Firenze tra la fine del '200 e i prmi anni del '300 fu teatro dello scontro tra guelfi e ghibellini. L'argomento della disputa consisteva nel favorire il papa oppure l'imperatore.
L'orientamento politico di Dante, esposto nel "De Monarchia", fece in modo che si schierasse con i guelfi. Propriamente la sua teoria dei due soli è originale, né guelfa né ghibellina: afferma infatti che il papa e l'imperatore devono intervenire ciascuno nel proprio campo di pertinenza.
Nonostante a Firenze in un primo momento avessero vinto i guelfi, nel 1300 l'unità era ancora lontana, a causa di contrasti interni nella fazione.
I guelfi si scindono in neri e bianchi, per i quali parteggiava Dante.
I neri erano più radicali: sostenevano il controllo totale del papa sulla città toscana; mentre i bianchi erano più moderati, desideravano più autonomia.
L'esilio di Dante fu decretato nel 1301 dai guelfi neri saliti al potere grazie all'appoggio di Bonifacio VIII
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
Inferno, Canto X
Or va; che ‘l sol non si ricorca
sette volte nel letto che ‘l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d'altrui sermone
...
Purgatorio, Canto VIII
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.
Paradiso, Canto XVII
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Siamo nel canto X dell'Inferno. Dante si trova nella città di Dite, dove sono puniti gli eretici, ed è a colloquio con Farinata Degli Uberti
Il colloquio con Farinata ha argomento prevalentemente politico, relativo alle divisioni interne di Firenze che era patria di entrambi. Farinata mostra di non comprendere affatto le ragioni della sua perdizione e appare tenacemente legato alle questioni politiche, che non hanno più alcun significato nella dimensione ultraterrena. Infatti chiede a Dante chi siano i suoi antenati, per capire a quale fazione appartenga, e quando il poeta si manifesta come guelfo il dannato gli ricorda subito di essere stato un ghibellino e di aver sconfitto i guelfi per ben due volte, nel 1248 e nel 1260, nella celebre battaglia di Montaperti.
Dante si sente punto sul vivo e ribatte prontamente che i guelfi seppero tornare a Firenze in entrambi i casi, ovvero nel 1250 e soprattutto nel 1266, dopo Benevento. La risposta piccata di Dante è degna di un «contrasto» o di uno scambio polemico di accuse: dopo la parentesi di Cavalcante, infatti, sarà ancora Farinata a rispondere «per le rime» col profetizzare a Dante che di lì a quattro anni, nel 1304, la sconfitta nella battaglia della Lastra impedirà agli esuli fiorentini di rientrare in città, rendendo così definitivo il suo esilio.
Il Canto si apre con la descrizione del tramonto e della nostalgia di casa che nasce nel cuore dei navicanti, soprattutto quando sentono il suono delle campane serali. È un evidente riferimento alla situazione di esule del poeta, che tornerà alla fine del canto durante il colloquio con Corrado Malaspina presso la cui famiglia Dante sarà ospitato.
L’esilio sconvolge la vita di Dante, come scrisse nel Convivio fu ridotto come un “legno sanza vela e sanza governo , portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade”. Come un pellegrino è costretto a viaggiare per le corti dell’Italia Settentrionale in cerca di ospitalità.
Tuttavia proprio la durezza di tale esperienza, la consapevolezza di pagare ingiustamente per le sue scelte di giustizia e di verità, consolidano in lui un forte senso di superiorità rispetto alle violenze e ai meccanismi di una vita politica corrotta.
Questo a tal punto che egli rifiuterà nel 1315 l’amnistia per le sue condizioni umilianti che, concessa agli esiliati gli avrebbe consentito di tornare nella sua Firenze.
Su un piano culturale e ideologico Dante viene profondamente influenzato dall'esperienza dell'esilio, che gli apre orizzonti non più limitati alla sola società fiorentina e lo mette grado di contemplare e giudicare l’Italia intera e la cristianità.
Dante si sente incaricato di una missione profetica: lui è portatore del messaggio che ricondurrà l’umanità all’ordine e alla pace, la sua storia sarà esempio di come l’ingiustizia domini il mondo.
Per tali motivi prende le distanze dagli altri esiliati che vogliono rientrare a Firenze.
Muta anche l’argomento della sua attività letteraria: si lascia alle spalle l’esperienza stilnovistica per dedicarsi a opere di riflessione scientifica e filosofica in accordo con le sue aspirazioni religiose, politiche e morali.
La risposta di Dante a Corrado Malaspina , nella parte finale del canto , è l'occasione per rendere omaggio alla nobiltà dei Malaspina, che , come detto sopra, lo ospitarono nei primi anni dell'esilio e che ora il poeta celebra come una casata conosciuta in tutta Europa, benvoluta da signori e popolani, in pieno possesso del “pregio de la borsa e de la spada”.
Uso e natura, ovvero la consuetudine cavalleresca e le qualità naturali, consentono ai Malaspina di attenersi alla retta via contrariamente al resto del mondo, che invece ricerca il peccato: Corrado ribatte che entro sette anni , cioè nel 1306 , Dante sperimenterà di persona la generosità e la cortesia della sua famiglia, profetizzando così l'esilio a cui già allude l’apertura malinconica del canto.
Nel V cielo Dante incontra Cacciaguida, un suo lontano antenato, a cui chiede di spiegargli meglio quelle inquietanti profezie sul suo conto udite sia nel Purgatorio che all’Inferno, poiché un problema previsto è più facile da affrontare.
A questa domanda la luce beata lampeggia come una brace riavviata, e comincia a rispondere in modo diretto e comprensibile e per nulla oscuro: gli eventi del futuro, spiega, sono già scritti nella mente di Dio, ma non per questo sono inevitabili o necessari.
Cacciaguida preannuncia quindi a Dante che sarà costretto all’esilio e a lasciare Firenze a causa degli intrighi che Bonifacio VIII sta tessendo già da questo anno 1300 in quella corte papale dove si fa commercio di Cristo e delle cose sacre.
Dante dovrà perciò abbandonare la sua casa e tutto ciò che ama, e dovrà essere ospitato nelle corti dei vari signori provando com’è spiacevole il sapore del pane prodotto altrove e come è faticoso percorrere le scale dei palazzi altrui. Inoltre, per qualche tempo, Dante si accosterà agli altri esuli fiorentini nei tentativi di tornare in patria, ma poi se ne allontanerà, provocando il loro risentimento e le loro accuse. Questo gruppo di esuli andrà incontro ad una fine sanguinosa nella battaglia della Lastra, in cui periranno subendo così le conseguenze del loro agire dissennato.
Al termine di questo discorso, il poeta si rivolge nuovamente allo spirito dell’antenato per ricevere risposte ad un nuovo dubbio che ora lo attanaglia: è consapevole che lo attendono prove ed esperienze difficili e, dovendo lasciare la natìa Firenze, teme di precludersi, con la franchezza dei suoi versi, la possibilità di chiedere ospitalità in altre città. Nel corso del suo viaggio ultraterreno egli ha sentito cose che, se riportate per intero, saranno sicuramente sgradevoli per moltissime persone; d’altro canto, se non dirà tutta la verità rispetto a quanto visto e sentito, non avrà garantita alcuna fama presso i posteri. Dante qui rappresenta un dubbio che lo ha travagliato all’indomani dell’esilio, ma ora è completamente superato: la risposta di Cacciaguida esprime questa raggiunta consapevolezza. L'esperienza dell'esilio gli ha aperto orizzonti non più limitati alla sola società fiorentina e lo ha messo in grado di giudicare l’Italia intera e la cristianità. Dante si sente incaricato di una missione profetica: è portatore del messaggio che ricondurrà l’umanità all’ordine e alla pace. Cacciaguida incoraggia Dante a riportare con franchezza tutto ciò che ha visto nel viaggio ultraterreno, perché le sue parole correggano l’umanità traviata. In questo modo la profezia dell’esilio si muta nella investitura di Dante come poeta-profeta.
Giulio Di Silvestri e Tommaso Cari Gallingani