Il diritto e i diritti (continua)
di Dario Culot
di Dario Culot
Voglio poi fare altre brevi osservazioni su altri punti che vengono ribaditi nel libro Il diritto e i diritti.
1. Si afferma a chiare lettere che la centralità di Dio sfuma quando si dice che la Chiesa deve difendere la dignità della persona umana e non i diritti di Dio[1]. Si richiama anche l’idea che chi difende Dio difende l’uomo [2].
Non posso essere minimamente d’accordo. Basta leggere la parabola del buon samaritano. Dunque un sacerdote scende da Gerusalemme per il sentiero impervio verso Gerico. Vede improvvisamente una persona a terra, che poi sarà soccorsa dal samaritano impuro peccatore, ma non si ferma perché teme che questa persona sanguinante e impura possa contaminarlo e renderlo a sua volta impuro, visto che così stabilisce la legge asseritamente voluta da Dio (Lv 22, 4-5; Ag 2, 13). Perciò toccare un impuro andrebbe contro i suoi principi non negoziabili: il centro della propria vita deve essere Dio, la santità e la purezza perché se un sacerdote osa avvicinarsi a Dio in stato di impurità deve temere la sua ira (Es 19, 22; Sof 2, 2), e solo l'osservanza dei comandamenti divini santifica (Lv 22, 31-32), cioè rende veramente gloria a Dio. Per lo stesso sentiero scende di lì a poco anche un levita, il quale si comporta esattamente come il sacerdote: vede e continua anche lui il suo cammino sul sentiero come niente fosse. Non siamo davanti a persone cattive. Semplicemente, per ogni persona pia e religiosa, è più importante onorare Dio che onorare l’uomo: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» dice la legge divina (Dt 6, 5).
Gesù spiega invece che seguire la legge divina, come vuole la religione e come impone il magistero ancora oggi, rende atei, perché difendere per prima cosa i diritti di Dio rende la persona disumana, e la persona diventa disumana per l’appunto ogniqualvolta ritiene più importante il rispetto di Dio e della sua Legge che i bisogni degli uomini. La parabola di Gesù chiarisce che solo onorando l’uomo si onora anche Dio, solo umanizzandosi sempre di più ci si avvicina al divino. E così fa il samaritano ritenuto miscredente e ateo dalla religione, che invece Gesù ci indica come il modello del nuovo credente. Se, credendo di onorare Dio, si disonora l’uomo, si va contro il Dio di Gesù, per il quale le persone contano sempre più delle regole. Il sacerdote ed il levita, persone religiosissime addette al culto e alle cerimonie nel santissimo Tempio di Gerusalemme (Nm 4, 1ss.; Dt 10, 8), mettono al primo posto Dio, ma questo loro comportamento disumano li rende atei, e solo credono di credere. Infatti la parabola del buon samaritano (Lc 10, 30) dimostra che più uno vuol essere santo, più uno vuole mantenere il suo stato di purezza per conservare il suo stretto contatto con Dio, più uno si concentra sull’obbedienza della legge divina, più è ateo, come lo è il sacerdote che, essendosi purificato nel Tempio, è convinto di trovarsi in stato di grazia. Il sacerdote che scende in stato di purità da Gerusalemme, vuole mantenersi puro per Dio e non vuole farsi contaminare dall’impurità del sangue umano: questo è ciò che ha imparato seguendo l’insegnamento religioso, e la legge divina non ammette eccezione alcuna: non si può andare contro la volontà di Dio. Invece Gesù insegna esattamente l’opposto: se, credendo di onorare Dio, si disonora l’uomo, si va contro il Dio di Gesù, per il quale le persone contano sempre più delle regole. Essere da Dio, allora, dipende non dall’osservanza della Legge divina, ma dal bene che si fa agli altri[3]. Detto in altre parole, Dio ci aspetta dentro alla vita, non dentro alle regole.
Magari questo sacerdote, come il levita che sopraggiunge di lì a poco, saranno stati anche soddisfatti di quello che avevano fatto, erano contenti di loro stessi, erano convinti di essere in stato di grazia, di essere veri credenti vicini a Dio perché si erano elevati verso il cielo obbedendo a ogni regola divina. Ma loro sono passati oltre. Il samaritano, dei tre il più lontano da Dio secondo la religione, quello che doveva avere l’anima nera per i peccati e le offese a Dio, si ferma, si sporca le mani, perde il suo tempo e il suo denaro per aiutare un uomo sconosciuto, e fa tutto questo gratuitamente, senza alcun secondo fine, senza minimamente pensare a cosa ordina la legge divina, senza neanche pensare a Dio. È lui, senza saperlo, ad essere in stato di grazia, non il sacerdote e neanche il levita. È lui, senza saperlo, ad essere il modello di vero credente, mentre per la religione lui era solo un impuro peccatore e i veri credenti erano il sacerdote e il levita.
Si può dire che il ferito, vedendo la carità del samaritano, ha visto il volto di Dio, perché Dio invisibile diventa visibile e presente solo attraverso i nostri gesti umani. Invece il sacerdote ed il levita, pii e puri, col loro comportamento tutto teso al soprannaturale, ad onorare la legge di Dio, che vogliono essere santi perché Dio è Santo, hanno messo in luce un’immagine sinistra di Dio. Tutti percepiscono che il sacerdote, la persona religiosa che si crede credente, in realtà sta togliendo la vita. Tutti si rendono conto che un impuro peccatore, il quale non pensa affatto di essere credente, assomiglia invece a Dio perché in lui tutti possono vedere la presenza di un Padre che ridona la vita, la garantisce, la cura. Non è vero, allora, che onorando Dio si onora sempre l’uomo come pensa papa Benedetto: mi dispiace per lui, ma Gesù insegna l’inverso.
2. La legge (divina) è santa, e santo, giusto e buono è il comandamento (Rm 7, 12): così san Paolo ai Romani. Questo ci basti! – dice l’autore del capitolo ,- mentre letture non eterodosse dell’apostolo hanno creato non poche ferite alla Verità cattolica[4]. Invece no, questo non ci può affatto bastare, visto che san Paolo parla anche della maledizione della legge (Gal 3, 13), non solo della legge santa. E allora, perché tralasciare una parte importante di quello che scrive Paolo? Non è anche questa omissione una ferità al pensiero di Paolo e alla verità (cattolica)?
Ovviamente il Dio che ci ha prospettato la religione ed il Dio che ci prospetta Gesù sono fra di loro assai diversi, perché Gesù ci vuole cristiani adulti, liberi, autonomi e gioiosi. Il vino nuovo, non può essere contenuto in otri vecchi (Mc 2, 22). Se continuiamo a pensare con le categorie antiche, non ci rendiamo conto che Dio è colui che fa nuove tutte le cose (Ap 21, 5). Ecco perché san Paolo arriva a dire che Gesù ci ha liberati dalla maledizione della legge (Gal 3, 13) la quale impedisce la comunicazione diretta con Dio. Siamo tutti sacerdoti, e non ci serve più l’intermediazione dei sacerdoti per rivolgersi a Dio[5].
Osserva sempre l’autore del capitolo che ormai c’è purtroppo anche nel cattolicesimo un processo di protestantizzazione[6]. È vero, ma questo pensiero è fondato sulle Scritture che i protestanti sembrano interpretare, a volte, meglio dei cattolici. Del resto non dobbiamo qualificare come perfetto credente colui che si limita a ripetere, ma piuttosto colui che offre una migliore interpretazione. Non basta volgere lo sguardo al passato, perché bisogna anche avere il coraggio della creatività che si orienta verso il futuro.
3. Nel libro si batte molto sulla metafisica e sulla trascendenza. Il carattere architettonico della metafisica dà al sapere un’unità che si oppone alla settorialità portatrice di ‘frammentazioni’ (l’autore si richiama a Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et ratio, n. 85). Senza trascendenza viene a mancare il fondamento, l’assoluto… senza trascendenza metafisica non ci può essere ordine morale[7]. Ora, la metafisica «indaga l’essere in quanto esso è tale» e, secondo Aristotele, è la più alta forma della filosofia, che studia una sorta d’essere che è «simultaneamente indipendente e immobile». Il Dio aristotelico è appunto il motore immobile.
La metafisica vuol comprendere razionalmente il Trascendente, ma mentre l’immanente (l’aldiquà) lo possiamo conoscere e comprendere, il trascendente (l’aldilà) non sta alla nostra portata, non lo possiamo conoscere, sì che né il credente, né l’ateo possono provare le loro affermazioni.
Il n. 37 del Catechismo conferma che Dio si trova nell’ambito della trascendenza, quindi in un ambito che sta al di là dei nostri limiti di possibile conoscenza, mentre l’umanità intera sta al di qua, nell’ambito dell’immanenza, cioè in quell’area che abbraccia l’intera nostra capacità di conoscenza, oltre la quale ogni accesso ci è precluso. Solo dell’immanente possiamo dire con sicurezza che esiste, perché fa parte dell’ambito della realtà abitata dall’uomo.
La metafisica ritiene quindi erroneamente di poter penetrare nel campo della Trascendenza. Ora, l’ambito della trascendenza non è un ambito necessariamente superiore, però è un ambito assolutamente distinto e diverso dall’ambito dell’immanenza, unico al quale noi abbiamo accesso. Non ci è possibile, non sta alla nostra portata perché sta al di là dell’orizzonte ultimo dell’esistenza umana. C’è totale incomunicabilità fra l’ambito nostro che è immanente e quello divino che è trascendente[8].
La conoscenza di Dio guardando Gesù diventa visione di un essere umano, poiché questo e non altro è ciò che vedevano i discepoli in Gesù. La sorprendente innovazione introdotta da Gesù nel poter conoscere Dio, sta nel fatto che il Trascendente e l’Invisibile sono diventati immanente e visibile in quell’uomo che è stato Gesù. Ma questa visibilità non può abbracciare l’intera trascendenza. Ormai sono sempre di più i teologi che ammettono che nessuna mente umana può comprendere l’essere di Dio, la realtà di Dio. Come detto la scorsa settimana, noi restiamo nell’immanenza, e tutto ciò che è immanente è limitato, per cui se anche sommassimo tutto l’immanente (A1 + A2 + A3…) arriveremmo sempre a un risultato parziale (An), che non sarebbe ancora l’incommensurabile, il trascendente.
In altre parole, questo vuol dire che possiamo sapere qualcosa di Dio non attraverso i nostri dotti discorsi teologici, non attraverso la metafisica dei teologi, non attraverso l’insegnamento di chi ha studiato Gesù sui libri di teologia nelle aule universitarie, ma attraverso la vita di Gesù, perché la vita e il comportamento di Gesù sono l’unica rivelazione pervenutaci da Dio. Avendo visto come si è comportato Gesù noi possiamo dire che Dio è lì dove qualcuno aiuta qualcun altro a vivere; ma non possiamo dire chi è Dio, né in cosa consiste la sua essenza, né descrivere in cosa consiste la natura divina.
Dio ha un’esistenza separata dalle cose terrene (trascendenza di Dio) delle quali egli è creatore. Necessariamente allora anche il cristianesimo, che – come tutte le religioni - fa parte dell’immanenza, non può che avere uno sguardo parziale su Dio perché noi uomini siamo limitati e parziali. Ecco allora che, quando si parla del Dio Trascendente, non sappiamo sostanzialmente nulla e riusciamo solo ad accennare alla verità, che tuttavia nella sua totalità non coglieremo mai in questa vita, appartenendo noi a un ambito diverso. Anche se qualcuno non ci crederà, questo essenziale riconoscimento di essere tutti socraticamente ignoranti quando si parla di Dio è stato fatto da papa Benedetto XVI in uno dei suoi libri più noti,[9] e non da qualche eretico. Ma allora sorge inevitabilmente questa domanda cruciale: se perfino un papa conservatore riconosce che di Dio possiamo avere solo qualche vaga idea, se quindi si parte da queste basi così incerte, come può poi la Chiesa imporre a tutti un dogma che definisce in maniera definitiva e indiscutibile l’essenza di Dio? Non lo so; bisognerebbe chiederlo a Benedetto XVI.
E se il vangelo ci dice che lo Spirito ci guiderà alla verità, che è sempre al di là e che non raggiungeremo finché esisteranno cose future (Gv 16, 12s.), vuol dire che – con tutto l’insegnamento di Gesù, anche ammettendo che lui è Dio, il Trascendente,- siamo in grado di accogliere solo frammenti del suo insegnamento, sì che è impensabile pensare di aver raggiunto la Verità Assoluta. La verità da noi raggiunta non è mai un punto d’arrivo, ma qualcosa che per noi, capaci di progredire solo frammento dopo frammento, cambia in continuazione. Perciò, quando nella religione (che fa parte dell’immanente) pensiamo di attrarre Dio Trascendente nel nostro ambito o campo di conoscenza, riduciamo il divino inconoscibile a cosa immanente pretendendo così di conoscerlo. E allora, il concetto di Dio su cui ragioniamo diventa «una cosa», «un oggetto» mentale (immanente) della nostra conoscenza, una «rappresentazione» che noi elaboriamo nella nostra testa. Ma così, attraverso simile ragionamento, deformiamo il concetto di Dio, sì che l’uomo, che crede di essere a quel punto in contatto con l’essenza più profonda di Dio, con l’assoluto metafisico immodificabile, è in realtà entrato in relazione solo con le rappresentazioni di Dio da lui stesso costruite nella propria testa. Invece Dio è e resta un mistero.
Curioso come a questa conclusione fosse arrivato assai prima del concilio Vaticano II un noto filosofo italiano, il quale aveva scritto che la religione cristiana può avere un futuro non nella fondazione metafisica di Dio, da cui discende una verità assoluta a cui tutti devono adeguarsi, ma nel dialogo tra gli uomini, da cui scende quel rispetto e quella carità che nessun’altra religione ha diffuso[10]. Di nuovo il segno dei tempi doveva essere accolto in un laico, e non in un chierico.
4. Il totalitarismo – viene detto nel libro,- nasce dall’agnosticismo, e qui l’autore del capitolo si richiama a Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n.44.
A me sembra proprio l’inverso, perché l’agnosticismo è tollerante rispetto ad altre opinioni. Qual è invece il rischio per chi segue la strada della certezza nella convinzione di avere in tasca una dottrina che contiene ormai la Verità Assoluta, eterna e immutabile?[11] Semplice: proprio il totalitarismo, l’imperialismo religioso, il fondamentalismo, dove gli uomini finiscono per odiarsi per il fatto di adorare il medesimo Dio, ma con modalità e riti diversi. Quando un’istituzione rivendica il diritto assoluto di essere l’unica rappresentante del più alto grado di sviluppo dello spirito del mondo, tutti gli altri sono privi di diritti e sono da considerare erranti.
Personalmente ho pochi punti fermi, ma questo è uno: non bisogna mai annegare nella certezza assoluta da qualunque parte venga offerta perché nessun essere umano possiede la verità assoluta. Mi ritrovo completamente nelle parole di Claverie, vescovo cattolico di Orano, che è rimasto al suo posto ben immaginando che l’avrebbero ucciso, come poi effettivamente è avvenuto (col suo autista musulmano Mohammed) e quindi entrambi veri testimoni della fede: «Quando pretendiamo di possedere la verità e cediamo alla tentazione di parlare in nome dell’umanità, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Io sono credente. Credo che c’è un Dio, ma non ho la pretesa di possederlo, né attraverso Gesù, né attraverso i dogmi della mia fede. Dio non si possiede. Non si possiede la verità e io ho bisogno della verità di altri».
In questo dovremmo forse imparare dall’Oriente. Mentre il pensiero asiatico si è sempre basato su concetti dinamici, di movimento, fluidi, l’Occidente si è a lungo fossilizzato su schemi rigidi, fissi, immutabili. Ma solo il movimento è vita: lo insegnano le stagioni, mai uguali a sé stesse; lo sanno i nostri corpi, che si rigenerano nel camminare; lo testimoniano gli animali, che migrano verso altre terre. La passività porta chiusura, mentre muoversi significa incontrare l’altro e lasciarsi trasformare.
5. Si legge sempre nel libro che non ci può essere un’etica vera se il dovere dell’uomo non si fonda su un Assoluto Trascendente; senza riferimento a Dio – che ha creato l’uomo e il mondo,- non è possibile nessuna legge di valore assoluto che sia uguale per tutti e solo Dio può essere il custode ultimo di questa legge[12].
Sarà anche vero, ma il problema è che la Chiesa ha preteso di spiegare in regime di monopolio cosa è l’Assoluto Trascendente, come è Dio, cosa pensa Dio e cosa dice la sua legge. Anche nell’islam Dio è posto a fondamento della società, e la sharia è la stessa legge eterna divina (che noi chiamiamo non sharia ma legge naturale), ossia la stessa eterna ragione di Dio creatore e reggitore del mondo, sì che neanche per i musulmani è lecito passare sopra ai voleri di Dio.
Come mai molti cristiani sono d’accordo se si dice di applicare il diritto naturale, ma se dicessimo che si deve applicare la sharia questi stessi cristiani non sono più d’accordo? Rispondono: perché la legge divina di Allah è sbagliata, mentre solo la nostra è giusta. Esattamente la stessa cosa, ma all’opposto, dicono però con convinzione i fondamentalisti musulmani. Questo allora significa che i fondamentalisti cristiani pretendono – alla pari dei fondamentalisti musulmani - di imporre alla società l’immagine di Dio e della legge divina che essi si sono rappresentati nelle proprie teste. Ma come detto, se Dio è inconoscibile non possiamo neanche sapere cosa è la natura divina e in cosa consiste la divinità (compresa la divinità della legge). In altre parole, dare per certo che Dio ci ha dato la legge divina correttamente interpretata solo dal magistero, e appoggiare il diritto naturale sulla trascendenza di Dio creatore[13] equivale in realtà ad affermare di sapere ciò che è «l’essere divino soprannaturale», quando in realtà proprio questo è ciò che non sappiamo. Insomma, la rivendicazione divina di una legge dipende da una definizione di Dio che, però, sappiamo a priori non essere corretta. È impossibile dire con certezza qualcosa di indiscutibilmente certo sul trascendente. Analogamente, quanto l’uomo dice della legge naturale di Dio è sempre l’uomo che lo dice, perché sono sempre uomini gli interpreti della Rivelazione di Dio nelle Scritture.
Non è poi vero che gli atei non credano in Dio; non credono alla spiegazione di Dio data dalla Chiesa, ma non per questo non riconoscono l’esistenza di un mistero trascendente. Non è vero, cioè, che, scomparendo la metafisica, è scomparsa la trascendenza:[14] scompare semplicemente la certezza di conoscere Dio come se facessimo colazione con lui tutte le mattine.
Albert Einstein, che si dichiarava ateo, aveva affermato: “Sentire che dietro tutto ciò che si sperimenta si nasconde qualcosa che il nostro intelletto non può capire, qualcosa di cui la bellezza e l’elevatezza pervengono soltanto indirettamente e come un delicato riverbero fino a noi, sentire questo è la vera religiosità. In questo senso sono un ateo profondamente credente”[15]. E nel suo testamento spirituale, anche il noto filosofo italiano Norberto Bobbio, che a sua volta si dichiarava non credente, concludeva: “Come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi”[16]. Ciò dimostra ulteriormente che il non-credente non necessariamente nega la trascendenza. Pure l’astronoma Margherita Hack, che si proclamava atea, diceva di sapere bene che la scienza e la ragione non sono in grado di dimostrare scientificamente con certezza né che Dio esiste, né che non esiste[17]. Anche la scienziata Rita Levi Montalcini diceva: «Io non credo in dio. Non posso credere in un dio che ci premia e ci punisce, in un dio che ci vuole tenere nelle sue mani. Ognuno di noi può diventare un santo o un bandito, ma ciò dipende dai nostri primi tre anni di vita, non da dio». Dunque, anche lei semplicemente non credeva all’immagine di Dio fornita dalla religione.
Insomma, dovremmo essere più cauti prima di sparare affermazioni su Dio come fossero verità assolute, e comportarci come quel giovane rabbino che ha detto: “Io credo in Dio, ma non so che cosa pensi”.
6. Non condivido neanche il capitolo strettamente giuridico dove si dice che, quando la maggioranza parlamentare vota una legge, siamo a quel punto tutti vincolati anche se la legge è ingiusta, sì che la legge è un atto dispositivo della volontà della maggioranza e non riconoscimento di ciò che è giusto in sé[18]. A parte il fatto che non sempre neanche chi ha la maggioranza in Parlamento riesce a far passare una sua legge, che spesso la legge emerge da un compromesso di varie vedute (comprese quelle della minoranza), l’autore si dimentica di dire che, a legge statale promulgata, ogni giudice che viene interpellato può rivolgersi alla Corte costituzionale per far accertare se la legge rispetta i parametri della Costituzione, e alla Corte europea per vedere se la legge rispetta i parametri europei: quindi, pur con vari difetti, c’è un contrappeso proprio per superare possibili abusi della maggioranza in carica. Il sistema italiano criticato dall’autore è sicuramente migliore di quello vigente in Vaticano, dove l’art.1, primo comma, della Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano 26 novembre 2000 recita: “Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario”. Il papa, cioè, può fare da solo una legge, applicarla e poi decidere se la legge è giusta o meno. Non è allora curioso notare come la nomina di un monarca assoluto come il papa avvenga nel conclave seguendo un procedimento democratico (è la volontà della maggioranza a decidere), ma poi questa momentanea democrazia viene estromessa dal resto della vita della Chiesa? Pur con tutti i difetti, mi sembra migliore il sistema parlamentare dello Stato laico. Quindi, non dire nulla contro le leggi vaticane e dire che in genere le leggi in Italia (naturalmente il discorso si concentra poi sulla legge dell’aborto) non sono giuste perché il legislatore pensa di essere sovrano mentre è chiamato a obbedire al diritto naturale mi sembra un po’ azzardato.
Quanto alla politica in generale, non penso sia normalmente possibile scegliere seccamente fra bene e male; il politico, il legislatore deve scegliere il miglior bene in quel momento possibile. Normalmente la sua scelta non riesce neanche a dare una risposta definitiva al problema, per cui deve scegliere la migliore fra quelle che sono in quel momento a sua disposizione. Nell’Esodo gli ebrei hanno scelto la terra promessa non perché lì c’era la perfezione e il paradiso, ma solo perché era meglio dell’Egitto.
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Potrei continuare con molte altre confutazioni, ma sono già stato anche troppo lungo e queste discussioni potrebbero continuare all’infinito restando ognuno della propria opinione.
Per concludere, ho letto il libro, non mi è piaciuto sia perché spesso scritto in termini troppo difficili,[19] sia perché non ho trovato alcuna interessante e nuova risposta, ma sole le arcinote vecchie spiegazioni, trite e ritrite, tutte confutate e confutabili. Non ho trovato invece una sola obiezione seria e motivata alle nuove impostazioni ormai ampiamente diffuse anche fra tanti teologi e preti (ad es. sulla preferenza della teologia narrativa anziché quella dogmatica-speculativa perché, dopo aver elencato correttamente – p.135 s. - cinque motivi che hanno portato tanti teologi a opporsi alla teologia dogmatica, si dice semplicemente che la soluzione è tornare alla metafisica; perché non si confuta neanche uno di questi cinque motivi?). Insomma, mi sembra che questo nutrito gruppo di autori esprima semplicemente un rimpianto per i bei tempi andati, quando tutto era chiaro, non c’erano dubbi e soprattutto la gente obbediva ciecamente al santo magistero. Ma proprio per questa totale mancanza di risposte a obiezioni ormai note da tempo, non posso che restare delle mie precedenti opinioni (quand’anche fossi eretico).
Forse per questo Socrate mi piace più di Aristotele perché aveva insegnato che il compito del filosofo è quello di mettere in dubbio tutte le nostre acquisizioni e tutte le affermazioni che alimentano i nostri bei discorsi, anche in materia religiosa, non dovendo mai dimenticare che quanto l’uomo dice di Dio è sempre l’uomo che lo dice. Invece il magistero cerca di farci credere di avere un telefono diretto con Dio e ovviamente nessuno può contrastare chi ha il telefono diretto con Dio.
Quindi, ringrazio chi mi ha regalato il libro, ma resterò eretico.
NOTE
[1] Fontana S., La legge nel magistero sociale della Chiesa, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S.. e al., Fede&Cultura Verona, 2019, 28.
[2] Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 21.12.2012.
[3] Maggi A., Cos’è il peccato, incontro in Assisi 2013, in www.studibiblici.it/Multimedia/audio_conferenze.
[4] Cecotti S.., La teologia della legge antica e della legge nuova, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 55.
[5] Con l’Enciclica Mediator Dei del 20.11.47 di papa Pio XII (in www.vatican.va/ Sommi pontefici) si è detto che: “Ricordiamo solamente che il sacerdote fa le veci del popolo perché rappresenta la persona di Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Egli è Capo di tutte le membra ed offrì se stesso per esse: perciò va all’altare come ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo. Il popolo invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, né essendo mediatore tra sé e Dio, non può in nessun modo godere di poteri sacerdotali”. Da ciò si è dedotto che l’individuo deve inserirsi nella comunità-Chiesa solo sotto la gerarchia, non potendo altrimenti partecipare alla vita divina (Vagaggini C., Il senso teologico della liturgia, ed. Paoline, Roma, 1965, 268s.). Pio XII è stato smentito dal Concilio Vaticano II il quale ha dichiarato che siamo tutti sacerdoti (Costituzione dogmatica sulla Chiesa - Lumen Gentium § 10 - del 21.11.1964). Quindi tutti possono rivolgersi direttamente a Dio. Da notare che, mentre il cattolicesimo ha dovuto aspettare il concilio Vaticano II, i protestanti avevano già affermato questo principio con Lutero. La conseguenza sviluppata dai protestanti, e non accettata dai cattolici, è che se siamo tutti sacerdoti, non c’è differenza qualitativa fra i membri della chiesa, salvo di tipo funzionale, sì che i pastori vivono una vita assolutamente normale e possono sposarsi (Kampen D., Introduzione alla teologia luterana, ed. Claudiana, Torino, 2011, 10).
[6] Cecotti S., La teologia cit., 56.
[7] Trombini G., Morale e Diritto nel pensiero di Cornelio Fabro, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 120 e 122.
[8] De Lubac H., Il mistero del soprannaturale, ed. Jaca Book, MI, 1978, 140: siamo su due piani sovrapposti senza comunicazione dal basso in alto, perché i due ordini sono incomunicabili.
[9] Ratzinger J., Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, Brescia, 163s.
[10] Croce B., Perché non possiamo non dirci cristiani (1942), in Discorsi di varia filosofia, Laterza, Bari, 1945.
[11] Ma come si può sostenere che la dottrina, avendo raggiunto la verità assoluta, è immutabile? Solo Gesù Cristo e la sua Buona notizia sono immutabili. La scrittura e la Tradizione – che sono al servizio della comunicazione evangelica - non stanno al di sopra, ma al di sotto.
[12] Trombini G., Morale e Diritto nel pensiero di Cornelio Fabro, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 124s. e 128s.
[13] Crepaldi G., La secolarizzazione del diritto e le leggi contro la vita, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 153)
[14] Trombini G., Morale e Diritto nel pensiero di Cornelio Fabro, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 134
[15] Riportato da Lenaers R., La fede è conciliabile con la modernità?, relazione tenuta a Bergamo il 26-27.1.2014, in
http://www.ildialogo.org/LeInC.php?f=21&s=parola.
[16] Né ateo, né agnostico, 2004, in: https://www.repubblica.it/2004/spettacoli-e-cultura/Bobbio.
[17] Riportato in Di Piazza P., Compagni di strada, ed. Laterza, Roma-Bari, 2014, 8
[18][18] Castellano D., La legge nella modernità e nella postmodernità, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 158ss.
[19] Per fare qualche esempio:
- “La mera funzionalità operativa della legge ne altera la natura, consegnandola al campo della strumentalità cratologica” (Turco G., Diritto e politica nel pensiero di san Tommaso d’Aquino, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 104). Cosa vuol dire?
- “dalla legge civile si può essere legittimamente dispensati. Ciò è possibile solo in casi particolari, ordinariamente dall’autorità che ne abbia la potestà o, diversamente, sulla base della virtù dell’epicheia” (Turco G., Diritto e politica nel pensiero di san Tommaso d’Aquino, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 111). Cosa vuol dire?
- “la libertà deve essere intesa come una realtà sintetica, come un plesso metafisicamente fondato ed esistenzialmente auto-fondantesi” (Trombini G., Morale e Diritto nel pensiero di Cornelio Fabro, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019,114 e 117). Di nuovo, cosa vuol dire? Sembrano frasi iniziatiche riservate a filosofi. Ma v’immaginate se Gesù Cristo avesse parlato alla gente in questi termini? Quanti devono ricorrere al Dizionario per capire il significato?