Ruggero Rovan, Il sorriso, 1910, Marmo e base in bronzo, 47 x 48 x 50 cm, Museo Revoltella, in mostra a Eterno femminino, Arte a Trieste tra fascino e discrezione, 1900- 1949, Museo Sartorio, Trieste
Vincent van Gogh, Portrait of Joseph-Michel Ginoux, 1888, Oil on canvas, 65.3 x 54.4 cm, Kröller Müller Museum, Otterlo in mostra a van Gogh, La mostra dei record, Museo Revoltella, Trieste
Ho trovato di fascino e spessore la mostra “Eterno femminino” al Museo Sartorio. Un esempio di come il Comune di Trieste con la risorsa di ricercatrici locali e le opere del Museo Revoltella e della Fondazione Crt sia in grado di proporre eventi rivolti anche a pubblici diversi - specialisti, amatori, studenti, ecc. - comunque di qualità.
Non così la mostra di van Gogh, ma non me ne voglia l’assessore alla cultura, noto estimatore dell’olandese. Dirò subito che ben vengano le occasioni di vedere dal vivo opere il più delle volte note solo a mezzo di libri, tv e internet. Nessun pregiudizio quindi per un artista di consumo, e neppure per una mostra che arriva a Trieste dopo esser stata allestita a Roma e a Genova. È frequente infatti la collaborazione tra musei e collezioni, pubblici e privati, nell’allestimento di mostre, che poi viaggiano nelle diverse sedi. Ma di solito oltre ai materiali sono condivisi anche la progettazione e l’apporto scientifico, e il più delle volte in ciascuna sede l’allestimento è coerente con il luogo, la sua storia e le sue raccolte.
Così non è per la mostra di Arthemisia. E non ne metto in discussione il valore scientifico, ma resta una mostra blockbuster, preconfezionata per puntare al coinvolgimento di ampie fasce di pubblico indifferenziato e quindi ad alti numeri di biglietti staccati. E se ne vantano pure... Per una città che punta sul turismo, e la mostra è finanziata in parte proprio con la tassa di soggiorno dei turisti, la scelta può avere una sua logica. Non siamo Venezia o Firenze, non abbiamo capolavori storici pop da offrire per attrarre le masse, ma attenzione che le città d’arte stanno cercando di tornare indietro da un turismo generalizzato, e puntano a target molto più definiti. Ma rinuncio a chiedere qui dove sia finita la Trieste e il suo turismo leisur, tanto decantato dagli operatori solo dieci anni fa.
Chiedo invece perché la mostra di van Gogh abbia solamente occupato un piano nobile di palazzo Revoltella, quale ospite temporanea, e non abbia cercato anche il confronto e il dialogo con gli autori e le opere residenti nel museo o in altre collezioni triestine. Operazione questa assai frequente in tante mostre, e in specie proprio in quelle allestite tra più musei. Al Revoltella forse si sente ancora la mancanza di una direttrice con la competenza storico-artistica della dott.ssa Masau Dan, ma a Trieste e nel Comune stesso esistono professionalità di livello che certamente avrebbero saputo affrontare tale sfida e cercare - butto lì, da umarell delle mostre d’arte - le distanze tra i quadri dell’olandese e gli acquisti del secondo ‘800 operati dal Curatorio e orientati ai temi storici, italiani e magari di sapore irredentista. Oppure individuare le affinità nella ricerca coloristica e pre-espressionista con le opere di alcuni artisti triestini contemporanei - i paesaggi di Arturo Rietti piuttosto che i ritratti di Umberto Veruda -, o indagare se van Gogh possa esser stato un riferimento per artisti del primo ‘900 - Avrelij Lukežič piuttosto che Adolfo Levier -, e forse comprendere così che i legami della città a cavallo di secolo andavano cercati a Vienna e a Monaco di Baviera, e non a Parigi e Arles. O più prosaicamente avrebbero potuto accostarlo ad artisti psichiatrizzati o suicidi - Vito Timmel piuttosto che Arturo Fittke -, e forse affrontare così il legame tra sofferenza ed espressione artistica in termini non necessariamente romantici.
Perché quindi ci si è piegati alla sola logica del botteghino?
28 feb 2024