Il diritto e i diritti
di Dario Culot
di Dario Culot
Un conoscente mi ha regalato per Natale il libro Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S.,[1] Fede&Cultura Verona, 2019, con capitoli tematici di vari autori, tutti di alto spessore teologico e filosofico, raccomandandomi di leggerlo perché così forse abbandonerò le mie eresie.
L’ho letto, e mi è venuto in mente ciò che aveva scritto Ernst Bloch nel frontespizio del suo libro “L’ateismo nel cristianesimo”: la cosa migliore della religione è che crea eretici.
In parole povere, mi è impossibile condividerne l’impostazione del libro curato da Fontana, perché in questo libro trovo la conferma che, più di Dio e del Vangelo, contano magistero, dottrina e tradizione. Siamo cioè davanti alla religione di sempre. Continuo a credere che nessun uomo di Chiesa (fosse anche papa o profondissimo teologo) possa dire di conoscere Dio piuttosto bene. Eppure è questo che ci hanno fatto credere per secoli, ed è questo che molti ci vogliono far credere ancora oggi.
Da studioso dilettante di teologia, scrivo per far sorgere dubbi su cui poi meditare, per rompere schemi diventati ormai stereotipi, non per confermare il dogmatismo che – a mio parere, - dovrebbe metterci automaticamente in allarme. Infatti il dogma impone un unico modo di pensare ed esclude la possibilità di pensare in modo diverso. Posso capire, ma non approvo chi apprezza una dottrina dogmatica, sentendosi al sicuro dentro a una Chiesa assolutamente certa di "possedere" la Verità Assoluta (cioè Dio, perché Dio è Verità Assoluta), certa di essere l'unica al mondo in grado di poter indicare strade da percorrere e orizzonti da raggiungere. Eppure mi stupisco se poi tanti credenti si stupiscono vedendo tante persone che abbandonano questa Chiesa, impossibilitate a seguire l’insegnamento del magistero. Forse ci si dovrebbe interrogare se l’abbandono non è dovuto al fatto che molta gente è stufa di doversi sentire sempre in colpa a causa del peccato, è stufa di essere giudicata da persone che si fanno scudo di Cristo ma che ne rappresentano poco il comportamento.
Infatti, più leggo i vangeli più mi convinco che per Gesù la salvezza dipendeva dal comportamento (dall’ortoprassi). La vita del credente – questa è almeno una mia convinzione - non è tanto obbedienza e sottomissione al magistero della Chiesa, quanto fedeltà a ciò che insegna il Vangelo.
A conferma di questa mia convinzione, mi viene subito alla mente il giudizio finale riportato da Matteo, o la stessa preghiera del Padre Nostro con la reciproca cancellazione dei debiti, o la famosa frase: “Non chi dice Signore! Signore!..” (Mt 7, 21). Quindi seguire il cuore e agire con misericordia è più importante che seguire le forme, i riti, la legge divina o naturale che dir si voglia, e la dottrina. Quando Maria dice “avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38) accetta la proposta che viene da Dio senza aver prima ottenuto il permesso da parte del maschio di casa. Nella cultura di allora era semplicemente inconcepibile che una donna prendesse una qualsiasi decisione senza questo permesso. La ribelle Maria ha quindi palesemente violato la legge, che una brava donna sottomessa e obbediente avrebbe dovuto rispettare; ma se lei avesse obbedito come la società tutta si aspettava non avremmo avuto Gesù. Quindi siamo piuttosto lontani da quanto ha detto da monsignor Laterza a Conversano il 22.12.2025: “Maria era libera perché ha saputo obbedire! Dite questo alle femministe”[2]. Direi che era tanto libera che ha disobbedito alla tradizione e all’autorità.
Ora, tutti gli articoli (capitoli) del libro regalatomi partono sostanzialmente dal presupposto della preminenza del diritto naturale, senza spiegare perché mai il diritto naturale (ovverossia diritto divino) deve avere questa preminenza. Ovviamente si dà per scontato che non si può andare contro la volontà di Dio che evidentemente loro conoscono perfettamente. Io mi ritrovo più vicino a quel rabbino che diceva: “Io credo in Dio, ma non so che cosa pensi”.
In quest’ottica dottrinale tradizionale è stato rispolverato il diritto naturale (cioè quella legge oggettiva della natura che nessuno può alterare perché ha direttamente Dio per autore: n. 416 del Catechismo), per contrapporlo all’ingannevole diritto positivo (cioè alla legge scritta dallo Stato, pensata dall’uomo), e ci si duole del fatto che il senso della legge naturale sia andato perduto, anche perché a questa legge bisogna obbedire quando la legge umana non segue quella divina. Il giusto naturale vale e vincola sempre tutti e dappertutto. Il diritto positivo (quello emanato dagli uomini) non può fare a meno del diritto naturale e, se necessario, va corretto in base al diritto naturale[3]. Dunque l’unica grammatica comune a tutti gli uomini sarebbe questo rassicurante diritto divino che esiste da sempre al di fuori degli uomini; che essendo sempre uguale nei secoli e valido per tutti, è luce per tutti gli uomini (Is 51, 4) e non può ingannare, mentre la fallace legge umana non può mai annullare l’obbligatorietà della legge naturale, a prescindere dal fatto di riconoscerla o meno.
L’idea è solleticante perché, tanto per cambiare, appaga il nostro bisogno di sicurezza, ma – come detto in altra occasione parlando proprio del diritto naturale, - è del tutto inconsistente. Per convincersene basta guardare un po’ alla storia della Chiesa, che invece pochi studiano.
Ad esempio, pensiamo al fatto che papa Gelasio I (492-496) aveva proibito l’ordinazione sacerdotale degli schiavi, anzi aveva ordinato di restituirli ai loro padroni per non danneggiare il loro diritto di proprietà (Epist. 14, 14). Il diritto di proprietà sullo schiavo, in allora, faceva parte del diritto naturale che prevaleva sulla dignità e libertà della singola persona.
Sempre in passato, papa Innocenzo IV proclamava che Cristo possedeva da tutta l’eternità il diritto naturale di deporre e condannare qualsiasi imperatore. Per identica ragione, il vicario di Cristo (che aveva assunto in terra tutti i poteri di Cristo) dovrebbe poter fare lo stesso: oggi, se il papa invocasse ancora simile pretesa, tutti gli riderebbero in faccia. Forse che il diritto naturale cambia anche per i papi, e non è proprio così immutabile nei secoli?
Il diritto naturale sottintende che esiste qualcosa conforme alla natura, e qualcosa che va contro la natura. Ma cosa s’intende con i termini “contro natura” e “secondo natura”? Anche di questo ho già parlato varie volte. Per Paolo era contro natura che l’uomo si lasciasse crescere i capelli (1 Cor 11, 14-15). Dunque è evidente che anche il dovere morale è annunciato in maniera diversa a seconda dei tempi, e che ogni epoca ha la sua concezione del dovere.
Di più: se in natura si trovano animali dello stesso sesso che si accoppiano fra di loro, possiamo dire che la natura va “contro natura”? Smaccatamente fuorviante, allora, è prendere dalla natura gli esempi che ci fanno comodo, e dimenticare ciò che avviene in natura per le cose non ci fanno comodo. E non appare altrettanto “contro natura” fare del bene a chi ci ha fatto del male? E ancora: è doloroso, ma fa parte del ciclo vitale normale, che il figlio seppellisca i genitori: questo può dirsi “secondo natura”. È invece “contro natura” che i genitori siano loro a seppellire i figli. Ma allora, se questo succede, vuol dire che anche Dio tollera le cose “contro natura”?
Comunque, in via principale, non dobbiamo confondere le leggi con i diritti. Ci sono sicuramente in natura delle leggi che valgono per tutti: che io sia cattolico, musulmano o induista, se salto fuori della finestra dovrò sempre fare i conti con la legge di gravità, e nessuna legge umana potrà superare questa legge oggettiva sostenendo che invece si può e si deve volare. Anche se la legge umana non riconoscesse la legge fisica naturale, quand’anche mi fidassi di una simile legge umana, saltando dalla finestra precipiterei al suolo. Ma qui siamo di fronte a leggi fisiche della natura. Il problema oggettivamente si pone in altri campi, posto che oggi l’uomo rifiuta il limite naturale, anche biologico (ad esempio, si pensi alla fecondazione artificiale di cui oggi si discute); ma in passato, si discuteva se gli occhiali o il treno che superavano dei limiti naturali erano da vietare perché ‘contro natura’. Si fa presto, allora, a dire legge naturale, visto che il problema è assai più complesso.
Quando in particolare affrontiamo il campo etico o morale, questa realtà non è così evidente come la realtà fisica, e il diritto naturale non è affatto quel terreno del consenso che abbraccia l’umanità intera in nome di una giustizia universalmente riconosciuta, come pretende la Chiesa. Per fare qualche semplice esempio:
a) basta pensare a come per secoli si è ritenuta “naturale” anche da parte della Chiesa - ancorché alcuni papi si fossero pronunciati in senso contrario, ma solo a favore degli indios e non nei negri - la schiavitù, che oggi nel nostro mondo ci fa orrore. Infatti, nel primo documento cristiano, in cui Paolo rimanda a Filemone un suo schiavo fuggito sicuro che ci sarà il perdono, Paolo non esprime alcuna condanna esplicita della schiavitù. Non dobbiamo criticare Paolo perché non si può giudicare col metro di oggi la cultura di ieri. Il problema è che, solo nel tempo, l’uomo (e anche la Chiesa), avendo affinato la sua coscienza, ha acquistato la capacità di superare dei mali che prima non sembravano tali, e che ora – se mantenuti – metterebbero a disagio l’intera società. Anzi, all’epoca, eliminare di botto la schiavitù avrebbe messo in crisi l’intero sistema economico, perché la società si basava sulla schiavitù, sul lavoro degli schiavi.
È anche opportuno ricordare che, ancora il 20.6.1866, la Chiesa cattolica riconosceva la piena legittimità della schiavitù. Basta leggere in proposito il documento del Sant’uffizio del XIX secolo che oggi leggiamo con sgomento: “ tamen servitus ipsa per se et absolute considerata iuri naturali et divino minime repugnat, pluresque adesse possunt iusti servitutis tituli… Dominium enim illud, quod domino in servum competit non aliud esse intelligitur quam ius perpetuum de servi operis in proprium commodum disponendo, quas quidem homini ab homine praestari fas est… Christiani igitur licite possunt servos emere, atque in debiti solutionem, vel in donum recipere[4] [La schiavitù, di per sé, non ripugna affatto al diritto naturale né al diritto divino, e possono darsi a essa molti giusti motivi… Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo non è altro che il diritto di disporre in perpetuo dell’opera del servo per la propria comodità, che è giusto che un uomo fornisca a un altro uomo… Pertanto i cristiani possono lecitamente comprare schiavi, o darli in pagamento di debito o riceverli in dono].
Il documento redatto dal Sant’Uffizio costituiva la risposta ufficiale della Chiesa cattolica a fra Guglielmo Massaia, all’epoca vicario apostolico in Etiopia e in seguito diventato pure cardinale, il quale, notando che la schiavitù faceva parte del costume locale, si chiedeva se anche i cristiani potessero avere schiavi[5].
La realtà è che l’abolizione della schiavitù non era poi così chiara e decisa nell’insegnamento del Vaticano, fino a quando, nel febbraio 1888, papa Leone XIII si pronunciò apertamente per l’abolizione non solo del commercio ma anche del possesso degli schiavi in Brasile. Però non esiste una bolla antecedente che condanni definitivamente, irrevocabilmente non solo il commercio, ma anche il possesso di altri esseri umani come schiavi. Ancora in pieno 1800 c’erano molti dubbi in proposito. Scrive infatti il gesuita Giacomo Martina, storico della Chiesa, nell'opera dedicata a Pio IX (papa dal 1846 al 1878), a proposito del contrasto fra abolizionisti e schiavisti: “Pio IX sostanzialmente favorevole ad una graduale evoluzione della schiavitù e contrario ad una abolizione immediata... esortò l’episcopato ad evitare ogni discussione sul problema della schiavitù ed intervenne solo due volte... per disapprovare più o meno esplicitamente le due tesi opposte degli abolizionisti e dei conservatori”[6]. Del resto, neanche papa Giovanni Paolo II avrebbe avuto motivo di scusarsi nel suo viaggio in Africa dell’agosto 1993 se la Chiesa si fosse da secoli inequivocabilmente opposta a quel turpe commercio: avrebbe semplicemente richiamato con forza i documenti con cui la Chiesa ufficiale aveva abolito la schiavitù nei secoli precedenti, addossando la colpa ai governi laici e non all’istituzione chiesa.
b) Un altro esempio molto più recente, del 2005: in un messaggio indirizzato da papa Benedetto XVI all’allora presidente del Senato Marcello Pera, si legge che “I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono inscritti nella natura stessa della persona umana”. Il problema purtroppo è che la natura non si occupa di diritti. Ma anche ammettendo il contrario, è un vero peccato che non la pensassero comunque allo stesso modo i papi che hanno istituito e perfezionato l’Inquisizione, almeno per quel che riguarda la libertà di stampa o di coscienza: meno di due secoli fa Papa Gregorio XVI insisteva nell’errore velenosissimo della libertà di religione di pensiero e di stampa[7].
E ancora nel 1888, papa Leone XIII, nell’Enciclica Libertas condannava la libertà di coscienza e di stampa con queste parole: “concessa a chiunque illimitata libertà di parola e di stampa, nulla rimarrà d’intatto e d’inviolato; non saranno neppure risparmiati quei supremi e veritieri principi di natura che sono da considerare come un comune e nobilissimo patrimonio del genere umano. Così oscurata a poco a poco la verità dalle tenebre, come spesso accade, facilmente prenderà il sopravvento il regno dell’errore dannoso e proteiforme”.
E nella enciclica Quod Apostolici del 28.12.1878, lo stesso papa considerava “un vero e proprio attentato all’ordine costituito sostenere l’aberrante tesi socialista secondo cui tutti gli uomini sono uguali per natura, visto che Dio stesso ha disposto che siano disuguali”. Secondo questo papa era dunque conforme al diritto naturale mantenere la disuguaglianza fra gli uomini che sfociava nella disuguaglianza dei diritti.
E che dire dell’enciclica Casti connubii di papa Pio XI,[8] del 1930, in cui ammoniva i fedeli del pericolo dei maestri di errori, i quali offuscavano il candore della fede e della castità coniugale, scalzando la fedele ed onesta soggezione della moglie al marito, e ancor più audacemente affermavano con leggerezza essere quella indegna la servitù della moglie al marito, pretendendo invece che i diritti tra i coniugi dovessero essere tutti uguali. E il 1930 è solo una generazione prima della mia.
Vedendo a come la Chiesa la pensa oggi, questo vuol dire che neanche per la Chiesa il diritto naturale è immutabile. Che oggi la Chiesa riconosca valori che in passato aveva ferocemente combattuto e negato mi sta bene. Che però ancora si presenti come se fosse stata da sempre gelosa paladina di quei valori, che solo da poco qualifica “naturali”, mi va meno bene.
Ogni religione è imperfetta perché ogni religione fa parte dell’immanenza, unico ambito accessibile alla natura umana. Quindi anche la religione che la Chiesa insegna non può coincidere con la Verità Assoluta e irreformabile, perché – per natura - ciò che appartiene all’ambito immanente è limitato e imperfetto. Noi esseri umani non possiamo uscire dall’immanenza, e tutto ciò che è immanente è limitato, per cui se anche sommassimo tutto l’immanente (A1 + A2 + A3…) arriveremmo sempre a un risultato parziale (An), che non riusciremmo ancora ad afferrare l’incommensurabile, il trascendente.
E si può dire ancora di più: visto che per la Chiesa cattolica essere cattolico significa obbedire al magistero e in primo luogo al papa, proprio questi episodi dimostrano limpidamente che aver obbedito in allora a papa Gregorio XVI o Leone XIII o Pio XI non significava affatto essere veri cristiani, perché al contrario, proprio chi in coscienza allora disobbediva al papa anticipando i tempi, esprimeva un cristianesimo più vero e più attuale di quello del papa al momento seduto sulla cattedra di Pietro. In altri termini, chi era allora scismatico era più credente di chi obbediva senza porsi alcun dubbio al papa.
c) Passando ad altri argomenti etici (ad es. il fine vita) pensiamo ancora a come fosse “naturale” per gli eschimesi che il vecchio, ammalato e ormai inadatto a contribuire alla dura sopravvivenza del gruppo, si lasciasse morire sulla neve diventando cibo per altri animali che così sopravvivevano, ma poi, a loro volta, sarebbero stati uccisi per sfamare il gruppo: tutto in un ciclo perfettamente naturale. In effetti, in natura, l’estinzione naturale (invecchiamento) inizia quando volge al termine la nostra età riproduttiva, perché da quel momento in poi per la natura siamo inutili.
Il noto giornalista Ryszard Kapuscinski aveva giustamente fatto osservare che un nigeriano o un afghano sono inseriti in una rete di relazioni e rapporti completamente diversa da quella di noi europei. Riconoscere loro i diritti dell’uomo in quanto singolo individuo significa privarli di un’esistenza nella collettività o, addirittura, contrapporli a essa. In altre parole: il conferire diritti indipendenti al singolo individuo non rientra nella tradizione di quelle culture, dove conta il gruppo, il clan, e non il singolo.
Di più: è stato fatto notare come il concetto di persona proprio non possa mettere radici dove questo concetto non esiste. Basti pensare che molte lingue africane non hanno nei loro vocabolari termini come natura e persona, per cui non ha senso parlare a queste persone di diritti naturali della persona.
In conclusione: è forse cambiata la natura? No, quello che cambia è la cultura, che è diversa da luogo a luogo e di epoca in epoca. Il problema è che tutte le visioni etiche appartengono appunto alle culture, non alla natura. Tant’è che neanche per la Chiesa il diritto naturale è immutabile ed eterno, ovunque e per tutti. I fatti dunque smentiscono la tesi che la morale naturale derivi da un input di Dio in persona (che la Chiesa ha raccolto) e non da fattori storici o culturali[9].
Ma confutato questo pilastro del diritto naturale, ci sono molte altre confutazioni da fare nei confronti di questo libro.
(continua)
NOTE
[1] Fontana Stefano, a meno che non si tratti di un omonimo, ha diretto per qualche anno il settimanale “Vita Nuova” della diocesi di Trieste.
[2] In https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/21/omelia-laterza-maria-femminismo-polemiche-oggi/8235120/
[3] Turco G., Diritto e politica nel pensiero di san Tommaso d’Aquino, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 85s.
[4] In Collectanea S. Congregationis de Propaganda Fide seu Decreta Instructiones Rescripta pro apostolicis Missionibus, vol. I, n.1293, ed. Typographia Polyglotta, Roma, 1907.
[5] Da notare che la maggior parte degli etiopi era cristiana.
[6] Martina G., Pio IX, Volume 1, Gregorian&Biblical BookShop, Roma, 1985, 494.
[7] Enciclica Mirari vos, in Enchiridion delle encicliche, 2°, ed. EDB, Bologna, 1996, 40.
[8] Reperibile in www.vatican.va./Sommi pontefici/ quindi: Pio XI/Encicliche.
[9] Trombini G., Morale e Diritto nel pensiero di Cornelio Fabro, in Il diritto e i diritti, a cura di Fontana S., Fede&Cultura Verona, 2019, 131.