Tutto ruota attorno a queste parole: rivoluzione, informazione, soggetto contro oggetto. Negli anni Venti del Novecento architetti come Walter Gropius o Le Corbusier o Mies van Der Rohe ebbero la capacità di riformulare l’architettura sulla spinta del nuovo mondo meccanico e industriale. Dal punto di vista sociale ci si occupava finalmente delle case e dei quartieri per tutti e non solo della rappresentazione del potere civile o religioso, dal punto di vista della costruzione le murature continue e pesanti lasciarono il posto a una costruzione leggera e per punti, dal punto di vista estetico una immagine dinamica e astratta si affermò. Insomma furono proprio i processi seriali, razionali, standardizzabili e tipizzabili della produzione industriale che furono assimilati dall’architettura e dalla città. Oggi siamo in un epoca diversa e le parole chiave degli architetti sono cambiate: si pensa in termini di personalizzazione e non più di standardizzazione, non più attraverso una divisione in cicli o una catena di montaggio, ma come unità tra diversi, la città non è più concepita per zone monofunzionali (qui si lavora, qui si risiede, qui ci si svaga) ma in un insieme interagente di usi e funzioni, non si pensa più al modello ripetibile (la Ford Nera per tutti o l'Unité d'Habitation) ma in termini di adattabilità. La Rete, i sistemi informativi per l'ideazione e la progettazione degli edifici, i materiali e i modi stessi della costruzione modificano l'architettura. Gli spazi tendono ad essere sempre più multifunzionali e sono ideati attraverso geometrie complesse visualizzate dai calcolatori, la costruzione è realizzata con una sorta di artigianato informatico perché si possono realizzare pezzi speciali creati attraverso frese guidate da disegni digitali, ma soprattutto l'informazione stessa diventa componente essenziale dell'architettura e dell'ambiente urbano. E l'informazione nel campo dell'architettura gioca contemporaneamente almeno tre ruoli. Innanzitutto è comunicazione -pubblicitaria, ludica o educativa- inoltre è infrastruttura produttiva per lo sviluppo multidisciplinare del progetto e per la gestione futura degli edifici, ma soprattutto è diventata il terreno di una sfida estetica. Gli architetti d'avanguardia stanno cercando di concepire una generazione di edifici e di spazi che hanno coscienza del cambiamento che l'informatica conduce e che siano capaci di esprimere questa rivoluzione. l'informatica entra "nelle fibre stesse" dello sviluppo progettuale e ne caratterizza fortemente la direzione. Per esempio: come sviluppare volumi matematicamente perfettamente definiti (come è evidente nel caso di Foster) o, al contrario, come sviluppare superfici complesse basate su equazioni non lineari in rapporto a teorie nate nella biologia (per esempio in alcune ricerche recentissime presso Gehry) oppure, ancora, come realizzare simulazioni sempre più articolate che coinvolgono gli innumerevoli parametri di una ingegnerizzazione consapevole del progetto (un tema saliente presso Arup) e che va dai calcoli statici a quelli termici, dai flussi di utilizzo alla reazione al sole sino alle situazioni di rischio come incendio, terremoto o terrorismo. Ora è lecito chiederci a che punto è oggi la generazione degli architetti "Nati con il computer" Il primo è l'inserimento degli ITA (Information Technology Architects, un mio neologismo Ebbene sino a poco tempo fa gli esempi di realizzazioni si contavano sulle dita di una sola mano. Le sperimentazioni di Gehry and Associates nell'auditorium di Los Angeles o nelle abitazioni a Düsseldorf, alcuni padiglioni di esposizione come quelli di Bernhard Franken per la BMW, una chiesa nel Queens di Greg Lynn e Doug Garofalo e poco altro. Alcuni mesi fa si è invece inaugurato il Terminal di Yokohama nell'omonima città giapponese. Questo progetto, che ha caratterizzato l'intero Padiglione inglese alla Biennale 2002, rappresenta un'opera non concepibile senza computer per il costante mutamente della sua sezione, per l'ondeggiamento dei suoi corpi per accogliere le diverse funzioni, per il modo stesso di concepire prima, disegnare poi, e realizzare infine questa architettura. I due architetti Alejandro Zaera Polo e Farshid Moussavi rappresentano dunque tra i "Nati con il computer" i primi che realizzano un'opera di questa complessità e di questo livello. commento di 2000 caratteri