...quando un semplice incontro si trasforma
in un'analisi interiore
...quando un semplice incontro si trasforma
in un'analisi interiore
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
(vv. 77-81)
Entrati nella città di Dite, nel sesto cerchio della cavità infernale, Dante e Virgilio giungono al cospetto degli eretici, che scontano qui la punizione della loro ribellione in vita. Spicca tra gli altri l'orgogliosa figura di Farinata degli Uberti, ghibellino di Firenze. Con lui il poeta ha un vivace scambio di battute polemiche a sfondo politico, che danno modo a Farinata di profetizzare le future difficolta dell'esilio per Dante. Abbiamo due figure a confronto: da un lato Farinata, un grande uomo e politico; e dall’altro Dante. Fiero e superbo, il personaggio di Farinata suscita grande ammirazione nel lettore in quanto è animato da forti passioni, che, nel suo caso, sono di natura politica. I due condividono l'amor patrio e, soprattutto, entrambi hanno conosciuto la tristezza, l'angoscia e l'umiliazione dell'esilio. La condivisione di questo avvenimento genera un relazione famigliare tra i due oltre a quella politica: questo aspetto viene scavalcato da qualcosa di più forte che accomuna Dante e Farinata: l'amore per Firenze. Quando Farinata capisce che anche Dante prova forti sentimenti per la propria patria, il suo atteggiamento si evolve da diffidente a più amichevole e gli profetizza l'esilio senza asprezza.
Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino.
(vv. 118-126)
Il canto XXVI si svolge nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio, dove si trovano i consiglieri di frode, le cui anime sono avvolte da una fiamma perpetua. Tra questi, Dante e Virgilio incontrano Ulisse, colpevole di aver compiuto assieme ai suoi compagni il "folle volo", cioè l'aver attraversato le colonne d'Ercole, limite invalicabile dell'uomo. Dante e Ulisse sono sicuramente accomunati da un forte desiderio di conoscenza che considerano un valore inestimabile. La sostanziale differenza consiste nel fatto che Dante riconosce il suo limite e accetta di essere guidato, possiamo quindi identificarlo come un pellegrino. Ulisse, invece, è esploratore: simbolo dell'ansia di conoscenza umana che spinge l'uomo a portarsi oltre i limiti posti dalla natura. Perciò il viaggio di Dante segue una direttrice verticale, espressione della tensione spirituale della sua vita: dalle profondità degli inferi giungerà alla beatitudine dei cieli. L'esploratore, invece, segue un percorso orizzontale che lo porterà ad essere inghiottito dalle tenebre infernali, punito a causa della sua intraprendenza.
Nel tredicesimo canto dell’Inferno Dante e Virgilio si confrontano con un particolare tipo di violenza punita dalla legge divina: il suicidio. Nella boscaglia che si stende di fronte ai loro occhi, Dante incontra Pier delle Vigne. Questo fu intimo collaboratore di Federico II di Svevia, tanto fedele da diventarne il solo depositario di tutti i suoi segreti. Aveva svolto il suo incarico con lealtà e dedizione: infatti la sua diligenza aveva acceso contro di lui l'invidia dei cortigiani, i quali indussero il sovrano ad accusarlo di tradimento. In seguito Pier della Vigna si era tolto la vita, credendo in tal modo di sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla ragione al torto. Dante si identifica parzialmente con questa figura dal momento in cui entrambi hanno provato drammatiche conseguenze a causa delle ingiustizie degli uomini, benché avessero svolto il loro compito con coscienza e onestà. Si può ora ipotizzare che anche Dante avesse pensato togliersi la vita a seguito della calunnia a lui recata; l'autore però supera l'umiliazione subita realizzando che ciò che conta veramente , anche più delle vicende della propria vita, è la fede in Dio, che consentirà di raggiungere un giorno la patria celeste. Questa consapevolezza è rappresentata da Romeo di Villanova, che Dante pone in paradiso.
Dante e Beatrice, nel sesto canto del Paradiso, si trovano nel secondo cielo. Il poeta in questo canto segue il lungo discorso di Giustiniano: l'imperatore romano, figura simbolica della Legge terrena che risponde ai principi della Legge eterna di Dio, tratta la questione della funzione dell'Impero e della sua storia universale. Negli ultimi versi l’imperatore mostra a Dante le anime del cielo di Mercurio, tra le quali incontra quella di Romeo di Villanova, che fu consigliere del conte di Provenza, Raimondo Berengario V, e che, in seguito ad una calunnia di tradimento, si allontanò dalla corte e visse in povertà. Dopo il forzato allontanamento da Firenze, Romeo diventa per Dante una figura in cui specchiarsi, e attraverso cui ritornare sui tormenti della pena ingiusta per cui il poeta si sente condannato. L'ingiusto destino che accomuna Dante e Romeo è anche il prodotto della decadenza politica, quindi (nel caso di Dante) è causato dall'assenza di un potere imperiale in grado di applicare le leggi e assicurare la giustizia. Però la fede in Dio e la speranza nella sua ricompensa consentono ai giusti di raggiungere un giorno la beatitudine del paradiso.
Benedetta Denti, Elisa Scaltriti