Khamenei e Videla
di Stefano Sodaro
di Stefano Sodaro
Ci sono anni che non si parlano, ma si rispondono.
Il 1976 e il 1979, per esempio.
Nel primo, l’Argentina di Isabela Perón cade sotto la giunta militare di Jorge Rafael Videla. Nel secondo, l’Iran rovescia lo Shah Mohammad Reza Pahlavi e inaugura la Repubblica islamica che porterà, da ultimo, Ali Khamenei al vertice del nuovo ordine politico. Due rivoluzioni opposte — una militare, una teocratica — ma figlie dello stesso clima globale: la paura come infrastruttura del potere.
Non è un confronto. È una sincronia.
Due regimi che nascono nello stesso ciclo storico
Nel 1976, la giunta argentina inaugura la Guerra Sucia, amministrando la violenza come politica di Stato: sequestri, desaparecidos, tortura, eliminazione sistematica dell’opposizione. Tutto documentato dalla storiografia internazionale.
Nel 1979, la Rivoluzione islamica rovescia un regime filo‑occidentale e instaura un sistema che fonde autorità religiosa e potere politico, con un controllo capillare sulla società civile.
Due modelli diversi, una stessa genealogia: la costruzione di un ordine che si legittima attraverso un bene superiore — la civiltà occidentale cristiana da un lato, la purezza islamica dall’altro.
La normalità diplomatica come rivelazione
Eppure, mentre uno eliminava oppositori in nome dell’anticomunismo e l’altro consolidava un regime teocratico, Argentina e Iran continuavano a riconoscersi reciprocamente. Le relazioni diplomatiche, stabilite nel 1902, non vengono interrotte né dal golpe del ’76 né dalla rivoluzione del ’79.
Questo è il punto:
la violenza di Stato non isola — si integra.
La diplomazia non giudica: registra il potere.
La giunta argentina e la nascente Repubblica islamica non avevano nulla in comune, ma si riconoscevano come Stati.
È la geopolitica, non la morale, a decidere chi è legittimo. Anche l’Italia riconobbe, e senza esitazioni, la Repubblica Islamica di Khomeini.
Le relazioni internazionali: assi paralleli, non un triangolo
Negli anni Settanta e Ottanta, Argentina, Iran e Israele erano tutti inseriti in reti diplomatiche complesse, ma non formavano un triangolo geopolitico. Le loro relazioni vanno tenute distinte.
• Argentina e Iran mantennero relazioni diplomatiche ininterrotte, anche durante la dittatura di Videla e dopo la Rivoluzione islamica del 1979.
• Argentina e Israele continuarono a riconoscersi reciprocamente, pur in presenza di un antisemitismo strutturale all’interno della Giunta, reso evidente dal caso Timerman: un giornalista ebreo sequestrato e torturato, liberato nel 1979 anche grazie a pressioni israeliane.
• Iran e Israele avevano una relazione autonoma e contraddittoria, che riguardava solo loro due: cooperazione aperta sotto lo Shah, contatti clandestini durante la guerra Iran–Iraq, ostilità pubblica sul piano ideologico.
Questi tre assi non si incrociano. Mostrano solo che, in quegli anni, la diplomazia internazionale non si allineava automaticamente alla natura dei regimi.
Jacobo Timerman, giornalista argentino ebreo, fu sequestrato nel 1977, torturato e detenuto illegalmente dalla giunta.
Nel 1979 venne deportato in Israele, dove fu accolto come simbolo della persecuzione antisemita del regime.
Il suo caso mostra due cose:
La dittatura argentina manteneva normali relazioni diplomatiche con Israele, senza alcun boicottaggio morale reciproco. Ma questo non la rendeva ‘amica’ in senso etico: al suo interno operava un antisemitismo strutturale, con tratti ideologici che guardavano anche al nazionalsocialismo;
la geopolitica non è mai lineare: mentre Argentina e Iran mantenevano relazioni stabili, Israele si trovava a denunciare la brutalità della Giunta proprio attraverso la vicenda di Timerman.
Timerman non sposta il centro del problema.
Lo complica.
Mostra che la violenza istituzionale non produce mai alleanze morali, solo alleanze funzionali — e fratture improvvise.
La dittatura argentina odiava gli Ebrei esattamente come la dittatura nazista, ma esattamente pure come la teocrazia falsamente islamica di Khamenei. Subentra - forse -, a pensarci su bene, una sensazione di capogiro. L’Amministrazione USA repubblicana di Gerald Ford riconosce subito la Giunta Militate argentina che pur odia gli Ebrei. E Jimmy Carter, democratico, avversario irriducibile di Khomeini - che è orrendamente antisemita - loda Videla, senza badare al fatto che sia altrettanto antisemita. Interessante quanto scrive Filippo Fiorini su La Stampa nel 2016 qui.
La tesi: non l’analogia, ma la struttura
Accostare Khamenei e Videla non serve a dire - solo - che siano in fondo abbastanza simili.
Serve a mostrare che la violenza istituzionale ha una grammatica ricorrente, indipendente dalla religione, dalla cultura, dalla geografia.
La grammatica è questa:
proclamare un bene superiore,
definire un nemico interno,
trasformare la violenza in cura,
trasformare la paura in ordine.
È questo che li unisce.
Più che la storia.
Più che la teologia.
La struttura. Quella microfisica del potere di cui parlava Michel Foucault, che pure ammirò inizialmente la Rivoluzione Islamica del ‘79.
Ci sono, dunque, nomi che non si accostano per analogia, ma per rivelazione. Non perché siano uguali, ma perché, messi uno accanto all’altro, mostrano la struttura che li sostiene. Khamenei e Videla appartengono a mondi lontanissimi, e proprio per questo la loro vicinanza produce un lampo: due sistemi che hanno trasformato la trascendenza in sovranità, la morale in disciplina, la salvezza in ordine.
Non è un confronto: è un’epifania del potere quando decide che l’umano è un rischio.
Il dispositivo della purezza
In Iran, la dottrina del velayat-e faqih ha costruito un’autorità che si presenta come garante della continuità religiosa, custode della verità, interprete ultimo della volontà divina. In Argentina, la giunta militare si proclamava difensore della “civiltà occidentale e cristiana”, un’idea di cristianità ridotta a fortezza, a identità, a frontiera morale.
Due linguaggi diversi, una stessa grammatica: la purezza come giustificazione del controllo.
La purezza come sospetto verso la pluralità.
La purezza come dispositivo che trasforma la differenza in minaccia.
Quando un potere si proclama custode del bene, il dissenso diventa automaticamente peccato.
Il nemico come categoria teologica
Ogni regime che sacralizza se stesso ha bisogno di un nemico che non sia solo politico, ma morale.
In Iran, la donna che rivendica autonomia, il giovane che protesta, il corpo che non si conforma.
In Argentina, l’oppositore, lo studente, il sindacalista, chiunque non rientrasse nel progetto di “ordine cristiano”.
Il nemico non è un avversario: è un’anomalia.
E l’anomalia, in un sistema che si crede salvifico, non si discute: si corregge.
La memoria come asimmetria
L’Argentina ha attraversato un processo di memoria che ha reso Videla un simbolo universale del male istituzionale.
L’Iran contemporaneo è ancora dentro la propria storia, non dopo. La memoria non è ancora possibile: c’è solo la cronaca, la testimonianza, la denuncia.
Questa asimmetria dice qualcosa anche a noi: non tutte le società hanno lo stesso rapporto con la propria ombra. Alcune la riconoscono, altre la amministrano, altre ancora la trasformano in dottrina.
Il punto non è loro: siamo noi
Accostare Khamenei e Videla non serve a giudicare due figure, ma a interrogare la tentazione che attraversa ogni istituzione religiosa quando smette di essere relazione e diventa identità.
Quando la teologia si irrigidisce in morale.
Quando la morale si irrigidisce in disciplina.
Quando la disciplina si irrigidisce in sicurezza.
È allora che la Religione — ogni Religione — rischia di parlare il linguaggio dell’ordine invece che quello della liberazione.
Non perché voglia imitare quei sistemi, ma perché condivide la stessa paura: la paura della pluralità, della carne, dell’imprevedibile.
La domanda finale
Che cosa accade quando un’istituzione che nasce per liberare si ritrova a proteggere se stessa?
Accade che la trascendenza diventa sovranità.
Accade che la cura diventa controllo.
Accade che il bene diventa un recinto.
Khamenei e Videla, messi insieme, non sono un paragone: sono un avvertimento.
Non su di loro, ma su di noi.
Su ciò che accade quando la fede — qualunque fede — dimentica che la sua forza non è la purezza, ma la relazione.