Introduzione
La Divina Commedia è uno dei grandi capolavori dell'umanità, frutto di lunghi lavori e fatiche.
Uno dei motivi per cui è così importante, è l'universalità delle tematiche che l'attraversano e il modo in cui le ritroviamo in molte parti diverse del poema: la corruzione dell'uomo, il viaggio di espiazione e il miglioramento personale di ognuno, la riflessione sulle azioni umane ecc...
Tra queste ne troviamo una un po' a margine: la superbia.
Anche se affrontata direttamente in un solo canto dell'intero poema (Canto XI Purgatorio), essa è ritrovabile in molti personaggi e situazioni, nei quali non solo l'autore, ma anche il lettore si immedesima.
Ed è qui che vogliamo mostrare come il peccato della superbia, cioè il credere di poter fare a meno di Dio e della sua legge, sia forse il peccato fondante della stessa natura umana
Canto XI Purgatorio
"Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo. "
Nel canto XI del Purgatorio, Dante con la guida Virgilio, si trovano nella prima cornice del Purgatorio, dove vengono puniti i superbi, costretti a camminare con un masso sulla schiena, per guardare verso il basso, come mai hanno fatto in vita. Dante, subendo anche lui tale punizione, incontra tre anime superbe, ognuna rappresentante le tre principali categorie in cui Dante sembra dividere i superbi
Omberto degli Aldobrandeschi
"Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti "
Egli è stato italiano e figlio di un grande toscano: il padre fu Guglielmo Aldobrandeschi e il suo nobile lignaggio, unito alle grandi opere dei suoi antenati, lo resero in vita così superbo da disprezzare tutti gli uomini e dimenticare che siamo tutti figli della stessa madre. La sua arroganza gli procurò la morte, che avvenne come ben sanno i Senesi e come sanno anche i bambini a Campagnatico. L'anima si presenta infine come Omberto Aldobrandeschi, la cui superbia danneggia i suoi parenti ancora vivi, e che qui in Purgatorio dovrà scontare la pena per tutto il tempo che piacerà a Dio, visto che non lo ha fatto quand'era sulla Terra. Omberto, tuttavia, in vita si rende conto della sua arroganza e si pente, mettendo la superbia da parte. Comportamento opposto ha avuto Filippo Argenti, presente nell' VIII canto dell'Inferno che ha mantenuto il suo orgoglio e la sua arroganza fino alla morte e anche oltre. Vediamo che questi cerca di gettare Dante giù dalla barca per provare e dimostrare la sua superiorità e il poeta non può che godere alla visione del corpo straziato di Filippo.
Oderisi da Gubbio
“Oh!”, diss’io lui, “non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?”.
Il 2° personaggio incontrato da Dante, è Oderisi da Gubbio, un famoso miniaturista del tempo. Egli riconosce la propria grandezza e la propria arroganza, ma comprende anche il fatto che dopo di lui verranno artisti anche più grandi e famosi. Egli rappresenta dunque la superbia dell'ingegno, cioè la credenza da parte degli uomini di essere superiori agli altri per alcune loro capacità. Questo sentimento è condiviso da molti tra cui lo stesso Dante: come il miniaturista è superbo, è orgoglioso, si crede superiore agli altri per le sue capacità nella letteratura e nel raggiungimento della conoscenza e della verità. E' probabile che sia proprio a causa della sua superbia, del suo credere di non aver bisogno di altro se non della sua ragione, che egli abbia smarrito il cammino, come si può dedurre dal canto XIII del Purgatorio:
"«Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
fatta per esser con invidia vòlti.
Troppa è più la paura ond’è sospesa
l’anima mia del tormento di sotto,
che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa». "
In questi versi Dante dice che dopo la morte, la sua anima sarà punita principalmente nella cornice dei superbi. Un altro personaggio in cui si può intravedere il peccato di superbia è Ulisse: nel canto XXVI dell'Inferno Ulisse racconta a Dante la sua morte, dovuta al suo folle tentativo di attraversare le colonne d'Ercole. Questo suo atto mostra come creda che il suo ingegno sia sufficiente per raggiungere la verità. Il tratto più interessante di questo canto, è ciò che dice Ulisse riguardo al motivo per cui parte(il motivo principale della sua superbia) nei versi che riportiamo:
"né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto "
Ciò che dice è che niente poteva vincere l'amore di conoscenza che aveva dentro di se, e che questo lo ha portato all'ultimo suo viaggio. Qui viene indicato come uno dei suoi peccati (superbia) sia causato dal troppo amore verso un oggetto terreno: viene così anticipata la dottrina dell'amore di San Tommaso, spiegata nel canto XVII del Purgatorio, secondo cui l'uomo compie peccati quando il suo amore, direzionato verso oggetti che non sono Dio, è troppo forte. Questa ultima riflessione, anche se non molto inerente al tema della superbia, mostra come Dante colleghi canti all'apparenza indipendenti l'uno dall'altro con diverse tematiche
L'incontro con Oderisi non si conclude qui: riconoscendo il fatto che la vanità sia vana, poiché arriverà sempre qualcuno di più bravo, riconosce anche il fatto che la fama e la gloria umana siano futili e inutili da ricercare. Esse paragonate all'eternità della vita dopo la morte, sono un battito di ciglia, un qualcosa di così breve da perdere ogni valore.
Provenzan Salvani
"«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani. "
Dante risponde a Oderisi che le sue parole gli ispirano grande umiltà e abbassano il suo orgoglio, poi chiede chi sia l'anima di cui ha parlato prima. Il miniatore spiega che si tratta di Provenzan Salvani, costretto in questa Cornice perché volle essere il signore e padrone di Siena. Dal giorno in cui è morto cammina sotto il peso del masso, scontando la giusta pena per chi osa troppo mentre è in vita. Dante chiede ancora come sia possibile che Provenzano sia già in Purgatorio, dal momento che chi attende a pentirsi in punto di morte deve poi attendere nell'Antipurgatorio tanto tempo quanto visse, a meno che qualcuno non preghi per lui. Oderisi spiega che quando era all'apice della potenza, Provenzano volle riscattare un amico dalla prigionia di Carlo I d'Angiò, quindi andò a chiedere l'elemosina in piazza del Campo, a Siena, umiliandosi di fronte ai suoi concittadini. Oderisi non aggiunge altro, pur sapendo di parlare in modo oscuro, ma fra poco i concittadini di Dante faranno sì che lui stesso possa provare la stessa esperienza. Fu quel gesto ad ammettere Provenzan Salvani in Purgatorio. Dante si rispecchia molto nella figura di Provenzano perché anche lui , a causa della politica, ha subito un'umiliazione, infatti viene esiliato. Un altro personaggio in cui si ritrova è Farinata degli Uberti, il quale è visibilmente orgoglioso, superbo nei suoi atteggiamenti e nel modo di esprimersi con il poeta.
Conclusioni
Dall'analisi del canto XI possiamo concludere che la superbia non è solo un semplice peccato. E' un atteggiamento di superiorità che l'uomo verso gli altri e verso Dio: questo spesso lo porta proprio a compiere altri peccati come Ulisse, Farina e Argenti. E' dunque, per concludere, un carattere della natura umana che se non viene controllato, porta a smarrire la diritta via come Dante