Albertus Magnus, Compendium theologicae veritatis, Venezia, 1483
S. Tommaso D'Aquino, Quaestiones disputatae de potentia Dei, de malo, de unione Verbi..., Colonia, 1500
Bonaventura da Bagnorea, Breviloquium, Venezia, 1477
S. Agostino, De Civitate Dei, Venezia, 1486
Fulgentij Castiglione Panormitani e Societate Iesu - Cursus philosophicus (1690)
Disputationes in Aristotelis Logicam, philosophiam naturalem et metaphysicam - Botto (1671)
Commentaria, vna cum Quaestionibus, In universam Aristotelis logicam - F. Toleto (1596)
FILOSOFIA
Mettendo a frutto l’eredità di Aristotele prima e S. Tommaso D’Aquino poi, nei testi filosofici presenti nel convento dei Cappuccini di Mazzarino, il pensiero classico viene ripreso e interpretato alla luce della rivelazione cristiana e della sua versione cattolica. Tra gli incunaboli è possibile ancora leggere il Compendium theologicae veritatis del domenicano Alberto Magno (1206-1280), maestro di Tommaso D'Aquino e primo mediatore fra Aristotelismo e Cristianesimo; fu uno dei principali studiosi infatti a immettere il pensiero di Aristotele nel pensiero cristiano recuperandolo come "colui a cui bisogna prestare maggiore credito in filosofia".
Basti sfogliare qualche pagina delle Disputationes in Aristotelis Logicam, philosophiam naturalem et metaphysicam di A. Botto (1671) o i Commentaria, vna cum Quaestionibus, In universam Aristotelis logicam di Francesco Toleto (1596). In essi si fa spesso riferimento al modello aristotelico-tomistico ed a una concezione organicistica (la concezione di una società ordinata in maniera armonica attraverso le diverse funzioni dei suoi organi ai fini di un governo “sano”).
L'universo è strutturato secondo leggi armoniche, che riflettono la perfetta armonia di Dio. All'interno di questo ordine, ogni elemento è orientato ad una sua finalità, che una volta realizzatasi determina il compimento della sua vera natura:
"Alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine [...]. Ora, ciò che è privo d'intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo ed intelligente, come la freccia dell'arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest'essere chiamiamo Dio. "(Q.2, a.3)
A tal proposito non bisogna dimenticare che la stessa impalcatura dottrinale e astronomica della Divina Commedia di Dante poggia le sue fondamenta quasi interamente sul pensiero di san Tommaso, motivo per il quale la sua presenza è quasi una costante nel poema (ricordiamo il canto XI del Paradiso). Leggiamo nella Summa Theologica di S. Tommaso:
"L’inizio di una cosa è sempre ordinato al suo completamento; e ciò è evidente sia nelle opere della natura che in quelle dell’arte. Quindi ogni inizio di perfezione è ordinato alla perfezione completa, che si raggiunge con l’ultimo fine" (Q.1, a.6);
"Il fine ultimo di ogni cosa consiste nell'essere completo corrispettivo: infatti la parte è ordinata al tutto come al suo fine. Ma tutto l’insieme delle creature, o macrocosmo, sta in rapporto all'uomo, che Aristotele chiama microcosmo, come l’essere completo all'incompleto." (Q.1, a. 8)
A tal proposito come non citare i famosi versi di Dante:
…Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante
Qui veggion l'alte creature l'orma
de l'etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Nell’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro ve men vicine.
(Par. I (vv.103-111))
Tra gli incunaboli presenti nella Biblioteca è possibile sfogliare inoltre l' antico Breviloquium di Bonaventura di Bagnoregio (1217-1274). L'autore viene considerato il più noto rappresentante della corrente «mistica» dei francescani e scrisse numerose opere il cui pensiero è vicino in particolare modo a sant'Agostino, tra le quali l'Itinerarium mentis in Deum che lo stesso Dante Alighieri conosceva sicuramente molto bene ( non a caso S. Bonaventura è uno dei protagonisti del celebre canto XII del Paradiso). Bonaventura ritiene che la filosofia non possa non essere cristiana; la ragione da sola non è in grado di accorgersi nel mondo terreno del signum, vale a dire l'impronta di Dio. Riprendendo il pensiero di S. Agostino, che riguardo la conoscenza della natura scrive:
"Le sue perfezioni invisibili possono infatti essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute. Interroga il mondo, la magnificenza del cielo, lo splendore e l’armonia degli astri, il sole rispondente alle esigenze del giorno, la luna a moderare l’oscurità della notte; interroga la terra feconda di erbe e di alberi, piena di animali, ordinata per gli uomini; interroga il mare che contiene gran quantità e varietà di animali acquatici; interroga l’atmosfera, cui conferisce vivacità un gran numero di volatili; interroga tutte le cose e vedi se, a loro modo, non ti rispondono: Dio ci ha fatti. Filosofi nobili hanno fatto di queste ricerche, e dall'opera compiuta hanno conosciuto l’Artefice" (Sermones, 141,2)
Bonaventura anch'egli considera il creato come un sistema di ordinate corrispondenze, caratterizzato da un tessuto di rapporti e significati tutti che alludono in maniera inequivocabile alla presenza di Dio. L'intento principale di Bonaventura è quello di (attraverso la meditazione) ricercare Dio (quaerere Deum) che si manifesta (relucet) e si nasconde (latet) nelle cose terrene. La speculazione diventa in tal modo un Itinerarium mentis in Deum, vale a dire un viaggio mistico verso Dio:
"Chi non è illuminato dagli splendori così grandi delle cose create, è cieco; chi non è svegliato da tanti clamori, è sordo; chi da tutte queste cose non è mosso a lodare Dio, è muto; chi da indizi così evidenti non rivolge la mente al primo principio, è stolto".
"Facilmente l'uomo cade in errore, se non è aiutato dalla luce della fede...i filosofi pagani furono ciechi perché non avevano la luce della fede...la scienza filosofica è via ad altre scienze, ma chi vuol fermarsi ad essa, cade nelle tenebre."
Anche nel testo Mondo Simbolico (scritto dall'abate Filippo Picinelli nel 1678 ma che riprende ancora la concezione medievale dell'universo) vediamo ad esempio come la realtà terrena ne richiami sempre un'altra, ultraterrena e provvidenziale. In ogni piccolo particolare del nostro mondo terreno è possibile scorgere un significato simbolico. Il simbolo diviene dunque un'allusione ad un'unità perduta che però deve essere rimessa insieme. Ecco dunque come in tale contesto si possono giustificare e comprendere i significati morali, le virtù o le influenze negative legate alle pietre, alle erbe, agli animali (retaggio medievale). Lo Stato fa parte esso stesso di un ordine divino, che si realizza nella storia mediante l’operato della Chiesa. In questa maniera, la politica non è abbandonata alla casualità del divenire storico.
Tra i testi della Libraria ritroviamo prevalente questa dottrina organicistica presente nella filosofia di Tommaso d’Aquino: nelle problematiche di natura politica Tommaso a sua volta prende spunto da Aristotele, sia nel Commento alla Politica aristotelica, sia in un’altra sua opera De regimine principum. Anche per Tommaso «l’uomo è per sua natura un animale socievole politico»; egli vive in una comunità perché è politico, in quanto da solo non basterebbe a se stesso, né per quanto riguarda la sopravvivenza né per quanto riguarda il raggiungimento della virtù. La comunità sociale viene incontro quindi alle esigenze della natura umana, ma, al pari del corpo umano che si scomporrebbe se non operasse in lui un’energia capace di governarlo, così anche la comunità – composta da molte persone, ciascuna delle quali persegue ciò che gli conviene – si disgregherebbe in opposte direzioni se non vi fosse qualcuno che si prendesse cura del bene di tutti. Nella società deve dunque esserci un principio direttivo, ossia un governo. Ma il governo è retto e giusto soltanto se persegue il bene di tutta la società, e ingiusto e perverso se è ordinato al bene privato del governante. La preferenza di Tommaso va alla monarchia, perché gli sembra la forma di governo più adatta a conservare la pace civile. Egli considera la tirannide, invece, come la peggiore.A tal proposito anche l’ordine politico sulla terra sembra rispecchiare in maniera speculare l’ordine universale. La maggior parte dei testi filosofici si ricollegano dunque alla visione di un ordine cosmico che si riflette nell’ordine gerarchico della società e nell'anima umana (v. il Clypeus theologiae Thomisticae: in tres partes divisus di Joanne Baptista Gonet scritto nel 1671); tale concezione si accorda del resto con il collegamento, stabilito già da Platone nel suo Gorgia, tra l’ordine umano e quello divino quando scrive: «cielo, terra, dèi, uomini, sono collegati in un tutto grazie all'unione, all’amicizia, all’armonia, alla temperanza, alla giustizia, e […] per tale ragione, amico mio, questo tutto è chiamato 'cosmo' (ordine), e non 'acosmìa' (disordine) e dissolutezza» (507e-508a). In tale contesto culturale le disuguaglianze non sono quindi difetti della creazione ma qualità eccellenti, nelle quali si rispecchia l'infinita ed adorabile perfezione di Dio creatore.
Scrive inoltre Botto nelle sue Disputationes in Aristotelis logicam, philosophiam naturalem, et metaphisicam (1671):
"Il moto circolare del Cielo è necessario affinché i corpi celesti possano influenzare quelli Inferiori. Il movimento circolare trasferisce ai corpi (con un movimento che va dall'alto verso il basso) le virtù dei Cieli, che poi operano in essi. Lo stesso S. Tommaso sostiene che, una volta che cesseranno i movimenti del Cielo, di conseguenza avrà termine pure qualsiasi movimento di generazione e corruzione". (71)
Anche secondo il principe Carafa “la gerarchia sociale è stata costruita da Dio, il quale, sin dall'inizio dei tempi, ha voluto che ci fosse chi comanda e chi ubbidisce. La necessità dell’ubbidienza è insita in tutte le creature, le quali sono sottoposte all'autorità di chi si trova ad occupare un ordine superiore…” (Giuseppe Palermo, La città perfetta, 2011, p.173)
“Nel pensiero politico-cristiano del Carafa ricopre una posizione centrale e cardinale il concetto di simmetria, cioè l’esigenza che gli ordini sociali siano distribuiti armonicamente […] Il male assoluto nella sua visione è il disordine e l’anarchia […] (Giuseppe Palermo, La città perfetta, 2011, p.142) L’orientamento culturale e cultuale del Carafa “ritiene il connubio tra terra e religione fondativo di qualsiasi ordine sociale. Tuttavia i due elementi appena individuati, terra e religione, non sono paratattici tra di loro, nel senso che non hanno un rapporto paritario, ben sì gerarchico, poiché la terra da sola, senza la religione, sarebbe il regno dell’indistinto, del disordine, ove non si potrebbe esercitare nessuna signoria” (Giuseppe Palermo, La città perfetta, 2011, p.148)
“In questa visione gerarchica del potere, inteso come sacrata potestas, cioè come potere consacrato da Dio, che è legittimato da un moto che procede dall'alto verso il basso e che discende direttamente da Dio…è l’asse verticale che conta, l’asse aristotelico, ove il cielo effonde i suoi benefici influssi sulla terra, ove il mondo celeste plasma il mondo sublunare, per renderlo specchio ordinato di un supremo ordine cosmologico. E l’ordine sociale degli umani consorzi altro non è che il riflesso dell’ordine che Dio ha impresso all'universo, al sole, alla luna, ai pianeti e alle stelle”.(G. Palermo, p.151)
Per Carafa "il vertice sensibile dell’universo è il sole, intorno al quale tutto ruota secondo un ordine prestabilito da Dio”. (G. Palermo, p.151); “…per lui è giusta la società dove le classi sociali siano entità chiuse e statiche, ciascuna paga del suo ruolo e non smaniosa di rivaleggiare con le altre”(p. 156) “L’ordine e la simmetria…si configurano nel suo pensiero non tanto come strumenti egualitari, ma come strumenti di controllo delle diseguaglianze congenite nella gerarchia sociale.” (p.166) “La simmetria è la presenza e preservazione all'interno del corpo sociale di una triplice scala gerarchica verticistica: signore, nobili, popolo […]Secondo Carafa i suoi sudditi non devono mettersi in competizione con i nobili, che appartengono ad un ordine più alto” (G. Palermo, p.167)
Per il lavoro di contestualizzazione si ringraziano il prezioso sito https://library.weschool.com/lezioni/encyclomedia e il libro di Giuseppe Palermo, La città perfetta, 2011.
Contatti: giuseppeomar.licciardi@gmail.com