Il pensiero politico dantesco è il frutto di una parabola evolutiva che trova le sue ramificate radici in una complessa serie di fattori: la vicenda biografica dell’autore, il suo impegno politico nella città natia nella fazione “bianca” dei Guelfi, l’esperienza dolorosissima dell’esilio e i rapporti diretti avuti con diverse corti italiane nel periodo del forzato allontanamento da Firenze.
Possiamo quindi trovare gran parte di queste riflessioni in diverse opere dantesche, tra cui il Convivio, le Epistole (V, VI, VII, XI), il trattato intitolato De Monarchia e - ovviamente - la Commedia stessa.
Il centro della riflessione politica dantesca è la ferma consapevolezza della necessità della divisione tra il potere temporale e il potere spirituale (secondo la cosiddetta “teoria dei due soli”, di matrice ghibellina ma che Dante stesso appoggia nel terzo libro della Monarchia) e il riconoscimento dell’Impero come istituzione universale.
Nella Commedia numerosi sono i versi dove Dante esprime chiaramente la propria utopia politica essendo essa strettamente legata al fine principale dell’opera, quello della correzione morale. Per il poeta infatti lo scenario politico italiano del XIII secolo era causa della corruzione morale dell’uomo in quanto questa situazione privava i fedeli di entrambe le guide: l'imperatore non esercitava il suo ruolo, necessario per assicurare la giustizia e la pace , e il papa tende soltanto ai beni materiali.
“Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada”
Purgatorio Canto XVI°, v. 106-111
Queste sono le parole che pronuncia Marco Lombardo, figura che Dante incontra nella zona purgatoriale degli iracondi, in seguito alla domanda di Dante riguardo a cosa fosse dovuta la scomparsa dei valori cortesi in Italia. Dante, tramite il discorso di Lombardo, fa direttamente riferimento alla teoria dei due soli (Soleva Roma […] due soli aver), teoria che identifica i due poteri, temporale (imperatore) e spirituale (Papa), come due soli, ognuno risplendente della propria luce, ovvero ognuno dotato della propria autorità, e che Dante argomenta in maniera dettagliata nel terzo libro del “De Monarchia”. Tuttavia “L'un l'altro ha spento”, il Papa ha spento il potere dell’imperatore e ha unito potere spirituale e temporale “è giunta la spada col pasturale” : con la legge del “Vacatio Imperii” si attribuisce gli uffici dell’Imperatore.
La teoria dei due soli è quindi la soluzione ideale, voluta dalla Provvidenza Divina. Secondo Dante è necessario l'Impero Universale, un impero che riunisca tutti i fedeli cristiani e che abbia ai vertici del potere l’Imperatore, per il potere temporale, il cui potere è dato da Dio affinché guidi gli uomini nel mondo; e al Papa spetta invece il potere spirituale, perchè guidi i fedeli al raggiungimento della felicità ultraterrena e della salvezza dell’anima in Paradiso. Nel “De Monarchia” viene inoltre dimostrato come l’autorità dell’Impero dipenda direttamente da Dio.
“che l'una e l'altra strada facean vedere, e del mondo e di Deo”
In sintesi, il potere politico e quello ecclesiastico sono rigorosamente indipendenti: l’uno deve curarsi della felicità terrena, l’altro di quella celeste. Certamente entrambi derivano dall’ordine divino del mondo, ma tutti e due lo incarnano con pari dignità, ciascuno nel suo ambito.
Questo pensiero, per quanto possa sembrare solo un’utopia, è in realtà antesignano delle future monarchie nazionali, il cui potere è legittimo e indipendente anche senza il sostegno e l’approvazione del papa, anche se il sogno di Dante non verrà mai interamente realizzato.
Il poeta desiderava infatti la rinascita dell’Impero Romano, da lui visto come l’Impero della Provvidenza che avrebbe riunito tutti i cristiani sotto la stessa bandiera, tuttavia quest’ultimo aveva fallito a causa delle invasioni barbariche che avevano portato la caduta di Roma nel 476 d.C., come Dante racconta nel canto 6 del Paradiso.
Secondo la teoria politica di Dante dell'Impero come istituzione universale, l’imperatore viene considerato da Dante come colui che possiede ogni cosa, essendo di conseguenza libero dalla cupidigia, e che proprio per questo ha la capacità di porsi in maniera neutrale, come giudice, e riportare la pace e la giustizia tra i popoli. In quest’ottica e con una rilettura della Bibbia e dell'Eneide, all’Impero Romano viene data una valenza provvidenziale, teoria che ritroviamo nel Convivio, nella Commedia e che viene sviluppata in maniera approfondita nei primi libri del Monarchia.
Dante quindi cerca di allontanarsi dal proprio presente, rifiutato in quanto corrotto, e prende piuttosto ad esempio il passato, sia vicino sia lontano, ipotizzando un’epoca felice in cui il potere temporale e quello spirituale siano stati concordi nel guidare le anime al loro duplice destino: la felicità terrena e la salvezza eterna
Dante nell'affrontare questi temi, che ricorrono nel canto sesto di tutte e 3 le cantiche, attua una ricorrenza schematica e un progressivo ampliamento del punto di vista, passando da una dimensione cittadina-municipale nel canto sesto dell'Inferno sino alla prospettiva dell'Impero universale nel canto sesto del Paradiso.
In questo ultimo canto l'incontro con Giustiniano permette a Dante di fare un riflessione sulla storia universale e provvidenziale dell’Impero di Roma (ricostruita attraverso l’immagine dell’aquila). Anche in questo caso, la scelta di Dante è funzionale ai suoi intenti: ribadire la necessità di superare le divisioni intestine per non ostacolare il disegno “politico” di un Impero universale che assicuri pace e armonia.
E in tal senso vanno intese, nella seconda parte del canto VI del Paradiso, l’invettiva contro la perversa rivalità che divide guelfi e ghibellini e la menzione (vv. 127-142) di Romeo di Villanova (1170-1250), uno dei più fidati consiglieri del conte provenzale Raimondo Berengario V (1198-1245) e modello dantesco dell’esule per un destino ingiusto.
"Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più."
Luca Bergognoni & Alessandro Valenti 4^G