Eterodossia e ortodossia
di Dario Culot
di Dario Culot
La diocesi di Santiago di Compostela, il 28 gennaio 2026, festività di san Tommaso d’Aquino, ha ufficialmente fatto tenere una conferenza nel suo seminario al teologo “eterodosso” Andrés Torres Queiruga. L’indegno arcivescovo di Santiago Francisco José Prieto Fernández ha pienamente appoggiato la conferenza, che è stata preceduta da una messa da lui presieduta.
Con questa nota aggressiva fin dall’inizio,[1] il portale indipendente di notizie sulla Chiesa ha biasimato che, in un centro destinato alla formazione dei futuri preti, il vescovo si sia permesso di chiamare un teologo conosciuto per il suo sostegno a tesi incompatibili con la fede cattolica. È infatti risaputo – dice la nota - che Queiruga ha costantemente sostenuto la tesi della Redenzione negandole il suo carattere espiatorio e sacrificale, collegando la croce a un evento storico consistito nello scontro fra Gesù e l’ambiente che lo circondava. Non si tratta di un errore secondario, ma di un’eresia, di una grave confusione dottrinale promossa niente po’ po’ di meno che con autorità vescovile, perché Gesù è morto per i nostri peccati (1Cor 15, 3) offrendo la sua vita come sacrificio di redenzione.
Ma – prosegue la nota - ancor più scandalosa è l’idea di Queiruga sulla Risurrezione, sostenendo questo teologo eretico che non si tratta di un fatto reale riguardante il corpo morto di Gesù, bensì di un’esperienza di fede vissuta dai discepoli, quindi siamo davanti a un’affermazione slegata dal destino fisico del corpo di Gesù. Ma è un’ulteriore eresia convertire il nucleo del cristianesimo in un mero simbolo, perché la fede cristiana si svuota se il sepolcro resta occupato.
Perciò, presentare idee del genere in un seminario cattolico, il giorno di san Tommaso, dottore della Chiesa e difensore dell’oggettività del dogma del sacrificio di redenzione e della reale risurrezione corporale di Cristo, è di una gravità inaudita. La scelta di un conferenziere che sostiene tesi eretiche erode la missione della Chiesa, per cui si deve por fine a interventi di persone che si comportano da agenti della confusione dottrinale in nome di un falso dialogo. La Chiesa non ha bisogno di reinterpretazioni del Credo, ma di fedeli custodi della fede ricevuta.
Se Torres Queiruga vuole esporre le sue idee in ambiti civili, anche accademici, che lo faccia. Ma giù le mani dalla Chiesa cattolica, dai suoi seminari e dalla formazione dei suoi sacerdoti, altrimenti con queste negazioni eretiche dei dogmi si mina il cuore stesso della fede cattolica.
Consequenziale è richiamare il canone 1364, §, del codice di diritto canonico, il quale prevede la scomunica latae sententiae per l’eretico, e il successivo canone 1365 prevede che chi, oltre al caso di cui nel can. 1364, §1, insegna una dottrina condannata dal Romano Pontefice o dal Concilio Ecumenico o respinge pertinacemente la dottrina, deve essere privato del suo ufficio. Mentre, ai sensi del canone 253, §1, si ribadisce che il vescovo deve nominare solo professori virtuosi e ortodossi nella dottrina, proteggendo così la fede dei seminaristi di Compostela.
Personalmente mi stupisce, innanzitutto, che questi signori dalla scomunica facile non comprendano nella scomunica latae sententiae anche vari cardinali, come Burke o Müller, perché questo tipo di scomunica vale anche per gli scismatici,[2] e questi cardinali hanno spesso pertinacemente contrastato papa Francesco in pubblico.
In secondo luogo. mi chiedo: ma qual è il cuore del cristianesimo? Non credo di sbagliarmi se dico che ciò che chiamiamo cristianesimo è la continuazione fedele dell’opera e della vita di Gesù. Perciò l’essenza del cristianesimo è condividere il pane e condividere la vita (Gv 6). Per essere veri cristiani la nostra vita deve essere cioè alimento di vita, ricchezza di vita per altri. Non basta offrire ad altri il pane, occorre offrire anche la propria vita. Questa è l’eucaristia. Questo, io penso - è allora l’essenza del cristianesimo; e, ovviamente, vivere da veri cristiani è molto più difficile che dire di credere ai dogmi, seguire le cerimonie comandate in chiesa, e obbedire ai legittimi pastori della Chiesa. È molto più difficile perché questo modo di vivere c’impegna “H24”, come si usa dire oggi[3]. Eppure, nessuno pensa di scomunicare chi dice di credere ai dogmi, fa la comunione tutti i giorni ma poi, finita la cerimonia, se ne frega degli altri.
Dunque, io credo che il cristiano, senza questa quotidiana condivisione, non sia tale, anche se accetta completamente la dottrina cattolica ortodossa e obbedisce ciecamente ai legittimi pastori della Chesa. Al contrario credo che uno possa essere cristiano anche se non crede alla pienezza della natura divina di Gesù, anche se non crede che Cristo sia morto per i nostri peccati, anche se non capisce esattamente in cosa è consistita la risurrezione. Per cui mi sembra centrata l’osservazione di Augusto Guerriero: se l’essenza del cristianesimo, dal primo giorno in cui Gesù ha esercitato sulla terra il suo ministero, sta nella legge dell’amore, questa – al cristianesimo - l’ha data Gesù. Un cristianesimo senza dogmi, senza riti è possibile, ma un cristianesimo senza amore è impossibile e inimmaginabile. Perciò possiamo tranquillamente dire che il fondatore del cristianesimo è Gesù[4] e chi segue questa linea è in ogni caso cristiano perché segue Gesù.
José Manuel Vidal, direttore della rivista on line Religión digital, ha risposto alla nota sopravvista con un articolo del 22.1.2026, evidenziando che questo brutale attacco di Infovaticana intende in realtà mettere nel mirino l’arcivescovo di Compostela Prieto più che il teologo Queiruga. La nota di infovaticana sulla conferenza di Queiruga non è un’informazione: è un autodafé[5] ideologico, camuffato da notizia. Ma lo scopo traspare nitidamente: segnalando il teologo galiziano come ‘eterodosso’ – pur essendo egli una delle voci teologhe più note in campo internazionale - descrive immediatamente la coraggiosa scelta dell’arcivescovo come una grave ‘confusione dottrinale’, sì che la nota non è ricerca oggettiva della verità, ma nostalgia per l’Inquisizione.
Infatti la condanna è venuta senza neanche ascoltare l’incolpato. Non si argomenta, semplicemente si stigmatizza. Non si entra nel contenuto della relazione, semplicemente si colloca l’autore fuori del cattolicesimo già per principio e prima di tutto. Poi si aggiunge che è allarmante che un teologo, durante la festa di san Tommaso, ottenga un supporto istituzionale dentro alla Chiesa, celebrando perfino una messa, quando il relatore è già conosciuto per aver sostenuto tesi incompatibili con la fede cattolica. Anche qui, non c’è alcuna citazione tratta dalla relazione di Queiruga, non si confuta alcun passaggio della relazione: siamo di nuovo davanti a insinuazioni generiche, accuse gratuite e a scomuniche calate dall’alto per volere divino.
Il portale neanche accenna al fatto che Torres Queiruga è un autore che spinge al dialogo con la scienza, con la filosofia moderna, con la critica biblica, esprimendo sempre l’idea che la fede cristiana debba essere pensata senza rinunciare all’onestà intellettuale. E proprio per questa sua impostazione, il teologo sotto accusa è riconosciuto come il miglior teologo contemporaneo in Spagna ed è apprezzato a livello internazionale soprattutto in Germania. A proposito del suo lavoro è stato detto che quella di Queiruga è una teologia di alta intensità spirituale e filosofica, una ricerca ostinata di un Dio credibile per le donne e gli uomini di oggi, una riflessione che fugge dalle scorciatoie del fondamentalismo (che prende le Scritture alla lettera), né si rifugia nell’integralismo, prendendo invece sul serio sia il Vangelo sia la ragione.
E qui, di nuovo aggiungo io: ricordate come lo stesso papa Benedetto XVI aveva riconosciuto che una fede senza ragione non è oggi autentica fede cristiana?[6] Ma allora questo implica che tutta la materia religiosa deve poter essere sempre sottoponibile a critica avvalendosi di argomenti di ragione. Anche i dogmi vecchi di centinaia di anni, quando la cultura era completamente diversa da quella di oggi, devono oggi poter esser rimeditati e reinterpretati, perché di eterno c’è solo Dio, non certo i dogmi pensati da altri uomini prima di noi. E in proposito è stato fatto argutamente notare che pretendere – come fa ancora buona parte del magistero – che si debba credergli perché è lui a dire che quello che insegna lo riconosce la ragione, significa mortificare la stessa ragione, in quanto qualcun altro ordina ciò che la ragione deve fare; al contrario ciò a cui può arrivare la ragione deve essere lei sola a stabilirlo, non certo l’autorità della Chiesa[7]. Si può quindi dire che, limitarsi a custodire l’interpretazione data in passato, ci fa correre il rischio di custodire la cenere, ma non più il fuoco che deve sempre ardere. Oggi, in effetti, è indigeribile l’idea che Dio abbia chiesto il sangue di suo Figlio ritenendo che solo così il suo smisurato senso dell’onore poteva essere placato; è indigeribile l’idea che Dio ci mandi addosso il male perché ha bisogno della nostra sofferenza per provare la nostra fedeltà.
Ora, prosegue José Vidal nel suo articolo, si possono discutere le idee teologiche di Queiruga? Certamente, come quelle di qualsiasi altro teologo. Perché questo è fare teologia: cercare, discutere, confrontarsi. Invece è inammissibile demonizzare l’autore e cercare letteralmente di cancellarlo dalla vita della Chiesa, come se l’unica teologia accettabile fosse quella di ripetere, rigorosamente in ginocchio, quello che già è stato detto in passato, quello che si sa, senza farsi mai alcuna domanda, e soprattutto senza pensare, appiattendosi su quanto hanno pensato altri prima di noi nei secoli ormai lontani.
A questo punto – sottolinea Vidal, si deve invece riconoscere il coraggio dell’arcivescovo Prieto il quale cerca di formare, anche nei seminari, adulti consapevoli, e non sudditi succubi e passivi. Albert Einstein era stato feroce nei confronti di questo tipo di credenti chiusi ad ogni dialogo e obbedienti al magistero come un gregge di pecore: «se qualcuno ama marciare in fila, vuol dire che ha ricevuto il suo cervello solo per sbaglio; per una persona del genere il midollo spinale sarebbe stato del tutto sufficiente»[8]. Anche Gesù rimproverava la gente che non voleva ragionare con la propria testa: «perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,57).
Quindi non è vero che la Chiesa non ha bisogno di reinterpretazioni della sua dottrina, ma solo di fedeli custodi della fede ricevuta. Oggi interpretazioni nuove sono necessarie proprio per parlare a una società secolarizzata come la nostra,[9] per poter ancora destare l’attenzione degli uomini e delle donne di oggi.
E fa bene allora l’arcivescovo Prieto non solo a tollerare chi avanza idee nuove, fuori del coro, ma a invitare alla luce del sole e con calore fraterno persone che, ponendo dubbi seri e sollevando domande nuove, possono contribuire a formare nuovi sacerdoti dalla mentalità più aperta, il che avviene solo quando si entra in contatto con idee nuove. È un’opzione quanto mai valida esporre coscientemente sacerdoti in via di formazione a idee diverse, forse più profonde e migliori di tante idee ormai consolidate del passato, perché il nuovo dà da pensare. Oggi parlare di religione deve essere come aprire una finestra e respirare aria fresca, dopo aver respirato per tanto tempo aria che sa di chiuso. Solo così cose vecchie di duemila anni possono essere del tutto nuove, e solo così i vangeli riescono ancora oggi a stupire.
Questa oggi è la teologia buona, migliore di quella dell’inginocchiatoio, cioè di quella che si fa stando in ginocchio, con sulle spalle solo il fardello di ciò che è stato tramandato per secoli, senza che alcun tipo di pensiero passi per la propria testa. Lungi dal mettere in pericolo la fede dei seminaristi, si evita ad essi lo scontro frontale col mondo reale, che non è come insegnano i tradizionalisti, e i seminaristi se ne accorgeranno non appena lasceranno i seminari per entrare in questo mondo reale. Chi ha ascoltato, letto o si è confrontato con Queiruga è sicuramente meglio preparato per accompagnare le domande dei credenti di oggi, che vivono in un mondo secolarizzato, plurale, ferito, e che non si accontentano più delle risposte preconfezionate date dai preti del passato. Al contrario, proprio un seminarista preparato solo sui manuali chiusi del passato può restare scioccato quando dovrà affrontare il mondo, perché sarà impreparato alle nuove domande intelligenti che tanti credenti dubbiosi di oggi gli possono porre.
Per fortuna l’epoca dell’Inquisizione – aggiunge José Vidal - è terminata, anche se alcuni non sembrano essersene accorti. Il tono dell’informazione Infovaticana fa trasparire nostalgia di quei tempi antichi in cui bastava il minimo sospetto per silenziare ogni teologo innovativo. Alcuni ancora oggi resistono come se la Chiesa non avesse dovuto apprendere nulla dagli errori del passato, quando aveva silenziato teologi del calibro di Congar, de Lubac, Rahner, Boff e tanti altri, dapprima perseguitandoli, poi riabilitandoli e giungendo perfino a inserire alcuni di essi come periti nel concilio Vaticano II. Oggi, per fortuna, non esiste più un Indice dei Libri proibiti, né è più possibile mettere alla gogna teologi che altri credenti vorrebbero ancora vedere, se non bruciati sul rogo, almeno inseriti nelle liste di proscrizione.
Che ci siano credenti che ancora desiderino l’Inquisizione è chiara rivelazione di un’essenza ultra-cattolica, rigida, ma che ormai non può più avere la prevalenza vincolando tutti al suo Credo. Per fortuna la Chiesa post-conciliare ha riconosciuto che abbiamo bisogno di teologi, anche quelli che possono disturbare, proprio al fine di progredire nella comprensione della Rivelazione.
Perciò oggi, l’unico cammino accettabile anche nella nostra Chiesa è il dialogo serio, non certamente la caccia alle streghe.
In questo cammino, un vescovo che fa entrare nel suo seminario uno dei migliori teologi del momento è un vescovo che cammina con la Chiesa. Coloro che gridano allo scandalo, non camminano con la Chiesa.
In sintesi: il contrasto è chiaro. Da una parte abbiamo una diocesi che, per la festa di san Tommaso d’Aquino (patrono dei teologi) ha invitato un pensatore che ha dedicato tutta la sua vita a chiedersi come spiegare oggi “Gesù di Nazareth” apostolo e sommo sacerdote della fede in Dio che noi professiamo (Eb 3, 1), colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12, 1s.). Dall’altro lato abbiamo una piattaforma che vede in questo invito un delitto, e sotto la cappa dell’ortodossia, trasmette paura per il pensiero libero e non ingabbiato, sfiducia nella ragione umana e allergia per ogni tentativo di attualizzare il linguaggio della fede.
Monsignor Prieto ha dimostrato il coraggio perché ha scommesso che i suoi futuri seminaristi apprenderanno a dialogare, a discernere, a separare ciò che è logico da ciò che è illogico, a vivere fuori della bolla in cui vorrebbero ingabbiarli i fondamentalisti. Questa non è affatto confusione dottrinale: è fiducia nel Vangelo e fiducia nell’intelligenza della Chiesa. Al contrario la vera confusione si crea quando s’identifica la fede con la chiusura mentale, la fedeltà con la paura di Dio, l’ortodossia con l’Inquisizione. In questo senso, la conferenza di Queiruga nel seminario di Santiago è una buona notizia per tutti, perché presenta come cosa normale che grandi teologi possano entrare nelle aule ecclesiali, e soprattutto perché mette in rilievo che il pensiero non è nemico della fede, ma un grande alleato.
Perciò, conclude Vigil, chi non arriva a capire questo, come i fondamentalisti rigidi che esistono in ogni religione, continuerà a vedere eretici dappertutto. Ma la maggioranza del popolo di Dio avrà il piacere di vedere che a Compostela la teologia si continua a fare stando in piedi e non in ginocchio, ben svegli di testa e con lo sguardo fisso sul Vangelo.
Condivido parola per parola quanto detto dal direttore della rivista Religión digital.
NOTE
[2] Si ricorda che viene definito eretico chi dubita o rifiuta ostinatamente la dottrina insegnata dalla Chiesa, e scismatico chi non si sottomette al papa (n.2089 Catechismo della Chiesa Cattolica).
[3] E, a conferma di questa impostazione, quando Gesù manda in missione i 12 (Mt 10, 8) e poi - secondo Luca,- anche i 72 (Lc 10,1ss.-17) quale incarico dà loro? Battezzare, insegnare la retta dottrina? No, Gesù neanche parla né di battesimo, né di ortodossia. Dà loro l’incarico di annunciare che il Regno di Dio è vicino, e in particolare “guarire i malati, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, scacciare i demoni”. Dunque manda solo per una missione risanatoria, per riportare alla vita gente che aveva perso ogni speranza. E anche Paolo dirà: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo” (1Cor 10,17). Il bello è che solo i 72 riescono a cacciare gli spiriti maligni (Lc 10, 17; Lc 9, 6 e soprattutto 9, 40). Come mai? Proprio perché gli apostoli ebrei non essendo ancora liberi, ma essendo ingessati nella dottrina ortodossa imparata da piccoli, non riescono a liberare. Mentre gli ebrei fanno fatica a riconoscere l’innovazione liberatoria portata da Gesù (Mc 6, 3), a credere che gli altri popoli siano uguali a loro e non impuri, a convincersi che il Messia tanto atteso non è venuto per renderli ricchi e padroni del mondo (Is 14, 2; Is 60, 5-6; Is 61, 5-6), i pagani la recepiscono e accolgono la novità più facilmente, privi come sono dei pregiudizi degli ebrei (vedasi anche Mc 7, 30).
Dunque, curare – sanare - opporsi al potere diabolico, questo è l’messaggio di Gesù, che in realtà mira a una trasformazione umana (cfr. anche Mt 25: cosa ci verrà chiesto al momento del giudizio finale): niente sacramenti, niente dottrine.
[4] Guerriero A., Quaesivi et non inveni, ed. Mondadori, Milano, 1973, 126s.
[5] Autodafè, dal portoghese che significa atto della fede, era una cerimonia solenne religiosa con cui l’Inquisizione proclamava e faceva eseguire la sentenza (normalmente un’esecuzione pubblica, spesso il rogo).
[6] Ratzinger J., Dio e il mondo, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2001, 40. 53.
[7] Mancuso V., Io e Dio, Garzanti, Milano, 2011, 107.
[8] Riportato in Culot D., Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 23.
[9] Stimamiglio S., Quale Gesù? I dubbi sull’ultimo libro di Vito Mancuso, “Famiglia Cristiana” n.3/2006, 7.