Gli anziani sono state le grandi vittime di questa pandemia. Le statistiche ci dicono che in Italia più dell’80% delle persone che hanno perso la vita aveva più di 70 anni». Questa situazione non è stata, purtroppo, frutto di condizioni naturali e legate all’età e alla loro particolare fragilità, ma troppo spesso l’esito di un abbandono assistenziale e terapeutico che viene da lontano. La solitudine, afferma un documento del dicastero per i laici e la famiglia è una chiave interpretativa per decifrare quanto è successo ai nostri anziani: la solitudine di chi vive solo e malato nella sua casa, di chi vive ammassato all’interno di strutture residenziali dove si concentrano tanti deboli e fragili nello stesso luogo, pur potendo contare sull’eroismo e l’abnegazione di tanti operatori e responsabili; la solitudine di persone che una “sanità selettiva” per motivi economici, considera scarti, vuoti a perdere: toglie agli anziani il diritto ad essere considerati persone, ma solo un numero e in certi casi nemmeno quello”(Papa Francesco)
Ma gli anziani, come ha detto di recente Papa Francesco, sono il presente e il domani della Chiesa e del mondo e “Senza anziani non c’è futuro”, come recita un appello per ri-umanizzare le nostre società a cui hanno aderito tante realtà, uomini di cultura e di politica, partito dalla Comunità di s. Egidio e che sosteniamo.
Le realtà aderenti alle Consulte che si occupano di anziani e non solo, hanno dimostrato come riannodando i fili delle relazioni, valorizzando le persone, chiamandole per nome, raggiungendole nelle loro case privilegiando le piccole comunità familiari e il sostegno alle famiglie di origine, trovando forme nuove e creative di presenza, come «chiamate, messaggi video o vocali o, più tradizionalmente, lettere indirizzate a chi è solo, sia possibile costruire un nuovo modello di prossimità.
Ci impegneremo perciò:
A riabidire che salvare la vita delle persone anziane che vivono all’interno di strutture residenziali o che sono sole o malate è una priorità tanto quanto salvare qualunque altra persona.
ad immaginare il futuro, implementando quelle soluzioni alternative al ricovero in grandi istituti, ridisegnando i servizi sociali, promuovendo il monitoraggio da remoto e l’assistenza domiciliare, dando forza al modello delle caregiver a casa, favorendo la coabitazione (il cohousing), le comunità familiari, costruendo una rete di prossimità e di solidarietà.
A potenziare attorno a chi è anziano una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventi garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti.
E’ ora il tempo in cui vogliamo sentire l’urgenza di ricostruire il nostro paese, nel quale molti dei nostri nonni e padri dopo averlo servito, goduto e vissuto sono infine deceduti, sconfitti dal Covid-19. Cosi come un giorno Neemia sentii in cuor suo questa stessa necessità:
“Mandami in Giudea, nella città dove sono i sepolcri dei miei padri, perché io possa ricostruirla” (Neemia 2,5)
Quell “io possa ricostruirla” risuoni agli orecchi di ogni uomo di buona volontà. Non demandiamo ad altri di fare ciò che noi stessi possiamo compiere ciascuno secondo la sua parte.