8 marzo 2026
di Stefano Sodaro
di Stefano Sodaro
L’8 marzo 2026 arriva in un mondo che brucia.
Non come ricorrenza, non come rituale, ma come incrinatura.
Una linea che attraversa l’Europa distratta e imbarazzata nei suoi governi (con la vistosa, ammirevole, eccezione della Spagna) e un Medio Oriente devastato, mentre la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ridisegna il cielo con geometrie di fuoco che nessuna diplomazia ha saputo fermare.
In questo scenario, parlare di donne non significa evocare un’essenza, né un destino biologico, né un repertorio di virtù attribuite.
Significa guardare il punto in cui la violenza si deposita per prima.
La posizione sociale che il potere continua a considerare sacrificabile.
Il luogo dove le crisi globali rivelano la loro struttura più nuda.
Ogni guerra — questa come tutte — non colpisce “le donne” in quanto categoria naturale, ma colpisce chi abita quella posizione, chi la sovverte, chi la rifiuta, chi la reinventa.
Colpisce i corpi che la storia ha imparato a trattare come margine, come eccedenza, come costo accettabile.
In Iran, quella posizione è stata per decenni un campo di battaglia reale.
Non metaforico: reale.
Un terreno di scontro tra Stato e cittadine, tra teocrazia e dissenso, tra controllo e desiderio, tra diaspora e memoria.
Le donne iraniane — e chiunque viva in quella posizione — hanno attraversato rivoluzioni tradite, riforme abortite, repressioni cicliche.
Hanno pagato con la pelle la libertà di apparire, di parlare, di respirare.
E ora pagano di nuovo, sotto una guerra che pretende di essere “strategica” ma che, come sempre, si abbatte sui civili, sui quartieri, sulle infrastrutture che tengono insieme la vita quotidiana.
Non c’è nulla di “collaterale” in questo.
C’è solo la vecchia logica del potere che decide chi può essere protetto e chi può essere sacrificato.
L’8 marzo non è un omaggio.
Non è un fiore - che però chiediamo ai maschi di offrire questa domenica ad ogni donna, perché un apparente ossimoro socioculturale può essere, diventare, costituire leva di cambiamento posturale, di rigenerazione di attitudini, di reintroduzione di un comportamento cortese (sì, esattamente come l’amor cortese) che abbiamo relegato, se ci va bene, all’Umanesimo e al Romanticismo -: però, è vero, l’8 marzo non è un gesto gentile, non è un’operazione di coscienza.
È un atto politico.
Un atto che rifiuta l’idea che il genere sia un destino, ma riconosce che il mondo continua a funzionare come se lo fosse.
Un atto che non celebra un’identità, ma denuncia una struttura.
Un atto che non chiede di “valorizzare le donne”, ma di smantellare i dispositivi che producono vulnerabilità asimmetriche.
La relazione — non come attributo femminile (o maschile), ma come possibilità umana — è ciò che il potere teme.
Perché la relazione non obbedisce, non gerarchizza, non militarizza.
La relazione apre.
E ciò che apre, in tempi di guerra, è sempre considerato pericoloso.
L’8 marzo 2026 ci trova così:
in un mondo che invoca la sicurezza mentre produce devastazione, che parla di diritti mentre bombarda chi li reclama, che si proclama custode della democrazia mentre normalizza la punizione collettiva.
Eppure, in mezzo a tutto questo, resta una domanda che non può essere elusa:
che cosa significa resistere oggi?
Forse significa non accettare che la guerra definisca il campo del possibile.
Non accettare che la vulnerabilità sia un marchio di inferiorità.
Non accettare che la posizione sociale chiamata donna sia ancora il luogo dove il mondo scarica il costo delle sue crisi.
Forse significa custodire — anche sotto le sirene, anche sotto i droni — la possibilità di un’altra grammatica.
Una grammatica che non divide, non essenzializza, non assegna ruoli, ma costruisce legami.
Una grammatica che non nasce dalla forza, ma dalla scelta.
Una grammatica che non ha bisogno di essere femminile per essere sovversiva.
Eppure - per chi ci crede - una grammatica anche finalmente femminile, invece, per dire il nome di Dio.
E pure - per chi semplicemente è teologa o teologo, a prescindere da ogni convinzione personale di fede - una grammatica che sappia finalmente scardinare la pretesa dogmaticamente assurda di un Cristo che debba ritenersi, anzi postularsi come un sillogisma, solo maschio, per tutti i secoli dei secoli, amen.
Canterbury - con il solenne ingresso della sua nuova Arcivescova tra pochi giorni, il 25 marzo - è il rovesciamento esatto del bombardamento di Teheran.
Non si sa come finirà questa guerra.
Ma si sa che l’8 marzo non è un rito consolatorio.
È una dichiarazione di conflitto contro tutte le forme di potere che trasformano la vita in un campo di sacrificio.
E quest’anno, più che mai, è un invito a non distogliere lo sguardo.
A non lasciarsi anestetizzare.
A non permettere che la guerra — questa guerra — diventi la normalità.
Perché se un futuro è ancora possibile, non sarà il futuro di un genere.
Sarà il futuro di chi avrà avuto il coraggio di rifiutare la logica che ci ha portati fin qui.