discussioni proseguite anche dopo la conclusione del concilio stesso, altri sono stati modificati, altri sembrano immodificabili in eterno. Siccome non si può vivere di sola autorità, e siccome lo stesso papa Benedetto XVI aveva riconosciuto che una fede senza ragione non è oggi autentica fede cristiana,[31] torno a ribadire che tutta la materia religiosa deve poter essere sempre sottoponibile a critica avvalendosi di argomenti di ragione: perfino il Credo niceno. Faccio mia anche l’acuta osservazione di un noto teologo,[32] il quale dice che pretendere – come fa ancora buona parte del magistero – che si debba credergli perché è lui a dire che quello che insegna lo riconosce la ragione, significa mortificare la stessa ragione, in quanto qualcun altro ordina ciò che la ragione deve fare; al contrario ciò a cui può arrivare la ragione deve essere lei sola a stabilirlo, non certo l’autorità della Chiesa.
Ha detto sempre papa Benedetto XVI nel suo discorso natalizio del 2005[33] che la faticosa disputa tra la ragione moderna e la fede cristiana che, in un primo momento, col processo a Galileo, era iniziata in modo negativo, certamente ha conosciuto molte fasi, ma col concilio Vaticano II è arrivata l’ora in cui si richiedeva un ampio ripensamento, pur nella costante continuità col passato. Sono d’accordo sul fatto che occorre ripensare alla dottrina. Ma questo ripensamento porta facilmente alla discontinuità col passato, e non a una costante continuità come pensa papa Benedetto (cfr. nota 3 dell’articolo della settimana precedente).
Perciò – se anche questo papa ritiene che la dottrina debba svilupparsi in base all’odierna cultura - mi è difficile prendere ancora oggi le decisioni di Nicea come Verità Assoluta, irreformabile per l’eternità, nel segno della costante continuità col passato.
Anche Giovanni Paolo II, nel 2004, nella lettera apostolica Mane Nobiscum Domine[34] riconosceva: “Non possiamo illuderci: dall’amore vicendevole e, in particolare, dalla sollecitudine per chi è nel bisogno saremo riconosciuti come veri discepoli di Cristo” e non dal fatto di aver abbracciato i dogmi della Chiesa o di aver obbedito ai suoi legittimi pastori. E il giudizio finale, a quanto risulta dal vangelo, sarà solo ed esclusivamente sull’amore per il prossimo, non verso Dio, e neanche sull’obbedienza al magistero (Mt 25, 35).
Perciò – visto cosa è veramente essenziale nel cristianesimo - se dal ripensamento dei dogmi conciliari del passato possono emergere innovazioni e nuovi conflitti teologici, non ritenendo soddisfacente lo status quo, ben vengano, perché questa volta non ci saranno scontri con morti e feriti nelle strade. Schiarirsi le idee è e sarà sempre utile.
Il compito della Chiesa alla luce dell’attuale cultura, mi sembra sia quello di diffondere le sue qualità, i suoi talenti, in favore di tutti, ben sapendo che Dio non ha consegnato solo a lei tutti i talenti. Per fare un esempio pratico: si pensi alla creazione degli ospedali per i poveri nei secoli passati. Il luogo genetico è stato sicuramente il cristianesimo, ma oggi tutti possono approfittarne. Allo stesso modo, però, noi dovremmo poter acquisire i caratteri di spiritualità del buddhismo o di altre religioni. Da qui nasce la necessità del dialogo affinché, attraverso il dono reciproco, alcune caratteristiche positive si possano espandere fra tutti i popoli. Ci sono luoghi sorgivi nella storia, ma poi non bisogna vantare alcun copyright, ma lasciare che tutti utilizzino quello che di positivo siamo stati capaci di creare[35] e offrire. Per riuscire in questo si richiede un grande spirito di riconciliazione. Oggi anche noi cristiani siamo in grado di accogliere elementi di vita che in passato non potevamo accogliere, perché non eravamo maturi, perché è impossibile accogliere tutto nell’attimo presente. Ecco perché lo stesso papa Giovanni Paolo II aveva riconosciuto che il dialogo interreligioso fa parte della missione della Chiesa,[36] accettando come segno di questa apertura che un simbolo buddhista fosse posto sull’altare durante la messa (ovviamente con grande scandalo dei cattolici integralisti).
Non è neanche vero che ogni critica che cerca di smuovere lo status quo[37] debba essere vista solo come mancanza del dovuto rispetto per l'insegnamento ufficiale della Chiesa. La continuità – invocata anche da papa Benedetto - non deve riguardare le formule dottrinali, ma le esperienze vitali,[38] che oggi potrebbero anche esprimersi con modelli nuovi. Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d'apertura del Concilio l'11 ottobre 1962 aveva detto, sì, che la dottrina certa ed immutabile deve essere fedelmente rispettata, ma aveva anche invitato a ri-approfondirla e presentarla in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo: ergo, ogni generazione di credenti ha l’obbligo di conservare la fede ricevuta, ma ri-approfondendola, ri-comprendendola e vivendola in relazione alle esigenze dei nuovi tempi che sono diversi dal passato (anche nel dialogo con le altre religioni[39] una volta impensabile[40]), sì che anche le esperienze spirituali di oggi sono diverse da quelle del passato. Quindi occorrerà sempre ricominciare dall'inizio, o come diceva un padre della Chiesa, occorre passare da un inizio a un nuovo inizio[41]. Senza paura!
NOTE
[1] Atanasio, Il Credo di Nicea, Famiglia Cristiana-Città Nuova- San Paolo, Roma-Milano, 2005, 143.
[2] Atanasio, nell’Epistola agli Africani parla di 318 partecipanti. Nella lettera In unitate fidei del 23.11.2025, al §4, anche papa Leone XIV conferma il numero di 318.
[3] Cfr. Di Giacomo F., Cronache celesti, Il Venerdì di Repubblica, 19.12.2025, 30, e wikipedia. Non ho trovato studi storici sul punto.
[4] Se già dopo una decina d’anni di libertà religiosa emergevano questi forti contrasti nel cristianesimo, vuol dire che la Chiesa era fin dall’inizio divisa, e non c’era affatto quell’armoniosa unità che vi vien fatto credere.
[5] Già Celso testimoniava di scontri abbondanti fra i cristiani del III secolo (Origene, Contra Celsum, 3, 10-12). E sempre per rimanere nel tema degli scontri fisici, probabilmente pochi sanno che la formula del concilio di Calcedonia (quella che affermava le due nature – umana e divina - di Gesù in un'unica persona divina) era stata forzata dall'imperatore sempre per mantenere l'unità religiosa nell'impero; ma sia in Egitto che in Palestina la reazione al nuovo dogma fu talmente violenta da scoppiare in rivolta aperta, con necessità di mandare l'esercito per sedarla: nella sola Alessandria si parla di circa 10.000 morti (Bucci O. e Piatti P., Storia dei concili ecumenici, ed. Città Nuova, Roma, 2014, 126ss.). Altri tempi!
[6] Dizionario storico del papato, diretto da Levilllan P., ed. Bompiani-RCS, Milano, 1996: papa Silvestro, che pur mandò due suoi legati, non andò al Concilio di Nicea di persona. Ma in realtà non era ancora neanche papa, ma solo vescovo di Roma: vedi nota 21 nell’articolo della scorsa settimana su Nicea.
[7] Ho diffusamente trattato il punto nel mio Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, 2024.
[8] Riportato in Johnson E.A., Colei che è, ed. Queriniana, Brescia, 1999, 376.
[9] Gesù è nome ebreo; Cristo è nome greco. Gesù-Cristo è l’unione teoreticamente impossibile, che pur esiste storicamente da duemila anni, di una spiritualità ebraica e una greca. Questa unione innaturale costituì la religione cristiana (Mancuso V., Gesù e Dio, Garzanti, Milano, 2025, 18).
[10] Anche il battesimo, almeno all’inizio e secondo gli Atti degli apostoli (2,38; 8,16;10,48;19,5) e Paolo (1Cor 1,13;6,11; Gal 3,27; Rm 6,3; Ef 4, 5), veniva amministrato solo in nome di Gesù. Quindi la formula trinitaria di Matteo (Mt 28, 19) non può essere stata formulata dall’apostolo, ma è sorta in seguito dalla tradizione della Chiesa.
[11] Lenaers R., Il sogno di Nabucodonosor, ed. Massari, Bolsena (VT), 2009, 135s.: nell’ebraismo, per la sua idea di infinita trascendenza di Yhwh, non c'era posto per un uomo divino, ma soltanto per un servo di Dio (es. Is 49, 3.5.-6: renderò te servo luce delle nazioni), un agnello di Dio, un unto di Dio, un metaforico Figlio di Dio come lo intendeva la Bibbia (Sal 2 e 110; Os 11, 1).
[12] Vedi come e perché nel mio Gesù, questo sconosciuto cit., 306s.
[13] Lohfink G., Gesù di Nazaret, Queriniana, Brescia, 2014, 407.
[14] Vedi nota 5 dell’articolo della scorsa settimana.
[15] Crouzel H. , Les “digamoi” visés par le concile de Nicee dans son canon 8, Augustinianum, Dec. 1978, 566; Crouzel H., Divorce et remariage dans l’Eglise primitive: quelques reflexions de methodologie historique, Nouvelle Revue Theologique, Dec. 1976.
[16] Cereti G., Il matrimonio cristiano è assolutamente monogamico, in A partire dai cocci rotti, ed. Cittadella, Assisi, 2001, 216.
[17] Vedi i primi cristiani della chiesa di Gerusalemme, presieduta all’inizio da Pietro, poi da Giacomo, il fratello del Signore. Come detto per questi, legati all’ebraismo, Dio era unico ed era impensabile un discorso binario o trinitario.
[18] Küng H., Cristianesimo, ed. Rizzoli, Milano, 1997, 112.
[19] Pietro si limita a dire che Gesù di Nazareth fu “uomo accreditato da Dio presso di voi (uomini di Israele) per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua” (At 2, 22).
[20] Secondo San Paolo, per essere salvi, era sufficiente riconoscere che Gesù è il Signore e che Dio lo ha resuscitato dai morti (Rm 10, 9): dunque anche Paolo distingueva nettamente fra Dio e Gesù che gli era subordinato, visto che Gesù non si è resuscitato da solo, e visto che nemmeno si è dato da sé l’onore di sommo sacerdote, ma l’ha sempre ricevuto da Dio (Eb 5, 5). Questa subordinazione viene ribadita ancora più chiaramente quando san Paolo spiega che se pur tanti parlano di vari dèi, “per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale tutte le cose esistono e noi esistiamo per lui” (1Cor. 8, 6). Da notare che non dice che c’è un solo Dio, Padre e Figlio. Poi rincara la dose e aggiunge che se Cristo è il capo di ogni uomo, “Dio è il capo di Cristo” (1Cor. 11,3) ed il Figlio sarà sempre sottomesso a Dio (1Cor. 15, 28). Di nuovo: come fa Dio ad essere sottomesso a Dio? Come fa Dio ad essere capo di Dio?
[21] Augias C. e Cacitti R., Inchiesta sul cristianesimo, ed. Gruppo editoriale L’Espresso, Milano, 2010, 180.
[22] Si voleva evitare ogni contatto con l’ebraismo, in quanto erano gli ebrei che avevano ucciso Gesù-Dio.
[23] Il vescovo di Antiochia Paolo di Samosata è stato probabilmente il fautore dell’adozionismo (altro punto di scontro notevole fra i cristiani dell’epoca), intorno al 260 d.C., quando aveva proposto di accettare l'idea che Gesù era stato un semplice uomo, il più grande dei profeti, e poteva essere chiamato Dio solo in senso improprio, essendo solo figlio «adottivo» di Dio. Già in passato, dunque, non solo Ario aveva privilegiato la natura umana di Cristo (O. Bucci – P. Piatti, Storia dei concili ecumenici, Città Nuova, Roma 2014, 55.). Gesù sarebbe stato un uomo perfetto in quanto il Logos (il mediatore di cui si serve Dio trascendente per comunicare col mondo immanente) aveva posto la tenda in lui: Gesù, cioè, era pieno dello Spirito. Meritava un nome divino perché aveva così raggiunto i vertici della perfezione umana, ma era pur sempre subordinato al Padre. Gesù era la creatura più somigliante al Padre che si possa concepire, senza tuttavia arrivare all'uguaglianza di natura col Padre: era cioè simile (homoiousios), ma non uguale, consustanziale (homoousios).
Anche Ario sosteneva che, se il Figlio non è creato, ma è homoousios (consustanziale), cioè non deriva da creazione ma da generazione, per cui è della stessa sostanza, questo significa dover riconoscere che Dio, all’atto della generazione, si divide in due parti (Simonetti M., La crisi ariana del IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975, 81), come la cellula dell’embrione.
[24] In https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/12/04/0950/01725.html.
[25] Sul punto richiamo l’interessante articolo di Stefano Sodaro, Cristo non poteva essere che maschio!, al n. 854 del 25.1.2026 di questo giornale, in cui chiarisce la distinzione ἀνήρ (anḗr), e ἄνθρωπος (ánthrōpos), cfr. Il giornale di Rodafà - Stefano Sodaro - Hanno ragione: Cristo non poteva essere che maschio!.
[26] E così ancora oggi si fa nelle chiese cattoliche conservatrici degli USA.
[27] Ma non si è arrivati neanche a concordare la data della Pasqua.
[28] In questo senso assumono un particolare rilievo le figure misteriose dei tre saggi (maghi, magi) che vengono da un oriente sconosciuto, portano l’annuncio della stella luminosa che li guida e diventano maestri del cammino. Non sono i sacerdoti o i capi del popolo ebraico a dare l’annuncio a Erode, ma qualcuno del tutto estraneo a questa tradizione culturale e religiosa (Molari C., omelia su Mt 2, 1ss. del 6 gennaio 2008).
[29] È stato ben detto che “Dio non ha bisogno di una religione esistente per manifestarsi e rivelarsi” (Higuet E.A., Fuori dalle religioni c’è salvezza, in “Per i molti cammini di Dio”, a cura di Vigil J.M. e al., ed. Pazzini, Villa Verucchio (RN), 2010, 158).
[30] Rinvio alla nota 7 dell’articolo della scorsa settimana (cfr. Il giornale di Rodafà - Dario Culot - Nicea), quando san Basilio, vescovo, teologo del IV secolo e dottore della Chiesa greca antica, aveva paragonato il concilio di Nicea ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo fra l'altro: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …”. Nessun contatto diretto fra Spirito santo e padri conciliari!
[31] Ratzinger J., Dio e il mondo, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2001, 40. 53.
[32] Mancuso V., Io e Dio, Garzanti, Milano, 2011, 107.
[33] Papa Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi del 22.12.2005, in www.vatican.va / quindi: papa Benedetto XVI/ Discorsi/ 2005/ dicembre.
[34] “Vita nuova”4.5.2007, 7.
[35]Molari C., Nuovi linguaggi della fede, relazione tenuta al Centro Veritas di Trieste, il17.3.2012.
[36] Enciclica Redentoris missio, n.55, del 7.12.1990, in www.watican.va.
[37] Che lo stesso concilio Vaticano II intendesse modificare lo status quo è comprovato dal fatto che molti teologi messi in precedenza d'autorità sotto silenzio vennero portati dai vescovi o cardinali come propri teologi: es. papa Giovanni invitò Congar; Suenens portò Rahner; i vescovi americani portarono Murray (O'Malley J.W., Che cosa è successo nel Vaticano II, ed. Vita e Pensiero, Milano, 2010,120s.). Sono stati riammessi in gioco teologi che prima erano stati messi ai margini perché ritenuti pericolosi per la costante continuità che si voleva mantenere col passato.
[38] Che l’esperienza sia più importante della dottrina ce lo conferma Gv 1, 29-34, dove Giovanni Battista testimonia dopo aver visto. Quindi il vedere, il fare un’esperienza attraverso i sensi, è fondamentale.
[39] Oggi – in piena discontinuità col passato - c’è la consapevolezza della diffusione in molti ambiti del pianeta – pur con tutti i limiti e le insufficienze di noi uomini – di ricchezze spirituali che nella nostra storia sono state testimoniate da Gesù. E verso queste altre culture e religioni noi, cattolici e cristiani, dobbiamo aprirci al dialogo, cioè alla comprensione e all’acquisizione dei doni che lo Spirito di Dio ha suscitato nelle altre esperienze culturali le quali, pur con riferimenti storici diversi da Gesù, arrivano a esprimerli anche in maniera molto significativa. È l’universalità stessa del Vangelo di Gesù e dei suoi messaggi che implica che noi ci mettiamo in ascolto delle risonanze della Parola di Dio ovunque. Nel dialogo, d’altra parte, noi esprimiamo e offriamo le ricchezze della nostra tradizione, e questa è la via per un comune e vicendevole arricchimento, cioè per crescere insieme come fratelli verso quella forma nuova di umanità che tutti oggi riconoscono necessaria. È dunque evidente che non si tratta di fare del proselitismo annunciando verità dottrinali – peraltro anche con formulazioni difficili da condividere nell’attuale contesto culturale e linguistico – ma di offrire testimonianze di vita: quelle qualità di comprensione, fratellanza, solidarietà, apertura, accoglienza, che incontrano i bisogni e gli aneliti di questa fase della storia dell’umanità. E che i diversi gruppi accoglieranno e faranno loro nelle diverse modalità proprie di ciascun contesto culturale e religioso. Il nostro scopo non è portare gli altri a farsi cristiani, ma offrire loro le ricchezze espresse da Gesù e fiorite nella nostra tradizione, pur nella consapevolezza che anche la nostra storia ha un deposito di compromessi, mancanze, errori, e anche peccati (Molari C., omelia su Mt 2, 1ss. del 6 gennaio 2008).
[40] Ricordo che il grande teologo sufi, quindi musulmano - Ibn al-Arabi (1165-1240) - fautore del dialogo interreligioso fra islam e cristianesimo settecento e rotti anni prima che lo iniziasse il cattolicesimo - sosteneva che nessuna religione è in grado di esaurire la Verità tutta intera, potendone catturare solo frammenti
[41] Molari C., Quei tanti Gesù. Approcci recenti in cristologia e soteriologia, in internet in più siti: digitare “Carlo Molari / approcci recenti”.