Ci troviamo ad Aguas Calientes. Alle tre e trenta del mattino. Al buio. Col poncho sotto una pioggia battente. Insieme ad altre centinaia di persone. In attesa di un pullmino. L'attesa è allietata dall'andare a colazione a turno, sia mai che si perda il posto, e da una tizia raccattata dal montanaro che ci timbra il biglietto per la nostra agognata meta. Saliamo sul bus numero tredici, ogni mezzo è dotato di trenta posti. Fate un po' voi il conto di quanta altra gente c'era già in fila prima del nostro arrivo.
Puoi capire il senso di tale fatica solo quando la nebbia si dirada, ed ecco che la luce del mattino incornicia finalmente millenni di cultura e di storia. Tutti li, tutti racchiusi in quelle rovine, umili nella loro apparente semplicità ma fiere ed orgogliose di svelarsi a noi, pur mantenendo quella buona dose di mistero che non guasta mai.
Machupicchu non è citata in nessuna delle cronache dei conquistatori spagnoli. Fatta eccezione per la popolazione quechua locale, nessuno seppe dell'esistenza di Machupicchu fino al 1911, quando lo storico americano Hiram Bingham vi fu guidato da alcuni abitanti del posto. Bingham era alla ricerca della città perduta di Vilcabamba, l'ultima roccaforte degli incas, e credette di averla trovata qui. Ora sappiamo però che i resti di Vilcabamba sono le sperdute rovine di Espìritu Pampa, nel profondo della giungla.
Al tempo della scoperta, le rovine di Machupicchu erano ricoperte da una fitta vegetazione e Bingham dovette così accontentarsi di tracciare una mappa approssimativa, migliorandola nelle sue successive spedizioni del 1912 e del 1915 intraprendendo il difficile compito di liberare le costruzioni dalla fitta vegetazione. Ulteriori studi risalgono al 1934 con l'archeologo peruviano Luis E. Valcàrcel e al 1940-41 con gli studiosi americani e peruviani guidati da Paul Fejos. Nonostante ciò, su Machupicchu si hanno solo notizie frammentarie, supposizioni e ipotesi più o meno attendibili.
Tra le varie ipotesi, quella che si trattava di un luogo di ritiro o di una residenza reale di campagna di Pachacutec, abbandonata all'epoca dell'invasione spagnola. Era una comunque una città vera e propria, col suo centro politico, religioso e amministrativo. La sua posizione e la scoperta di almeno otto vie di accesso suggeriscono che si trattasse di un nodo commerciale tra l'Amazzonia e gli altopiani. L'eccezionale qualità delle costruzioni di pietra e l'abbondanza di strutture ornamentali indicano chiaramente che fosse un centro cerimoniale di grande importanza.
Certo è che questa imponente cittadella inca è situata in posizione dominante su una cresta a m. 2.430 di altitudine, nella Valle Sacra del Rìo Urubamba. Per rendere il sito abitabile fu necessario spianare il terreno, deviare l'acqua dei ruscelli di montagna in canali di pietra, progettare un ingegnoso sistema di drenaggio per il deflusso delle forti piogge e per utilizzare l'acqua per l'irrigazione del sistema di terrazzamenti coltivati a mais, patate e coca, esposti a oriente per godere della massima esposizione al sole.
Dalla capanna del custode, quella posta più in alto sopra i terrazzamenti, parte un percorso pianeggiante e molto panoramico che conduce a destra degli stessi terrazzamenti e si snoda lungo uno stretto sentiero sull'orlo del dirupo, nella vegetazione della foresta nebulare di alta quota, fino a raggiungere il ponte inca.
L'inca Trail, il trekking più famoso del Sud America, richiede quattro giorni ed è percorso ogni anno da migliaia di persone. Lunga km. 38, l'antica pista tracciata dagli incas per collegare la Valle Sacra a Machu Picchu si snoda in un continuo saliscendi. Il percorso termina con la discesa a Machupicchu che incomincia a Intipunku, la Porta del Sole.
Torniamo a valle, ad Aguas Calientes, per uno squisito pranzetto. Il ristorante è affacciato sulla via principale, percorsa più dalle rotaie del treno che dai marciapiedi, con le vetrine giusto giusto all'altezza del tubo di scappamento della motrice a gasolio e del suo fischietto che ne annuncia l'arrivo. A seguire, due passi per il mercatino del borgo (dove in effetti non c'è altro se non alberghi e negozi).
Alle ore 16.43 parte il treno che ci riporterà ad Ollantaytambo. Fuori c'è ancora luce, così che - rispetto al buio viaggio di andata - anche grazie al tetto panoramico riusciamo a gustarci il panorama della El Valle Sagrado. Ma non poi così per molto. Dopo averci servito diciamo la merenda, i camerieri spariscono e parte la musica. Uno di loro esce vestito da coloratissimo puma, dimenandosi in balli, come la tradizione vuole. A seguire, gli altri due si improvvisano modelli per un giorno, sfilando con capi d'alpaca acquistabili prima di scendere dal treno.
Alla stazione d'arrivo di Ollantaytambo, ci attende il pullmino che ci riporterà in un paio d'ore al nostro Hotel Sonesta di Cuzco.