Nicea
di Dario Culot
di Dario Culot
Costantino con i vescovi al concilio di Nicea – affresco di Cesare Nebbia (1544-1618) nel Salone sistino della Biblioteca Vaticana.
Si vede al centro la Bibbia in un unico tomo, ed è nota la fake news, rivitalizzata da Voltaire, secondo cui i padri avrebbero messo al centro tutti i libri uno sull’altro e quelli che sarebbero caduti dalla pila sarebbero stati estromessi dal canone.
L’imperatore Costantino (che ha governato dal 306 al 337) era nato nei Balcani, in quella che oggi si chiama Serbia, ma la grande Roma di allora non aveva problemi nell’integrare gli immigrati, e non li respingeva. Immaginate invece come oggi un Salvini o un Vannacci accetterebbero un primo ministro italiano proveniente da Belgrado: un’orribile contaminazione della pura identità italiana![1]. E non è allora anche curioso che noi, fieri della nostra identità, chiudiamo le porte delle frontiere alla vita che viene da fuori, ma non al denaro che viene da fuori? Comunque, proprio vivendo in un ambiente culturalmente stimolante e aperto, Costantino aveva capito che bisognava sdoganare i cristiani, sempre più numerosi nonostante le persecuzioni, e con lungimiranza politica aveva capito che il cristianesimo, ormai molto espanso, poteva assolvere il ruolo che aveva avuto la religione classica:[2] se non puoi battere il nemico, unisciti a lui!
Nel 313 d.C., aveva perciò emanato l’Editto di Milano, con cui garantiva la libertà di culto a tutte le religioni (non solo quella cristiana), ponendo quindi formalmente fine alle persecuzioni contro i cristiani. Nel 380 l’imperatore Teodosio avrebbe imposto il cristianesimo come unica fede riconosciuta nell’Impero. Così l’editto di tolleranza di Costantino si era presto trasformato in un’imposizione obbligatoria per tutto l’impero[3].
A metà di quel periodo denso di novità, fra maggio e luglio del 325 d.C., si è tenuto il primo concilio ecumenico, cioè universale, comprensivo di tutte le comunità cristiane[4]. L’anno scorso, quindi, la Chiesa ha celebrato i 1700 anni del concilio di Nicea (oggi la località si chiama Iznik, vicino a Costantinopoli, il cui nome più antico era Bisanzio, mentre oggi la città si chiama Istànbul), e ogni domenica – forse anche inconsapevolmente - i cristiani che vanno a messa ricordano Nicea recitando il Credo[5]. Nella sua lettera In unitate fidei del 23.11.2025, papa Leone XIV ha scritto al §5: «I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è dalla sostanza (ousia) del Padre [...] generato, non creato, della stessa sostanza (homooúsios) del Padre. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario. Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, “sostanza” (ousia) e “della stessa sostanza” (homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario. L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci».
Poco dopo Raniero La Valle ha scritto che non è proprio una “news”, ma millesettecento anni fa c’è stato il concilio di Nicea ed è come se fosse oggi, perché nella storia degli effetti non c’è stato un evento che rimanendo sé stesso sia rimasto così gravido di conseguenze fino ad ora[6].
Ho atteso la fine dell’anno, e non ho trovato commenti critici di alcun tipo su questo concilio[7]. Di sicuro non ho letto tutto quello che è stato scritto nel 2025 su questo concilio, ma sono rimasto un po’ stupito dell’assoluta mancanza di critiche. Allora ci provo io a mettere sul tavolo qualche dubbio, su cui invito a meditare. Mi chiedo infatti se il ricordo di questo concilio, passato inosservato al di fuori della Chiesa, ci invita solo a riesaminarlo aderendo in pieno alla Tradizione, oppure ci invita a controllare se le sue fondamenta – così distanti dalla nostra società secolarizzata - siano ancora perfettamente solide.
Infatti, la domanda principale su questo concilio dovrebbe oggi essere: perché le sue conclusioni dovrebbero ancora essere così determinanti dopo 17 secoli? Se oggi non riconosciamo e non accettiamo quasi nulla delle idee, della cultura, del modo di vivere, della politica del IV secolo dopo Cristo, perché dovremmo accettare i principi religiosi in allora stabiliti,[8] senza sollevare alcuna obiezione o dubbio critico? Tanto più che in questi ultimi decenni si è passati dall’enfatizzare l’autorità della Chiesa (periodo prima del concilio Vaticano II) a privilegiare la Scrittura (periodo post concilio).
La domanda mi sembra ineludibile, e soprattutto cruciale perché oggi sappiamo che Nicea e i successivi tre concili (fondamentali nel formare la teologia della Chiesa tuttora insegnata) non sono stati convocati, presieduti o organizzati dai corrispondenti vescovi di Roma, cioè dai papi, né da altri vescovi importanti. Quei quattro concili, così decisivi per la fede e la vita della Chiesa, sono stati tutti convocati, organizzati e presieduti da quattro imperatori: Nicea[9] da Costantino; Costantinopoli[10] da Teodosio I; Efeso[11] da Teodosio II; Calcedonia[12] da Marciano. Mi stupisce allora che, nel commemorare l’anniversario, sostanzialmente nessuno abbia sollevato il minimo dubbio. Almeno il dubbio che la teologia definita in quei concili sia stata inevitabilmente una dottrina collegata alla politica; o meglio, inquinata dalla politica perché approvata dal potere politico che aveva l’ultima parola al riguardo; in questo senso anche il Credo che ancora oggi recitiamo – che non dice una sola parola su quanto ha fatto e detto Gesù in vita, mentre oggi il centro della teologia dei vangeli sembra focalizzarsi sulla vita terrena di Gesù, - è uscito da quel concilio come una teologia al servizio della politica nel senso deteriore del termine, in quanto era necessariamente una teologia che interessava direttamente al potere politico, facendo emergere un «dio» al servizio degli interessi dell’imperatore.
Se non siete mai stati sfiorati da alcun dubbio, trasportiamo il tutto a oggi, e domandiamoci: se oggi quel concilio venisse convocato da Trump o da Putin (attuali imperatori del mondo); se tutti i vescovi, scelti e convocati dal presidente degli USA o della Russia fossero alloggiati e spesati a cura di questi politici alla Casa Bianca o al Cremlino; se i vescovi, durante il concilio, venissero insigniti di titoli e privilegi da poter poi sfruttare anche al loro ritorno a casa; se alla chiusura del concilio fossero onorati, come ha fatto Costantino, con uno splendido e luculliano banchetto nei saloni del palazzo imperiale[13]. La cena di commiato era stata talmente grandiosa, racconta Eusebio di Cesarea – vescovo partecipante al concilio, nonché primo grande storico della Chiesa, - che: «uno avrebbe potuto immaginarsi di essere davanti a una immagine del regno di Cristo»[14]. Chiediamoci allora onestamente: oggi accetteremmo senza batter ciglio le decisioni di un simile concilio? Oppure, essendo più smaliziati, ci chiederemmo subito se Trump o Putin non hanno forse cercato di controllare o almeno indirizzare quei vescovi? Come mai non ci si chiede cosa gli imperatori hanno concesso ma anche cosa hanno ottenuto in cambio da questi concili da loro convocati, pagati, riservandosi perfino il potere di approvare i risultati finali? Avrebbero questi risultati potuto essere in contrasto con gli interessi degli imperatori che si riservavano di approvarli?
Se solo si ragiona con calma, concludiamo che arrivare a una definizione teologica di Gesù, partendo dal punto di vista del potere imperiale, non può certamente portare agli stessi risultati che si sarebbero raggiunti partendo dalle idee e dagli interessi della gente semplice, soprattutto dei poveri del popolo, quelli più sottomessi e umiliati dal potere imperiale (come accadeva, ad esempio, ai contadini tartassati sotto Teodosio).
Con la consueta lucidità, il teologo Castillo José Maria aveva giustamente osservato: se il commento di Eusebio sul banchetto finale esprime fedelmente ciò che è successo a Nicea, non sembra esagerato affermare che degli uomini, i quali vedevano in quei termini il regno di Cristo (pasciuti, sazi e soddisfatti), difficilmente potevano porre in maniera appropriata i pilastri di una cristologia che risultasse fedele ai vangeli, alla cristologia del ‘sono venuto non per essere servito, ma per servire’ (Mc 10, 45), o della kenósis di chi «assunse condizione di servo» (Fil 2, 7)[15].
Gesù è categorico su questo punto: “Non così dovrà essere tra voi” (Mt 20, 26). Pertanto, un cristiano deve fare esattamente tutto il contrario: “colui che vorrà salire, sia vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, sia vostro schiavo” (Mt 20, 26-27). Nel dire queste cose Gesù rovescia i criteri sui cui si basava (e tuttora si basa) la società. Al posto dei verbi salire, avere e comandare, - come ha detto più volte fra Alberto Maggi - Gesù nel Vangelo aveva posto i verbi abbassarsi, condividere e servire. Eppure, con l’approvazione di Costantino, il magistero ha rovesciato questo insegnamento di Gesù tornando al modello precedente, che vigeva da per tutto nel mondo, e che tuttora prospera alla grande.
Ai vescovi rappresentanti di questo Dio unico, Costantino ha concesso in quel concilio così tanti privilegi e benefici da elevarli alla condizione dell’ordo romano (e quindi pagano) degli honestiores, cioè al livello della classe privilegiata dei senatori e dei cavalieri di Roma in contrapposizione agli humiliores (i popolari, i plebei). Ora, denominando honestiores (i più rispettabili) gli estremamente ricchi, e humiliores (esseri inferiori) il resto delle persone libere che comprendeva circa il 99,5 % della popolazione,[16] era chiaro a tutti che i vescovi – col concilio di Nicea, - erano saliti di colpo (meglio: schizzati) a un livello più alto rispetto agli altri seguaci laici di Cristo. Certamente l’imperatore, che ancora rivestiva la carica di pontifex maximus (sommo pontefice[17]) aveva il potere di fare queste concessioni, ed essendosi a quel punto fatti strettissimi i legami fra Stato e Chiesa, l’imperatore era diventato il vero capo sia dello Stato che della Chiesa, o almeno così era visto dalla generalità della popolazione[18].
Del resto, stando sempre a Eusebio di Cesarea, Costantino definiva se stesso “vescovo al di fuori della gerarchia”[19]. In parole povere, non gl’importava niente del sacramento dell’ordine che la Chiesa ci dice essere stato istituito da Gesù Cristo in persona. Quello che gl’interessava era il potere, e che nessuno lo disturbasse su quell’alto gradino che occupava.
Se da Costantino in avanti le comunità cristiane sono riuscite a vivere in pace – come oggi vive la maggior parte delle nostre parrocchie – forse era perché avevano ormai tradito il messaggio di Gesù: le comunità, obbedendo al magistero ormai pienamente inserito nel sistema politico dominante, si erano prontamente adeguate e adagiate, non erano più il sale della pietanza; la testimonianza dei cristiani non scuoteva la società; tutti erano contenti di osservare la legge. E per l’appunto Gesù è stato assassinato in nome della legge, perché – dicono i vangeli - non osservava la legge. Se queste comunità non soffrivano più la persecuzione è perché il potere (politico e religioso) non vedeva in esse ormai nulla di pericoloso; se ne stavano tranquille e in pace, come noi oggi in occidente.
E quante volte, con l’Inquisizione, la Chiesa – ormai ricca e potente - è poi ricorsa al braccio secolare dello Stato per far tacere chi con troppa veemenza la criticava e non seguiva i suoi insegnamenti che non dovevano essere messi in discussione?
Invece non va dimenticato che seguire il Gesù dei vangeli comportava e comporta rinunciare per sempre al potere e alla ricchezza[20]. E stando sempre agli insegnamenti di Gesù non riportati nel Credo, i suoi seguaci non devono accettare titoli di distinzione o unicità, vale a dire, non devono accettare di essere chiamati «maestri», né «padri»,[21] né «signori», perché tutti sono «fratelli», ossia tutti sono uguali, allo stesso modo. Di più: se c’è qualcosa in cui devono distinguersi, questo deve essere nel fatto che ognuno è un «servo» di tutti, come colui che serve a tavola, il cameriere o il domestico (diákonos) (Mt 23, 8-11)[22].
Non vi sfiora allora il dubbio che a Nicea, nonostante quanto dichiarato da papa Leone nella sua lettera In unitate fidei, anziché seguire Gesù, si siano gettate le basi affinché i privilegi del Dio unico e i privilegi del clero potessero fondersi in una teologia politica e che, con simili basi di partenza, non a caso si sia intrapresa decisamente la strada di una cristologia che esaltava la divinizzazione di Gesù? Non dico che sia certamente avvenuto così, ma forse qualche dubbio è più che legittimo.
L’atto più importante uscito dal concilio è stato Simbolo Niceno, in cui si affermava la consustanzialità del Figlio col Padre[23]. In effetti, a ben pensarci, dovremmo domandarci se per Costantino era meglio essere equiparato a Dio al quale tutti devono obbedire, oppure essere indicato come il servitore di tutto il popolo di fronte al quale è lui a mettersi in ginocchio? Era meglio essere confermato imperatore unico, oppure essere meno dell’ultimo degli schiavi? Di fronte alla scontata risposta, non è allora piuttosto evidente che la proclamazione della divinità di Gesù favoriva egregiamente il governo di Costantino?[24]
Non vi suona alcun campanello di allarme quando i dogmi centrali della fede cristiana risultano essere stati proposti, redatti e approvati in modo tale che i grandi poteri del mondo, che così spesso si erano dimostrati disumani e non certo modelli di esemplarità, non si sono affatto sentiti inquieti o a disagio davanti al Dio presentato loro dalla Chiesa nei suoi primi quattro concili ecumenici? E non è che questi poteri del mondo siano poi stati chiamati a gestire le cose in maniera tale che la nostra idea di Dio e di Cristo, e la nostra idea di salvezza hanno finito per essere esattamente quelle che i potenti di questo mondo hanno subito gradito perché non disturbavano i loro interessi[25]. E allora aveva forse tutti i torti Karl Marx a definire la religione oppio dei popoli[26] perché non aveva contribuito a cambiare le enormi disuguaglianze della società, ma anzi le aveva consolidate, per cui invitava a reagire?
Ma ci si deve porre anche altre domande: interesse dell’imperatore, col concilio, era sicuramente mantenere l’unità dell’impero. Ma non solo. Oltre a questo, e probabilmente al di sopra di questo, era suo interesse specifico legittimare il suo potere assoluto. E per questo non dobbiamo solo guardare a ciò che i concili hanno detto, ma anche a quello che hanno lasciato intendere senza dirlo espressamente. È cioè chiaro che l’imperatore, ambendo al potere assoluto e al posto più alto della piramide gerarchica, mai avrebbe potuto accettare, dal concilio da lui stesso convocato, definizioni sulla necessità di mettersi al servizio degli altri e sul rovesciamento della piramide.
Si può cioè ragionevolmente sospettare che le preoccupazioni di Costantino non erano tanto preoccupazioni di ortodossia teologica, avendo invece egli un notevole interesse a dare giustificazione e legittimazione al suo potere assoluto: per questo gli serviva assai poco l’umanità di Gesù e ancor meno l’umanità umiliata, fallita e disprezzata di quel galileo brutalmente giustiziato in sintonia con le leggi dell’impero. Che se ne faceva di un Gesù che si era fatto servo? Senza alcun dubbio, all’imperatore tornava utile un unico Dio assoluto, che fosse a favore dell’impero e dell’imperatore, e i cui rappresentanti in terra stavano al fianco suo e del suo Impero, riconoscendogli piena legittimazione davanti al popolo.
Ma c’è anche dell’altro: quando il cristianesimo, ormai sdoganato, ha ottenuto i favori del governo, rapidamente è passato da perseguitato a persecutore (non proprio un’attività di chi serve), cercando di imporre a tutti il proprio Credo, e l’istituzione presto si è organizzata in modo che gli stessi vescovi, giungessero ad essere lodati ed elevati a una dignità quasi «divina»; col che anche Gesù non poteva che essere divino, non potendo di certo essere declassato a uomo servo degli ultimi: i vescovi, in tal caso, si sarebbero trovati in una posizione superiore alla sua.
La Didascalia apostolorum, una compilazione di norme canoniche e liturgiche accettate in particolare dalla Chiesa d’Oriente siriaca, già molti secoli prima del più famoso Dictatus papae occidentale di Gregorio VII del 1075 (quello che, al punto IX, stabiliva che tutti i principi dovessero baciare il piede al papa), è un chiaro esempio di quanto si sta dicendo, perché loda il vescovo fino al punto di dire che «regna al posto di Dio e deve essere venerato come Dio, perché il vescovo vi guida in rappresentanza di Dio» (XXVI, 4). E poco dopo il testo aggiunge: «stimate il vescovo come fosse la bocca di Dio» (XXVIII, 9). E ancora: «amate il vescovo come un padre, temetelo come un re, onoratelo come Dio» (XXXIV, 5). E al vescovo, dal canto suo, viene detto: «Giudica, o vescovo, con potestà come Dio» (XII,1). Un’immersione nel servizio umile, non c’è che dire! Insomma, nel giro di pochi decenni i cristiani, considerati fino a quel momento poveri atei diseredati, sono stati integrati in una religione riconosciuta dall’Impero, e i dirigenti della Chiesa, sono stati pure sacralizzati; di più, «divinizzati», posti alla stessa altezza di Dio, o se si vuole, al posto di Dio[27]. Facendo poi parte degli honestiores non solo non potevano più subire alcun tipo di tortura, ma chi aggrediva la loro venerabile persona era lui soggetto alla pena di morte. Un abisso li separava ormai da Gesù.
Stando così le cose, questa «divinizzazione» dell’episcopato aveva a sua volta bisogno di trovare un solido supporto teologico che potesse giustificare una simile esaltazione del potere ecclesiastico. Oggi è del tutto evidente che tale esaltazione non si poteva trarre dalla vita terrena di Gesù, né dai suoi insegnamenti, e neanche da quelli offerti dagli apostoli.
Ecco allora l’importanza non solo per l’imperatore, ma anche per le alte sfere ecclesiastiche di battere sul tasto della divinizzazione di Gesù in Dio. Solo un Gesù divinizzato poteva giustificare un clero divinizzato, e il popolo gregge doveva solo obbedire ad entrambi, perché a Dio si deve ovviamente obbedire. anche se – stando ai vangeli - mai Gesù chiede di obbedire a lui o a Dio.
Ecco che ancora all’inizio del secolo scorso, papa Pio X poteva proclamare: “Solo nella gerarchia risiede il diritto e l’autorità necessaria per …dirigere tutti i membri… quanto alla moltitudine, questa non ha altro diritto (sic!) che quello di lasciarsi docilmente condurre e quello di seguire i suoi pastori”[28].
E ancora oggi, per il magistero più conservatore, non si è bravi cattolici se non si riconosce il principio di autorità della Chiesa cattolica, che vuol dire: obbligo di aderire a una dottrina dalla medesima autorità insegnata o a una norma da essa imposta sulla sola base di motivi legati all’identità di chi la propone, e non per motivi intrinseci alla cosa stessa. La scelta, cioè, non è tra argomentazioni, ma tra autorità (art. 470 Catechismo Pio X; nn. 1897-1899 Catechismo). Ripeto che in nessuno dei vangeli Gesù chiede obbedienza a sé stesso. Anzi, volendo che gli uomini fossero sempre più liberi e responsabili, aveva espressamente detto: «perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 57).
Di nuovo dovremmo domandarci: questo allontanamento dai vangeli per potenziare il clero e il suo insegnamento non è avvenuto perché condizionato da quel “da dove” si guardavano le cose? Com’era possibile, una volta saliti su un gradino così alto, prendere in considerazione e accettare l’abbassamento di Dio nell’uomo, l’umanizzazione di Dio (orientata verso il servizio, verso i poveri che occupano il gradino più basso)?
Ecco perché all’inizio ho detto che c’è stata anche un’intromissione d’interessi imperiali nella formulazione della fede cristiana. Per questo la teologia alla fine uscita dai primi quattro concili è sempre stata in linea con gli interessi politici degli imperatori, mai con gli interessi dei poveri e dei diseredati. Era stato cioè scelto “da dove” si doveva guardare. E da queste convergenze d’interessi fra imperatore e vertici ecclesiastici si può capire in maniera piuttosto lineare quanto è effettivamente accaduto a Nicea, e perché si è arrivati alla definizione formulata dal concilio, per quanto nel Simbolo della fede, che aveva definito il concilio, si insistesse sul fatto che tutto è stato formulato «per noi uomini e per la nostra salvezza» (Denz 125)[29].
Forse non è proprio così. Si è arrivati alla definizione sulla natura divina di Gesù, identificato con Dio, perché questo era essenziale soprattutto, per la ‘salvezza’ dell’imperatore: avere Dio dalla propria parte nella vita quotidiana, non è cosa dappoco.
Ovvio che l’imperatore poteva accettare solo definizioni che andassero bene con le idee che lui aveva del suo rango, del suo potere e dell’impero, che possono essere riassunte in questa formula: l’Imperatore celeste ed eterno (Dio) regge il mondo insieme con l’Imperatore terreno di Roma. Ecco che anche le idee religiose di Pantocrator (Onnipotente), suonavano come musica celestiale alle orecchie di Costantino, ben conciliandosi questi termini con il massimo rango dell’imperatore, padrone della terra, in sintonia con Dio, Padrone dell’universo.
Se invece pensate ancora che solo lo Spirito Santo abbia ispirato concretamente i padri conciliari (ma come si è visto alla nota 7 non la pensava così san Basilio), credete che Costantino, dopo aver convocato, pagato e diretto il concilio avrebbe approvato una dottrina che fosse in netto contrasto con i suoi interessi? Una dottrina che lo riducesse a un buon Abbà terreno o, peggio, ad essere servo di quelli che fino a quel momento erano suoi sudditi (visto che Gesù ha detto di essere venuto per servire e non per essere servito)? Certo che ha invece accettato di buon grado una dottrina che predicava un unico Dio in cielo, cui ben poteva corrispondere un unico imperatore in terra, mentre tutti gli altri restavano a un livello inferiore all’imperatore e dovevano obbedire[30]. Torno a ripetere a costo di annoiare: definire chi è Gesù, il Messia, il Signore, partendo dalla convergenza con le idee e gli interessi del potere imperiale, non può dare gli stessi risultati che si sarebbero avuti partendo dalla convergenza con le idee e gli interessi della gente, del popolo semplice, soprattutto del popolo povero, sottomesso e umiliato dal potere imperiale[31].
Mai Costantino avrebbe potuto accettare un risultato conciliare che avesse messo in evidenza che la realtà storica della vita di Gesù era quella di un uomo che non aveva fatto altro che mettersi al servizio degli altri, «schiavo di tutti», anche se lo Spirito Santo avesse soffiato in questa direzione.
Un imperatore che diventa servo del suo popolo? Ma v’immaginate l’imperatore di punto in bianco «schiavo di tutti»? Sete di potere e servizio non sono mai andati d’accordo. Forse oggi, visto che interpretiamo i vangeli in modo diverso da quel lontano passato, potremmo anche cominciare a pensare che quanto detto a Nicea non è necessariamente qualcosa d’immodificabile ed eterno. In effetti anche il direttore di “Famiglia Cristiana” ha recentemente riconosciuto che il linguaggio cristiano antico (quello dei primi Concili e della tradizione successiva) appare oggi distante, e che interpretazioni nuove sono necessarie per parlare a una società secolarizzata come la nostra[32].
(continua)
NOTE
[1] Chissà quali sorprese verrebbero fuori su questa purezza italica se Salvini e Vannacci facessero l’esame del Dna per stabilire chi erano i loro antenati.
Ma cosa è poi l’identità? L’identità esprime il senso stesso del nostro stare al mondo. Ma l’identità vuol dire posizione, e il posto di ciascuno si misura rispetto al posto altrui. Specialmente nell’agire politico, come insegnò Carl Schmitt, dove opera la distinzione fra amico e nemico, in luogo di quella fra buono e cattivo che vale per l’etica, o fra bello e brutto che funziona per l’estetica. Sicché l’identità politica si lascia racchiude in un motto: dimmi chi è il tuo nemico e ti dirò chi sei. Un bel problema se ti muovi in un paesaggio di identità sfuocate, d’avversari che si somigliano l’un l’altro come soldatini di piombo (Ainis Michele, La via visionaria alla politica, “la Repubblica” 27.12.2019, 34).
[2] Augias C. e Cacitti R., Inchiesta sul cristianesimo, ed. Gruppo editoriale L’Espresso, Milano, 2010, 172.
[3] Solo alcuni anni dopo il concilio (nel 392) con l’editto Cunctos populos, l’imperatore Teodosio imponeva «la proibizione generale, irrevocabile, di tutti i culti e riti sacrificali pagani» prevedendo per i trasgressori sanzioni non solo divine, ma anche umane: la condanna cioè per il reato di lesa maestà (Così Lorenz R., citato da Küng H., Cristianesimo, RCS, Milano, 1997, 834, nota 151). Curioso poi notare, che col decretale Vergentis in senium, papa Innocenzo III, nel 1199, condannava l’eresia non più solo come violazione della vera fede, ma anche come crimine di lesa maestà (Denzler G., Il Papato, ed. Claudiana, Torino, 2000, 61).
Certo, si può dire come papa Benedetto XVI (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi del 22.12.2005, in www.vatican.va / quindi: papa Benedetto XVI/ Discorsi/ 2005/ dicembre) che, col concilio Vaticano II non c’è stata discontinuità col passato, ma continuità nella consapevolezza di trovarsi con ciò in piena sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso, e in questa continuità si deve imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti dovevano necessariamente essere a loro volta contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in sé stessa mutevole; però sempre con la conferma che il patrimonio più profondo della Chiesa, e la purezza del Vangelo sono rimasti inalterati (il papa fa l’esempio della preghiera per l’imperatore romano: la Chiesa, mentre pregava per gli imperatori, ma ha rifiutato di adorarli, con ciò respingendo chiaramente la religione di Stato). Non sono così sicuro dell’esattezza dell’affermazione di papa Benedetto, perché:
- proprio in quanto la religione cattolica era religione di Stato, lo Stato operava come longa manus della Chiesa e giustiziava gli eretici su richiesta della Chiesa;
- dopo Teodosio, chi veniva colto a praticare un’altra religione era punito penalmente, col beneplacito della Chiesa; si è dovuto aspettare il concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e la cultura moderna, per rivedere e correggere alcune decisioni storiche del passato: pensiamo alla Dignitatis humanae con cui ha riconosciuto il principio della libertà religiosa. La discontinuità non è solo apparente, perché il cristiano che cambia religione non deve più temere di essere sanzionato;
- quanto alla certezza di trovarsi sempre in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù, vedasi quanto detto nel prosieguo dell’articolo a proposito del comandare (della Chiesa) e del servire (di Gesù).
[4] Di questo concilio, come del concilio di Costantinopoli del 381, non sono stati purtroppo conservati gli atti.
[5] Questo è il Simbolo di Nicea: “Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili ed invisibili. Ed in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre [cioè consustanziale; homooùsion in greco], mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, verrà per giudicare i vivi e i morti. Crediamo nello Spirito Santo.
Ma quelli che dicono: Vi fu un tempo in cui egli non esisteva; e: prima che nascesse non era; e che non nacque da ciò che esisteva, o da un’altra ipostasi o sostanza che il Padre, o che affermano che il Figlio di Dio possa cambiare o mutare, questi la chiesa cattolica e apostolica li condanna”.
Ovviamente chi è condannato dalla Chiesa non può aspirare al paradiso. Ma che fine hanno fatto quelli che sono morti prima del concilio e credevano che Gesù fosse un uomo, un grande profeta, ma non fosse Dio? Che fine hanno fatto quei credenti che dopo Nicea, ma prima di Costantinopoli, non credevano che lo Spirito Santo fosse Persona divina, visto che Nicea ha affermato solo di credere nello Spirito Santo, senza ancora individuarlo come Persona?
In ogni caso da subito il termine homoousion ha creato difficoltà: per molti padri di Nicea il termine indicava certamente che il Figlio non era meno divino del Padre e che entrambi perciò erano egualmente divini, così come in questo modo, i padri e i figli sono egualmente umani. Ma per gli occidentali invece e per alcuni orientali, “consustanziale” significava che Padre e Figlio erano una cosa sola in un'unica divinità. Non tutti intendevano negli stessi termini quel vocabolo estratto dal greco, che – come osservato - non esisteva nei vangeli. Non a caso, la controversia ariana era proseguita anche nel corso del successivo V secolo.
[6] La Valle R., Nicea…La carne di chi, “Prima loro”, 8.12.2025, in https://www.primaloro.com.
[7] Eppure – a dimostrazione del fatto che il concilio non aveva fornito quelle brillanti e definitive soluzioni che oggi si cercano di far passare per monolitiche, - il primo grande critico era stato, san Basilio, dottore della Chiesa, il quale aveva fatto questa rappresentazione della situazione della Chiesa subito dopo il concilio di Nicea: aveva paragonato il concilio ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo fra l'altro: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …” (De Spiritu Sancto, XXX, 77, richiamato da papa Benedetto XVI, nel suo discorso di auguri natalizi del 22.12.2005).
[8] Ibidem: Nicea dice che Dio esiste, ha parlato dapprima agli Ebrei rimanendo nascosto e Innominato, e a un certo punto della storia si è fatto presente nella carne degli uomini e delle donne e ha preso un nome nella persona di Gesù di Nazaret, attraverso di lui rimanendo in un rapporto di “scambio” (“admirabile commercium”) con gli uomini tutti e per sempre, sicché Dio si fa uomo e l’umanità si fa “partecipe della natura divina”.
[9] Nel 325: si fissò il dogma che Gesù è vero Dio: “Dio vero da Dio vero”.
[10] Nel 381: si fissò il dogma della Trinità: c’è un solo Dio che esiste in tre Persone.
[11] Nel 431: si fissò il dogma di Maria madre di Dio.
[12] Nel 451: si fissò il dogma di Gesù vero uomo oltre che vero Dio.
[13] Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, libro III, 15.21.
[14] Ibidem.
[15] Castillo J.M., L’umanizzazione di Dio, EDB, Bologna, 2019, 197s.
[16] Knapp R., Los olvidados de Roma. Prostitutas, forajidos, esclavos, gladiatores y gente corriente, Planeta, Barcelona, 2015, 12.
[17] Da allora la Chiesa si è strutturata secondo la piramide gerarchica dell’impero romano, infatti la dignità del papa è la massima fra tutte le dignità della terra (così ancora l’art.196 Catechismo di Pio X), e quindi, come il sommo pontefice romano (massima carica religiosa pagana, da cui il papa ha preso perfino il titolo dopo la rinuncia da parte dell’imperatore romano Graziano appena nel 376 d.C.), e al pari del sommo sacerdote di Gerusalemme, anche lui sta da allora in cima alla piramide religiosa, ed è il più vicino a Dio. Sotto di lui e alle sue dipendenze stanno i vescovi, i pastori dei fedeli, che a loro volta sono i superiori di tutti i fedeli ecclesiastici e laici (così ancora gli artt.206 s. Catechismo Pio X).
[18] Per avere un’idea della confusione dottrinale di quel periodo mi permetto di rinviare alle lunghe note 283s. del mio libro Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, con i rinvii bibliografici, che aiutano a capire come Nicea non era riuscita affatto a sconfiggere l’arianesimo, venendo anzi smentita dai successivi concili di Rimini e Seleucia. Lì si arrivò infatti a proibire l'uso del termine ousia (e perciò sia l'homoousios = della stessa sostanza, sia l'homoiousios = simile) e ci si limitava positivamente ad affermare che il Figlio era simile al Padre secondo le Scritture: era una formula quanto mai generica, che permetteva in sostanza a ognuno di conservare le proprie convinzioni.
[19] Appena negli ultimi anni del V secolo (492 – 496) papa Gelasio I scriverà una lettera all’imperatore Anastasio (cfr. Migne Patrologia latina (PL), Epistola VIII ad Anastasium Imperatorem, A 7s., tomo LIX, 42), nella quale il pontefice manifesta il criterio essenziale per quel che si riferisce al fondamento e all’esercizio del potere: «Ci sono due principi attraverso i quali si regge questo mondo, l’autorità sacra dei pontefici e la potestà regale» (Duo quippe sunt […] quibus principaliter mundus hic regitur: auctoritas sacrata pontificum et regalis potestas). L’auctoritas designa la superiorità morale che si fonda nel diritto, mentre la potestas è il potere politico di esecuzione. Questa distinzione, che ha portato via via alla pretesa superiorità del papa (vedi nota 17) anche nei confronti dell’imperatore, è durata fino alla netta separazione fra Stato e Chiesa.
[20] Carter W., El Imperio romano y el Nuevo Testamento, Estella, Verbo divino, 2001, 14s.
[21] Papa (dal greco πάπας, padre, quindi titolo espressamente vietato da Gesù nel vangelo: Mt 23, 9) è il titolo che la Chiesa cattolica usa per il vescovo di Roma, assieme a quello di sommo pontefice. In realtà sembra che il titolo di papa sia stato assunto appena nel 384 da Siricio.
[22] Castillo J.M., L’umanizzazione di Dio, EDB, Bologna, 2019, 281.
[23] Vedi nota 5.
[24] Culot D., Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 273.
[25] Castillo J.M., L’umanizzazione di Dio, EDB, Bologna, 2019, 189s.
[26] Marx K., «Critica della filosofia del diritto di Hegel», in Scritti politici giovanili, Einaudi, Torino 1975, 394-412: “La religione è il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito di una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio del popolo.”.
[27] Castillo J.M., Para comprender lo ministerios de la Iglesia, EDV, Estella 1993, 49ss.
[28] Enciclica Vehementer Nos dell’11.2.1906.
[29] Castillo J.M., L’umanizzazione di Dio, EDB, Bologna, 2019, 193s.
[30] Culot D., Gesù questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 272.
[31] Castillo J.M., L’umanizzazione di Dio, EDB, Bologna, 2019, 192.
[32] Stimamiglio S., Quale Gesù? I dubbi sull’ultimo libro di Vito Mancuso, “Famiglia Cristiana” n.3/2006, 7.