Pasqua
di Dario Culot
di Dario Culot
La Pasqua – che per gli ebrei celebrava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto - per i cristiani è legata all’idea di risurrezione avvenuta duemila anni fa. Nella Pasqua si compie il mistero della speranza che supera il limite umano, in quanto la vita vince la morte.
In effetti, per noi a Pasqua ritorna la terminologia della morte e della vita. In forme anche ambigue, perché in noi è ancora ben radicata l’idea che la morte segna la fine della vita, e quindi è la fine di tutto; ma poi – almeno dalla lettura del Nuovo Testamento che parla di vita eterna, cioè entrare nella vita di Dio e non finire nel nulla – emerge la speranza che l’esaurirsi della vita terrena sia solo una fase provvisoria, mentre si passa a una fase definitiva. Questo è ciò che viene indicato dalla risurrezione di Cristo[1].
Va detto che ai tempi di Gesù non tutti gli ebrei accettavano l’idea di risurrezione.
In particolare, i sadducei, che erano un gruppo aristocratico, ricco, conservatore, il quale occupava posti di potere legislativo e religioso e, collaborando con i Romani, godeva di notevoli benefici economici e politici. Ai tempi di Gesù i sadducei erano maggioranza nel Sinedrio (organo preposto all'emanazione delle leggi ed alla gestione della giustizia), ed anche il posto di Sommo Sacerdote era loro appannaggio. Si ritenevano una casta superiore, ma non suscitavano gran simpatia tra la gente comune, per il semplice fatto che utilizzavano la religione per ottenere e mantenere il potere[2]. Comunque essi non credevano alla risurrezione, né all’esistenza di demoni e angeli (At 23, 8).
Altri, invece, sempre fra gli ebrei, avevano cominciato a un certo punto a pensare che doveva esserci per forza una risurrezione. L’idea, sorta in Israele in tempi abbastanza recenti, si basava sulla convinzione che Dio, giusto per definizione, non poteva permettere di essere defraudati della vita[3]. Quando il re Antioco IV Epifane aveva imposto sacrifici pagani ai giudei (168 a.C.), Mattatia - iniziatore del movimento detto dei Maccabei[4] - aveva reagito con una ribellione armata, non tollerando di vedere la religione ebraica amalgamata con la forza ad altre religioni, anzi ritenendo questa imposizione come una persecuzione religiosa. La violenta repressione di re Antioco aveva causato molte vittime, e conseguentemente aveva preso piede l’idea - a livello teologico - che quei morti fossero dei martiri ai quali era stata tolta ingiustamente la vita[5]. Gli ingiustamente uccisi (per la loro obbedienza all’unico vero Dio) dovevano per forza essere richiamati in vita, perché a torto essa era loro stata tolta, e si sapeva che Dio era infinitamente giusto. Gli ebrei pensavano però a una risurrezione come ritorno alla vita terrena di prima (una risurrezione del cadavere), ma non si parlava di anima.
La morte era pensata come una discesa nel regno dei morti (Sheol) e la risurrezione una risalita da quel regno delle ombre.
L’ebraismo del tempo era una religione teocentrica, fondata sull’osservanza della Legge. Gesù aveva piuttosto parlato del Padre e della sua iniziativa salvifica chiamata ‘regno di Dio’. È stato però Paolo, fulminato sulla via di Damasco,[6] a impostare il cristianesimo come religione di redenzione, fondata sul Cristo crocifisso e risuscitato,[7] e la Chiesa ha seguito questo indirizzo cristocentrico.
Per l'antropologia ebraica poi, che concepiva l'uomo come unità e non come composto, la vita psichica non era separabile da quella fisica. L’uomo è carne, cioè materia che vive nella storia, nel tempo, ed ha in sé il principio vitale che noi occidentali chiamiamo anima, ma che per altre culture è lo stesso principio vitale per cui tutto esiste, dal filo d’erba, all’animale, all’uomo. Se il principio vitale viene meno, l’erba, l’animale o l’uomo muoiono. Quindi è il principio vitale quello che conta di più. Per queste altre culture non c’è un’anima che sopravvive a un corpo, non c’è un cielo al di là della terra, ma solo un’armonia che lega gli uomini fra di loro e alle cose, e quando si rompe quest’armonia arriva la sofferenza, l’infelicità, la malattia, la morte. Quando l'uomo muore non può più pensare. Giocoforza, allora, se si parla di risurrezione, che vi sia un risveglio anche della vita fisica[8]. E noi cattolici abbiamo inserito la “risurrezione della carne” nel Simbolo apostolico[9].
Invece diversamente dagli ebrei, per la cultura greca che permeava tutto il Mediterraneo, solo l’anima era immortale, non il corpo che non poteva durare dopo che la morte fisica ha portato al suo disfacimento. E ancora oggi noi, in occidente distinguiamo fra corpo e anima. Infatti ci è stato anche insegnato che l’anima, creata da Dio per l’eternità, è come una scintilla di origine divina superiore alla vile materia del corpo; essa si libera con la morte, però già in vita può elevarsi trascinando il corpo verso lo spirito[10]. La vita, ci viene ricordato, non è solo corporeità e noi siamo già inseriti nel Dio della vita. Dobbiamo solo scegliere un modo di vivere che non ci faccia restare degli zombi. Dovremmo parlare cioè di religione dei vivi[11].
Il dualismo anima-corpo considera la materia una realtà fisica, statica, inerte, passiva, di livello inferiore, per cui si dà per scontato che, essendoci un'attività superiore, questa deve eccedere la materia. Ecco perché l’anima, non essendo materia, può essere solo creata e poi infusa da Dio. Ma questa idea è oggi incrinata dalla più moderna conoscenza che abbiamo della materia, perché ormai si pensa anche la stessa materia sia un condensato di energia. Evolvendosi, man mano che la natura riesce a rendere più complesse le strutture materiali, la vita assume nuove modalità di espressione: pensiero, riflessione, sensibilità. Non è più necessario allora parlare di anima e corpo, ma di strutture complesse che consentono il fiorire di forme nuove di vita[12]. Forse non esiste neanche la pura materia, poiché questa è comunque già dinamismo, movimento, forza, potenza, pura possibilità aperta a nuove inimmaginabili forme,[13] posto che l’evoluzione continua: l’uomo di centomila anni fa – pur costituito dagli stessi elementi dell’uomo odierno - non è uguale all’uomo di oggi.
Inoltre, a ben pensarci, quando due entità sono di natura ontologica radicalmente diversa, come fanno a rapportarsi? Quando si dice che l'anima spirituale (immortale e intangibile) è prigioniera del corpo (materiale e sensibile), come lo si spiega? Come fa qualcosa di materiale a imprigionare qualcosa di spirituale? Non si dice che si possono mettere le catene alle braccia o alle gambe, ma non alle idee? E non è comunemente accettato che, quando uno è chiuso in prigione, il suo spirito può uscire tranquillamente dalla cella? E allora come fa l’anima ad essere prigioniera del corpo?
Sta di fatto che la Chiesa è rimasta sostanzialmente fedele nei secoli anche al dualismo greco (evidentemente in contraddizione con l’unità ebraica) e, contrapponendo la vita terrena a un’altra vita dopo quella terrena, ha puntato quasi tutto sull’anima, tanto da disprezzare il corpo[14]. Sennonché già la semplice lettura della Bibbia avrebbe dovuto insinuare il dubbio su questa interpretazione, perché ci ricorda che veniamo dalla terra, e che nostro compito è curarla. Se perdiamo il corpo perdiamo anche questa responsabilità che ci lega alla terra. Col solo pensiero non facciamo nascere il grano: ci serve una zappa. E sfido un angelo, puro spirito senza mani, a suonare il pianoforte o la chitarra. Perché allora l’anima deve valere 100 e il corpo 0? Se poi si accetta l’idea che per il credente la base è l’incarnazione di Dio, deve anche ammettersi che questo avvicinamento di Dio all’uomo ha abolito la distanza che fino a Cristo separava la sfera sacra da quella profana: impensabile, perciò, affermare che Dio stesso ha voluto passare dal puro spirito alla carne, cioè da 100 a 0.
Comunque, è piuttosto evidente che la risurrezione della carne è difficile da concepire razionalmente quando, con l'eredità greca che abbiamo ricevuto, continuiamo a dire che solo l'anima immortale sopravvive alla morte del corpo (vedi lo stesso Mt 10, 28, oppure Ap 6, 9). Però è anche vero che Luca descrive ciò che vedono i discepoli quando incontrano Gesù risorto: vedono un Gesù in carne e ossa, non la sua anima[15]. Come mai? Forse perché per comunicare un'esperienza nuova, per la quale non si trovano termini adeguati, si devono utilizzare termini già noti.
In realtà, anche se la risurrezione dovesse coinvolgere tutto il corpo, non sappiamo né come (e chi è nato senza una gamba? e chi ha subìto un trapianto d'organo? e Maria, assunta subito in cielo, è salita col corpo di vecchia carico di artrosi o col corpo di fanciulla?), né quando (subito dopo la morte fisica o alla fine dei tempi?) ciò avverrà. Del resto neanche il Catechismo azzarda su questi punti una risposta (nn.1021ss.). Se invece si parla di unità e non di dualità (anima e corpo) la morte e risurrezione non è la “separazione (dell’anima dal corpo), bensì è la “trasformazione” dell’essere umano nella sua totalità. Allora la cosa più ragionevole è pensare che la risurrezione (cioè la continuazione della vita sotto altra forma) avvenga nel momento stesso della morte[16]. La morte biologica consiste nel passaggio dal tempo finito a un’uscita dal tempo (che noi chiamiamo tempo infinito), e consiste nella fugace sospensione di un’esistenza che suggella la propria essenza con una nuova dimensione[17]. Dimensione che però non conosciamo, e non avendone esperienza non la possiamo descrivere. Senza esperienza non si può dire nulla: il feto che sta ancora nella pancia della mamma, che pur vive a pochi centimetri dall’aria e dal mondo, non può dire nulla di cosa troverà in questo mondo: non ha l’esperienza, gli mancano gli strumenti per farlo. Nella pancia della mamma c’è tutto il mondo che conosce[18]. Così è per noi esseri umani che viviamo in questo mondo, che per noi è tutto il mondo che conosciamo. Non riusciamo a vederci fuori del tempo e dello spazio.
Per molti credenti la risurrezione è pensabile solo come liberazione dalle preoccupazioni, dalle miserie, dalle angosce, dai desideri, dal peccato e dalla morte[19]. Ma la realtà è – come detto, - che non sappiamo assolutamente in cosa consisterà la nostra vita trasformata.
Personalmente mi sembra più ragionevole l’idea dell’unità. Per la dottrina cattolica i genitori sembrano aver procreato solo il corpo che poi diventa vivente in quanto riceve l’anima (n.365 Catechismo). Ma mentre al momento della morte biologica i vari organi si decompongono, se l’Io umano (l’anima) entra da subito in una nuova condizione qualitativa della vita, a che serve – di nuovo,- la risurrezione dei corpi (di cui parla il Simbolo apostolico) che avverrà invece solo alla fine dei tempi? Che senso ha parlare di unità iniziale, di separazione al momento della morte e di una nuova riunione al momento del giudizio finale? Se crediamo all’anima che si separa, perché il giudizio dell’anima (unica sopravvissuta) non dovrebbe essere immediato, e occorrerebbe aspettare il giudizio finale? Già a quel punto si sa come andrà a finire per quell’individuo. Ecco perché anche sulla risurrezione dei corpi o della carne (come recita il Simbolo degli apostoli, ma non il Credo niceno) ho più di qualche dubbio.
Fin dall’inizio non si crede che Gesù sia risorto perché c'è un sepolcro vuoto[20] e non si vede più il corpo sepolto, o perché così ha insegnato il magistero, ma soltanto perché la comunità lo incontra vivificante nella propria vita, come se fosse vivo in mezzo a loro. Per fare un esempio più attuale: nell’anniversario dell’uccisione del sindaco colombiano di Maden, dal silenzioso corteo si elevava di tanto in tanto la voce: “¡Hay muertos mas vivos que los vivos!” (Ci sono morti più vivi dei vivi). Sì, ci sono persone morte, uccise, che noi sentiamo vive e presenti, perché l’amore, la disponibilità, l’impegno profusi in vita continuano ad essere luce, guida, forza per molti. Sono vivi anche se morti fisicamente, molto più di coloro che sono vivi nel corpo, ma di fatto sono morti perché portatori d’ingiustizia, corruzione, violenza[21].
Quindi si può dire che uccidendo l’uomo Gesù, la classe dirigente, che pensava di aver definitivamente risolto ogni problema cancellando il suo innovativo messaggio, l’ha invece fatto risuscitare in una parte del popolo. E la cosa non si è fermata lì: questa parte di popolo è stata così credibile nel suo annuncio, che a macchia d’olio questo annuncio si è esteso, dimostrando che è possibile un progetto di società basata sul Vangelo e non sulla potenza del più forte.
Guardandoci oggi attorno e vedendo come va il mondo, c’è da chiedersi se questa Buona novella, trasformatasi in buona realtà, non ha perso quell’iniziale slancio di speranza: sembra che oggi sempre meno gente creda alla risurrezione tout court. Forse mancano i testimoni credibili.
Faccio comunque notare che lo stesso papa Benedetto XVI ha riconosciuto che la risurrezione di Cristo non è da intendersi in senso biologico,[22] tant’è che gli incontri con Gesù sono apparizioni[23]. La risurrezione, dunque, non è di sicuro la rianimazione di un cadavere (come pensavano gli ebrei e come ancora pensano tanti di noi), ma permette la trasformazione della propria vita, e riesce a far sentire il resuscitato vivente e presente vicino a noi. La risurrezione di Gesù non è perciò un privilegio visivo concesso a qualche individuo fortunato di duemila anni fa, non è un fatto unico nella storia avvenuto allora e non più ripetibile, ma è una possibilità per tutti i credenti, di ieri[24] e di oggi.
Ma come si può fare oggi un’esperienza della risurrezione di Cristo? In Mc 14, 9 (l’unzione di Gesù da parte di una discepola anonima, nella casa del lebbroso Simone, con gran quantità di costosissimo nardo) si legge: «In verità io vi dico, dovunque sarà proclamato il vangelo per il mondo intero in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». C’è un solo gesto in tutto il vangelo che Gesù chiede che venga ricordato a beneficio di tutti i posteri. L’unico gesto che Gesù vuole che venga ricordato è questo di una donna anonima. Perché? Forse perché questo gesto è prova della sua risurrezione. Come? La risurrezione non è una questione da risolvere a livello storico,[25] non si dimostra come un problema di geometria o di matematica, ma è qualcosa che si può vedere solo attraverso la fede della comunità: come può la comunità rendere presente Gesù nella storia? Come se fosse un profumo che si espande nella casa e che tutti possono percepire, e questo avverrà solo quando la comunità sarà pronta a spendere la vita per gli altri, in piena imitazione di Gesù. Da notare che Marco afferma che quella donna è entrata nella casa di Simone, il che sottintende che non apparteneva al gruppo dei discepoli più stretti che già erano con Gesù in quella casa e che anzi s’indignano per lo spreco (come Giuda, in Gv 12, 4-5); quella donna anonima sta seguendo Gesù, e non si identifica affatto con la comunità rappresentata da Pietro e gli altri apostoli. Quindi Marco ci sta dicendo che questa donna sta rappresentando un gruppetto di discepoli che ha capito quello che Gesù sta per fare (sta per morire), è pronto a condividere la sua stessa sorte perché è ormai in grado di vivere il messaggio radicale che Gesù ha trasmesso con la sua vita, cosa che Pietro e gli altri apostoli non hanno ancora capito: un duro colpo al preteso primato di Pietro.
Anche il quarto evangelista dice qualcosa di analogo a proposito degli apostoli: «Non avevano compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20, 9). L’accoglienza della parola del Signore, il vivere questo messaggio radicale nella propria vita, operano nel discepolo una completa trasformazione, e permettono ad ogni seguace di Gesù di avere una vita di una qualità tale che gli fa poi sperimentare la vicinanza del Maestro nella sua esistenza, come se fosse lì con lui, e quindi risorto. Del resto, il Vangelo di Matteo finisce con questa apertura universale: io sono con voi per sempre (Mt 28, 20), e questo voi comprende in realtà anche tutti noi. È stato anche spiegato che Gesù, nell’ultima cena, con l’aiuto del calice pieno di vino, assicura ancora una volta i discepoli che, anche se fra poco morirà, la sua vita non cesserà di appartenere a loro: “Con questo calice vi dono la mia vita, e sarò sempre con voi”[26].
Ed è anche interessante notare che i discepoli di Emmaus, Tommaso e Maria Maddalena devono vedere Gesù prima di credere alla risurrezione, devono cioè fare un’esperienza personale che li induce a credere che Gesù è lì, con loro[27]. Stranamente, però, le apparizioni[28] del Cristo risorto sono sempre collegate a un rimprovero per l’incredulità: invece “beati quelli che crederanno anche senza vedere” (Gv 20, 29). Semplicemente le apparizioni sono per gli increduli, i testardi e i duri di testa: cioè per la maggior parte delle persone. Maria, che ha seguito il figlio fin sotto la croce, «che ha sperato contro ogni speranza» (Rm 4, 18), non ha bisogno di “prove” per credere che il figlio è più vivo che mai; non ha bisogno di conferme. Lo sa. Lo sente[29]. Maria non ha bisogno di un ulteriore segno per poter credere (Gv 6, 30); lei, ormai grande nella fede, crede e diventa così segno per gli altri[30]. Anche dopo la corsa di Pietro e del discepolo amato al sepolcro (Gv 20, 8) non si dice che i due entrarono e credettero: solo il discepolo amato entrò e a quel punto credette. Anche lui, a differenza di Pietro, non ha bisogno dell’apparizione. Invece tutti i 12 apostoli e anche san Paolo hanno bisogno dell’apparizione (1Cor 15, 8), anche se forse queste apparizioni sono semplicemente avvenute nella testa degli apostoli. Rimeditando il passato si sono convinti che Gesù è ancora presente, anche se non fisicamente. Si è spenta la sua voce, ma il suo progetto è rimasto, la sua figura è rimasta.
Gli evangelisti non si sono preoccupati di descrivere cosa è avvenuto in quel primo giorno della settimana, come se facesse parte del passato, ma hanno annunciato il “Gesù vivo” presente. E si può parlare di presenza reale solo se le comunità/chiese riescono a “testimoniare” la loro fede nel Gesù vivo.
Sicuramente – torno a ripeterlo - non basta il racconto di una tomba vuota o di un’apparizione. Neanche la spiegazione dell’ascensione (a conferma della risurrezione) così come da sempre raccontata può essere oggi ancora credibile[31]. Da quando Copernico e Galileo hanno messo in dubbio il cielo a più piani, da quando abbiamo capito che Dio non abita sopra le nostre teste in cielo, l’andata di Gesù in cielo, così come descritta, è impossibile da accettare. Il dato di fatto è che Gesù a un certo punto muore e scompare. Non lo si vede più, e l’invisibilità crea sempre problemi, anche se potrebbe indicare non assenza ma un altro tipo di presenza. E allora, come si può oggi interpretare l’ascensione se escludiamo una partenza a mo’ di razzo verso il cielo? Parliamo per metafore: Gesù è andato in cielo amando fino alla fine. Ma come ha fatto ad amare tutti? Forse si è sentito amato per primo, e nell’accettazione di questo amore ha trasformato questa energia che lo attraversava in amore per tutti gli altri.
Se anche noi riusciamo a vivere questa modalità dell’amore, questo sarà sufficiente per far ritornare Gesù come lo hanno visto andare: ecco il vivente. Non occorre guardare il cielo (come dicono gli angeli: At 1, 11): se viviamo amando, diffondiamo vita attorno a noi, e allora lui sarà presente qui con noi e noi lo sentiremo presente e quindi risorto. Lo stesso deve accadere con le nostre vite, per cui ora, invece che guardare in alto e aspettare, tocca a noi agire sentendoci in comunione con gli altri. Solo così, invece di ricordarci che dovremo morire, che polvere siamo e polvere torneremo ad essere (Gen 3, 19), noi cristiani potremmo aver ben presente che risorgeremo per aver accolto l’azione di Dio in noi. Impegniamoci a vivere il dono dell’Amore, scoprendo giorno dopo giorno questo grande amore, che ci dà poi l’energia per viverlo con gli altri. Ma come facciamo ad accogliere questo dono gratuito? Non ricordo dove ho letto che la preghiera è l’atteggiamento che l’uomo assume per accogliere l’energia vitale che gli viene continuamente offerta dall’azione di Dio; è l’esercizio quotidiano per aprirsi alle forme nuove di esistenza ed accogliere la forza creatrice in modo da esserne sempre pieni; solo essendo a nostra volta pieni possiamo poi riversarla almeno in parte sugli altri. È come quando ci mettiamo sotto il rubinetto con le mani chiuse: l’acqua scorre e non possiamo trattenerla. Ma se solo apriamo le palme siamo in grado di raccogliere almeno un po’ della tanta acqua che è a nostra disposizione. Pregare è allora aprire le mani perché un po’ dello straripante dono di Dio possa essere interiorizzato.
Se invece, distratti dalle proprie preoccupazioni, attaccati alle cose terrene, noi non accogliamo almeno un po’ di questa tanta acqua che ci scorre addosso gratuitamente; se ci focalizziamo sul nostro egoismo disperdendo questo dono in idolatrie, alla fine della nostra vita ci ritroveremo completamente vuoti e – tornando polvere,- non prenderemo parte alla vita eterna, perché la morte biologica significherà per noi l’esaurirsi del tentativo che la vita ha fatto in noi di farci accogliere un dono che invece non abbiamo accolto.
Buona Pasqua di risurrezione a tutti!
NOTE
[1] Nietzsche, parlando di ‘trasvalutazione dei valori’ sosteneva che occorreva offrire un nuovo significato agli stessi dopo il crollo delle precedenti certezze. Oggi, in effetti, il nucleo pasquale religioso - morte e risurrezione - può essere letto anche nella società laica come elemento universale dell’esperienza umana: fine e nuovo inizio, crisi e rinascita.
[2] I romani, col principio divide et impera, concedevano privilegi a una piccola fetta della popolazione locale, che controllava il resto della popolazione. Ovviamente questa piccola fetta cercava di non perdere il proprio potere e faceva di tutto perché il Paese non creasse problemi ai romani invasori.
[3] Senza figli, non si creava alcun futuro, e quindi si era maledetti. Essere benedetti voleva dire morire vecchi e sazi di giorni (Gen 25, 8) ed essere sepolti perché ci doveva essere un luogo della memoria. All’inizio non si pensava ad alcun tipo di risurrezione.
[4] Il nome deriva dall’aramaico che significa ‘martello’ nome di battaglia dato a un figlio di Mattatia.
[5] Dunque, la prima persecuzione contro gli ebrei, fatta per motivi religiosi, sembra questa effettuata dal re seleucide (Mancuso V., Gesù e Cristo, Garzanti, Milano, 2025, 422).
[6] Nei racconti giudaici di conversioni, la conversione di un pagano alla legge giudaica viene spesso chiamata illuminazione e descritta secondo il modello classico della "visione di conversione": all'improvviso si è investiti da una luce violenta e si sente una voce (At 9, 3: la visione di Paolo sulla via di Damasco è chiaramente composta secondo questo modello).
[7] Mancuso V., Gesù e Cristo, Garzanti, Milano, 2025, 468s. Ma all’inizio della predicazione paolina la morte di Gesù non aveva ancora acquisito valore redentivo. Tutti gli uomini sono peccatori e meritano la morte, ma coloro che credevano in Gesù – sosteneva Paolo - possono beneficiare della sua morte che ha cancellato i peccati e placato l’ira di Dio. Insomma la salvezza era vista in prospettiva futura ed era legata alla parusia di Cristo (Mancuso cit., 504s.).
[8] Ortensio da Spinetoli, Bibbia e Catechismo, ed. Paideia, Brescia, 1999, 232. San Paolo diceva che si sarebbe passati da un corpo mortale a uno immortale (Mancuso V., Gesù e Cristo, Garzanti, Milano, 2025, 511).
[9] Nella professione di fede più antica, che ancora si recita in un certo periodo liturgico, si dice espressamente “Credo…nella risurrezione della carne”. Non così nel Credo niceno che si recita per quasi tutto l’anno liturgico, dove non si parla di carne o corpi.
[10] Adoperarsi in vita per separare l’anima dal corpo è purificazione (Platone, Fedone, XII, c). Ma se ci viene insegnato che il corpo è il tempio di Dio, e non imballaggio dell'anima, già lo sfruttamento del corpo è profanazione (Deifelt W., Dio nel corpo, , in "Per i molti cammini di Dio", ed. Pazzini, Villa Verucchio (RN), 2010, 83 e 91). Eppure l’idea di disprezzo del corpo e di superiorità dell’anima sul corpo, propria del mondo occidentale, viene da lontano. Basta leggere Platone (Platone, Fedone, IX ss.; XXIX). Già questo filosofo fondamentale del pensiero occidentale sosteneva che non è possibile, in unione col corpo, venire a conoscenza di alcuna cosa nella sua purità, e allora o non è possibile in nessun caso conquistare il sapere, o solo è possibile quando si è morti (Platone, Fedone, XI e). E in questo breve tempo che siamo in vita, tanto più saremo prossimi al conoscere, quanto meno avremo rapporti col corpo (Platone, Fedone, XI a).
[11] Quando il tempo è rimasto esiguo ci si sofferma su quel che si è, trascurando il passato e omettendo di pensare a quello che sarà il nostro umano destino. Però il credente sa di doversi confondere nello stupore della luce di Dio! Questo è stato il grande insegnamento che Gesù ha asciato con la risurrezione (Cives D., Tonino Bello, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2013, 176).
[12] Boncinelli E., La vita della mente, ed. Laterza, Roma-Bari, 2011.
[13] Arregi J., “Il cosmo come rivelazione”. La teologia di fronte alle scoperte della scienza, da www.micromega.net del 3/5/2018.
[14] Già gli antichi Padri della Chiesa avevano cominciato a sostenere che: «È necessario spogliare l’anima gnostica dal suo involucro corporeo… elevarla sopra i desideri carnali e purificarla per mezzo della luce» (Clemente Alessandrino, Stromata (cioè Miscellanea), libro V, cap.11, versione inglese in www.newadvent.org/fathers). Oppure basta pensare al successo che ebbe tutto il libro "Il disprezzo del mondo" (Papa Innocenzo III, De contemptu mundi ed. Cantagalli, Siena, 1970, Libro III, Cap.1, 110). A giustificazione di questo papa si può dire che Innocenzo III aveva ormai alle spalle secoli di questa corrente di pensiero, sostenuta anche da moltissimi teologi; per richiamare qualche nome conosciuto si pensi alla Meditatio de humana conditione attribuita a san Bernardo; e dopo di lui si pensi ancora a tanto grandi della Chiesa come Mastro Eckhart fino a santa Teresa d'Avila e san Giovanni della Croce, e avanti ancora fino a sant'Alfonso de Liguori ed Ignazio di Loyola. Il ritornello è sempre lo stesso: "il mondo è tutto vanità, fugacità e desolato pianto... dopo l'uomo, il verme; dopo il verme, il lezzo e l'orrore". A partire dai conventi e dai monasteri, l’insegnamento del contemptu mundi si era progressivamente ampliato in tutta Europa, e già a partire dal IV secolo, la teoria che predicava il disprezzo del mondo presso i maestri di spirito del cristianesimo era ormai formata (Delumeau J., Il peccato e la paura, ed. Il Mulino, Bologna, 1987, 19, 24s.- 32ss.- 78ss.- 82ss. 639ss; testo ricchissimo di nomi e citazioni). Questa ripugnanza nei confronti della materia ha ovviamente indotto pure al disprezzo del sesso.
[15] Se il risorto fosse fisicamente visibile, se mangiasse con i vivi, sarebbe necessariamente limitato dalle leggi dello spazio, vale a dire non sarebbe risorto. Dobbiamo quindi ritenere che i discepoli non toccarono Gesù con le loro mani, perché questo era impossibile stando Gesù al di fuori della portata dei loro sensi (Torres Queiruga A., La risurrezione senza miracoli, ed. La Meridiana, Molfetta (BA), 2006, 42 e 46).
[16] Castillo J.M., Teologia popolare, III – La fine di Gesù, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2025,77.
[17] Cives D., Tonino Bello, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2013, 176.
[18] Molari C., La fede nel Dio di Gesù, Camaldoli, Poppi 1991, 41.
[19] Robinson J.A.T., Dio non è così, Vallecchi, Firenze, 1965, 102; Bonhoeffer D., Lettere e appunti dal carcere, Bompiani, Milano, 1969, 252. Per la dottrina ortodossa cristiana la morte è frutto del peccato dell’uomo; l’espiazione della morte di Cristo in croce (1Cor 15, 3: Cristo morì per i nostri peccati) ha sconfitto il peccato, e quindi anche la morte è stata sconfitta come risulta dalla risurrezione di Cristo.
[20] La stessa tomba vuota non è prova della resurrezione: è una visione necessaria per gli apostoli per comprendere che Gesù era vivo, ma non è costitutiva della resurrezione (Molari C., La pietra rotolata: ripensare la risurrezione, "Rocca" n.21/2015, 49). È che per comunicare un'esperienza nuova, per la quale non si trovano termini adeguati, si devono utilizzare termini già noti.
[21] Di Piazza P., Fuori dal tempio, ed. Laterza, Roma-Bari, 2011, 87.
[22] Ratzinger J., Introduzione al Cristianesimo, ed. Queriniana, Brescia, 2000, 297.
[23] Idem, 297 s.
[24] Si pensi all’incontro dei due discepoli con Gesù sulla strada di Emmaus. All’inizio non lo riconoscono. Lo riconoscono nel momento in cui Gesù spezza il pane; ma nello stesso istante nel quale i discepoli si rendono conto della sua presenza, lui diventa invisibile (Lc 24, 31) (Maggi A., Versetti pericolosi, ed. Fazi, Roma, 2011, 165).
[25] Papa Ratzinger, invece, afferma che la risurrezione ha fondamento storico (Ratzinger J-Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, ed. Libri Oro Rizzoli, Milano, 2008, 11), senza particolari spiegazioni ulteriori.
[26] In questi termini si capisce forse perché i discepoli non abbiano pensato di bere vero sangue (Haag H., Da Gesù al sacerdozio, ed. Claudiana, Torino, 2001, 96).
[27] Daniélou J., La risurrezione, ed. Borla, Torino, 1970, 51.
[28] Aveva osservato un noto vescovo olandese che le apparizioni non sono minimamente raccontate in senso apologetico, come prova della resurrezione, ma mirano piuttosto a legittimare la missione apostolica, tant'è che il Credo tace sulle apparizioni di Gesù (Schillebeeckx E., Gesù, la storia di un vivente, ed. Queriniana, Brescia,1976, 372).
[29] Maggi A., Nostra signora degli eretici, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 167.
[30] Idem, 168 s.
[31] Spong J.S., Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovo, Massari, Bolsena, (VT), 2010, 187.