Foibe, Trieste e la verità difficile: : perché “uccisi perché italiani” non basta a spiegare la storia
di Stefano Sodaro
di Stefano Sodaro
A Trieste circola una convinzione diffusa: i partigiani titini avrebbero infoibato “gli italiani perché italiani”. È un’idea che nasce da un trauma vero, stratificato nella memoria familiare della città; ma la storiografia più solida non la conferma così com’è. Dire la verità—per intero—non è un esercizio accademico: è un atto di igiene civica. E serve, qui più che altrove, per non trasformare il dolore in ideologia.
1) I fatti che non si discutono
Gli eccidi e le deportazioni compiuti da forze jugoslave nel 1943 in Istria e nel 1945 tra Trieste‑Gorizia‑Fiume sono realmente avvenuti. Le vittime furono alcune migliaia; la stima prudente della storiografia specialistica (Raoul Pupo, Roberto Spazzali) è 3.000‑5.000 complessive, includendo chi fu ucciso nelle cavità carsiche e chi morì nei campi o durante le deportazioni. La stessa storiografia invita a non usare “foibe” come sinonimo totale di tutte le morti: molte avvennero fuori dalle cavità; occorre distinguere tra uccisi e deportati per non creare equivoci quantitativi e simbolici.
Ogni 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo, osservatori e fact‑checkers ricordano quante versioni manipolate—dalle cifre elastiche alle foto fuori contesto—avvelenino il dibattito, senza che questo metta minimamente in dubbio l’esistenza dei crimini. La lotta ai falsi miti protegge la verità storica, non la nega.
2) Il nodo del movente: etnico o politico‑militare?
Qui sta la differenza tra memoria e storia. Gli storici convergono su un punto essenziale: nel 1943/45 la repressione jugoslava mirò anzitutto a neutralizzare fascisti, collaborazionisti e oppositori reali o presunti del nuovo ordine politico, non “gli italiani in quanto tali”. La stessa commissione italo‑slovena degli anni ’90 ha messo per iscritto che i documenti non indicano un piano di eliminazione degli italiani come gruppo etno‑nazionale; colpirono anche innocenti, sì, ma nell’ambito di epurazioni politico‑militari e di una presa del potere rivoluzionaria, non di uno sterminio etnico programmato.
Il fatto che molte vittime fossero italiane non prova, da solo, un intento genocidario: in un territorio amministrato per decenni dallo Stato italiano e profondamente segnato dal fascismo, apparato pubblico, forze dell’ordine, notabili locali, personale politico erano in larga maggioranza italiani. Colpire quegli apparati significò colpire soprattutto italiani—ma non “gli italiani” come tali.
3) Perché allora Trieste “sente” che fu odio anti‑italiano?
Perché a Trieste il trauma dell’occupazione del maggio 1945 fu reale: arresti, deportazioni e sparizioni improvvise, vissute da famiglie italiane in una città sospesa tra due Stati e identità nazionali contrapposte. La Guerra fredda incistò quella ferita in narrazioni politiche speculari: la destra fece del tema un vessillo identitario; parte della sinistra reagì minimizzando; la memoria popolare scelse l’etnia come chiave semplice per dare senso al dolore. Gli anni recenti hanno aggiunto una coltre di miti mediatici—film, fumetti, slogan—che hanno cementato l’equazione “uccisi perché italiani”. Ma la ricerca storica ci chiede un passo in più.
4) Due luoghi simbolo, due lezioni di metodo: Basovizza e Villa Surani
Basovizza è il nostro altare civile. È giusto esserlo: il luogo è divenuto Monumento Nazionale nel 1992 e rappresenta la tragedia di un’intera frontiera. Ma il dato documentale degli scavi alleati (settembre‑ottobre 1945) parla chiaro: otto i corpi recuperati, dopo di che le autorità anglo‑americane usarono il pozzo come discarica di residuati bellici. La forza del simbolo resta intatta; ma la verità storica ci chiede di saper tenere insieme simbolo e documento, senza confonderli.
Diverso il caso della Foiba di Villa Surani (Istria), una cavità naturale dove fu gettato il corpo di Norma Cossetto: il 10 dicembre 1943 i Vigili del Fuoco di Pola estrassero la sua salma e altre. È uno dei pochissimi siti istriani con recuperi immediati in tempo di guerra. È un fatto storico accertato che non ha bisogno di enfasi per essere rispettato.
5) Dire “crimini” non basta: bisogna chiamarli col loro nome giuridico
Gli infoibamenti furono crimini di guerra / crimini contro l’umanità. Per parlare di genocidio servirebbe—ai sensi della Convenzione del 1948—l’intento specifico di distruggere un gruppo “in quanto tale”. È la ragione per cui la storiografia prevalente non usa la categoria di genocidio per le foibe, mentre la usa—con tutte le cautele del caso—per altri scenari contemporanei (Gaza), dove organi ONU e la Corte Internazionale di Giustizia hanno riconosciuto un “rischio plausibile” o persino parlato di “genocidio in corso” in rapporti formali. Non sono parole intercambiabili: sono categorie giuridiche—e morali—con pesi diversi.
6) La verità intera: responsabilità, contesto, compassione
C’è una frase che a Trieste dovremmo ripeterci: “Capire non è giustificare”. Mettere in contesto la violenza jugoslava significa ricordare—senza sconti—anche la violenza del fascismo di confine e dell’occupazione italiana in Jugoslavia: italianizzazione forzata, incendi di villaggi, campi come Arbe/Rab e Gonars, la famigerata Circolare 3C del generale Roatta (“non dente per dente, ma testa per dente”), il monito del generale Robotti (“si ammazza troppo poco!”). Questi fatti spiegano la spirale di ritorsione del 1943/45; non la assolvono.
Che cosa chiedere oggi alla nostra città
Onestà storica.
Dire che gli infoibamenti furono crimini sì, ma non “genocidio anti‑italiano” in senso tecnico; riconoscere la pluralità delle vittime (anche sloveni e croati anti‑titini) e la logica politico‑militare della repressione.
Rispetto dei simboli, senza mitologie.
Basovizza è un segno: non dipende dal numero dei corpi; ma l’esattezza documentale (otto recuperi nel ’45; riempimento alleato) è un dovere verso i vivi e verso i morti.
Educazione civile.
Nelle scuole e negli spazi pubblici, distinguere memoria (legittima, plurale) e storia (documentata, verificabile). Smontare i falsi miti non per “ridimensionare”, ma per onorare la verità.
Una grammatica delle parole giuste.
Crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio non sono sinonimi. La Convenzione del 1948 ci chiede di usarli con precisione—anche quando fa male. [lordinenuovo.it]
Conclusione
Le foibe sono storia vera e ferita viva. Ma la dignità del lutto sta nel non trasformarlo in dottrina, nel saper tenere insieme simbolo e documento, contesto e responsabilità.
Se Trieste saprà farlo, potrà finalmente insegnare all’Italia che la verità non si misura a slogan. Si misura al coraggio di guardarla in faccia.