Paolo e le sue comunità
di Dario Culot
di Dario Culot
All’epoca, come si sa, il termine ecclesia (comunità) veniva usato per indicare un’assemblea di cittadini liberi riunita per prendere democraticamente le decisioni che riguardavano tutta la comunità.
Nelle prime chiese/comunità[1] fondate da Paolo, però, già esisteva una autorità, esistevano i responsabili della comunità localmente nominati dallo stesso Paolo. Perciò fin dall’inizio, se a Gerusalemme imperavano le tre colonne (Pietro, Giacomo e Giovanni – Gal 2, 9) fuori di Gerusalemme, c’è stato solo Paolo che dirigeva, proibiva e organizzava le varie comunità che aveva fondato; quando poi partiva, lasciava in loco dei dirigenti. E allora ci troviamo subito con questo problema non dappoco: le ecclesie di Paolo sono nate senza conoscere il vangelo, perché – come si è detto - Paolo ha conosciuto il Cristo risorto, ma non ha conosciuto il Gesù terreno, il Gesù umano. Il fariseo/apostolo Paolo ha avuto una esperienza dell’essere divino, soprannaturale, trascendente che ha sorpassato la storia terrena, la condizione umana, la condizione eterna. Questo ha conosciuto Paolo, come lui stesso ce lo racconta nelle lettere ai Corinzi e ai Galati (1Cor 1, 1; 2Cor 1, 1; Gal 1, 1)[2]. Ma forse l’aspetto più importante di simile impostazione paolina sta nel fatto che inizialmente i cristiani non avevano templi, e si adunavano in case private. Nella società romana, il capo della casa era sempre l’uomo, il pater familias[3]. Siccome dovevano adunarsi in gruppi piuttosto numerosi, dovevano essere necessariamente case grandi, quindi case di persone ricche, persone importanti: i poveri non avevano uno spazio per accogliere i confratelli perché questa era la situazione edilizio-abitativa in quella società, e i vangeli hanno cominciato a circolare con un ritardo di almeno vent’anni dopo che Paolo aveva ormai organizzato e fatto funzionare queste sue comunità[4]. Dunque, saranno questi ricchi a dirigere le comunità locali copiando lo schema del pater familias[5] e della vita ritualizzata propria della società romana[6]. Insomma, si è trattato di una scelta quasi obbligata.
Poi nelle chiese/case fondate e dirette da Paolo, c’è stata sicuramente un’osservanza dei riti e dei rituali religiosi. Anche autori pagani di quel tempo, come Tacito e Svetonio che hanno lasciato alcuni dati scarni sulle prime comunità cristiane, parlano della superstizione di quei cristiani,[7] e questo termine si utilizzava proprio in riferimento a certi rituali adottati da alcune religioni.
Caratteristica delle riunioni che si celebravano in ogni ecclesia (1Cor 11 e 14) erano dunque certi riti: “Quando vi riunite – dice Paolo ai cristiani di Corinto – ognuno porti qualcosa: un salmo, un insegnamento, una rivelazione,[8] o un parlare in altra lingua o interpretazione” (1Cor 14, 26). Sicuramente Paolo aveva copiato l’uso delle sinagoghe ebree. Anche l’istituzione dell’eucarestia, per come Paolo la recepisce con il comando “fate questo in memoria di me” (1Cor 11, 24s.), mostra che la tradizione paolina intende la celebrazione innanzitutto come una cerimonia rituale,[9] perché Paolo non invita mai i suoi fedeli a diventare essi stessi pane per gli altri. Invece proprio in tal modo viene oggi intesa l'eucarestia: commemorare non ha tanto una connotazione soprannaturale, quanto un ripensare a qualcosa d'importante che ci tocca, e ci spinge a rivitalizzare la nostra scelta per Gesù. Questo può certamente avvenire anche in modo non rituale (ad esempio, con la lettura meditativa), ma mangiando il pane eucaristico c’è qualcosa in più: innanzitutto c’è un evento comunitario[10] (l’immagine del corpo e delle membra ben si addice al contesto eucaristico); poi, il rito eucaristico è qualcosa di materiale, e le cose materiali hanno la proprietà di poter fungere da simboli e di rivelare la profondità spirituale della realtà (sì che sarebbe ancora meglio usare pane vero, anziché un’ostia[11]): solo il mangiare e bere realizza simbolicamente l’assimilazione che si vuol attuare, mentre guardare e adorare è un surrogato[12]. Insomma, commemorare Gesù vuol dire creare una viva memoria di lui che volle essere come pane e vino per il popolo. Questa viva memoria, questo ricordo, lo renderà presente e creativamente attivo nella vita di coloro in cui viene evocato. Il grato ricordo di una grande persona rende questa persona psicologicamente presente e genera in noi il desiderio di diventare un po’ come lui e di seguire la sua strada[13]. L’eucarestia è innanzitutto comunione: cominciamo a vivere il presupposto della nostra vita non come bisogno individuale ma come istanza di comunione, comunicando ad altri lo stesso presupposto di vita, con volontà di condividere il pane e il vino con i nostri fratelli, lo stesso pezzo di pane, lo stesso calice di vino[14]. E la nostra vita di condivisione si svolge quotidianamente fuori della chiesa.
Invece col rito ben radicato, dove credevano i membri delle comunità pauline che s’incontrasse il sacro? Lo incontravano nella ecclesia; vale a dire nell’assemblea stessa, nella comunità che si riuniva in una casa di un ricco pater familias dove si celebrava la cena eucaristica. Scrive infatti Paolo in 1Cor 14, 23-25 che, quando tutta la comunità si riuniva, era possibile che quelli di fuori potevano arrivare a convertirsi vedendo la cerimonia rituale.
Quindi, prima che arrivassero i vangeli, è venuta a formarsi e a diffondersi una religione caratterizzata dall’autorità e dal dominio del pater familias; una religione preoccupata fino alla minuzia dell’osservanza dei riti.
Come detto la settimana scorsa, quando erano sopraggiunti da Gerusalemme nella comunità di Paolo altri predicatori che avevano cercato di modificare quello che Paolo aveva insegnato, di fronte a questa intrusione la reazione di Paolo si era fatta veemente giungendo alla scomunica. Dunque Paolo, con quel caratterino che aveva, spara a zero contro i giudeo-cristiani troppo legati all’ebraismo, per i quali, se Gesù è il Messia davidico, tutti devono far parte del popolo di Israele, e per questo devono per prima cosa farsi circoncidere e obbedire alla Legge. I predicatori giudeo-cristiani erano venuti a completare – secondo il loro punto di vista - il vangelo di Paolo, visto come incompleto: sostenevano che per un cristiano di origine non israelita non era sufficiente il solo credere in Cristo, ma era indispensabile ricevere anche la figliolanza di Abramo attraverso la circoncisione e l’osservanza della legge; e questi erano – come si dice oggi – “valori non negoziabili”. Avranno forse anche detto ai Galati che Paolo non era neanche apostolo, mentre la loro era chiara discendenza apostolica (Pietro e Giacomo), per cui non c’era da credere al suo vangelo non essendo lui stato neanche un discepolo diretto di Gesù. Ecco perché Paolo comincia la sua dura replica chiarendo che lui non è apostolo per mezzo di uomo: non Gesù uomo lo ha chiamato nel gruppo, ma il Signore risorto lo ha fatto apostolo (Gal 1, 1). La sua polemica era indirizzata contro chi sosteneva che la circoncisione era necessaria per l'esistenza cristiana perché la fede cristiana doveva essere intesa solo come un completamento della Torah. Semplicemente il cristianesimo riconosceva che Gesù era il Messia tanto atteso. Ma in questo modo Paolo stava affermando che il cristianesimo non era una semplice diramazione giudaica. Con Paolo, dunque, la relazione fino ad allora piuttosto sfumata fra il giudaismo e il cristianesimo (presente nella Chiesa madre di Gerusalemme), ha raggiunto lo stadio di definitiva separazione, come già osservato. Ecco di nuovo perché si sente spesso dire che Paolo è il vero fondatore del cristianesimo. Per Paolo, infatti, questo insegnamento dei predicatori sopraggiunti era tornare alla schiavitù della legge, perché con l’arrivo del Figlio di Dio tutto era cambiato. Ora, dire agli ebrei che chi obbediva alla Legge mosaica era schiavo voleva dire bestemmiare. Per Paolo, invece, gli ebrei erano come i pagani: sottomettendosi alla Legge erano schiavi degli elementi del mondo, di potestà che in realtà non ci sono (Gal 4, 8). La mentalità era analoga, perché tutti erano sottomessi a certe osservanze, a certe realtà che nessuno riusciva a controllare perché comunque nessuno riusciva ad osservare tutta la Legge, la quale conseguentemente inchiodava sempre tutti al peccato, e il peccato prende appunto forza dalla legge. Anche gli ebrei, come i pagani – secondo Paolo -, vivevano dunque nell’angoscia perché non era loro permesso vivere serenamente, come figli liberi di Dio. Inoltre, per la Bibbia, Abramo aveva avuto il dono della discendenza con Isacco, sfociata nei giudei. Paolo, invece, fa ricadere i giudei nella linea della schiava Agar (diventata madre di Ismaele con un’operazione che oggi chiameremmo di utero in affitto) e solo i cristiani derivano dalla libera Sara. Quindi non c’è possibilità di recupero; c’è ormai una separazione definitiva fra ebrei e cristiani: aut-aut (Gal 4, 23-26), o si è schiavi o si è liberi. Evidentemente queste sue argomentazioni sono state riportate a Gerusalemme, e non a caso, non appena Paolo ha messo piede a Gerusalemme, è stato arrestato (At 21, 27-29).
In conclusione, la Religione cristiana dominante, quella che ha avuto più forza e presenza a partire II e III secolo, non è stata quella del Vangelo di Gesù, ma la Religione di Paolo. Assai probabilmente ha inciso su questo il fatto che i vangeli sono stai scritti più tardi, quando Paolo aveva ormai fondato molte comunità in molte parti dell’impero, e le comunità dei gentili si erano ormai abituate alle regole paoline.
Quando, col passare del tempo, hanno cominciato a diffondersi i racconti del Vangelo (quello di Marco, il primo) e l’attenzione dei cristiani si è focalizzata sull’ “umanizzazione” (incarnazione) di Dio in questa vita (Gv 1,14.18; 14,8s.; Mt 25,40), molte comunità erano ormai da troppo tempo avviate nella direzione indicata da Paolo. Pertanto, nella Chiesa si son fuse e confuse la “Religione di redenzione” (quella di Paolo, con lo sguardo fisso sulla “salvezza per l’altra vita”) e l’umanizzazione del divino (derivante dal Vangelo)[15].
Ecco perché, ancora oggi, abbiamo una teologia speculativa e una narrativa.
Infine vediamo come si è mosso Paolo per divulgare il suo Vangelo.
Stando agli Atti degli apostoli Paolo ha iniziato le sue prediche presso le sinagoghe, convertendo non solo degli ebrei, ma anche quei “tementi Dio” cioè quei pagani simpatizzanti dell’ebraismo, detti proseliti, che non appartenevano al popolo dell’alleanza non essendo neanche circoncisi, ma urgevano alle porte delle sinagoghe[16].
Una trentina d’anni anni dopo la morte di Gesù, il movimento cristiano predicato da Paolo era come un seme gettato nei dintorni delle sinagoghe (dove Paolo prevalentemente iniziava le sue prediche, dove spesso veniva anche preso a bastonate perché non tutti gli ebrei lo ascoltavano volentieri), e fruttificava tra i giudei non del tutto ortodossi che voltavano le spalle alle sinagoghe, nonché fra gli ellenisti giudaizzanti che urgevano alle porte delle sinagoghe[17].
Geograficamente il proselitismo di Paolo sembra essersi diffuso con una certa rapidità proprio marciando sulle strade già preparate dalle colonie giudee; e non è un caso se le prime persecuzioni cristiane sono state istigate proprio dai giudei più ortodossi, che ritenevano inaccettabilmente eretiche le tesi propugnate dai cugini cristiani[18].
Altri invece fanno notare che, stando alle lettere di Paolo (1Cor 1, 12, 2; 14-17; Rm 16, 21-23), anche se alcuni giudei erano accolti, i più ad essere convertiti sono stati i pagani[19]. Perciò, che Paolo cominci dalle sinagoghe dove veniva regolarmente scacciato, sarebbe uno schema lucano e non assolutamente paolino che contraddice – fra l’altro - la ripartizione del lavoro convenuta nel concilio di Gerusalemme (Gal 2, 8s.)[20] per cui Paolo si sarebbe occupato dei gentili. Ad esempio, vien fatto notare che nel suo primo viaggio missionario, al centro dell’odierna Turchia (zona da cui proveniva il governatore di Cipro Sergio Paolo, che Paolo aveva convertito nell’isola e che probabilmente lo aveva poi aiutato nell’opera missionaria), l’apostolo ha convertito al cristianesimo molti pagani che nulla avevano a che fare né con l’ellenismo, né con l’ebraismo.
Ma probabilmente Paolo è arrivato a questa conclusione col passare del tempo, perché all’inizio aveva circonciso Timoteo (At 16, 3), il che significa che anche lui rispettava all’inizio la legge mosaica. Perciò questo mi fa propendere per la tesi che, all’inizio, Paolo predicasse il suo vangelo proprio agganciandosi alle sinagoghe[21].
NOTE
[1] Il termine chiesa non ricorre mai nei Vangeli di Marco e Luca. Tre volte invece in Matteo; ben 46 in Paolo (Fabbris R., La Chiesa nel Nuovo Testamento, ed. Centro Diocesano di Pastorale Universitaria, Trieste,1997, Quaderno n.2/1992-1993, 63).
[2] Castillo J.M., Perché il Concilio non ha dato i frutti attesi, conferenza tenuta a Montefano l’ 1.6.2013.
[3] Poi, quando i cristiani hanno cominciato a costruire degli spazi d’incontro, hanno preso come modello la casa del pater familias (con Paolo) e poi la basilica romana; mai il tempio. I cristiani avevano luoghi dove incontravano i fratelli. Proprio seguendo Gesù avevano iniziato un processo di desacralizzazione: non c'erano però luoghi sacri, spazi sacri, templi sacri. Non avendo templi, cioè, luoghi dove Dio abita e lo s’incontra, i cristiani erano considerati atei.
[4] Castillo J.M., Perché il Concilio non ha dato i frutti attesi, conferenza tenuta a Montefano il 1.6.2013.
[5] Il punto di partenza delle chiese di Paolo era la conversione del pater familias (Verdoot A., Gesù e Paolo, in “Il nuovo Gesù storico” a cura di Stegemann W. e al., ed Paideia, Brescia, 2006, 301).
[6] Da qui le relazioni di sottomissione e dipendenza che Paolo instaurò nelle sue “ecclesie”. Sicuramente, dove più chiaramente si vede questa relazione di sottomissione (nell’obbedienza ai dirigenti) è in 1Cor 16, 15-18, dove Paolo dà espressamente l’ordine: “Sottomettetevi a Stefanas!” (1Cor 16, 15), il padrone e dirigente della casa dove si riuniva l’assemblea; è il riconoscimento della sottomissione che, alla fin fine, era sottomissione allo stesso Paolo. Inoltre questo insegnamento di Paolo si rafforza nelle lettere della seconda generazione (Col 3, 18; 4, 1 ed Ef 5, 2; 6, 9). In queste lettere, ciò che viene imposto ai cristiani sono i cosiddetti “codici familiari” (Verdoot A., Gesù e Paolo, in “Il nuovo Gesù storico” a cura di Stegemann W. E al., ed Paideia, Brescia, 2006, 301). Vale a dire, si applicano ai leader della Chiesa il potere ed il dominio del “marito-padre-padrone”, il quale regnava sulle famiglie e nelle case dove si riuniva ciascuna “chiesa”. Così la donna è rimasta presto emarginata nella Chiesa e sottomessa agli unici che avevano il potere di dirigerla: gli uomini, i padri, i patres familias. E, ovviamente, la comunità dei fedeli laici è rimasta a sua volta senza potere di decisione.
È invece evidente, per chi legge i vangeli, che questo non è stato lo stile e la forma di procedere di Gesù. Basta leggere il vangelo di Marco, in cui il rituale ed il sacro non sono presenti, il che ci fa capire che essi hanno avuto alcuna importanza neanche per Gesù. Di più: si scopre che la vita di Gesù è stata uno scontro costante con “il rituale” ed con “il sacro”, con gli osservanti della legge e delle regole, delle cerimonie e degli atti religiosi. Da lì il conflitto incessante con i farisei e gli scribi e, soprattutto, il rifiuto del tempio, controbilanciato dal rifiuto mortale che Gesù ha subito ricevuto dagli uomini di religione, i sommi sacerdoti, che non hanno avuto tentennamenti nel condannarlo a morte (Castillo J.M., Teologia popolare, III, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2025, 116).
È anche vero che a partire dagli anni 70, finito di rifinire i vangeli, si è conosciuta la relazione che Gesù aveva avuto con i suoli discepoli (Mt 10, 1), i suoi “amici” (Gv 15, 14-16), i suoi “fratelli” (Gv 20, 17), il ruolo avuto dalle le donne (Lc 8, 2s.; Mc 15, 40-41) come prime testimoni (Mt 8, 1-10; Lc 24, 22-23; Gv 20, 1s.11.18) del Crocifisso e del Risorto. Però è chiaro che questi racconti e ricordi sono arrivati a delle “ecclesie” quando erano passati abbastanza anni accettando e vivendo un altro modello di Chiesa; il modello paolino che ha finito per imporsi come l’unico e intoccabile, come fosse stato stabilito da Dio.
[7] Es. Tacito, negli Annales (15.44).
[8] Ognuno di noi, ancora oggi, può fare esperienze arricchenti incontrando altre persone, o stando in mezzo alla natura. Per il credente, Dio ci parla anche in quel modo, perché anche altre parole d’uomo possono diventare per noi Parola di Dio. La rivelazione divina, intesa come autoespressione di Dio, e non come un insieme di messaggi provenienti dall’alto, non è allora assolutamente terminata con la scomparsa dell’ultimo apostolo (Lenaers R., Benché Dio non stia nell’alto dei cieli, ed. Massari, Bolsena (VT), 2012, 210). Se la rivelazione fosse definitivamente terminata con Gesù, la frase di Paolo non avrebbe senso.
[9]Si può anche ricordare che i banchetti sacri, offerti dai sacerdoti dei grandi templi o da molte confraternite, ai quali partecipava una divinità che si univa al festeggiamento dei propri adoratori, era un’abitudine tipica dell’Oriente: durante il banchetto una vittima animale era immolata al dio protettore del tempio o della confraternita e poi mangiata dai commensali (Veyne P., Palmira, ed. Garzanti, Milano, 2016, 83).
[10] Ma questa condivisione comunitaria si vede assai poco nelle nostre chiese. Come ha fatto notare un arguto teologo greco, i cattolici, a differenza degli ortodossi, hanno anche formalmente abolito la presenza del corpo eucaristico come presupposto per la celebrazione dell’eucarestia: permettono al sacerdote di celebrare da solo l’eucarestia, nella propria camera, condividendo ciò che non è condiviso. Ed è naturale, allora, che nelle megalopoli con decine di migliaia di parrocchiani, gli uomini partecipino all’eucarestia in condizioni ciascuno di assoluto anonimato e solitudine. Ogni praticante è più solo che non in una buia sala di cinema. Non condivide nulla con quello che sta attorno a lui (Yannaras C., Contro la religione, ed. Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 2012, 150 e 146s.). Insomma, la nostra non è normalmente vera comunione.
[11] Yannaras C., Contro la religione, ed. Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 2012, 225: furono i franchi a cambiare le forme esteriori del rito per distinguersi dai greci di Costantinopoli. Ad es.,
- il pane eucaristico venne sostituito con l’ostia;
- i chierici si tagliarono i capelli e si rasarono la barba;
- il battesimo si fece per aspersione e non più per immersione.
[12] Lenaers R., Benché Dio non stia nell’alto dei cieli, ed. Massari, Bolsena (VT), 2012, 244s.
[13] Lenaers R., Il sogno di Nabucodonosor, ed. Massari, Bolsena (VT), 2009, 295.
[14] Yannaras C., Contro la religione, ed. Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 2012, 108s.
[15] Idem, 186.
[16] Gentile P., Storia del Cristianesimo dalle origini a Teodosio, ed. Rizzoli, Milano, 1969, 161; Taubes J., La teologia politica di San Paolo, ed. Adelphi, Milano, 1977, 47; Vouga F., Il cristianesimo delle origini, ed. Claudiana, Torino, 2001, 128
[17] Gentile P., Storia del Cristianesimo dalle origini a Teodosio, ed. Rizzoli, Milano, 1969, 161. Corso audio, lezione n.4, a cura di don Piero Ottaviano, reperibile in www.didaskaleion.murialdo.org. Erano questi i pagani simpatizzanti dell’ebraismo, detti proseliti.
[18] Pérez Márquez R., L’Apocalisse della Chiesa, ed. Cittadella, Assisi, 2011, 130. Per i sadducei, la casta dei ricchi dalla quale provengono i sacerdoti, era inimmaginabile la resurrezione (At 4, 2), per i farisei era bestemmia affermare che Gesù era superiore a Mosè. In ogni caso gli ebrei negavano che Gesù potesse essere il Messia: di qui le persecuzioni.
[19] Vouga F., Il cristianesimo delle origini, ed. Claudiana, Torino, 2001, 107s.
[20] Idem, 98.
[21] L’idea nasce forse da questo: Paolo inizia la sua missione dalle sinagoghe perché ha quest’idea fissa e cioè che, quando i pagani entreranno nell’ecclesia, i giudei dovranno avere già accettato Gesù, per cui devono sbrigarsi a credere, altrimenti i pagani più numerosi prevaricheranno Israele spazzandolo via. Paolo accetta le altre nazioni ma, da fariseo (senza alcuna connotazione peggiorativa del termine), continua a credere che Israele sia la privilegiata. Paolo resiste su questa posizione fino alla fine degli Atti degli apostoli (At 28, 26-28). La lettera ufficiale che, sulla base della decisione del concilio di Gerusalemme viene inviata ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia (comunità ellenistico-cristiane, zone fuori della comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme) poteva non essere vincolante, e fa scoppiare un litigio fra Paolo e Barnaba: il primo infatti, vuole diffondere fra tutte le comunità da lui create la decisione di Gerusalemme che conserva la posizione privilegiata d’Israele e obbliga tutti i giudei convertiti a restare comunque vincolati dalla Torah, mentre Barnaba si oppone e chiede di portare con sé l’evangelista Giovanni detto Marco che non aveva potuto svolgere la sua funzione in precedenza proprio a causa di Paolo e che per questo li aveva abbandonati (At 13, 13). Paolo si oppone dicendo che Marco se ne era andato (ma non si chiede perché se ne fosse andato), ed il conflitto sfocia nella separazione definitiva della coppia (At 15, 36-40), che pur era stata inizialmente scelta e inviata in missione dallo Spirito Santo (At 13, 2-3). A quel punto, mentre Barnaba riprende da Cipro (At 15, 39), Paolo va in direzione opposta, verso la Siria e la Cilicia (At 15, 41), omettendo così di dar corso al progetto iniziale che lui stesso aveva proposto a Barnaba: “Ritorniamo a visitare i fratelli di tutte le città cui abbiamo annunziato la Parola del Signore” (At 15, 36), il che voleva dire per l’appunto ricominciare da Cipro (At 13, 4) (Rius-Camps J., Diario di Teofilo, ed. Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2016, 196s.). Questo vuol anche dire che l’evangelizzazione di Paolo sarà comunque sempre diversa da quella di Barnaba e Marco. Infatti Paolo, a Listra - colonia romana della Licaonia - circoncide Timoteo e lo porta con sé per dimostrare che la Torah non ha perso valore; cerca così di trasmettere in tutte le città che visita i precetti imposti da Giacomo a Gerusalemme (At 16, 3-4). Ma a quel punto interviene di nuovo lo Spirito Santo che impedisce a Paolo di portare avanti in quel modo la sua missione in Frigia e Galazia; lo fa andare in Macedonia, a Filippi, dove non c’è nessuna sinagoga, tanto che il sabato va lungo il fiume dove ha sentito dire che c’è un luogo di preghiera (At 16, 6-13). Paolo ancora non desisterà nonostante i ripetuti interventi dello Spirito Santo (es. At 17, 1-34; 18, 18-23) (Rius-Camps J., Diario di Teofilo, ed. Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2016, 198ss.). Ci vorrà del tempo perché Paolo riconosca che si può essere cristiani senza osservare la legge mosaica.