L'osservatore e il linguaggio


Diego Rivera


Una relazione discrezionale

L'osservatore e il linguaggio


"L'azione del ricercare è come un fuoco interiore che arde e in tale ardore si crogiola, come una pepita d'oro, la conoscenza, assumendo la forma di polvere concettuale: ero il fabbro nella fonderia della storia, avevo quantizzato tutto il sapere in tante “scaglie di vita” che si prestavano ad essere ordinate e organizzate in una molteplicità di forme-oggetti storici. Trovavo le parole, disegnavo le carte, isolavo le tesi e le dimostrazioni, mi costruivo anche le contro-tesi e testavo il tutto nelle classi con gli alunni, poi verificavo gli appresi e i concetti e limavo, ridefinivo... monitorando le menti-alunno che si strutturavano a frattale con aperture logiche continue. Così tessendo e sfilando la nuova architettura da scheletro vuoto di finestra-nodo-rete, prendeva spessore-corpo a frattale spugnoso con nicchie di pieni/vuoti che si aprivano a geografie complesse." Da A. Colamonico. Il quanto storico, la finestra e io. 2 luglio 2011


Biostoria - Biohistory of Knowledge
Sito ufficiale - Scienza & Metodo di lettura della Complessità.




I Parte - II Parte

Il gioco del Pensiero

tra quanti storici e quanti informativi


La mente è in grado di tessere fili con ritmi discreti
che si fanno un tutto, nell'azione di lettura. Per questo si può parlare di un soggettivismo cognitivo, funzionale a letture e azioni storiche circoscritte.
... è una "folata di pensieri in forma scomposta", così come è scomposta la mente. Tanti echi, in echi di immagini che come bolle impalpabili emergono da un vuoto e si addensano e si diradano, si accoppiano e si lasciano, in un girotondo di ritmi lenti e veloci che rendono coesa la coscienza. Altrimenti sarebbe scavata come quel vuoto di spugna che apre al nulla della vita, a "quel“non essere che avrebbe potuto essere, al non più o al non ancora”. Da A. Colamonico. Il Grido. © 2011



Esempio di plasticità



Abitazioni eco-biostoriche

Nella foto si osserva come le 2 gocce d'acqua si siano modellate all'interno della pianta; ciò è un esempio visivo di cosa si intenda per plasticità.
Se si estende la parola alla vita, in modo specifico alla relazione individuo/campo-nicchia storica, allora si può comprendere come tra i due soggetti storici si crei una forma di armonizzazione che rende entrambi eco-interdipendenti.


La scoperta della plasticità

Il salto epocale del 3° millennio, che sta aprendo le porte alla Società della Conoscenza, può essere sintetizzato in una parola:

  • plasticitài.

È come se tutto assumesse dinamismo, non solo nel senso classico della fisica, quale movimento di un corpo nello spazio-tempo, si pensi alla rotazione dei pianeti o alla caduta di una foglia in autunno, che costruiscono una traiettoria tracciabile, (occhio lineare-univoco che analizza scindendo l'osservato dall'osservatore), ma essenzialmente come una dialogica osservato-osservatore che modifica costantemente la forma-posizione dell'uno e dell'altro, che continuamente si ridefiniscono in un accoppiamento strutturale che è il vivere, vicendevolmente intrecciati come due corpi in un amplesso amoroso, da cui può nascere un individuo nuovo. 

La plasticità è:

  • della vita in se stessa, a 360°, se letta da una posizione a punto infinito, occhio eco-biostorico, che si fa punto fisso, quale attrattore cognitivo, in grado di ricondurre a sé tutte le informazioni, sistemandole in versi-carte-parole di senso compiuto.

  • Del campo-habitat tutto che continuamente si riorganizza, come se vibrasse spinto da due forze contrastanti che ne definiscono gli stati del cambiamento con le accelerate, gli stalli e le frenate, ora verso il polo dell'entropia, ora verso quello della sintropia, dandogli il ritmo storico che se registrato da un osservatore, permette di far trascrivere le carte dei mutamenti e quelle delle permanenze nello spazio-tempo, fortemente circoscritte in quella rilevazione particolare (fotogramma).

  • Dell'osservatore-agente-abitante storico che interagendo con il campo, all'interno della sua nicchia storica, imprime e subisce gli effetti di ritorno con le modifiche dei suoi stati fisici, psichici, sociali, economici, politici... che se letti danno le scale vitali, a più discipline, funzionali alla misurazione dei gradi di salute/malattia, di equilibri/instabilità, di bellezza/bruttezza, di ricchezza/ povertà, di libertà/tirannia, di gioia/dolore... tutte quelle letture che fanno parlare, a 360°, degli stati evolutivi, introno a cui agire.

  • Dei linguaggi che mutano pelle in relazione alle nuove constatazioni e rilevazioni, si pensi all'evoluzione dell'alchimia alla chimica o dalla meccanica classica alla meccanica quantistica o dalla logica aristotelica a quella kantiana...

  • Delle medesime parole, quali particelle topologicheii che per effetto guanto si aprono ai sensi nuovi come un bocciolo di rosa rossa, in cui ogni petalo è una forma similare di una parte di sé che partecipa alla sua essenza profumata. Le parole vive assumono corposità nella mente dell'osservatore che ne svela il senso celato, intessendolo nel contesto di un pensiero che si fa frase.

  • Della tenuta storica delle conoscenze che si modificano e si intensificano dando l'aspetto di un groviglio al sapere, come se ci fossero tanti fili che si annodano e si intersecano, dando una visione caotica che non faccia quasi trovare la direzione.

In una sì fatta topologia del sapere-realtà-parola... a multi-strato, a multi-nodo e a multi-campo, interscambiabili, necessita per non perdersi (processo d'imbarbarimento) una nuova bussola cognitiva che faccia tenere l'ago-sguardo dell'osservatore (ogni uomo) puntato all'orizzonte, a sua volta pluridimensionale, come multi-stella polare di punti fissi di orientamento, a cui rivolgersi, in relazione agli avvistamenti di incognite di viaggio (perturbatori di navigazione), per imprimere le virate di lettura, funzionali al vivere.

La Vita forma in eterno essere


https://sites.google.com/site/biostoriaspugna/home/briciole-di-biostoria/quantostorico/spazio%20quanti%20storici.pngLa plasticità come forma in eterno essere è riconducibile al dinamismo stesso dei quanti storiciiii che, prendendo realtà nei tempi 0 di presente, si fanno pro-motori di vita, come molteplici la musicali per un concerto, su cui si accordano le dinamiche fattuali con le aperture degli spazi, le dipartite dei tempi, le organizzazioni dei campi-individui.

L'approdo a una tale complessità e dinamismo di lettura è il risultato della stessa curiosità cognitiva umana che investigando (processo di apprendimento) si è spinta, di volta in volta, sino al limite-confine dell'invisibile che docilmente si è fatto abbordare e imbellettare in un abito di realtà.

Sono stati gli stessi ricercatori, misurandosi con le medesime creste evolutive delle loro discipline, a svelare gli approdi di una Realtà a multi-strato di organizzazioni in organizzazioni dinamiche, le quali stanno frantumando l'interezza del Sapere in una molteplicità di particolarità che rendono le letture frastagliate, ma nel contempo di breve durata, come se esse fossero in bilico su un inghiottitoio che tende ad assorbirle, annullandole:

  • il misurarsi con un “nulla di detto”, che segna una perdita di tempo dopo anni e anni di ricerche, rende le coscienze osservanti aperte al dubbio sul significato stesso del dover ricercare un qualcosa che poi necessariamente verrà rigettato da qualcos'altro.

Lo scetticismo dilaga quando non si è in grado di fare un bilancio intorno ai fatti compresi per compiere un'azione di scrematura che faccia dire questo è giusto e questo è sbagliato; questo è ancora valido e quest'altro è un non senso storico.

Ammettere il limite della conoscenza è un atto di coraggio che rende non sprecata l'azione del ricercare essendoci tante scoperte di contorno che poi torneranno utili, e nel contempo svincola la coscienza dalle manie d'onnipotenza che spesso fa sentire padroni della vita:

  • ridimensionare il narcisismo, presente in ogni uomo, può essere un buono deterrente per non rendere stantii i saperi e di riflesso vecchi gli occhiali di lettura con cui si guarda.


Le modalità procedurali e i periodi storici

Nel processo d'appropriazione della realtà si possono isolare due tendenze di sguardi che si adottano in relazione a quelli che sono i gradi di sicurezza/incertezza degli appresi:

  • uno puntato verso l'analisi dei fatti che li espande aprendo alle geografie degli spazi, puntualizzandone le particolarità emergenti;

  • l'altro verso la sintesi che li racchiude e li riassorbe in un modello agile e funzionale alle letture medesime dando gli spaccati d'insieme.

Nell'Epoca Moderna c'è stata una vera esplosione delle facoltà di analisi che ha permesso di innescare nel corso di circa 5 secoli, la gemmazione dei saperi, disciplinati in campi e sotto-campi di letture, che hanno dato corpo alla rosa della conoscenza con le differenti branche della scienze, tanto che oggi si è in una fase d'eccedenza informativa che rende frastornati gli osservatori tra tante possibilità di possibilità di poter essere o agire o sapere:

  • Necessiterebbe un buon taglio di capelli, per sfoltire il superfluo dei significati che rischiano di rendere gli stessi linguaggi, i concetti-teorie e le medesime parole dei vuoti cognitivi, privi di valore storico.

Si è quindi si è in un momento di bilanci e di verifiche sulle tenute delle informazioni all'interno delle branche dei saperi, con crescenti conflittualità tra le molteplici scuole di pensiero, ma tale mutamento del verso storico impone una presa di distanza dalla medesima coscienza osservante, per rileggere i fatti e le spiegazioni intorno ai fatti da un orizzonte a punto-infinito (occhio eco-biostorico), come un astronauta che ispezioni la Terra dal cielo, in uno stato di neutralità emotivaiv, da extraterrestre:

  • Ogni cambio d'orizzonte osservativo o immaginativo richiede un salto logico per poter uscire da un campo-spazio di lettura percepito come inadeguato e dare alla coscienza-occhio privato, e poi collettivo, la possibilità di rileggere e di risistemare, come in un cambio di stagione, i significati attribuiti agli stati vitali o alle interdipendenze evidenziate. Importante è per ogni osservatore assumere un abito mentale disinvolto e dialogante per isolare, da altre angolazioni, quelle crepe interne alle razionalizzazioni (i vuoto di significato) da cui ripartire, attivando i nuovi indirizzi disciplinati che schiudano alle nuove gemmazioni di visioni-ideazioni-linguaggi-consapevolezze.

I versi direzionali delle esplorazioni

Gli occhiali cognitivi che sgranano i campi-realtà sono un tutt'uno col metodo con cui si osserva, ad esempio, ritornando a G. Galilei, egli per affermare la libertà di ricerca dei matematici e dei fisici nella sua epoca, tracciò l'iter del metodo scientifico con uno sguardo-direzionale induttivo (analitico) che non prescindesse da forme di deduzionev.

La sua indagine fu un processo di tipo bottom-up, come un procedere, per livelli crescenti d’astrazione, appunto, dal basso verso l’alto, dal particolare (il fenomeno) risalire alla legge generale, passando per:

  • l'osservazione, la catalogazione delle corrispondenze tra i fenomeni, l'ipotesi di una legge sottostante ai fenomeni, le verifica dell'ipotesi con la rilevazione di altri casi... la codifica della legge in una carta di lettura, modello di realtà.

Il suo modo nel ricercare fu funzionale allo svincolare le coscienze scientifiche della sua epoca dalla tirannia dei sentito dire che si radica sulle ignoranze dai fatti concreti (generalizzazioni), che rendono le menti individuali passive di fronte alle dinamiche vitali (perdita della facoltà osservativa).

In un periodo storico di piena inquisizione:

  • in cui in nome della verità rivelata si perpetuavano vere obbrobri, egli infatti scardinò le connivenze tra una teocrazia che aveva strumentalizzato la religione, piegandola alle personalistiche manie di potenza di taluni alti prelativi, e un'aristocrazia che usava la fede per sottomettere le coscienze alle riverenze di una cittadinanza a cerchie-gradi di dignità, tanto da far definire la religione, ai primi del'800 (Bruno Bauer) “l'oppio dei popolivii.

  • In cui veniva imposto lo sguardo del Dio Creatore come lo spauracchio per uni-versalizzareviii le coscienze e uni-formarleix ad una visione di creazione statica, già conclusasi (rigidità di un occhio rivolto al solo passato), Galileo specificò il valore storico del fenomeno, come la singolarità emergente e interessante d'analizzare, con una mente sgombra dalle dipendenze generalizzanti non dimostrate e attenta agli stati dei reali.

Fu in tale indagare sul perché degli eventi, che egli poté scindere le credenze delle opinioni comuni, dalle rilevazioni delle realtà osservate, cioè il salto dai sentito dire che aprono al piano della retorica con le parole vuote di fatti; ai sensi-singolari dei casi specifici. E sono questi ultimi che fanno vagliare le corrispondenze tra i detti e i fatti, isolando i sensi pieni di significato

  • In cui il“fatalismo” si era fatto strumento d'immobilismo sociale e politico, rendendo stagnanti le dinamiche, egli indicò la strada dell'induzione per giungere all'universalizzazione, ponendo il valore nella stessa osservazione da cui far scaturire i piani delle ipotesi-ragionamenti-verifiche... tutte procedure, queste, da cui poter astrarre le leggi universali e, così facendo, aprì una finestra sul futuro, tutto da edificare e immaginare.

Similarità di sguardo

(Cristo e Galileo)

Comparando il suo sguardo a quello cristologicox, Galilei non fu poi così lontanoxi dalle indicazioni di Cristo, ai suoi discepoli, di prestare attenzione al presente, per leggervi le reali povertà e quindi agire di conseguenza in funzione di un bene-comune concreto delle società.

Se, infatti, alle povertà materiali e spirituali, fatte emergere dal Cristo, si sostituiscono quelle gnoseologiche di Galilei, allora entrambi hanno sottolineato l'importanza storica dell'attenzione al tempo 0 di presente in cui i fatti prendono storia.

Per cui si può parlare di una comunanza di intenti che rende:

  • Cristo più scientifico e Galileo più credente.

Per comprendere la sottile differenza tra la visione statica delle gerarchie teocratiche e quella dinamica dei due che indicarono come metodo il mettersi all'ascolto, si rifletta sulla geografia mentale che l'osservatore costruisce intorno al "sapere" e al "conoscere", nel primo caso egli si apre ad una consapevolezza di possedere la conoscenza (un io pieno di sé); nel secondo invece ha consapevolezza del suo essere ignorante, tanto da dover apprendere il "verso" dell'altro (io vuoto di sé). Focalizzare l'occhio sul primo caso apre ad un ego intransitivo (io so, dunque sono, tipico di un gerarca); il secondo transitivo (io so di non sapere), quindi un ego che ha bisogno dell'altro per essere se stesso, in tale bisogno-apertura è un io relazionale.

Colui che sa di sapere si erge, poi, a "maestro di verità" che dona a chi non l'ha, illuminandolo con la sua sapienza (ipocrisia di un lupo vestito d'agnello); mentre colui che sa di non sapere non sviluppa la pretesa dell'insegnare all'altro la verità, se mai mostra solo la via (il metodo) del come poter accedere alla verità che chiede di essere scoperta privatamente da ogni uomo, in un dialogo soggettivo (apprendimento). Su tali sfumature di significato si giocano le tirannie e le democrazie, gli autoritarismi e le autorevolezze.

Una eventuale
differenza tra il modo di Galileo e quello del Cristo si coglierebbe, se mai, non sulla tipologia dello sguardo per entrambi attento al mondo fenomenicoxii, ma nel modo di posizionare il sé osservatore di fronte all'osservazione registrata:
  • lo studioso pisano, eclissando la coscienza di sé osservatore nell'atto dell'osservazione, mirò a racchiudere i compresi in una carta-legge che si facesse membrana-confine della medesima osservazione, svincolandola non solo dal contorno allargato - campo-nicchia a uno/tutto - ma anche dai vincoli del sé-osservatore. Per cui il suo sguardo assunse una direzione uni-focale (a solo indirizzo esterno, il mondo) e una visione a campo ristretto (interno alla finestra di lettura, il confine osservativo).

Nell'isolare il campo-evento dal contorno campo-allargato, comprendente il suo stesso occhio-sguardo, egli inconsapevolmente recise i fili-legami che fanno essere plastiche sia le letture sia le dinamiche degli eventi, sia gli sguardi che rendono vibrate (accordate) le rilevazioni (oggetto di studio) a tutto l'insieme sistemico  e non alle sole registrazioni effettuate a campo ristretto - la perdita nella lettura delle eco-inter-dipendenze dei sistemi allargati.

Fu, quasi, come se per lui, e soprattutto per gli studiosi che lo seguirono, le geografie mentali e immaginative dell'osservatore (campo interno-ego) con il contorno al fatto-fenomeno studiato (campo allargato, uno/tutto) fossero fattori indifferente ai fini delle letture locali - aree del vuoto di rilevazione - si pensi ad esempio allo studio sul pendolo:

... Nello studio ... del moto armonico smorzato del pendolo, le variazioni del campo (contorno) nel tempo erano indifferenti, ai fini della lettura, per cui si poteva tranquillamente affermare la ripetitività del tracciato di volta in volta. Oggi grazie ai sensori di un computer, si è dimostrato che ogni tracciato è un percorso nuovo, unico, per effetto delle risposte, di volta in volta, del campo, tanto che si parla di una costruzione a otto...”xiii;


L'esempio fa comprendere come si possano modificare le carte in relazione a ulteriori aperture delle
finestre d'osservazione, che permettono di effettuare le letture zoomate di realtàxiv, con gli sguardi multipli.

Lo sguardo cristologico, invece, nell'invitò a non creare
gabbie concettuali (letture assolutizzanti) per tenere sempre l'occhio sgombro dai pregiudizi (sistema ad apertura logica continua), leggeva le influenze anche minime (effetti farfalla) tra le relazioni individuo/campo, tanto da porre all'attenzione dei discepoli una molteplicità di sguardi con una molteplicità di logiche e di organizzazioni etichexv che non dovevano prescindere dalla riflessione sulla posizione del sé - io che dico - facendo della coscienza il punto di congiunzione tra l'esterno e l'interno. Con l'invito a calare nella coscienza ogni acquisizione e vagliarla con la lente della ragionevolezza, egli pose la topologia a dentro/fuori del pensiero.

Nasceva così il suo invito a non giudicare:

  • da non intendere come un'assenza di giudizio storico (negazione) che non faccia prendere posizione di fronte al presente e quindi inneschi la rinuncia al discernendo tra il il fatto-bene e il fatto-male, ma il suo consiglio era, semplicemente, una volta espresso il giudizio a:
  • non fissarlo de-contestualizzato nella memoria (affermazione), facendolo diventare una gabbia concettuale astratta, con cui generalizzare le situazioni storiche locali nei “perbenismi di facciata” di chi sa di sapere e smette d'apprendere-osservare.
Il suo era dunque un occhio-mentexvi, coeso, a due e più fuochi individuo/campo, fortemente plasticoxvii in grado di selezionare le relazioni vicendevoli; un occhio-sguardo potremmo dire oggi più arguto, cosa di cui egli stesso era consapevole quando invitava ed ed essere “prudenti come serpenti e semplici come colombe”(Mt. 10-16).

Sono le generalizzazioni, prive di fatti, che svincolando il giudizio storico (in senso esteso) dalle osservazioni delle dinamiche a tempo presente, aprono al pregiudizio ideologico e questo alla caccia alle streghe.

Tutto il fulcro dell'insegnamento di Cristo è in questo “stato vigile delle coscienze a non creare idoli-gabbie di modi scontati, in valutazioni prefissate, massificanti con risposte storiche preconfezionate:

  • Quindi è tutto nel non generare i “conformismi” delle coscienze-massa che azzerano le libertà degli sguardi e come ricaduta quelle dei reali individui-campi, unici per semprexviii.

Egli indicò un valore aggiunto allo sguardo osservante, sfuggito a Galileo, lo stato sentimentale (occhio a multi-sguardo che nasce da uno stato emotivoxix) che rende i gradi di misericordiaxx (etica gentile) nel non comprimere le osservazioni locali in un modello chiuso di unica possibilità esplicativa degli stati di realtà.



La cecità galileiana

La curiosità osservativa aveva posto la coscienza galileiana con quella scientifica:

  • di fronte ad uno spazio-campo tutto d'apprendere, aprendo la sua mente alle molteplicità di quanti-echi informativi per disegnare gli stati delle osservazioni. Fu in tale apertura logica che egli seppe ricodificare la realtà in un sistema, dimostrato, di carta-modello, spendibile in elaborazioni future:

  • tutte quelle operazioni attuate dagli altri ricercatori che, dopo di lui, hanno attivato le successive aperture logiche del pensiero, con le dipartite dei molteplici linguaggi, delle intricate giustificazioni... cioè tutto quel groviglio di avvistamenti e di riflessioni che hanno permesso di allargare gli orizzonti immaginativi e di riflesso dato spazio alle nuove azioni di risposta alla vita, facendo così esplodere il frattale della scienza e della storia economico-politica, culturale, produttivo-commerciale...
  • Ma il suo limite, se di limite si può parlare considerato che fu anche l'inventore del cannocchiale con il quale è stato possibile sgranare gli spazi osservativi, fu nel considerare l'osservazione elaborata come una teorizzazione svincolata dall'occhio-sguardo dell'osservatore, attestante quindi una verità per se stante (posta la di fronte), priva della dipendenza-proiettiva di quanto appreso e modellizzato, in relazione agli strumenti-lenti, alle immaginazioni di lettura, alle teorizzazioni epistemologiche elaborate, ai linguaggi codificati, agli stati sentimentali ed emotivi (l'emozione si radica nella ragione, aprendola ai versi inconsueti):

    • è come se la società scientifica, da tale momento in poi, si fosse data un tetto-frontiera, un contorno-membrana entro cui richiudersi, per scindere ciò che, essa stessa, definiva verità o credulitàxxi; ritenendo, cosa molto grave, se stessa quale occhio osservatore non esplorato, immune dalle gabbie pregiudizievoli, dai vincoli osservativi e dalle chiusure logiche che se non monitorati (2° livello della coscienza - l'osservatore che osserva se stesso) portano a sovrapporre il sapere con il potere. Proprio quel vicolo cieco in cui erano caduti gli alti prelati che pretesero l'abiura del Galilei (pronunciata il 22 giugno 1633 di fronte al Santo Uffizio).
Pretesa sconfessata, nel 1992, da papa Giovanni Paolo II con la richiesta del perdono che ha fatto prendere pubblicamente e si spera definitivamente, le distanze (occhio neghentropico) da tutta quella barbarie dei tribunali di inquisizione che allo sguardo-orecchio del pontefice polacco facevano echeggiare gli obbrobri dei lager nazisti.

È proprio lo stato di potere che rende decrepiti i saperi, non permettendo i modellamenti e le riformulazioni di sguardi altri e dando così luogo alle pedanterie delle parole tronfie e vuote (piano della retorica):

      • Si, proprio quelle parole di facciata che si fanno sepolcri di meschinità, freno al divenire della storia.


La crisi odierna del paradigma moderno 

La crisi che oggi sta vivendo il mondo scientifico, nato dalla modernità, è:

  • da un lato nell'acquisizione della plasticità concettuale delle sue scoperte che si prestano ad essere continuamente rimodulate se non cestinate, si pensi alle teorie economiche, da premi nobel, che stanno rivelando dei buchi (vuoti) di lettura con l'emergere improvviso di bolle finanziarie e con le relative crisi economico-nazionali, con le aree degli imprevisti che rendono fallaci le letture;
  • dall'altro, dalla fissità di sguardo-mente-giudizio uni-lineare (occhio pregiudizievole) che non è più funzionale alle osservazioni multi-variegate e multi-disciplinate.

Si può parlare di vera crisi del paradigma scientifico che impone la necessità di una rilettura non solo delle carte-teorie, ma dei metodi d'approccio alla conoscenza (rivoluzione gnoseologica).

In tale spaccato di inadeguatezza osservativa, necessita indossare gli occhiali a sguardo allargato con un procedimento inverso, top-downxxii, ovvero per livelli crescenti di concretezza, per riduzione di complessità prodotta, avendo cura di non svilire le informazioni.

In tale linea-frontiera di sguardi-campi si pone l'indagine eco-biostorica, sviluppata in queste carte e nicchie-saggi storiografici, che si organizza su un assioma:

  • Il soggettivismo della scienza.

Il saper rinunciare all'assolutezza delle carte-osservazioni è il soggettivismo scientifico, posto in questo lavoro, quale processo di de-mitizzazione del sapere acquisito per poter ricondurre lo sguardo-mente osservante ai vincoli osservativi e alle eco-interdipendenze tra i campi multipli degli avvistati e quello dell'in-visibilexxiii (il non letto, il non registrato, il non immaginato, il non chiamato... quel vuoto di informazione che apre anche al silenzio di Dio-matrice della Vita) che può così radicare (mettere radici) nello stesso paradigma scientifico, rendendolo umanizzato, aperto all'alea, incarnato in una realtà, a t.0, dialogata (legame osservato-osservatore-osservazione), sempre in costruzione e socchiusa ai mille e mille modi altri (fratture) che a guardar bene sono altrettanti appigli per i nuovi punti di vista che nascono dalle variazioni anche minime degli sguardi-fatti:

https://sites.google.com/site/biostoriamappe/_/rsrc/1374407020273/home/relazione%20biostorica%20conoscenza.png?height=310&width=400

  • In sintesi il salto storico che il mondo scientifico dovrà affrontare, se non vuole prendere il posto di quei “taluni alti prelati” - sostituzione della teocrazia con la tecnocrazia - è tutto nel passaggio da una scienza disumanizzante (priva dell'osservatore) ad un umanizzata, in cui la coscienza dell'osservatore, come il luogo a cui si riconduce ogni avvistamento-riflessione, si faccia un tutt'uno con l'inclinazione data (grado di distorsione) nella spiegazione-dimostrazione, raccontando/raccontandosi. Aprendo una finestra di riflessione a due fuochi-guardi sul mondo e sul che osserva e legge quel mondo; isolando le dipendenze degli sguardi-letture. Dando la topologiaxxiv degli spazi esterni e gli spazi interni in una carta a unicum storico che rifletta si la realtà, ma filtrata e virata da un particolarissimo sguardo e quindi soggetta a mutazioni di rotta che facciano ammettere gli errori, correggendo le portate storiche con inversioni di sguardi e di orizzonti in grado di aprire ai fatti nuovi. (...)

(Continua)

I Parte - II Parte

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iA. Colamonico. Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. In World Futures: The Jounal of General Evolution, a cura di A Montuori. Vol. 61 - n° 6, pp. 441-469, part of the Taylor & Francis Group - Routledge, August 2005.

iiA. Colamonico. Biostoria. Op. tic. Il filo, Bari 1998.

iiiLa scelta del nome quanto storico: - Dare un nome è una scelta di campo dell'osservatore che parte da una particolare qualità dell'osservato, che una volta isolata, si fa radice-legame di collegamento con un altro nome, preso, anche, da un altro indirizzo-disciplinare, che contenga tale qualità. In tale spostamento di senso-verso per somiglianza qualificativa si allarga il significato di un termine, già posto (senso ristretto). Nel caso dell'indagine biostorica, il nome quanto storico è scaturito, nell'istante in cui si è posta (A. Colamonico. Fatto tempo spazio. Premesse per una didattica sistemica della storia. OPPI, Milano 1993) la differenza tra storia (bios-vita) e storiografia (scrittura della bios-vita), da cui scaturisce che l'evento-fatto è un quid-nudo (non detto) che l'osservatore posiziona in una definizione-datazione-collocazione di veste di realtà. Si generano così due dimensioni vitali quella dei non conoscibili (“virtuali” per i fisici quantistici), area del buio cognitivo che apre al vuoto di spugna, che a sua volta riecheggia il vuoto quantistico dei fisici e quella degli identificati-appresi (il campo degli eventi noti dichiarati, esplicitati, applicati... iscritti nelle molteplici discipline). Dallo sdoppiamento (storia-storiografia) del campo osservativo è poi scaturita la dinamica di lettura, a pieno/vuoto (porosità) degli eventi, come il processo di rendere noto (l'evento-quanto informativo) un ignoto (l'evento-quanto storico, letto come unità inscindibile, non estesa, di "fatto-spazio-tempo", privo di nome-luogo-data), che agisce tuttavia da perturbare dello stato di un sistema storico, in un tempo 0 di presente (A. Colamonico: Biostoria. Verso la formulazione di una nuova scienza. Il filo, Bari 1998; Ordini Complessi. Carte biostoriche di approccio ad una conoscenza a cinque dimensioni. Il Filo, Bari 2002). Da tale essere un non-collocabile il quid-fatto si presta all'analogia con il quanto fisico, essendo entrambi unità discrete, secondo una visione a granuli di eventi da un lato e di spazio fisico dall'altro. La parola "quanto " si è così allargata come una bolla che ne assorba un'altra , estendendosi nel significato dal campo della fisica quantistica a quello della biostoria. Nella costruzione del linguaggio è importante tenere presente che anch'esso ha una crescita, naturale, a frattale (evoluzione a spugna). Le medesime geografie mentali entrano nella comprensione o meno dei significati e nelle valutazioni storiche, tanto che non tutti attribuiscono i medesimi significati alla parole, con facili fraintendimenti e conflitti. Trovare un accordo sulle parole richiede delle negoziazioni dei significati stessi, essendo le parole “particelle topologiche”, in grado di mutare le spaziature dei pensieri. In tali intenti-accordanti, il linguaggio assume fluidità e le “parole plasticità” (A. Colamonico. Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. In World Futures: The Jounal of General Evolution, a cura di A Montuori. Vol. 61 - n° 6, pp. 441-469, part of the Taylor & Francis Group - Routledge, August 2005; A: Colamonico, M. Mastroleo. Verso una geometria multi-proiettiva della mente. © Il Filo Bari, 2010).

ivA. Colamonico. Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. Op. Cit. 2005. 2005.

vMetodo in parte circoscritto da K. Popper che definì ogni osservazioneintrisa” di teoria, spesso fatta passare per osservazione (K. Popper, Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 1972). Ma puntualizzando meglio con occhio eco-biostorico, si possono leggere l'astrazione e la rilevazione come un uno/tutto del pensiero che si apre a due direzioni di sguardi, interdipendenti (rapporto a feedback), che si collimano e armonizzano in relazione alle opportunità contestuali e osservative in cui vengono applicati. Del resto già Aristotele, pur prediligendo la deduzione, sostenne che l'uomo si muove su le due strade (deduttive e induttiva) con i due versi di lettura. (Aristotele. Analitici secondi Organon IV; trad. e commento di M. Mignucci, intr. di J. Barnes. Editori Laterza, Bari 2007). “Opportunità”, non va letta con un'intonazione di valore negativo, ma come il limite che rendendo vincolate le letture, le circoscrive in una relatività multi-proiettiva di occhio al plurale (A. Colamonico, M. Mastroleo. La geometria della mente nel salto eco-biostorico. Verso una Topologia a occhio infinito della relazione Mente/Mondo. © Il Filo, Bari 2010).

viI titoli ecclesiali erano spesso attribuiti in relazione all'appartenenza alle famiglie nobiliari, eclatante è il caso di papa Leone X (Giovanni de' Medici, 1474-1521), ordinato cardinale a soli 13 anni da Papa Innocenzo VIII. Tale consuetudine passata alla storia con il nome di nepotismo vide le grandi famiglie, come ad esempio i Farnese, gli Aldobrandini, i Barberini, contendersi le nomine per garantire ai casati i possedimenti terrieri (periodo di grande conflittualità) e con essi i guadagni. Il fenomeno fu ostacolato con la bolla Admonet nos di Pio V (1567), ma continuò a ripresentarsi saltuariamente sino al XVIII sec. (Fonte http://www.treccani.it/enciclopedia/nepotismo/ ) Interessante è constatare che fu Paolo III (Alessandro Farnese, 1468 -1549) a volere il Concilio di Trento (1545-1563) che diete il via alla Controriforma rafforzando il potere dell'inquisizione romana con tutto il bene e il male che ne nacque. Papa passato alla storia anche per le nomine cardinalizie ai giovani nipoti (da qui l'origine della parola nepotismo). Galilei (1564-1642) nacque dopo soli 15 anni dalla morte del Farsene e a un anno dalla conclusione del concilio, si trovò a indagare nel periodo più cupo delle lotte di religione e dello strapotere dell'inquisizione per riaffermare l'autorità di un papato corrotto. E a nulla gli giovò la conoscenza personale del pontefice Urbano VIII (Vincenzo Maffeo Barberini) il quale pretese a tutti i costi la sua abiura. (http://www.treccani.it/scuola/tesine/papato_e_cultura_nei_secoli/2.html). Una pasquinata recita: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini (quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini). In tale asprezza di intendi e di fatti emerge come gli irrigidimenti ideologici, nascano, quasi sempre, in risposta a una perdita di credibilità del potere istituzionale (buio storico) da cui prende corpo il contro-potere.

vii"La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli.": frase solitamente attribuita a Carlo Marx, divenuta a sua volta un luogo comune. Fonte: A. Donini Breve storia delle religioni, pag. 83. Newton Compton, Roma 1991.

viii Uni-versalizzare = dare un unico senso-direzione (assolutismo).

ixUni-formare = rendere uni-forme (conformismo) a uomo-massa, de-naturalizzando la bellezza singolare e unica di ogni soggetto storico (A. Colamonico. Alla palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del Pensiero Complesso. © Il Filo, Bari 2006).

xA. Colamonico. Alla palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del Pensiero Complesso. © Il Filo, Bari 2006.

xiProprio la misura del grado di lontananza dalla lettura, dell'interpretazione ufficiale cristologica, faceva scattare la condanna di eresia.

xii“... Galilei intende sgombrare la via della ricerca scientifica dagli ostacoli della tradizione culturale e teologica. Da un lato egli polemizza contro il “mondo di carta” degli aristotelici; dall'altro vuol sottrarre l'indagine del mondo naturale dai limiti e dagli impacci dell'autorità ecclesiale. Contro gli aristotelici, egli afferma la necessità dello studio diretto della natura... libro … della scienza...”; da: N Abbagnano. Storia della filosofia. Vol. II (pp.167-168). UTET, 1969., Sotto il profilo del ridimensionamento della tradizione anche Cristo si pose contro certi “dottori della legge” del suo tempo: “... Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito:..” (Luca 11-52) .

xiiiTraduzione da: A. Colamonico. Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. Op. Cit. 2005. 2005.

xivA. Colamonico. Fatto tempo spazio. Premesse per una didattica sistemica della storia. OPPI, Milano 1993.


© 27 settembre 2013 - Antonia Colamonico






Quaderno: Indice

Quaderno di Biostoria n° 8

Il piglio eco-biostorico

Verso una scienza & metodo dello sguardo

Antonia Colamonico © 2013 

Saggio nido-nicchia


Nota introduttiva

Premessa

Le trame dei ricami di realtà






Approfondimento






Crisi di lettura di un occhio univoco-sequenziale

La constatazione della forza ri-generatrice della natura che risponde ai fattori aleatori edificando processi nuovi (effetto farfalla), limita il determinismo fisico, secondo cui la natura deve ineluttabilmente seguire il suo corso, secondo una sequenzialità lineare di causa-effetto. Secondo la scienza classica, una volta isolato e identificato un processo naturale, esso diviene percorso-legge ben definito, tanto che si può calcolare con certezza matematica il suo divenire nel tempo (orologio). Una simile organizzazione produce, a sua volta, come effetto di ricaduta sull’occhio-mente osservatore, una linearità, rigidità e assolutezza di visione: unica la dinamica, unica la lettura.

Si possono spiegare, così, gli irrigidimenti ideologici di destra e di sinistra che hanno prodotto gli estremismi e le divisioni con i relativi eccidi di massa del ‘900 (Morin, 2001). Dalla rigidità mentale nasce l’interpretazione univoca della natura e della storia. Dalla rigidità dell’interpretazione della natura e della storia, quella univoca della mente: le due si assolutizzano e rinforzano a vicenda. In tale nodo storico di vincolo visione-processo si può leggere tutta la miseria del novecento, che ha portato al livello estremo la concezione di Laplace. I genocidi e i lager sono il risultato delle menti malate di linearità, di titanismo e di assolutismo:

    • la razza perfetta, lo stato perfetto, la chiesa perfetta, la famiglia perfetta, l’uomo perfetto, il padre perfetto, il marito perfetto, il figlio perfetto.

L’alea, introducendo l’indeterminismo, ha dato nuovo ossigeno al gioco storico-naturale con una visione aperta di futuro:

  • i processi non sono necessariamente consequenziali, da un processo può scaturirne, per sdoppiamento, uno completamente nuovo che annulla il precedente o lo ridimensiona.
Ma cosa significa un futuro aperto se non dare lettura all’imperfezione, al disordine, all’imprevisto, all’errore, alla malattia e offrire loro nuova dignità, integrandoli nel dialogo vitale.

La dinamica di processo, aperta alle alee di percorso, visualizza un’innegabile asimmetria tra i piani passato-futuro:

    • mentre il passato è un costruito che non può essere modificato; Il futuro è invece un costruibile che si presta a delle continue modificazioni, per effetto della forza creatrice della natura e dell’uomo che rispondono alle strozzature o agli stalli evolutivi con la loro intelligenza (Popper, 1984).

Ecco come si spiega l’importanza data alla stessa informazione nel processo d’organizzazione della natura, visto come un apprendimento di tutta quanta la casa cosmica (Capra, Steindl-Rast, 1993).

La capacità d’inventare equilibri nuovi permette alla storia di liberarsi del passato che non è più, da solo, il garante del futuro. È quello che Cipolla (1974) definirebbe “il passato è morto”. Da un punto di vista biostorico, il passato muore nell’istante in cui il suo paradigma non è più accettabile a giustificazione dei fenomeni, intendendo per paradigma le strutture sovralogiche che giustificano le scale di valore di una data gnoseologia (Khun, 1978). Sono le scale di valore che aprono ai mondi possibili o meglio alle futurizazzioni dei tempi 0, che rendono sempre presente la vita.

Ma facciamo un passo indietro. Distinguendo il passato, come l’area dello spazio-tempo fattuale (che è stato fatto-costruito-dato); dal futuro, come area dello spazio-tempo del fattibile (che può essere fatto-costruito-dato), si assegna al primo lo spazio di una visione chiusa; al secondo quello di una visione aperta (Colamonico, 1993). Il futuro, pur influenzato dal presente, rimane sempre legato a tutte le ipotesi, essendo il mondo del possibile. La liberazione implica, a livello mentale, imparare a confrontarsi con l’imprevisto, l’inimmaginato, l’impensato, l’inatteso.

In una visione di futuro a campo aperto, il passato entra marginalmente nella costruzione storica, in quanto non necessariamente può imprimere il senso-direzione alla edificazione della sua struttura. Per comprendere tale mutamento di prospettiva si dovrà iniziare a pensare alla struttura della storia come ad una realtà bio-fisico-informativa complessa e non lineare come invece è rappresentata nella carta temporale del Cellario, utilizzata nelle scuole, in cui la storia è scomposta in:

    • Preistoria → Storia antica → Medioevo → Età moderna → Storia contemporanea (Colamonico, 1994).

Con occhio biostorico, la storia è un’organizzazione naturale d’edificazione di spazi-tempi-fatti che nel corso del tempo ha assunto e assume una struttura a spugna, per effetto della gemmazione degli eventi. La spugna, a sua volta, è una struttura complessa in costruzione che contiene l’informazione dell’uno-tutto, pur aprendosi a espansioni nuove. Per comprendere meglio è bene precisare che la dinamica dei quanti perturba lo stato del presente, modificando gli stadi vitali che potranno assume differenti forme-creste evolutive (Colamonico, 2002).





Procedendo con ordine, si può comprendere il salto di visione dalla linearità alla complessità e riflettere sui sistemi di lettura, d’indagine. Se il passato non è il garante del futuro, automaticamente gli appresi e i conosciuti, come il bagaglio informativo accumulato e custodito, non sono più sufficienti per saper rispondere alla vita. La scoperta dell’incompletezza delle letture ha prodotto in questi anni, come effetto, lo smarrimento delle menti. Il caos informativo è emerso in tutti i campi della conoscenza, tanto che molti hanno profetizzato, la morte dell’Occidente o per eccesso d’informazione (Toffler,1988) o per corto circuito degli eventi (Baudrillard, 1993). E si è registrata l’insorgenza di una schizofrenia collettiva. Ma quale è il fattore scatenante di tale follia umana? Se di follia si può parlare. La risposta è semplice: nella incapacità di lettura della complessità. La mente umana non viene educata a leggere la complessità, vista come una molteplicità di linee evolutive che si perturbano insieme e si auto-organizzano, ri-perturbandosi nuovamente, secondo un processo di retroazione positiva, esponenziale.

Nel corso degli ultimi secoli, sono stati privilegiati i sistemi sequenziali, nell’organizzazione delle informazioni. La catalogazione, la stesura, la memorizzazione, l’osservazione, ecc. delle informazioni, avvenivano secondo ordini temporali lineari di successione, di causa-effetto. L’organizzazione alfabetica della scrittura, ad esempio, è una successione temporale di lettere-parole-periodi che rendono linea il discorso con il corrispettivo occhio di lettura.

Lo stesso non può dirsi di uno schizzo pittorico in cui l’artista visualizza un disordine informativo che assume una particolare armonia visiva dall’interazione del pieno/vuoto di segno. Qui, gli spazi assumono un pari valore al fine dell’effetto sematico-visivo e l’occhio-lettore è libero di focalizzare e muoversi sul tutto, libertà dell’occhio (Rovetta, 2002), scegliendo, di volta in volta, il fuoco di lettura (Hubel, 1989).

In un testo narrativo, invece, alla linearità di scrittura-lettura, che scinde il pieno (lo scritto) dal vuoto (il bianco della pagina), attribuendo a questo un valore 0, corrisponde una scissione mentale tra il contenuto-contenitore; per cui il contenuto emerge, il contenitore scompare, secondo un gioco di ombra/luce che porta a scindere la realtà in sequenze disciplinate.

Lo stesso avviene nell’azione d’esplorazione della realtà, quando l’occhio osservatore, nel processo di lettura, mette a fuoco l’individuo-oggetto, isolandolo dal campo e inizia ad indagarlo. La capacità ad isolare, rendere isola, dà oggettività all’individuo-oggetto, attribuendogli un’entità storica (Putnam, 1993); ma nel contempo lo separa dal campo che lo contiene, non visualizzando i legami-fili che costituiscono gli interscambi informativi individuo-campo/campo-individuo, con le relative perturbazioni. Nello studio, ad esempio, del moto armonico smorzato del pendolo, le variazioni del campo nel tempo erano indifferenti, ai fini della lettura, per cui si poteva tranquillamente affermare la ripetitività del tracciato di volta in volta. Oggi grazie ai sensori di un computer, si è dimostrato che ogni tracciato è un percorso nuovo, unico, per effetto delle risposte, di volta in volta, del campo, tanto che si parla di una costruzione a otto (Gleick, 1989).

Le letture unidirezionali e univoche, negando valore a parti del tutto non risultano sufficienti a gestire l’alea, in quanto non aprono la mente alla visualizzazione di tracce di imprevisti. La capacità a giocare su più fuochi e su differenti livelli semantici può essere considerata la risposta alla gestione delle alee. Sdoppiare l’occhio di lettura è il salto di paradigma che bisognerà compiere:

    • un occhio-mente che sappia vedere insieme le dinamiche individui/campi/lettori.

Ma un occhio sì fatto è schizato, poiché sa focalizzarsi su più dinamiche nello stesso tempo, come un sensore con cento occhi. È fortemente dinamico in quanto si muove ad angolo sferico. È paradigmatico in quanto sa attuare i salti di registro semantico, aprendosi a nuove scale di valore. È un occhio topologico che si muove per costrutti di mappe e non solo per costrutti di periodi. Ma per partorire tale nuova capacità di lettura è importante partire da una visione a salti-finestre nella lettura della dinamica storica (Colamonico, 1993).






______________

Baudrillard, J. L’illusione della fine o lo sciopero degli eventi. Milano: Anabasi, 1993.

Capra, F. Steindl-Rast, D. L’Universo come dimora. Milano: Feltrinelli, 1993.

Colamonico, A.. Fatto tempo spazio. Premessa per una didattica sistemica della storia. Milano: Oppi, 1993.

Colamonico, A.. Ordini complessi. Carte biostoriche di approccio ad una conoscenza dinamica a cinque dimensioni. Bari: il Filo, 2002.

Colamonico, A.. Storia. In Nuova Secondaria. Brescia: La Scuola, sett. 1994, pp.69-71.

Cipolla C. Storia economica dell’Europa preindustriale. Bologna: Il Mulino, 1974.

Gleick, J. Caos. La nascita di una scienza nuova. Milano: Rizzoli, 1989.

Morin, E. La Méthode 5. l’humanité de l’humanité. L’identité humaine. Paris : Seuil, 2001.

Hubel, D. H. Occhio, cervello e visione. Bologna: Zanichelli, 1989.

Khun, T. S. La struttura delle Rivoluzioni Scientifiche. Torino: Einaudi, 1978.

Popper, K. R. Società aperta, Universo aperto. Roma; Borla, 1984.

Putnam, H. Rappresentazione e realtà. Milano: Garzanti, 1993.

Rovetta, A. Educazione permanente ed etica nella comunicazione di massa. Milano: I.S.U. Università Cattolica, 2002.

Toffer, A. Lo choc del futuro. Milano: Sperling & Kupfer, 1988.

(Traduzione da: A. Colamonico Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. In World Futures: The Jounal of General Evolution, a cura di A Montuori. Vol. 61 - n° 6, pp. 441-469, part of the Taylor & Francis Group - Routledge, August 2005.)










Indice saggio.


La Spugna Eco-biostorica

Il nodo storico: Osservato-osservatore-osservazione
La presa di realtà
Le gemmazioni storiche in una lettura a Nodi/Rete della Vita.
  • La Comunicazione: La democrazia creatrice del processo dialogico, a individuo/campo.

La Verità Vincolata.


 
Antonia Colamonico. © 2012/2013 - Tutti i diritti sono riservati.







Passeggiando nella Rete







Marito e moglie di Lorenzo Lotto (1543)


".. il motivo del tappeto orientale sul tavolo vada fuori fuoco al centro, un effetto impossibile da vedere nella vita reale, ma inevitabile se una lente con una limitata profondità di campo proietta il soggetto su una superficie piana. Inoltre la parte posteriore dell’immagine torna improvvisamente nitida, grazie a una messa a fuoco della lente, che a sua volta porta a una leggera distorsione tra due diversi punti di fuga, non il singolo che ci si aspetterebbe se l’immagine fosse stata realizzata con il semplice uso della prospettiva geometrica.
Da dove proviene questo “aspetto ottico”?"








Ritratto di Giovanni Arnolfini e della moglie
di Jan van Eyck (1434)





(Il particolare gioco di specchi)




Pittura e dispositivi ottici: il Rinascimento 

La maggior parte degli storici dell’arte ritiene che molti pittori europei a partire dal Rinascimento fecero uso di elaborati sistemi di prospettiva matematica per realizzare i loro capolavori. Negli ultimi anni il noto artista inglese David Hockney e il fisico ottico dell’Università dell’Arizona Charles Falco hanno tuttavia ipotizzato che molti tra i più capaci artisti abbiano fatto uso, a partire dalle Fiandre nel secondo decennio del Quattrocento, di diversi apparecchi ottici, che vanno dagli specchi concavi, alle lenti, fino alle prime forme di camera oscura e di camera lucida... (continua ... Link)








David Hockney



lenti di lettura




mercoledì 18 luglio 2012

I livelli di complessità di lettura e la dinamica dello sguardo



"... Le tre prospettive di sguardi si possono immaginare come tre campi-finestre d'osservazione che rendono “fratto”, scisso, lo sguardo-lente dell'osservatore, permettendogli di attuare lo sdoppiamento per piani-superfici dei momenti della mente:
(Relazione occhio-mente-mano nell'azione del ricamo)
 
Si pensi all'azione della mano di una ricamatrice che agendo su tre spazi intesse il ricamo sulla stoffa. L'azione del ricamo è il gioco dei tempi, mentre quella di controllo è la posizione neghentropica della ricamatrice stessa che interviene e pilota l'azione.

La mobilità dell'occhio, la possibilità di zoomare l'inquadratura, la scelta di ribaltare il campo/fuoco di osservazione fanno sì che si crei la co-in-tra-tessitura storica e mentale. ...]..."


Estratto da: Antonia Colamonico. Lo sguardo biostorico tra echi di realtà e tempi 0. Il ruolo storico dell'Osservatore nella costruzione della realtà multi-proiettiva.

2011 - Il filo, Bari)











Mario

La notizia era evidente, in tutta la sua tragica complessità, nessuno poteva impedirne la divulgazione nel tentativo di non intaccare le linee di tendenza dei governi in fatto di nucleare: il Giappone era stato nuovamente inondato dall'orrore radioattivo, seguito al terremoto e allo tsunami!

La risposta da Tokyo era giunta finalmente, con tutta la tragedia.

Hiro lo informava con una breve nota:

- Mi dispiace, Mario, per il momento è impossibile procedere nella collaborazione a causa del trasferimento degli uffici aziendali.

Avvezzo come era a smontare le comunicazioni in tanti quanti informativi, comprese che dietro quelle controllate parole c'era tutto il Cristo velato che chiedeva una cavità, per dare spazio al grido afono del dolore vecchio e nuovo.

Il fungo atomico, sopraggiunto a guerra finita, - penso Mario - era stato per gli USA un esercizio al video-game per provare l'effetto di tutto quello spreco e quel vociare degli scienziati. Ma il calore, l'onda d'urto e le radiazioni... valicando il monitor del pilota, produssero al suolo il finimondo! Come ora quell'onda di sette metri che ritirandosi aveva svelato la precarietà di ogni scelta umana!

Si chiese se quello, odierno, non fosse un segno per mettere a nuovo le coscienze.

Inviò a Hiro una risposta telegrafica: - comprendo tutto, un abbraccio.

E in quel tutto si riassumeva ogni dolore.

Gli uomini si sprecano molto in parole solo quando vogliono dare corpo ad un'idea. Indagano, teorizzano. Dimostrano e poi confabulano a convincere che non c'è altra soluzione. Non si fermano, nel martellare, sino a quando la scelta è posta come inevitabile, in una forma chiusa di fatalità che rende schiave le coscienze.

Ecco, - si disse Mario - noi uomini siamo i prigionieri delle nostre stesse immaginazioni che come alghe ci avvolgono, trascinandoci giù verso il fondale.

Alla segreteria del partito, il giorno prima, Martina aveva sollevato un dubbio sulla scelta nucleare in Italia, ma era stata subito zittita, quasi avesse nominato il dio invano.

La cosa che non accettava era che si facesse dello spreco energetico una necessità, tanto che non condividerne i rischi, fosse espressione di inciviltà.

Eppure l'umanità nei suoi millenni ne ha fatta di strada. - rifletteva - Quanti uomini sono nati e sono morti e altri nati e morti... per secoli e secoli, senza saper nulla di scissione e di fusione, di atomi e di molecole, di onde d'urto e di particelle!

Da che si è creato il mito del “dio” energia, - si ripeté - tutto è stato scolorato nella memoria e cosa ancora più bieca, è stata aperta un'immane voragine nella spugna della storia, in cui tutti gli antichi sono stati risucchiati, posizionando poi una lapide con l'etichetta:

Imbecillità!

Stano, - si convinse Mario, con un sorriso amaro - la vita si comporta come il lama, quando meno te lo aspetti  ti sputa in faccia tutta la tua superficialità!


© 2011 - Antonia Colamonico - Tutti i diritti sono riservati.










Da: Geografia dell'Organizzazione del Pensiero Complesso (Link)




La mente da dittatore

È importante riflettere sulla mente rigida del dittatore che per compiere le sue follie, ha bisogno di consenso. In ogni dittatura si creano, così, delle gerarchie di potere che si auto-alimentano intorno alle diverse forme di censura delle azioni e del pensiero; si pensi alla creazione degli indici dei libri, alla messa al bando delle parole, delle associazioni politico-sindacali, delle canzoni, dei colori, dei capelli, degli occhi, ecc.

Le dittature nascono, in ognuno di noi, ogni qual volta smettiamo di guardare l’altro e gli costruiamo un’etichetta di valore che resta ferma nel tempo, essendo la classificazione-etichetta il campo del pregiudizio che fa agire in modo automatico, massificando le tipologie di risposte agli eventi.

La standardizzazione delle risposte storiche rende prevedibile il futuro. In tale rendere massa si costruisce il conformismo che favorisce il diffondersi delle varie forme di razzismo e l’attuazione delle pulizie etniche. La mente uni-dimensionale è più facile da asservire, da assoggettare, per questo ricercata e rigenerata con politiche scolastiche basate sull’asserzione e il culto del passato, dalle varie forme, dichiarate e no, di potere assoluto.

Potere che, per salvaguardasi, cerca di fermare il divenire della storia in un’idea assurda di passato. È il passato che assume lo stato di realtà e non il presente. In ciò consiste l’ignominia. Bellissima quella affermazione di C. M. Cipolla [1974] – Il passato è morto! O quella del Cristo che sostiene: - lasciate che i morti, seppelliscano i morti.

Ogni dittatura è amante della morte e nemica della vita. L’effetto delle azioni assolutiste è sempre lo stesso:

  • siano esse gerarchie religiose che tendono a trasformare i credenti in osservanti, elaborando gabbie su gabbie di catechismi per imporre dal di fuori, l’etica della vita
  • Siano gerarchie di lavoro in cui, nelle dinamiche gruppali, è premiato il soggetto convergente, rispetto a quello divergente; il ripetitivo, rispetto al creativo che sconvolge le comodità degli schemi mentali [Goleman, D. Ray, M. Kaufman, P. 2001]. 
  • Siano esse le logiche familiari, in cui uno dei genitori o il figlio maggiore o il capo clan si imponga come un padre-padrone, fratello-padrone: è più bello essere tutti avvitati intorno alla stessa idea, magari quella del capo, piuttosto che sviluppare tanti punti di vista differenti, intorno alle cose.

La democrazia implica impegno. Da tali logiche profondamente esclusive, ad esempio, è nata la crisi dei Partiti in Italia negli anni ‘80, quando essi si sono involuti in partitocrazie, in cui non si accettavano più le visioni divergenti, sia per l’economia di spartizione delle monete-poltrone e sia per la paura di perdere gli stati di potere clientelare. Crisi che ha innescato una povertà di salto generazionale, in quanto, non accettandosi le divergenze di idee, i giovani hanno finito con l’estraniarsi dalla scena politica. 

Ancora oggi ne paghiamo il prezzo, quando i ragazzi, ridono della politica, definendola cosa da vecchi e non sono in grado di elaborare la nuova politica.  Esiste, infine, un’altra forma di dittatura quella contro sé stessi, in cui si è portati a chiudersi in un’idea del sé, magari negativa che va a rafforzare lo stato d’inadeguatezza dell’io. Si pensi alle volte in cui si dice: non sono bravo. La matematica non la capisco. Non so amare. Sbaglio tutto nella mia vita. Sono un fallito

Tali affermazioni nascono da una visione statica dell’io, come incapacità a leggere e a adeguare l’idea del sé nel tempo, come quando guardandosi allo specchio si scoprono le prime rughe che spaventano e si vorrebbe fermare il tempo ad una immagine di giovinezza perduta. In tale gabbia si dimentica che la dinamica della vita ha un andamento fluttuante verso il futuro, con alti e bassi, in cui il soggetto attore con la sua intelligenza e il suo impegno, può invertire e ritardare una tendenza negativa.

L’impegno presuppone l’assunzione del ruolo e del rischio storico di vivente, come colui che vive in un tempo-spazio e compiendo azioni risponde agli eventi. La risposta apre alle logiche del campo che arricchiscono di significato la vita.

Il procedere nel tempo è l’accumulo della ricchezza dell’io, per cui ogni età ha il suo grado di bellezza, se ciò non si comprende allora si interviene con un bisturi sulla piega della bocca o sull’arcata del sopracciglio o sulla rotondità della gota, deformando in una maschera, la bellezza di un volto ricco di pieghe di saggezza.

Imparare a vedere nella vecchiaia la bellezza è il salto di tendenza che si dovrà compiere nella società dell’immagine corporea. Esiste il corpo, come il fuori di sé ed esiste la coscienza come il dentro di sé e tra i due ci dovrà essere dialogo. Più sarà viva la dialogica e più la bellezza trasparirà.

Essere se stessi è il compito storico in una prospettiva eco-biostorica; esserlo implica una scelta di valore e, da tale azione del prediligere, si aprirà la cresta di futuro personale e per riflesso sociale.


(Estratto da: A. Colamonico. Alla palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del Pensiero Complesso. © Il Filo, Bari 2006).





Gli ordini della complessità











(A. Colamonico. Le stagioni delle Parole Il Filo. © Il Filo Bari, 1994)


Nota:
La lirica, scritta nel 1994, dà il titolo al romanzo IL GRIDO che può essere letto come il vigneto dei pensieri che da quei lontani esili virgulti hanno dato forma alla trama spugnosa della visione eco-biostorica.







I frattali poetici




Pagine secondarie (1): L'oss. II parte