Introduzione
Dal primo all’ultimo canto, la Commedia è attraversata dalla ricerca della lingua; esiste dunque un’altra impresa, oltre al viaggio ultraterreno, che nel poema viene rappresentata. È la "guerra" della "lingua": quella che il poeta combatte contro una materia difficile, talvolta indicibile, e contro i limiti umani della propria memoria e del proprio linguaggio. L’indicibile si manifesta attraverso una compenetrazione di memoria e oblio che costituisce il presupposto necessario per cantare l’esperienza del divino.
Ricordiamo che la parola “ineffabilità” è composta dalla radice “–fa”, attestata nella lingua indoeuropea, dove essa sta ad indicare la “bocca”. Così in italiano qualcosa di ineffabile è qualcosa che non può essere detto o spiegato con la “bocca”. Nel Paradiso Dante si rende consapevole dello sforzo immenso che la materia nuova del suo canto impone al lettore: di trapassare cioè da una considerazione materiale delle cose a un concetto metafisico. In questo modo le cose viste dal poeta sono indescrivibili da Dante ed irricevibili dal lettore, ma perfettamente credibili. Si può dunque dire che in Dante vi è una lotta contro i limiti della parola e dell’immaginazione; lotta che si manifesta in tutto il Paradiso.
E così, al termine dell’itinerario di redenzione, il poeta vince la sfida con l’inesprimibile, utilizzando il silenzio: con linguaggio dell’ineffabile si definiscono tutte le espressioni riconducibili all’impossibilità di dire quanto è stato visto e sperimentato. Tale linguaggio ha dei precedenti nei testi dei mistici che descrivono l’esperienza dell’estasi, della comunione con Dio.
“Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che l'parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio"
(vv. 55-57)
Ogni parola umana “cede” di fronte all’altezza di tale visione; e del resto la memoria stessa è vinta da cosa che supera di tanto la sua capacità. Questa vittoria della visione sulla memoria si traduce in accecamento in seguito all’oltraggio, che può essere interpretato quale eccesso e dismisura rispetto alla potenzialità espressiva umana. "cede" è tesa al limite delle proprie possibilità, la parola poetica raggiunge la dimensione dello sconosciuto, sfiorando l’abisso del silenzio e del nulla, nel momento in cui l’illuminazione viene oscurata dalla nube della non conoscenza. Qui si determina, come in nessun altro canto, il contrasto tra la maestà del tema del paradiso e la consapevolezza dell’insufficienza ad esprimerla con parole umane. La volontà di vedere e di dire avverte il suo limite, ma al tempo stesso attinge di volta in volta lo stimolo ad un ulteriore sforzo. La poesia qui non sta nella rappresentazione materiale di una realtà che è al di là di ogni capacità sensibile e che Dante non si stanca di dichiarare ineffabile; bensì nell’espressione appunto di una situazione dell’anima (atteggiamento opposto a quello di rinuncia ed annichilimento dei mistici).
analisi
“O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.”
(vv. 67 – 75)
analisi
Ora Dante si rivolge alla somma “luce” con una preghiera analoga a quelle innalzate ad Apollo e alle Muse, aspirando alla grazia della “vis verborum”, la quale si congiunge alla “memoria” intesa come capacità di racchiudere nella parola ciò che altrimenti non è esprimibile. All’offuscamento della facoltà intellettiva corrisponde dunque un cedimento della scrittura, che non significa però rinuncia all’espressione, poiché in questo caso l’oblio che insidia la parola sembra costituire il presupposto della poesia. E in effetti l’ultimo canto della Commedia risulta dominato dal contrasto tra tentativo di memoria e oblio. Dante, fissati gli occhi in quella “luce”, “fuor della quale è difettivo ciò ch’è lì perfetto”, sembra perdere l’uso della parola.
“Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.”
(vv. 106-108)
analisi
La visione intellettuale dell’uomo non può afferrare l’essenza divina nella sua unità, ma penetra in essa a poco a poco distinguendovi successivamente diversi aspetti. Qui Dante si sofferma sulla distanza tra la lingua degli adulti e la lingua dei bambini. La visione di Dio è stata così stravolgente da far perdere addirittura l’uso della lingua e da far ritornar il poeta un bambino, ancora attaccato alla mammella materna, incapace di descrivere l’accaduto, ma bensì consapevole e compiaciuto di ciò. Dante ammira ora la Trinità, “Ne la profonda e chiara sussistenza/ de l’alto lume parvemi tre giri / di tre colori e d’una contenenza;”
canto I
“Nel ciel che più de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perchè appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire”
(vv. 4-9)
analisi
Dante dichiara di essere stato nel Cielo del Paradiso ( Empireo ) che riceve maggiormente la luce divina che si diffonde nell'Universo: li ha visto cose difficili da riferire a parole, poichè l'intelletto umano non riesce a ricordare ciò che vede quando penetra in Dio. Il poeta tenterà di descrivere il regno santo nella III cantica e per questo invoca l'aiuto di Apollo in quanto l'aiuto delle Muse non gli è sufficiente. Il Dio pagano dovrà ispirarlo col suo canto, come fece quando vinse il satiro Marsia, tanto da permettergli di affrontare la materia del paradiso e meritare così l'alloro poetico. Apollo dovrebbe essere lieto che qualcuno desideri esserne incoronati poichè ciò accade raramente nei tempi moderni; Dante si augura che il suo esempio sia seguito da altri poeti dopo di lui.
"Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi.
Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperienza grazia serba."
analisi
Dante a causa della sua elevazione spirituale nel guardare Beatrice si immedesima nel pescatore Glauco quando dopo aver mangiatore un erba magica divenne simile ad una divinità marina. Questa elevazione è difficile da rendere con semplici parole, il poeta infatti poi scrive :" transumanar significar per verba non porìa, però l'esempio basti a cui esperienza serba.
canto X
"Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore "
(vv. 1-3)
analisi
Dante osserva che Dio ha creato i cieli con tale perfezione che non è possibile guardare tale spettacolo senza godere del suo valore, perciò invita il lettore a contemplare il punto in cui si intersecano equatore celeste ed eclittica e ad ammirare l'opera del supremo artefici. Da quel punto diverge lo zodiaco, obliquo rispetto all'equatore per generare le stagioni, per cui se tale divergenza fosse maggiore o minore l'ordine della Terra verrebbe alternato. Il lettore deve pensare a ciò che si preannuncia, poichè il poeta è assorbito dall'alta materia dei versi e non potrà più assisterlo con altre indicazioni.
"Ne la corte del regno, ond'io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si possono trar del regno;
e 'l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s'impenna si' che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le novelle. "
(vv. 70-75)
analisi
Le luci degli spiriti ruotano attorno a Dante e Beatrice per tre volte, simili a stelle che ruotano vicino al polo celeste, poi si arrestano e sembrano donne che danzano e si fermano attendendo che la musica riprenda. Gli spiriti che appaiono in questo Cielo sono delle luci sfavillanti che risaltano per luminosità nella luce pur intensissima del Sole, in un modo che per Dante è quasi impossibile da descrivere a parole