Francesca da Rimini nasce nel 1255 a Ravenna. Figlia di Guido da Polenta il Vecchio, andò sposa, intorno al 1275-1282, a Gianni Ciotto, signore di Rimini, dal quale ebbe una figlia, Concordia. Innamoratasi di Paolo Malatesta, suo cognato, fu con lui uccisa, tra il 1283 e il 1286, dal marito. Francesca e Paolo sono i protagonisti del VI canto dell'Inferno, fra i lussuriosi del II cerchio.
Nell'episodio infernale parla solo Francesca, e Paolo si mette a piangere alla fine del discorso. Le due anime volano affiancate nella bufera infernale che trascina i lussuriosi e Dante chiede a Virgilio il permesso di parlare con loro; Francesca dapprima si presenta e ricorda l'assassinio subìto ad opera del marito, poi (su richiesta di Dante) spiega la causa del loro peccato.
Francesca fa parte del II cerchio, quindi dei lussuriosi. La lussuria è un vizio inteso come l'abbandono alle proprie passioni o anche a divertimenti di natura generica, senza il controllo da parte della nostra ragione e della nostra morale.
“Amor, ch’ al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende…
Amor, ch’al nullo amato amar perdona, mi prese costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona…
Con questa due frasi, Francesca descrive il sentimento dell'amore come un'attrazione impossibile da non ricambiare, che guidata dalla bellezza, non terminerà mai. E' ancora offesa dal modo in cui le è stato strappato il suo bel corpo.
Personaggio di identificazione assai incerta, anche se secondo molti degli antichi commentatori sarebbe stata della famiglia dei Tolomei di Siena: andata in sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e capitano della Taglia guelfa nel 1284, sarebbe stata uccisa dal marito che la fece precipitare dal balcone del suo castello della Pietra, in Maremma. La causa del delitto sarebbe, secondo alcuni, la punizione di un'infedeltà, secondo altri la volontà di lui di passare a seconde nozze.
Dante la include tra tra i morti per forza e peccatori fino all'ultima ora, che attendono nel secondo balzo dell'Antipurgatorio (Purg., V, 130-136): la penitente prende la parola dopo Bonconte da Montefeltro e in pochi versi di squisita dolcezza si rivolge a Dante, chiedendogli di ricordarsi di lei dopo che sarà tornato nel mondo e che avrà riposato per il lungo cammino. Si presenta come la Pia, nata a Siena e uccisa in Maremma, come ben sa colui che l'aveva chiesta in sposa regalandole l'anello nuziale.
Pia de Tolomei fa parte delle anime morte per forza. Sono le anime di coloro che, essendo morti violentemente e avendo peccato sino all'ultima ora, devono attendere nel secondo balzo dell'Antipurgatorio un tempo imprecisato prima di accedere alle Cornici. Dante li presenta nei Canti V-VI del Purgatorio
“Ricorditi di me, che son la Pia;”
Con questa frase, Pia de Tolomei, parla a Dante chiedendo di ricordarsi di lei una volta tornato nella vita terrena e pregarla.
Figlia di Simone Donati e sorella di Forese e Corso, giovinetta pia e religiosissima, entrò nel convento di S. Chiara a Firenze per farsi monaca. Il fratello Corso, forse nel periodo in cui fu podestà e poi capitano del popolo a Bologna (1283-1293), per motivi di convenienza politica la volle dare in sposa a Rossellino della Tosa, violento esponente dei Guelfi Neri; per questo Corso venne a Firenze con un gruppo di facinorosi, la rapì dal monastero e la costrinse alle nozze con Rossellino. Antichi cronisti e commentatori danteschi riferiscono che Piccarda, appena tolta dal monastero, si ammalò e morì, anche se di questo non c'è alcuna conferma diretta. Secondo altre fonti, ugualmente poco attendibili, il nome da monaca di Piccarda sarebbe stato Costanza.
Dante la include tra gli spiriti difettivi del I Cielo della Luna e ne fa la protagonista del Canto III del Paradiso. Dante incontra Piccarda nel Paradiso, fra gli spiriti che gli appaiono nel I Cielo simili a immagini evanescenti come se fossero riflesse nell'acqua. Dopo che Beatrice gli ha spiegato che sono anime e non immagini, invitandolo a rivolgersi a loro, Dante parla a una di esse chiedendole di rivelare il proprio nome. La beata dichiara di essere Piccarda e racconta di essere stata vergine sorella, essendo relegata fra questi spiriti per aver mancato al proprio voto. Dante le chiede se lei e gli altri beati di questa schiera desiderino un più alto grado di beatitudine, ma Piccarda spiega sorridendo che la loro volontà è conforme a quella di Dio, per cui esse desiderano solo ciò che a Dio piace e non chiedono altro. A questo punto Dante domanda quale sia il voto che lei non ha portato a termine e la beata spiega che in un Cielo più alto c'è l'anima di santa Chiara d'Assisi, che fondò l'ordine monastico delle Clarisse nel quale Piccarda entrò da giovinetta. In seguito, uomini a mal più ch'a bene usi (il fratello e i suoi complici, non nominati direttamente) la rapirono dal monastero, in modo analogo a quanto avvenne all'imperatrice Costanza d'Altavilla che risplende accanto a lei. Dopo aver intonato Ave, Maria Piccarda svanisce come un oggetto che affonda nell'acqua scura.
Piccarda fa parte degli spiriti difettivi. Sono i beati che appaiono a Dante nel I Cielo del Paradiso, in quanto in vita subirono l'influsso della Luna che secondo le credenze astrologiche del Medioevo rendeva incostanti: essi non adempirono ai voti pronunciati, quindi sono relegati al grado più basso di beatitudine.
I fui nel mondo vergine sorella; e se la mente tua ben sé riguarda, non mi ti celerà l’esser più bella, ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, che, posta qui con questi altri beati, beata sono in la spera più tarda.
Con questa frase, Piccarda Donati si presenta a Dante come suora che è posta nel Cielo della Luna, quello più lento
E' importante sottolineare come Francesca, Pia e Piccarda siano collocate nella storia tutte e tre all'inizio di ogni libro della Divina Commedia. Questi personaggi inoltre presentano un carattere che rispecchia a pieno il clima del luogo in cui sono ubicate: Richiamano spesso gli atteggiamenti e le usanze tipiche del territorio in cui trascorrono il loro tempo dopo la morte e sviluppano discorsi che rispecchiano a pieno la mentalità delle anime di quel luogo.
Dalle stesse differenze dei tre mondi Danteschi, ne scaturiscono tre figure femminili completamente diverse, soprattutto tra Francesca, citata nell'inferno, e Piccarda, descritta nel paradiso.
Questi due personaggi Danteschi sono in netta opposizione, sia per via dei luoghi in cui sono collocati, sia per il loro carattere, le loro parole e i loro atteggiamenti. Le prime differenze si possono notare già nei primi momenti dell'incontro tra Dante e le anime. Per esempio, Francesca, insieme a Paolo, si separa dalle altre anime per parlare con il pellegrino, mentre Piccarda accoglie il fiorentino insieme alle altre anime beate con un canto soave. Dai primi istanti dell'incontro possiamo notare un'altra differenza generata dalle parole di Dante. Le due anime infernali sono descritte con l'appellativo "anime affannate", mentre la beata Piccarda è degna dell'appellativo "ben creato spirito".
A colloquio con le anime, Dante induce il lettore ad accorgersi di altre differenze. I due discorsi delle due anime infatti sono strutturati in modo completamente opposto, e ciò evidenzia chiaramente la loro mentalità e quant'altro.
Partiamo con l'analisi del discorso di Francesca. Alla domanda che Dante le pone, Francesca risponde al fiorentino in modo esaustivo, non si perde in giri di parole e descrive i peccatori di quel cerchio infernale, la pena di quelle anime e la loro condizione. Francesca però si sofferma eccessivamente sul peccato che l'ha portata a trascorrere l'eternità nell'inferno, si denota che è ancora legata al mondo terrestre e disconnessa dalla sua condizione attuale. Questo tratto di Francesca rappresenta un po' tutte le anime: Il rammarico, il pentimento, l'ira per ciò che è accaduto in vita porta l'anima dannata a pensare solo a ciò, e la distoglie da ciò che davvero è importante in quel momento, ovvero la punizione divina e la condizione in cui si trovano le anime peccatrici.
Piccarda invece, a colloquio con Dante, si sofferma poco sulla descrizione della sua vita terrena, piena di dolori e di sofferenze, e non dà importanza alla domanda che le pone il fiorentino. Si concentra molto di più invece sulla condizione attuale delle anime beate e sul ruolo che loro ricoprono, ovvero rispettare l'ordine conferito da Dio. Piccarda, attraverso questa descrizi0ne, rappresenta la mentalità di tutte le anime del paradiso: Quest'ultime sono distaccate completamente dal mondo terrestre, che spesso ha portato sofferenza, e focalizzate sulla felicità e la beatitudine che questo luogo conferisce a loro.
Per concludere possiamo affermare che mentre Francesca ha vissuto un passato felice nella vita terrena e ora è costretta a un eternità infelice, Piccarda al contrario ha trascorso una vita piena di sofferenze, ma ora gode della beatitudine divina e vive la sua vita ultraterrena con felicità e serenità. Ciò si può notare infatti dalla strutturazione dei loro discorsi.
Pia de Tolomei, la figura femminile descritta nei primi canti del Purgatorio, è un personaggio che presenta lievi differenze rispetto alle altre due donne, perciò abbiamo deciso di riassumere in un unico capitolo le differenze tra la donna che rappresenta il purgatorio Dantesco e le altre due figure femminili.
Sicuramente dobbiamo affermare che Pia de Tolomei si trova in una condizione intermedia rispetto alle altre due donne: Infatti rientra nelle grazie di Dio a differenza di Francesca, ma il suo cammino è ancora lungo per raggiungere la beatitudine divina di cui gode Piccarda. Nel dialogo con Dante, Pia presenta ancora dei ricordi della vita terrena come Francesca, ma dà meno importanza alla vita terrena e si focalizza molto di più sul suo cammino verso il Paradiso. Questo descrive a pieno le anime del purgatorio, sospese tra i rimorsi della ita terrena e la beatitudine divina. Pia inoltre, a differenza di Francesca, non prova astio nei confronti del suo malfattore, proprio come Piccarda.
Per concludere, ha senso affermare che Pia sia una figura di mezzo, che presenta caratteristiche comuni in parte a Francesca e in parte a Piccarda. Tuttavia, come le altre due donne, rispecchia a pieno le anime di quel mondo Dantesco e la loro mentalità. Questa infatti è la funzione principale delle tre donne nel capolavoro di Dante Alighieri