"Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita."
(Inferno, canto I vv. 1-3)
La celebre frase di apertura dell’opera introduce al percorso di Dante attraverso i tre regni dell’Oltretomba cristiano: Inferno, Purgatorio e Paradiso. L’idea di smarrimento all'interno della selva corrisponde e rimanda al fine ultimo della Commedia: liberare l’uomo dal peccato, rendendolo consapevole delle conseguenze di esso e ricondurlo sulla strada della fede.
Per la descrizione fisica dei tre regni Dante accoglie la visione geocentrica sostenuta da Tolomeo e accettata da Tommaso d'Aquino, struttura che implica una precisa coerenza tra mondo fisico e mondo morale. I concetti primi a cui questa teoria fa riferimento sono:
la Terra è di forma sferica, l'emisfero nord è occupato dalle terre emerse e quello sud è occupato dalle acque;
la Terra si trova al centro dell'universo ed è circondata da nove cieli;
l'universo è finito, oltre il nono cielo, il Primo Mobile, non esiste nulla.
La concezione aristotelico-tolemaica verrà successivamente messa in discussione e dimostrata incorretta da Copernico e da Galilei, fondatori dell'eliocentrismo.
Il regno della dannazione presenta coordinate geografiche ben precise, in quanto situato al di sotto della città di Gerusalemme.
E’ stato generato dalla caduta di Lucifero dal Paradiso. Lucifero era l’angelo più luminoso al fianco di Dio, ma a causa della sua superbia si ribellò; così, sconfitto dall’arcangelo Michele e trasformato in mostro, venne scagliato dal Creatore verso la Terra come punizione per il suo atteggiamento arrogante e presuntuoso.
Al suo avvicinamento, la terra stessa si ritrasse quasi come se non volesse essere toccata e Lucifero raggiunse il centro della terra, dove si stabilizzò.
“Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse.”
(Inferno, canto XXXIV, vv. 121-126)
L’ordinamento dei peccatori si articola in nove cerchi, suddivisi secondo una precisa graduazione delle colpe.
La porta di ingresso dell’Inferno è situata nella selva oscura, immagine del male e dell’errore. L’aggettivo “oscura” sottolinea la mancanza di Dio perché non vi splende la sua immensa luce e questa contrapposizione tra luce e tenebre verrà ripresa più volte durante il cammino di Dante proprio a simboleggiare la difficoltà degli esseri umani nel seguire la strada del bene verso il Creatore, sommo bene.
Dopo il superamento della porta, il primo ambiente visitato da Dante è l’antinferno, luogo nel quale risiedono i primi dannati: gli ignavi.
“Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!”.
(Inferno, canto III vv. 82-84)
Sono queste le parole pronunciate dall’anziano nocchiere Caronte che ci introducono all’ambiente successivo, uno dei quattro fiumi infernali, l’Acheronte, che costituisce una soglia da oltrepassare, fondamentale per poter accedere all’Inferno vero e proprio.
I dannati devono infatti, accompagnati da Caronte, attraversarlo su di un’imbarcazione fino a giungere su una spiaggia.
“Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne”.
(Inferno, canto IV vv. 23-24)
Il Limbo costituisce il margine esterno dell’inferno ed è destinato agli uomini giusti che non conobbero la fede cristiana. Dal verbo "cigne" si percepisce un’interpretazione fisica dei cerchi, quasi come se fossero dei gradini ricavati nella parete rocciosa.
Proseguendo si ha una suddivisione in ulteriori quattro cerchi, fino a giungere alle mura della città di Dite:
“Dentro li ‘ntrammo sanz’alcuna guerra”.
(Inferno, canto IX, v. 106)
Dante descrive questa città con le sue alte torri, già intravedibili da lontano, come simile a una tipica città islamica con maestose moschee.
E’ presente un’atmosfera solenne di dramma data non solo dalle figure che la popolano, ma anche dalle rosse fiamme che si diradano verticalmente, andando quasi a cingere le mura.
Il VI cerchio è immaginato come suddiviso in tre grandi fasce concentriche chiamate gironi, nel primo dei quali scorre il Flegetonte.
“Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per violenza in altrui noccia”.
(Inferno, canto XII vv. 46-48)
Viene descritto così questo corso, non d’acqua, bensì di sangue bollente che ha il compito di tormentare i violenti contro il prossimo.
“Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro”.
(Inferno, canto XVI vv. 1-3)
Il fiume, all’inizio del canto XVI, si getta con una ampia cascata che evidenzia il dislivello tra il settimo e l’ottavo cerchio.
“Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante”.
(Inferno, canto XXXII, vv. 22-24)
Virgilio spiega che il Flegetonte confluisce poi nel Cocito, che a causa del vento generato dalle ali di Lucifero va a formare un lago ghiacciato.
Il Purgatorio è il luogo dell’aldilà intermedio, posto a metà tra il Paradiso, dove si trovano le anime beate, e l’Inferno, dove i peccatori subiscono la dannazione eterna. Il purgatorio è intermedio in quanto non è dimora eterna: vi arrivano le anime di peccatori che sono ammessi alla salvezza divina, ma devono prima subire un processo di purificazione. Esse non hanno qui una posizione definitiva, ma, nel corso del tempo, scalano il monte che le porterà alla beatitudine, lasciando dietro di sé tutti i peccati.
“E canterò di quel secondo regno
Dove l’umano spirito si purga
E di salire al ciel diventa degno.”
(Purgatorio, canto I vv. 4-6)
La struttura fisica del Purgatorio è dunque una montagna troncoconica, ai cui piedi c’è una spiaggia e sulla cui cima si trova l’Eden, il Paradiso terrestre, punto di passaggio per il Paradiso celeste. Anche la struttura stessa rimanda alla funzione di questo regno, dalla spiaggia al Paradiso, dai peccati alla salvezza, passando attraverso una salita impervia e faticosa, in quanto il pentimento comporta sofferenza. La montagna del Purgatorio è anch’essa dovuta alla caduta di Lucifero dal cielo, il quale, avendo attraversato la Terra dall’emisfero nord, ha provocato lo spostamento di una grande massa di terra che si è ritratta ed innalzata a forma di montagna.
“La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende”
(Paradiso, canto I vv. 1-6)
Così si apre il proemio dedicato all’ultima tappa del viaggio di Dante: il Paradiso, regno dell’incorporeo e dell’eterno. Dante era consapevole del fatto che, a differenza dei due regni precedenti, non si sarebbe potuto affidare ad alcune similitudini che mettessero in evidenza tratti comuni con la terra e con ciò che conosciamo; nulla di materiale qui, solo incorporeo e spirituale. Egli doveva, dunque, trovare un espediente che lo rendesse credibile e, soprattutto, non lo allontanasse dalla dottrina cristiana. Nella descrizione di quest’ultima cantica, infatti, non poteva permettersi di non essere preciso, poiché dimora di Dio.
Il Paradiso è così strutturato: nove sfere concentriche, i cieli, fatte di materia cristallina e ruotanti attorno alla terra. Queste sono racchiuse nell’Empireo, il cielo infinito, rappresentazione di Dio stesso. Ogni cielo è dominato da un pianeta e riconosce una virtù, non casuale ma stabilita dalla corrispondenza tra pianeti e virtù.
I primi tre cieli, denominati della Luna, di Mercurio e di Venere, sono i più vicini alla terra e pertanto legati all’inclinazione terrena, qui è premiata la virtù della temperanza.
In particolare nel cielo della Luna, il più vicino alla terra, si trovano gli spiriti che mancarono ai voti;
nel cielo di Mercurio si trovano le anime che operarono per desiderio di gloria;
il cielo di Venere ospita gli spiriti amanti.
I tre cieli successivi premiano le virtù cardinali:
il cielo del Sole, metafora dell’illuminazione mentale ospita gli spiriti sapienti;
il cielo di Marte accoglie gli spiriti combattenti per la fede;
il cielo di Giove è sede delle anime giuste.
Il successivo cielo è quello di Saturno, che ospita gli spiriti contemplativi seguito da quello delle stelle fisse e del Primo Mobile, il quale, mosso da Dio, trasmette movimento ai cieli sottostanti.
Le anime non risiedono nei nove cieli, ma si trovano tutte insieme nella candida rosa, dalla forma di anfiteatro, però si presentano a Dante nel cielo che più ha influenzato il loro carattere, il loro particolare modo di essere santi: così l'ascesa di Dante è scandita dagli incontri con i beati, analogamente a quanto avviene nell'inferno e nel purgatorio.
“In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa.”
(Paradiso - Canto XXXI vv. 1-3)
Per la descrizione della struttura dei Paradiso, Dante esegue una sintesi delle conoscenze del suo tempo, coniugando il pensiero di Platone con quello di Aristotele. Da Platone prende l'idea dell'emanazione dell'essere divino da Dio all'universo, come il Sole emana luce e calore. Della dottrina di Aristotele, invece, riprende la costruzione fisica dell'universo e la concezione di Primo Motore Immobile coincidente con il Creatore.