Riccardo Laronca 4B | 16 Ottobre 2025
Tra Giovedì 9 e Domenica 12 Ottobre la città di Modena ha dato vita, per ben quattro giornate, ad una serie di iniziative nell’ambito dell’ottava edizione dell’evento “Modena Patrimonio Mondiale in Festa”, con l’obiettivo di celebrare i tre siti cittadini che, dal 1997, sono Patrimonio Unesco, ossia il Duomo, Piazza Grande e la Ghirlandina.
Il Duomo di Modena, Cattedrale di San Geminiano secondo il nome ufficiale, principale luogo di culto cittadino, chiesa madre dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola, è annoverato tra i meglio conservati esempi di stile architettonico romanico in Italia e custodisce le spoglie del santo patrono della città.
In occasione delle serate del 10 e dell’11 Ottobre l’attore, regista e doppiatore Giancarlo Giannini ha letto poesie, proprio all’interno del Duomo, partendo dal Cantico delle Creature di San Francesco per poi terminare con quelle di poeti e scrittori contemporanei come Pier Paolo Pasolini e Alda Merini.
Oltre a ciò sono state organizzate anche visite turistiche, tour alla scoperta dei monumenti del patrimonio culturale cittadino e iniziative per tutte le età, compresi i più piccoli.
La Ghirlandina, Ghirlandèina in dialetto modenese, è la torre civica e campanaria del Duomo di Modena ed è anche l’edificio più alto della città. Venne inizialmente edificata nel 1130 per poi subire modifiche di tipo strutturale e artistico che terminarono nel 1319. Un tempo sede dei trofei e dei forzieri comunali, oggi ospita sulla sua facciata settentrionale un sacrario partigiano che riporta 1’106 nomi e foto di caduti durante la Resistenza Italiana.
Attraverso lo spettacolo “Ghirlandina. Luce e Memoria”, svoltosi nel corso delle quattro serate, la torre civica ha incantato i cittadini modenesi attraverso giochi di luci, immagini artistiche e suggestive, affiancate da una voce narrante dal linguaggio profondo e poetico che hanno rivestito e trasformato la torre in un mosaico di storia e cultura. Ciò è stato organizzato per celebrare il tema scelto per questa edizione dell’evento, ossia “L’Ultima pietra e l’inizio della memoria”, in ricordo proprio del momento in cui la torre campanaria cittadina fu terminata nel 1319.
Queste iniziative hanno avuto lo scopo di far conoscere e apprezzare i beni culturali, simboli della nostra storia e identità cittadina, a tutta la collettività e, in particolare, alle nuove generazioni, per sviluppare la consapevolezza dell’importanza del patrimonio culturale. Sono i giovani, infatti, a dover raccogliere il testimone per trasmettere a loro volta il valore della tutela dei beni artistici e culturali, in conformità al disposto dell’articolo 9 della Costituzione.
Maria Rosaria Cozzolino | 20 maggio 2025
Quante volte, nella nostra vita, ci siamo ritrovati a spingerci al massimo per conseguire un obiettivo? Per fare del nostro meglio, abbiamo messo ogni cosa da parte, focalizzandoci solo su quello e mai su di noi o su ciò che ci circondava. Anche al raggiungimento dell’obiettivo, e nonostante la felicità che può donarci, arrivare al burnout è praticamente inevitabile.Per sopperire a questo, arrivano in nostro aiuto i videogiochi, da sempre in grado di trasportarci in mondi alternativi, lontani dal nostro, così da farci dimenticare problemi, dolori e preoccupazioni. Questo è l’obiettivo di Wanderstop: così come l’omonimo negozietto, il titolo vuole essere un piccolo e tranquillo avamposto che ci permette, assieme alla sua protagonista, di rilassarci e, soprattutto, di fermarci, senza essere schiacciati dalle grandi aspettative della società. Sarà riuscito il titolo di Ivy Road a farci mettere da parte le nostre ansie quotidiane e ad abbracciare il dolce far niente? Scopriamolo insieme!
Alta è un’incredibile guerriera rimasta imbattuta per cinque anni, finché, dopo una singola sconfitta, inizia ad accumulare sempre più fallimenti. Stanca della sua situazione e con la sua arma alla mano, decide di addentrarsi in una fitta foresta dove risiede la signora Winters, la miglior allenatrice della regione. Tutto cambia quando, improvvisamente, Alta crolla, incapace perfino di alzare la sua amata spada. Svenuta, si risveglia in una piccola e accogliente radura accanto a un grosso uomo, Boro, che le affida un compito: trattenersi nella foresta per aiutarlo nella gestione di una sala da tè, almeno fino a quando non si sentirà meglio. Per quanto cerchi di fuggire e tornare sui suoi passi, Alta non riesce mai ad allontanarsi senza crollare immediatamente, dando così inizio alla sua nuova avventura come gestore del Wanderstop.Questo piccolo avamposto nel cuore della foresta accoglie tutti gli avventurieri bisognosi di un luogo dove riposare e di una tazza di tè. Durante la nostra permanenza, incontreremo persone di ogni tipo, dai padri di famiglia in crisi fino a signore anziane con una spiccata passione per l’economia, ognuno con i propri problemi e le proprie storie.
Il nostro compito sarà non solo esaudire le loro richieste, ma anche ascoltarli e aiutarli nelle loro questioni personali, volenti o nolenti. Grazie alla grande varietà di personaggi e alle loro storie, la scrittura di Wanderstop si mantiene sempre fresca e ricca di spunti interessanti, anche quando non del tutto originali. Ogni dialogo è colmo di intermezzi divertenti e piacevoli da seguire e, grazie a questi, molti dei personaggi entreranno inevitabilmente nel nostro cuore.
Ad ogni modo, il fulcro della trama si concentra sulla sua protagonista, Alta, e sulla sua lotta per tornare a combattere nell’arena. Il suo sconforto e il suo conflitto interiore sono trasposti magnificamente, riuscendo a portare sui nostri schermi una storia matura e realistica, pur adornata da momenti comici molto apprezzabili. La storia di Alta e la natura stessa del titolo ci portano a riflettere, abbracciando il dolce far niente e la gioia di apprezzare le piccole cose.
Il gameplay di Wanderstop è l’apoteosi della formula dei chill game, racchiudendo tutte le caratteristiche essenziali del genere e arricchendole con un tocco di creatività. Come accennato, il nostro obiettivo principale sarà preparare il tè per i viaggiatori che giungeranno al nostro negozio. Per farlo, dovremo utilizzare un grande e all’apparenza complesso macchinario che, poco alla volta, impareremo a padroneggiare. Ogni personaggio avrà richieste differenti e non sempre ci dirà esplicitamente cosa desidera, portandoci ad approfondire gli effetti dei vari frutti per adattarci alle loro esigenze.
Per preparare il tè, avremo bisogno di specifici ingredienti: frutti, palline di tè e, ovviamente, tazze. Per ottenerli, dovremo esplorare a fondo il grande giardino che circonda la sala da tè, dove potremo anche ritagliarci un piccolo spazio per coltivare gli alberi da frutto necessari.Un elemento chiave del gameplay è l’ibridazione degli ingredienti: ogni ordine richiede un ingrediente specifico, e per ottenerlo dovremo sperimentare diverse combinazioni di piante. Il libro delle istruzioni fornitoci da Boro ci darà solo suggerimenti di base, lasciando a noi il compito di scoprire le ricette migliori, favorendo una progressione lenta e meditativa. Questo è uno dei punti di forza di Wanderstop; il gioco non ci spinge mai a fare le cose in fretta, ma ci invita a prenderci il nostro tempo, riflettere e sorseggiare in tranquillità una tazza di tè, proprio come Alta.
Tuttavia, il gameplay può risultare ripetitivo; il funzionamento della macchina del tè resta invariato e le ricette non sono particolarmente variegate. Ciò viene però bilanciato dalla qualità della narrazione, che arricchisce l’esperienza con dialoghi profondi e ben scritti.Un aspetto opzionale, ma comunque rilevante, è la cura del nostro giardino. Passeggiando per la radura, ci imbatteremo in radici che danneggiano il panorama. Seppur non obbligatorio, potremo sradicarle, ottenendo in cambio oggetti utili, tra cui decorazioni per il negozio o tazze appariscenti con cui servire il tè ai clienti.Potremo anche abbellire il giardino con piante da vaso e altri oggetti, ma questi scompariranno al cambio di scenario tra un capitolo e l’altro. Se inizialmente può sembrare deludente perdere il nostro lavoro, il gioco ci spinge ad accettarlo, ricordandoci che non ha senso smettere di creare cose belle per paura di perderle.Nel corso della storia, riceveremo libri per posta o da alcuni personaggi, e ciò che colpisce è che questi siano interamente leggibili. Sebbene consistano in poche pagine, sono curati e piacevoli da sfogliare.
Il comparto artistico è il fiore all’occhiello del titolo: nonostante sia ambientato in un unico luogo, il cambio di stagione dona sempre un volto nuovo al nostro negozio, rendendo piacevole l’esplorazione dei suoi dintorni. Particolare attenzione è stata data al design dei personaggi, tutti diversi e con tratti distintivi ben caratterizzati.
Non è affatto un caso notare come i colori vibranti e rilassanti contribuiscono a creare un’atmosfera accogliente e immersiva.Ottima anche la colonna sonora, che ci accompagna con brani di generi differenti, ma sempre con toni tranquilli e rilassanti.
Piccola nota a margine, il compositore è lo stesso C418 che tanti anni fa ci portò la magia delle OST di Minecraft, e non è invecchiato affatto in quest’ultima release. Sul piano tecnico, il gioco si è dimostrato stabile e privo di problemi rilevanti, se non qualche piccolo bug di poco conto.
Wanderstop è un ottimo titolo che riesce a immergerci in una storia matura e ben sviluppata sotto ogni punto di vista, e allo stesso tempo a farci rilassare e gioire della semplicità del suo gameplay. Grazie anche all'ottima scrittura dei dialoghi e della protagonista, Alta, riusciremo a immedesimarci facilmente nella sua situazione, guardando anche dentro noi stessi.
Letizia Meglioli I 23 aprile 2025
Quanto spesso capita di essere stressati e sentirsi stanchi e sopraffatti per via di lavoro, scuola, impegni e scadenze da rispettare?
So per certo che la maggior parte di voi non è estranea a tutto ciò, e spesso correre e produrre possono sembrare l’unica soluzione. Ma un altro rimedio esiste ed è più piacevole di quanto si possa immaginare.
Da un recente studio condotto dall’Università degli studi di Milano, che ha coinvolto la Galleria d’arte moderna e il Museo di storia naturale, è emerso infatti un modo per combattere quest’ansia. Lo stress è una piaga della nostra società ormai da tempo, e se prima la ricerca e la cura si focalizzavano su medicinali e tecniche psicologiche, ora si sta dando sempre più adito ad un altro metodo: il museo.
Solitamente si è abituati a visitare musei per acculturarsi, scoprire nuovi artisti e vedere dal vivo ciò che spesso si legge all’interno dei libri. Ma secondo uno studio del progetto ASBA (Anxiety, Stress, Brain-friendly museum, Approach), visitare un museo può essere un vero toccasana per la mente e può avere degli enormi benefici sul nostro equilibrio e sulla nostra salute mentale. Camminare in una galleria, immergendosi nei capolavori pittorici aiuta a ridurre le tensioni e l’isolamento sociale, stimolando la creatività e promuovendo il rilassamento e un maggior apprezzamento di sé. Tale studio ha dimostrato come diverse attività, all’interno di contesti museali, possano avere effetti positivi. Per questo il numero di strutture museali che propongono percorsi di Arteterapia e Mindfulness sta crescendo in maniera esponenziale.
La pratica della Mindfulness vede la sua origine nei precetti del buddhismo, dello zen e delle pratiche di meditazione. Essa si basa sulla capacità di riportare la concentrazione sull’ hic et nunc (momento presente) attraverso la consapevolezza delle proprie percezioni, sentimenti, impulsi e parole. Partecipando a sessioni di Mindfulness in un contesto museale, i partecipanti hanno riportato una riduzione del 25% dell’ansia e dello stress. Questo perché la visita di un museo ci fa immergere in un’atmosfera rilassata, distaccata dalla frenesia del mondo esterno. Essa favorisce la tranquillità, la concentrazione, dunque facilita la riflessione e la presa di coscienza del proprio “io”. Porsi davanti ad un'opera d’arte, osservandola cercando di scrutarne ogni minimo dettaglio e interrogandosi sul suo significato o su ciò che provoca in noi, è un modo per distogliere la mente dalle preoccupazioni quotidiane e da tensioni psico-fisiche.
Un’altra forma di intervento, nata attorno agli anni quaranta, e che ultimamente ha riscosso particolare successo è l’Arteterapia. Si tratta di un metodo che fa uso di mediatori artistici al fine di migliorare l’empowerment della persona coinvolta. Tra queste metodologie si annoverano: la danza, il teatro, la musica, la fotografia e chiaramente la pittura. La ricerca ha evidenziato una riduzione del 20% dei livelli di ansia nei partecipanti a queste sessioni di Arteterapia, organizzate all’interno di musei. Quest’attività consente di migliorare le proprie capacità comunicative, affettive e permette di avvicinarsi al proprio disagio, così da risalire alla radice delle proprie sofferenze. Nel caso in cui la terapia venga effettuata in gruppo, cercare di condividere i propri stati interiori con gli altri crea uno spazio comune di riflessione e distoglie dall’isolamento sociale.
Alla luce di questi studi, appare chiaro come il museo non sia solo sito di cultura ed intrattenimento, bensì una vera e propria medicina per l’anima e per il corpo. Se hai 18 anni o stai per compierli, mi sento di ricordarti di sfruttare al massimo il “Bonus Cultura”. Esso permette di spendere 500 euro in esperienze culturali, tra cui anche ingressi a musei, mostre, spettacoli, concerti e libri. Un’occasione unica per trasformare il tempo libero in qualcosa che arricchisce e guarisce.
Aurora Vanacore| 17 aprile 2025
Uno specchio in frantumi, una corda stretta e aggrovigliata, un vortice senza fine, un peso opprimente, una stanza buia e sigillata, un nascondiglio ma anche un posto sicuro, un nemico ma anche una presenza così costante da non riuscire a vivere senza: queste sono solo alcune delle mille apparenze che l’Ansia, protagonista della seconda edizione di Invivavoce, ha assunto grazie alle abilità e al coraggio che attori, cantanti, artisti, musicisti e ballerini hanno dimostrato nel mettersi in gioco e nel condividere con tutto il pubblico le loro emozioni. Durante le varie performance il limite costituito dal palcoscenico scompare e ci si ritrova tutti insieme, accomunati dalla ovvia ma sostanziale condizione di essere umani: tutti sappiamo cosa significa provare l’ansia, anche se in modi diversi e in contesti diversi, e riconoscere la sua presenza è l’unico modo per evitare che questa si trasformi in una vera e propria patologia.
Specialmente la nostra generazione, che spesso viene proprio identificata con questa emozione, ne è in un certo senso un’esperta: dai social media al sistema scolastico, dallo sport al fenomeno degli hikikomori, fino a culminare nel grande dilemma esistenziale del Futuro. Se per le generazioni precedenti è solamente uno dei tanti problemi astratti che affliggono il mondo di oggi, troppo grande per essere affrontato e argomento ideale per i tipici discorsi da bar, per noi giovani si tratta invece di una questione fondamentale, della nostra stessa vita. “Ci penserete voi a sistemare questo mondo, siete la nostra speranza”, espressione frequente e accompagnata da un sorriso bonario che evita di ammettere come effettivamente si sia arrivati a questo punto.
E così ci si ritrova tra mille fragilità, sotto lo sguardo giudicante di tutti, a doversi improvvisare supereroi quando fino al giorno prima la preoccupazione più grande era quale giocattolo chiedere a Babbo Natale, inaspettatamente passando da bambini a giovani adulti responsabili: responsabili del proprio aspetto fisico, di quanti like si hanno, di quanto è alta la propria media scolastica, di quante medaglie d’oro sono appese al muro, di quanti amici reali e virtuali si hanno, senza mai raggiungere effettivamente un risultato che porti ad una soddisfazione definitiva.
“L’adolescenza non è solo una stagione della vita, ma una modalità ricorsiva della psiche dove i tratti dell’incertezza, l’ansia per il futuro, l’irruzione delle istanze pulsionali, il bisogno di rassicurazione e insieme di libertà si danno talvolta convegno per celebrare, in una stagione, tutte le possibili espressioni in cui può cadenzarsi la vita.”: con queste parole il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti descrive la realtà dei giovani volti che si sono ritrovati a guardarsi negli occhi e a riconoscersi durante la giornata del 16 aprile, chi seduto tra gli spalti del Teatro Storchi, chi illuminato dai riflettori sul palco.
Qui appare l’ansia, e diventa una compagnia costante, una presenza abituale: “un salice, che tende verso il basso, che mi schiaccia e che mi nasconde, ma che mi tiene anche al sicuro”, così la definisce una delle ragazze che si sono esibite durante lo spettacolo.
L’arte, in tutte le sue forme, diventa un mezzo di espressione e in qualche modo anche una cura contro questa che nei casi più estremi si sviluppa in una malattia grave e difficile da estirpare: è grazie al dialogo, alla compagnia, alla comprensione e all’aiuto degli altri che è possibile rompere questo circolo vizioso verso la chiusura in sé stessi, ma è anche qualcosa che deve partire dall’interno, “ci si aiuta da soli”, per fare in modo che la paura di morire diventi maggiore della paura di vivere.
E’ complicato, è contraddittorio, sicuramente non privo di dolori, ma l’ansia rimane comunque parte della nostra psiche, un’alternativa migliore all’apatia, una sensazione amplificata ma pur sempre un sintomo dell’essere vivi.
Maria Rosaria Cozzolino | 29 marzo 2025
L’ultima fatica del cineasta Bong Joon-ho (Parasite, Memories Of a Murder) è proprio un adattamento di Mickey 7, con Robert Pattinson nel ruolo del protagonista Mickey.
L’opera ci porta in un futuro lontano in cui l’umanità si sta spingendo alla colonizzazione di nuovi pianeti, guidata da un politico fallito e decisamente eccentrico.
Mickey è un povero ragazzo che, per sfuggire a dei mafiosi che lo cercano per via di un grosso debito che ha con loro, finisce per accettare un lavoro rischioso all'interno di una stazione spaziale impegnata nella colonizzazione di un altro pianeta. Questo consiste nell’essere una vittima sacrificale, un lavoratore al quale è possibile affidare le mansioni più rischiose perché, in caso muoia, potrà essere immediatamente clonato.
Dopo qualche mese di operazioni pericolose ed esperimenti finiti bene (Non per il nostro Mickey), tutto andrà storto quando il diciassettesimo clone di Mickey, finito in una fossa nei ghiacci, finirà per incontrare delle creature aliene che lo risparmieranno riportandolo in superficie e, quindi, permettendogli di rimanere in vita.
Quando tornerà, scoprirà che un suo rimpiazzo era già stato realizzato e che è venuto a crearsi un doppio.
Mickey 17 è un’ottima opera che in tutta la sua durata non esiterà mai a porre dinanzi allo spettatore temi anche di notevole importanza, come il razzismo o l’animalismo.
Il titolo approda nei nostri cinema nel momento più adatto, essendo che Kenneth Marshall, la figura politica alla guida (si fa per dire, la vera guida è ovviamente sua moglie) della spedizione è una perfetta caricatura dell’ora presidente americano Donald Trump e, quasi involontariamente, ne riprende alla perfezione i discorsi sconnessi e colmi di lacune ma anche il carisma, tanto utile a domare una massa disperata e accecata dal volto di un uomo comune.
Tuttavia, proprio nella satira politica propostaci da Bong Joon-ho si vede la più grande lacuna dell’opera. Questa infatti viene mostrata in modo palese e troppo forzatamente comico, riprendendo un modo di fare tipico della televisione e del cinema asiatico. In questo modo, non vi è spazio per la costruzione di un buon villain, riducendo quest’ultimo ad essere una mera macchietta capace solo di farci sorridere, ma forse anche di far riflettere lo spettatore americano medio, per quanto quest’ultimo sia ancora in grado di farlo.
Inoltre, più e più momenti, anche di notevole importanza per lo svolgimento della storia, sono colmi di buchi di trama. Tra traduttori di lingue aliene e congegni estremamente specifici sviluppati nel corso di un week end e personaggi che ci vengono introdotti ma poi buttati in disparte subito dopo, è difficile prendere alcune scene seriamente.
Tuttavia, questi problemi non ci rendono impossibile il godimento dell’opera, che comunque risulta colma di idee interessanti magistralmente eseguite sia dal regista che dall’ottimo cast.
L'album simbolo del Neosensibilismo
Mattia Piva 4B | 19 marzo 2025
Max Collini, cantante e frontman della band
Alle orecchie di molti, il nome Offlaga Disco Pax suonerà totalmente nuovo. Pochi altri, invece, assoceranno a questo gruppo un aggettivo apparentemente insensato: “neosensibilista”. Il termine, coniato dalla band stessa, fa riferimento alle figure di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, una coppia di terroristi e attentatori neofascisti protagonisti dell’eversione nera degli anni ‘80, almeno stando alle loro parole. Molto più probabilmente, le azioni estremiste dei due erano figlie del semplice gusto della crudeltà e della follia, piuttosto che da un qualche credo politico. Mambro, durante un interrogatorio, definì il compagno, colpevole di molteplici omicidi caratterizzati da insensata e non necessaria violenza, come “il ragazzo più sensibile che avesse mai incontrato”. Per stabilire dei limiti, come riportato dal gruppo stesso nella canzone “Sensibile”, il trio decise di definirsi Neosensibilista, distinguendo nettamente il loro modo di essere sensibili da quello dei due attentatori, oggi a piede libero.
Dopo undici anni di inattività, complice anche la morte estremamente precoce del bassista e tastierista Enrico Fontanelli, con Max Collini alla voce e Daniele Carretti alla chitarra e al basso, accompagnati dal polistrumentista Mattia Ferrarini, gli Offlaga tornano sul palco con un tour iniziato il 7 marzo e destinato a protrarsi per un mese. La prima data coincide con il ventesimo compleanno del primo album del trio, “Socialismo Tascabile - Prove tecniche di trasmissione”. Nonostante le evidenti influenze politiche, che oltre che nel nome del disco saranno presenti in ogni brano dell’album, questo lavoro è un ritratto perfetto di un’epoca complessa, instabile, di cambiamenti e in continuo mutamento. Gli anni di piombo, l’eversione nera, la prima repubblica. Tutti temi che si intrecciano, a volte troppo fitti per poterli vedere chiaramente, mai del tutto limpidi e puliti, ma che per una generazione intera sono state speranza, amore e lotta politica.
Il sound della band non è certamente dei più tipici: con basi elettroniche e coinvolgenti, a tratti psichedeliche, ricercate e studiate in ogni dettaglio, i musicisti accompagnano la voce di Max Collini, che però non canta mai. Ogni canzone, infatti, è parlata. L’album si apre con “Kappler”, batteria incalzante e un riff di chitarra coinvolgente che strizza l’occhio al funk. La storia non è quella del poliziotto a capo dei servizi segreti delle SS, Kappler, bensì quella del docente di agraria delle superiori di Collini, un omone che, per l’atteggiamento e i vestiti, ricordava molto il criminale di guerra tedesco, e fu pertanto così soprannominato. Fin dall’inizio, il disco accoglie l'ascoltatore in un clima di calda intimità, con scene di vita comuni, quasi banali, raccontate con parallelismi storici e fugaci immagini dello scenario dell'epoca. Lo scontro tra Collini e Kappler sembra quello di un ribelle che sfida l’autorità, un partigiano, che però sul finale della canzone sembra venire messo a nudo dal cantante stesso, che riconosce l’infantilità e la sfacciataggine dei suoi atteggiamenti.
Tipico degli Offlaga è anche l’ermetismo, l’ambiguità e il mistero affascinante di ogni testo. “Enver”, seconda traccia del disco, ne è la prova più evidente: il richiamo più chiaro è sicuramente quello a Enver Hoxha, leader comunista albanese dal 1944, uno dei maggiori responsabili del progresso e dello sviluppo albanese di quegli anni. Rifiutando però la destalinizzazione, a differenza degli altri stati dell’est-Europa, il governo di Enver si trasformò in una feroce dittatura. La delusione, il vuoto provocato nel paese dopo la trasformazione di Hoxha in un dittatore spietato, sono paragonati dal cantante alla sensazione provata al termine di una relazione.
Inoltre, dopo qualche ascolto, è evidente, ma non chiaro, il collegamento, con la cantante Anna Hoxha, che condivide il cognome con il dittatore e che ha scritto la canzone “Un’emozione da poco”, citata dal trio nel pezzo.
Il parallelismo con una relazione sentimentale è anche il fulcro della canzone “Khmer Rossa”, inquietante soprannome affibbiato dal cantante a un suo grande amore in gioventù. Una ragazza senza il senso del limite, sfrenata ed eccentrica, con cui condivideva una passione per il socialismo. La canzone è un tripudio di metafore, riferimenti storici, che si conclude con un amaro velo ironico finale. Il brano è accompagnato dalla traduzione simultanea in rumeno.
Uno dei più grandi successi della band, “Cinnamon”, prende il testo da un passo di un libro di Arturo Bertoldi, anche autore della canzone ispiratrice del nome del gruppo “Disco Pax”, e prende ampiamente spunto per il giro di basso da “Allarme”, dei CCCP.
Il cinnamon era il più ambito di una varietà incredibile di gusti di gomme da masticare degli anni ‘80. Attraverso un graduale cambiamento, con sempre più globalizzazione e sempre meno varietà di scelta, il brano analizza come i cambiamenti più grandi e vasti possano influenzare anche le minime cose, attraverso esempi esagerati ma non inverosimili: “La sinistra calava, ed ecco comparire le chewingum del capo che mangia pesante”. Bertoldi accompagna l’ascoltatore (o il lettore) attraverso un’ascesa delle gomme “da maggioranza silenziosa”, fino a quando un giorno, preso dallo sconforto per l’esistenza di un ossimoro come “Le Big Babol Revolution”, si accorse del ritorno delle cinnamon. “Strano che l’Unità non avesse detto niente”.
La musica diventa protagonista assoluta nella chiusa della prima metà dell'album, “Tono Metallico Standard”. La storia intreccia i fili dell’invidia, della competitività e di quella stizzosa superiorità tra coloro che si ritengono esperti di musica sotto forma del rapporto di silenziosa tensione tra Max Collini e il giovane commesso di un nuovo negozio di dischi, che ostenta una certa conoscenza in materia e se ne vanta con disprezzo nei confronti del cliente. Collini ricambia il sentimento, ritenendolo un ragazzino presuntuoso, fino a quando, quella sera, non lo vede in televisione: è un cantante di una band abbastanza famosa. “Brutta bestia, l’invidia”.
La seconda parte dell’album si apre con l’amara riflessione di “Tatranky”. Il nome si rifà a un pacchetto di wafer, comprati da Collini dopo una serata a Praga, trascorsa in discoteca, nel corso della quale era stato preso dallo sconforto per una scaletta di canzoni insipide, false, di plastica. Fino al culmine: “Felicità” di Albano e Romina. Tornato a casa, si accorge che anche i Tatranky sono ora prodotti non più dalla Repubblica Ceca ma da una multinazionale francese. Tutta la delusione per il totale appiattimento del mondo, la sua monotonia, la sua globalizzazione, si sprigiona con l’urlo finale: “Ci hanno preso tutto”.
Il disco si avvia alla sua conclusione tirando fuori il vero carico da novanta dell’intera discografia degli Offlaga. “Robespierre”, con il suo ritmo frenetico e i riff che si imprimono subito in testa. Un ritratto vividissimo, una serie di flash di un’epoca per i più giovani lontanissima, ma malinconicamente vicina per chi l’ha vissuta. Scorci di vita quotidiana, ma non solo: la canzone è un po’ l’inno del gruppo, un riassunto di tanti riferimenti dei loro pezzi, una sorta di punto di riferimento che sembra rimandare in qualche modo a ciascuna delle tracce di questo e degli altri due album del trio.
“Piccola Pietroburgo” sembra opporsi radicalmente a “Tatranky”, eppure esserci indissolubilmente legata: nella prima, il tempo sembra essersi fermato, mentre nella seconda esso è stato cancellato, spazzato via dalle grandi multinazionali. Sì, perché la penultima canzone di “Socialismo Tascabile”, parla della città natale di Orietta Berti. Cavriago, vicino a Reggio Emilia. Per un’assurda coincidenza, un ossimoro piuttosto divertente, il piccolo paese di nascita della cantante ha come sindaco onorario Lenin. Un suo busto, in onore di ciò, fu donato dall’URSS alla città e successivamente posto al centro dell’omonima piazza. In questo borgo di novemila anime, sembra di essere ancora all’epoca d’oro del PCI, con eventi sempre più in crescita gestiti solo da volontari.
L’ultima traccia è “De Fonseca”, una triste e malinconica ballata sulla fine di una relazione dal punto di vista delle piccole cose, come il doversi restituire a vicenda gli effetti personali. Tra questi, Collini ritrova le ciabatte De Fonseca che aveva comprato per l’ex compagna, che lei non portava mai. I ricordi agrodolci e le riflessioni di evidente maturità e rispetto reciproco emergono da quelle semplici ciabatte. Interi minuti dello stesso riff, senza neanche una parola, infine, chiudono questo album, senza tradire affatto lo stile degli Offlaga: per quanto entrambi siano importanti, il contenuto e il messaggio sovrastano sempre la forma delle loro canzoni.
“Socialismo Tascabile” è indubbiamente un album controverso, ma che, al di là delle bandiere, è in grado di insegnare attraverso le sue canzoni e offrire una visione nuova e inedita di un periodo agitato, vivo e pulsante di moti, idee e rivoluzioni.
I membri degli Offlaga Disco Pax, da sinistra a destra: Max Collini, Enrico Fontanelli e Daniele Carretti
Sin dall’alba dei tempi, uno dei più grandi temi affrontati da ogni tipo di medium è quello del viaggio. Dall’iliade e l’odissea passando per il signore degli anelli, ci troviamo sempre ad assistere alle vicende di personaggi alle prese con un mondo completamente nuovo abitato da persone diverse.
Questi aspetti si riversano anche sul tema dell’immigrazione, ora più che mai un tema caldo che tocca ognuno di noi in un modo o nell’altro.
The Brutalist ci mostra il viaggio di Laszlo Toth, un architetto ebreo ed ungherese, reduce dell’olocausto, che decide di trasferirsi in America per trovare fortuna, e ci rende partecipi anche di tutti i problemi che ciò comporta.
Sin dal suo arrivo negli Stati Uniti, il nostro protagonista vive una serie di sventure, mantenendo però un tono speranzoso, questo fin quando Harrison Lee Van Buren, importante imprenditore della Pennsylvania, nota il suo grande talento assegnandogli un importante lavoro.
Nel seconda parte dell'opera, vedremo un netto distacco dalla prima metà, introdotta dall’arrivo della moglie e della figlia di Laszlo, Erzsebet e Zsofia, sotto ogni punto di vista, soprattutto da quello dei toni. La rabbia che nasce progressivamente dentro il protagonista, dovuta a tutto ciò che lo affligge all’interno della storia, e la crescente depressione della moglie spostano completamente il focus della storia, rendendola molto più cupa e pesante.
L’anima della storia e del vissuto di Laszlo viene può essere racchiusa in una singola frase:
Noi ti tolleriamo.
Pronunciata da Harrison Van Buren, questa riesce a rappresentare una delle tante facce della migrazione. L’idea che, per quanto ci si impegni e si diventi a tutti gli effetti membri di una società, agli occhi di molti rimarremo sempre e unicamente la stessa cosa: degli estranei.
La cinematografia di Brady Corbet (Vox Lux) riesce perfettamente a trasporre il disagio dei suoi protagonisti e la sensazione di soffocamento che traspare dagli ambienti.
[Spoiler] L'unico problema che affligge il film si può ritrovare in alcune idee che appaiono forzate e non realizzate al meglio. Primo esempio fra tutti è lo stupro di Laszlo condotto da Harrison. Questo non viene approfondito a dovere e non gli viene data la profondità necessaria, finendo per renderlo un mero presupposto per impressionare lo spettatore.
Anche il finale è reso in maniera confusionaria senza una motivazione precisa, scambiando i ruoli dell’attrice della moglie e della figlia di Laszlo.
La produzione della pellicola è stata anche segnata da uno scandalo legato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Questa è stata utilizzata sia per rendere più realistico l’accento ungherese che il protagonista, Interpretato da Adrien Brody, avrebbe dovuto avere sia per realizzare dei bozzetti di alcune ipotetiche strutture dell’architetto.
L'uso di AI generativa sta a poco a poco prendendo sempre più piede nel cinema in sempre più campi, facendo arrivare alcuni registi, come ad esempio James Cameron, ad affermare nei crediti della sua opera che questa non usa Intelligenza artificiale. L'uso di intelligenza artificiale nell’arte, soprattutto vedendo quanto questa stia danneggiando posti di lavoro e veri artisti, deve essere sempre condannata, perché se per ora non ha grande spazio nel cinema, arriverà ad averne sempre di più, mandando sempre più creatori di valore a casa.
"Aracoeli" è l'ultimo, enigmatico romanzo di Elsa Morante, pubblicato nel 1982. Il tema centrale del libro, ovvero quello della relazione madre-figlio, emerge dal racconto del protagonista Manuele. Egli, ormai adulto, racconta i tempi d'oro dell'infanzia passata con la madre. È da lei che il romanzo prende il nome: Aracoeli è una giovane donna andalusa sposata a un ufficiale della marina italiana. Con il procedere della storia, il lettore riesce ad entrare nel vivo delle dinamiche che coinvolgono i personaggi, in particolare Manuele e Aracoeli.
Pagina dopo pagina seguiamo non solo il viaggio fisico del protagonista, che si reca in Spagna per riscoprire da vicino le origini sue e della madre, ma anche quello mentale nelle memorie d'infanzia, nel tentativo di dare un senso al suo vissuto. Vediamo la storia contemporaneamente con gli occhi di un bambino e con quelli di un adulto, assistendo a tutte le illusioni infantili del piccolo Manuele e alla loro conseguente distruzione. La figura di Aracoeli emerge come il pilastro dell'intera vita del figlio, per il quale l'approvazione della madre e il suo affetto significano tutto.
Ho trovato questo libro scorrevole e molto introspettivo. La narrazione in prima persona, oltre a non rendere mai il romanzo noioso, consente di entrare a fondo nella psiche del protagonista e di comprendere tutti i suoi turbamenti, a partire da quelli infantili.
Due opinioni a confronto
Mattia Piva 4B, Riccardo Laronca 3B | 3 marzo 2025
In questi mesi si è riacceso nel nostro Paese il decennale dibattito politico e sociale in merito al fine vita. Tuttavia è necessario fare alcune precisazioni:
Le due forme di attuazione del fine vita possono essere l’eutanasia e il suicidio assistito, solo apparentemente simili: la prima, infatti, consiste nella somministrazione per via endovena di un farmaco letale, subita passivamente dal paziente, che agisce in pochi minuti.
Il suicidio assistito, invece, risulta essere un caso più complesso, almeno sul piano legale: la partecipazione del paziente è attiva, poiché il ruolo del medico si limita alla preparazione dei farmaci, che verranno poi assunti dalla persona che ha richiesto la procedura in autonomia, agendo nel giro di mezz’ora.
Ad oggi in Italia l’eutanasia e il suicidio assistito non sono legali, in particolare la prima costituisce il reato penale di omicidio. Il secondo è anch’esso reato ed è punibile con la reclusione da 5 a 12 anni.
La Corte Costituzionale, tuttavia, con sentenza n.242/2019 ha sancito che il suicidio assistito è consentito in presenza di specifiche condizioni:
Malattia terminale irreversibile
Dipendenza da dispositivi di sostegno vitale
Sofferenze insostenibili per il paziente, causate dalla malattia
Piena capacità del paziente di intendere e volere
Ad oggi il Parlamento non ha ancora approvato una legge che disciplini il suicidio assistito.
L’11 Febbraio 2025 il Consiglio regionale della Regione Toscana ha approvato, con 27 voti favorevoli, 13 contrari e un astenuto, una proposta di legge che regolamenta a livello regionale la “Morte volontaria medicalmente assistita”, meglio conosciuta come “Suicidio assistito”. Tale proposta, partita da un contesto regionale, ha riaperto il dibattito nazionale in merito al tema.
Il fine vita è un tema molto complesso sul piano morale, sociale e religioso nella visione dell’opinione pubblica, tanto che, nonostante la maggioranza che attualmente governa il nostro paese, teoricamente contraria, la percentuale di italiani che nel 2024 si esprime favorevolmente riguardo il fine vita, secondo un sondaggio di Youtrend, è circa il 77% della popolazione.
Anche all’interno del dibattito politico, la tematica crea spaccature, anche all’interno dei partiti stessi: nel Centrodestra, solitamente fazione più conservatrice, alcuni movimenti giovanili e un certo numero di esponenti più liberali sono favorevoli al fine vita. Altri partiti della stessa area politica lasciano invece libertà di coscienza ai propri membri, senza posizioni ben definite e precisate. Partiti di Centro e Centrosinistra, con ideologie tendenzialmente più progressiste e radicali, si schierano generalmente a favore.
Le visioni riguardo il tema, pro e contro, sono molto articolate. Pertanto, abbiamo cercato di raccogliere le argomentazioni più forti sia favore che contro il fine vita.
Esiste veramente la “libertà di morire”? L’uomo può veramente decidere quando mettere fine alla propria vita?
Nessun essere umano può scegliere di nascere, e allora perché dovrebbe poter scegliere di morire?
Ad oggi si parla di fine vita come se fosse una scelta personale, ma in realtà è la stessa Costituzione della Repubblica italiana che, all’art. 2, richiede l’adempimento dei doveri inderogabili, tra i quali rientrano anche quelli di solidarietà sociale, quali, per esempio, quello di prestare aiuto a chi sta male o è in stato di bisogno.
La maggior parte dei malati terminali che chiede di morire, lo fa non perché voglia veramente mettere fine alla propria vita, ma perché intende smettere di soffrire.
Le cure palliative sono quindi fondamentali, poiché accompagnano il malato fino all’ultimo momento ma, nonostante questo, in regioni come la Lombardia e la Toscana solo una piccola parte dei malati terminali riesce ad usufruirne oppure, più spesso, richiedono lunghi tempi burocratici per essere implementate, ponendo così l’individuo nella condizione di dover scegliere tra una morte rapida o un’atroce sofferenza prolungata. Lo Stato deve quindi accompagnare il malato, aiutandolo a morire con dignità in modo privo di sofferenza e non spingerlo a suicidarsi, accelerando artificialmente la sua morte. Infatti si può, anzi, si deve eliminare la sofferenza senza eliminare il sofferente.
L’eutanasia e il suicidio assistito sembrano sottindere che la vita dell’essere umano non è degna di essere vissuta se presenta sofferenza o se è destinata a finire a breve.
Così facendo, se ne sminuisce il valore e si lascia ad intendere che una siffatta esistenza vale di meno rispetto alle altre. Tale idea sarebbe di una gravità inaudita se fosse promossa dallo Stato stesso, perché alimenterebbe una logica della morte.
Ogni vita val dunque la pena di essere vissuta, anche se non è produttiva per la società e può rappresentare un peso per coloro che stanno accanto alla persona malata e per lo Stato che ne deve sostenere i costi. Che cosa c’è di più grande dell’amore e della forza che proviene dalla consapevolezza di essere accettati per quello che si è, per come si è per quanto poco si potrà essere?
~ Riccardo
“Vivere non è libertà; poter scegliere dove, quando e come morire, questa è libertà”. Così sostiene Mirko Badiale, scrittore e filosofo italiano. Il concetto di libertà è da sempre relegato al contesto socio-culturale, che, paradossalmente, delimita il significato del termine: qualsiasi dibattito si possa intrattenere sul tema dell’eutanasia, il nocciolo è sempre lo stesso, ovvero dove sta il limite della libertà del cittadino e dove invece subentra l’autorità dello stato. Soprattutto, qual è un giusto metro di giudizio? Su cosa bisogna basarsi, nel concedere determinate libertà molto controverse? Al momento, le risposte, almeno nel nostro paese, sembrerebbero essere due: ci si basa sull’influenza del Vaticano, vicino a noi, e su quella della civiltà occidentale, che eleva la vita al di sopra di tutto e tutti come principio unico e sacro. Le due cose vanno in realtà spesso di pari passo, ma l’aspetto socio-culturale più interessante è sicuramente il secondo. L’idea che qualcuno possa rinunciare alla vita è ancora un tabù in occidente, mentre in molte altre culture non è inusuale accettare la morte per un qualche credo religioso o semplicemente per motivi strettamente e profondamente personali. Basti pensare al cantante giamaicano Bob Marley, che preferì morire per un melanoma all’unghia del piede piuttosto che far amputare il dito e andare contro la propria religione. Invece nel tanto progredito e liberale mondo occidentale, una persona è in grado, almeno idealmente, di fare qualsiasi cosa della propria vita tranne che rifiutarla. Costringere qualcuno a restare in vita contro il suo volere è il più grande sfregio a questo “dono” irrinunciabile, che nei casi più gravi viene vissuto con angoscia in attesa del sollievo della morte. Il dovere dello Stato non deve essere quello di mantenere in vita a qualsiasi costo un individuo, quanto più quello di garantire la salute del popolo. Se ciò al momento non è possibile, per quanto male possa fare, bisogna accettare l’evidenza che, per ora, la scelta migliore per un paziente incurabile che soffre e desidera cessare di esistere è assecondarlo e dargli sollievo.
~ Mattia
Al termine di queste considerazioni l’obiettivo è, in primis, quello di aiutare ciascun individuo a farsi una propria idea riguardo a questo tema così ampio e complesso senza pregiudizio nel rispetto di tutte le opinioni in merito all’argomento. Il dibattito, oggi più che mai, è aperto e al centro dell’attenzione ed è quindi fondamentale informarsi e avere una visione pregna di pensiero critico.
Aurora Vanacore 5B | 25 febbraio 2025
Questi giovani di oggi, sempre con gli smartphone in mano a scrollare sui social media, la generazione della frivolezza e della superficialità.
Eppure questo stereotipo sembra essere negato, o quantomeno contrastato, da un fenomeno letterario senza precedenti: Fedor Dostoevskij come uno degli autori più letti dai ragazzi secondo le classifiche più recenti.
Notti bianche, Memorie dal sottosuolo e Delitto e Castigo sono senza dubbio i romanzi più amati e la loro popolarità sembra essere solo in aumento, anche grazie al passaparola nato proprio dalle piattaforme mediatiche dove lettori di tutto il mondo possono sentirsi parte di un’unica e globale comunità.
Un fenomeno apparentemente sorprendente e incredibile, ma che in realtà trova delle spiegazioni perfettamente logiche come spiega anche la slavista Serena Vitale in riferimento particolare alle Notti bianche, dove leggerezza e profondità emotiva si incontrano per dare luce ad un’opera perfetta: “Una storia d’amore ma anche un romanzo sulla solitudine. Questo mi fa riflettere: quando penso a questi ragazzi dietro agli schermi dei cellulari mi viene in mente proprio la solitudine. E anche la fame d’amore che abita il nostro tempo”
La Gen Z non è solo la generazione degli “sdraiati”, ma anche della ricerca di vie di fuga da un contesto sempre più soffocante, dove aspettative e canoni trasformano paradossalmente gli anni della spensieratezza in periodi di insostenibile ansia: è proprio questo il territorio fertile in cui nasce lo stretto legame tra i lettori del ventunesimo secolo e l’universo letterario della dove si muovono personaggi come il tormentato Raskol’nikov o il misterioso e innamorato Sognatore.
La scrittura introspettiva e frenetica che rispecchia l'inquietudine dell’autore russo diventa il mezzo perfetto per amplificare la potenza emotiva delle sue opere: la rivoluzione che Dostoevskij attua nella tradizione del romanzo è il passaggio da figure statiche e coerenti alla focalizzazione proprio sulle contraddizioni individuali che caratterizzano i suoi personaggi, esaminati con una precisione quasi scientifica nei loro tormenti e in quel groviglio di pulsioni e rimorsi che Freud contribuirà a definire come psiche, un caos che da un lato attanaglia ma dall’altro definisce l’uomo stesso.
Inoltre, confrontando l’originale con le possibili traduzioni, quella italiana è una delle più fedeli nel trasferire l’intensità emotiva e psicologica delle opere di Dostoevskij da una lingua all’altra, forse anche per la vastissima articolazione che caratterizza entrambi gli idiomi nonostante la distanza geografica e le differenze culturali: ma d’altronde, come diceva Italo Calvino, un classico è un libro che supera qualsiasi barriera sia temporale che spaziale.
“I russi certo sono complicati, ma tornare alla complessità in quest’epoca è importante. La letteratura è sogno. E noi i sogni non dobbiamo perderli.”
Queste parole importanti riflettono non solo la straordinaria poesia delle opere di Dostoevskij ma anche il legame tra i ragazzi e questo autore, che prima di essere uno dei nomi più importanti della letteratura mondiale è anche semplicemente Fedor, un giovane uomo nella Russia dell’Ottocento, un fragile scrittore con tanti sogni nel cassetto, tormentato da una biografia complicata tra politica e condizioni di salute, capace di trasformare il suo dolore in arte, un’arte che ancora oggi parla, anzi grida disperatamente al mondo tutta la sua sofferenza.
“A volte l'uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.”
-F. Dostoevskij, Delitto e castigo
Rita Madama 2D | 23 febbraio 2025
Film uscito a inizio 2025, sotto la regia di James Mangold, noto anche per l'acclamato biopic su Johnny Cash “Walk the Line”-(2005). Il film si basa sulla biografia “Dylan Goes Electric!” di Elijah Wald, ripercorrendo la svolta di Bob Dylan verso l’elettrico e il rock, staccandosi dalla carriera percorsa nel genere Folk.
Alcuni membri del cast e Timothée Chalamet si sono presentati a Roma poco prima del lancio del tanto atteso film, regalando al pubblico un momento davvero cinematografico, posando sulle scale di Piazza di Spagna accompagnati dalle note della celebre “Like a rolling stone”.Inutile dire quanto alte fossero le aspettative su questo film, che per molti aspetti sono state soddisfatte.
Iniziamo subito con qualche curiosità andando a vedere quanto il film sia stato fedele alla storia e in che punti invece differisce. Innanzi tutto il film mostra una piccola parte dell’artista, ancora in vita, riferendosi agli anni tra il ‘61 e il ‘65.
Il film inizia con una scena molto coinvolgente emotivamente, raccontandoci di un ragazzo che attraversa il paese pur di conoscere il suo idolo Woody Guthrie, cantante e chitarrista folk vincolato al letto di un ospedale da una malattia neurodegenerativa molto grave, che gli porta via pian piano la voce e l’abilità di muoversi. Il giovane Bob si esibisce per il malato e il suo caro amico Pete Seeger, altro pezzo importante nella scena del folk, riportando ad entrambi un briciolo di speranza e strappando loro una lacrima. Successivamente Pete, colpito dal talento di Dylan, lo ospiterà a casa sua per qualche notte. Per quanto questa scena sia d’effetto, i musicisti non si incontrarono in questo modo, infatti Pete seguì la carriera di Bob da lontano, per poi incontrarsi ufficialmente ad un evento nel ‘60 e dal quale nacque la loro amicizia e collaborazione.
Pete lo porterà al Newport Folk Festival, dove incontrerà Joan Baez, talento dell’epoca, con la quale fece subito conoscenza e divennero sempre più intimi, fino ad avere una vera relazione. Nel film si mostra come i due finirono a letto dopo essersi incontrati casualmente durante la notte di terrore, scaturito dalla crisi missilistica di Cuba, sotto la melodia ribelle di “Master of war”. Come al solito il dipinto del film è romanico e molto poetico, anche se Joan Baez afferma di aver chiesto a Dylan nella vita reale perché avesse scritto quella canzone e lui ha risposto "Perché sapevo avrebbe venduto”.
Un fatto divertente per gli appassionati di musica è relativo alla scena del programma televisivo di Seeger, dove in una puntata compare un certo “Jesse Moffette” musicista blues alcolizzato che sembra essere avere una grande personalità e seguito. Se ve lo state chiedendo, questo personaggio non è mai esistito ma è solo un arricchimento alla scena. Inoltre Bob Dylan non è mai stato presente ad una di queste puntate televisive.
La ragazza di Dylan, Silvy, è in realtà Suze Rotolo. Bob Dylan dirigendo le riprese del suo film ha voluto cambiare il nome al personaggio, per rispetto di Suze, che come si intuisce nel film ha una personalità molto timida e riservata. Inoltre è grazie a Suze, la quale spesso si recava in Italia per ragioni di studio, che Bob ha avuto il pretesto di andare a trovarla e fare concerti a Roma e a Perugia. La loro relazione finì nel ‘64 ispirando Dylan a scrivere “Ballad in plain d”.
Per quanto riguarda il festival finale di Newport ci fu un po’ di malcontento riguardo alla scelta di Dylan di spostarsi sul rock elettrico ma niente di così eclatante come sembra nel film. Infatti le uniche cose che furono gettate sul palco sono state delle armoniche, perchè Bob aveva scordato la sua per suonare “mr. Tambourine man” e ora gliene serviva una dell’intonazione giusta- infatti le armoniche hanno scale diverse a seconda del tipo di accordatura con cui vengono prodotte. Poetica però la versione del film, stoica, che nonostante tutto il futuro va avanti, l’arte non ha bisogno di essere apprezzata poichè arte, e l’artista ribelle non deve spiegazioni a nessuno, poiché genio e custode di una ricchezza interiore solo intravedibile in parte al suo pubblico. Come risposta al rigetto popolare Dylan alza ancora di più la musica, poiché il progresso non incontra spesso i gusti della società, “your old road is rapidly agin’, please get out of the new one if you can’t lend your hand…”
Ad ogni modo anche se in certi punti si sono permessi di romanzare la storia questo non è assolutamente un criterio di svalutazione del film, anzi, un film è pur sempre un prodotto artistico che deve differenziarsi da ciò che già esiste e lasciare impresse emozioni e sensazioni che altrimenti non verrebbero colte. E credo che in questo film ce ne siano molte. Questo film ha il sapore di un caffè, una sigaretta alla mattina, la camicia spiegazzata e di un viale di notte illuminato da qualche lampione giallo. Tutto è poetico, i colori sono caldi e accoglienti, tanto che ci viene voglia di entrare in questo mondo anni ‘60, in cui la spensieratezza di una vita più semplice si respirava nell’aria. Tuttavia la storia fa intravedere anche il contorno storico di quegli anni, la preoccupazione, i movimenti razziali e le prime rivendicazioni di genere. E’ un'atmosfera che seppur calma e tranquillizzante segna la fine di un'era e l’inizio di una serie di grandi cambiamenti. Per non parlare delle canzoni, che sono integrate così bene nella storia da dare vita anche alle sequenze più banali e noiose. Le parole dei testi sembrano scivolare fuori dalle anime dei personaggi, fondendosi insieme in inni di speranza. Bellissimo come Silvy si possa essere sentita lasciare da Dylan tramite la canzone cantata con Joan Baez, questo ci mostra come ognuno viva “The times they are a-changin" nel suo piccolo, chi ci trova un valore personale, chi lo associa al periodo storico o ad una fase della sua vita… La magia di questi testi è la loro comunicabilità di portata rivoluzionaria.
Confrontato nel suo genere è un biopic ben fatto, molto tradizionale che non sfocia in sperimentalismi. Questo per alcuni è stato un difetto del film, perché si sarebbero aspettati qualcosa di più inaspettato, adatto ad un rivoluzionario quale Dylan, lui stesso disse “Non c’è nulla di così stabile quanto il cambiamento”. Io convengo che il film possa essere convenzionale ma credo anche che le rivoluzioni stiano nei piccoli gesti della quotidianità, nelle cose banali.
Il regista, James Mangold, si affida molto alle capacità dell’attore protagonista e devo dire che Timothée Chalamet è riuscito a stupire tutti, creando un personaggio che non fosse solo l’imitazione di Bob Dylan, lo studia, lo assimila e riesce a dargli una seconda vita. Guardando altri suoi film possiamo vedere il cambiamento e quanto si sia impegnato nel vivere la parte da lui scelta. Timothèe ha lavorato degli anni su questo personaggio, grande fan di Dylan, ha insistito per la parte e una volta avuta possiamo dire che ci abbia messo anima e corpo. Per non parlare della similarità tra le canzoni cantate da lui e quelle cantate da Bob Dylan. E’ riuscito a ricreare le stesse vibes, senza cambiare il volto dell’artista ma esaltandone le particolarità. Non c’è da stupirsi se Timothée è candidato agli Oscar 2025 come “miglior attore” per a Complete unknown.
Uno spunto bello del film è che il regista non abbia per forza voluto far vedere un Bob Dylan che piaceva alla gente ma mostrando anche il declino finale, quando lui ha deciso di dare una svolta stilistica alla sua carriera e i suoi sostenitori amanti del folk lo hanno abbandonato, non disposti ad ampliare le loro vedute.
I musicisti raccontano la loro visione del mondo tramite la loro musica; non si può chiedere a qualcuno di ritornare alla sua precedente percezione delle cose solo perché incontrava il consenso della società. E’ più importante essere fedeli a sé stessi. I pensieri cambiano d’un tratto, si evolvono, modificando la nostra persona, facendo sbocciare qualcosa che prima doveva ancora germogliare in noi. I veri artisti sono quelli che sanno ascoltare le voci dentro di loro e danno massima espressione del proprio genio artistico. Sono messaggeri di portata rivoluzionaria, anche se a volte i messaggi impiegano anni prima di arrivare ai cuori della gente.
Questo film oltre a darci un assaggio di Bob Dylan presenta come personaggi di contorno musicisti come Pete Seeger, Joan Baez, Bob Neuwirth, Johnny Cash… ognuno di essi è un mondo a parte, tutti intrecciati tra loro dalla passione, amicizia e il desiderio di fare breccia nel cuore delle folle.
In conclusione è un film assolutamente raccomandato sia per gli appassionati di Dylan che vogliono fare una full immersion nei suoi successoni, sia per chi spera di passare una bella serata guardando un film coinvolgente e ben fatto.
Rita Madama 2D e Maria Rosaria Cozzolino 5B | 21 febbraio 2025
Il celebre regista è morto recentemente, 16 gennaio di quest’anno, portando via con sé le sua incredibile genialità e lasciando molta tristezza nei cuori dei cinefili di tutto il mondo, infatti Lynch ha dato un contributo straordinario alla cinematografia del nostro tempo.
Anche nella nostra Modena non sono mancati momenti in suo ricordo, per esempio al cinema Victoria e Raffaello hanno dedicato delle serate alle proiezioni dei suoi film, dando la possibilità ai suoi fan di salutarlo per l'ultima volta, in grande stile.
Nato nel 1946, nel Montana, nella sua giovinezza ha mantenuto diversi interessi; la fotografia, la recitazione, la musica, è stato scout, ricevendo il grado maggiore riconosciuto in America e da sempre ha sognato di fare l’artista. Tramite conoscenze entra a contatto con un giovane pittore e pian piano matura l’idea di intraprendere un percorso artistico. Si iscrive a qualche corso in questa direzione completando alcuni quadri, attualmente esposti al Museum of Modern Art di New York. Ben presto però accantona la pittura e si dedica a qualcosa di più vicino al mondo cinematografico, nel quale, negli anni, ha riscosso ben più successo.
Realizza il suo primo cortometraggio “Six men getting sick” con il quale vince l’esibizione di fine anno della sua accademia a Filadelfia. Dopo una prima fase di produzione sperimentale, nel 1970 inizia la sua carriera da regista.
Nel corso degli anni ha ricevuto tre nomination al Premio Oscar per la regia per : “The Elephant Man”, “Blue Velvet” e “Mulholland Drive”. Ha ricevuto la Palma d'oro al Festival di Cannes 1990 per "Wild at Heart", il Prix de la mise en scène nel 2001 con “Mulholland Drive” e il Leone d'oro alla carriera durante la 63ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Tra gli altri titoli famosi di cui probabilmente avrete già sentito parlare bisogna citare "Eraserhead" - uno dei primi di Lynch, genere grottesco, la realizzazione impiegò 5 anni; “Dune” - 1984 che fu un vero e proprio trauma per Lynch perché non ebbe nessun controllo sui tagli e sulla produzione finale del film, il quale presentò, a causa della lunghezza, talmente tanti accorgimenti e modifiche da risultare incomprensibile. In seguito al fiasco che seguì il film venne fatta anche una versione più estesa, nel tentativo di rilanciarlo, ma in egual modo fu talmente rimodellato che Lynch non volle riconoscerlo come suo progetto. “Twin Peaks” 1990-2017,serie televisiva di 3 stagioni che ha ottenuto il plauso della critica, con elogi per la sua struttura narrativa non convenzionale, gli effetti visivi e la recitazione del cast. Durante il periodo di messa in onda, grazie alla sua singolarità e al distacco stilistico rispetto ai programmi dell'epoca, la serie divenne presto un cult, reclutando una vasta schiera di fan. A distanza di decenni, è ancora considerata una delle serie più influenti nella storia della fiction televisiva e ha influenzato moltissime serie successive incentrate sul mistero e il soprannaturale. “ Strade perdute”-1997 È una storia criminale inquadrabile nell'ambito del noir moderno, caratterizzata tuttavia da immaginario e tematiche surreali.
Vorremmo condividervi qualche commento personale relativo ad alcuni suoi film che abbiamo visto.
“Blue Velvet” è uno dei suoi capolavori, prodotto nel 1986, prende il nome dall’omonima canzone di Bobby Vinton, principale motivo dell’intero film. La trama surreale passa quasi in secondo piano, ideata con l’ intenzione di collegare immagini, suggestioni e pensieri del regista. Il film prende vita dall’infanzia di Lynch, l’ambientazione iniziale nei campi, riflette la strana pace e tranquillità vissute da bambino, dando un'immagine di una America apparentemente così semplice. Il padre di Lynch aveva spesso a che fare con la natura per motivi di lavoro e perciò David si sentì sempre collegato a queste atmosfere, imparando ad apprezzarle di più da adulto. Un altro dettaglio preso dalla sua infanzia è stato il momento traumatico in cui vide, di notte, una donna completamente nuda girare per le strade della città. Questo episodio lo sconvolse a tal punto che gli rimase impresso per anni, fino a ritirarlo fuori in questo film, altamente autobiografico, nella scena in cui Dorothy è appunto trovata nuda da Jeffrey e Sandy.
Il dettaglio dell’orecchio nel campo, il pettirosso con l’insetto in bocca, Frank con il suo respiratore e la sua gang di maniaci trafficanti, ci fanno sentire un senso di angoscia e estraneità crescente durante la visione del film. La crudeltà dell’antagonista è esagerata, senza senso, presentandoci la sofferenza, in questo caso di Dorothy, non giustificabile da motivi comprensibili, se non dalle manie di un vecchio squilibrato. Credo che Lynch voglia farci sentire impotenti come si è potuto sentire Jeffrey, un ragazzino davanti a tutto questo marciume che si nascondeva dietro la bella carta da parati di una cittadina tranquilla. La sua curiosità e il suo carattere irrequieto lo spingono a conoscere più di quanto avrebbe voluto, ma ancora non riesce a fermarsi dall’addentrarsi sempre più in questo mondo pieno di segreti.
Credo che la dualità del protagonista sia rispecchiata anche nelle due donne che lo affiancano durante il film, Dorothy indaga la sua indole più tenebrosa ed è per questo che Jeffrey non riesce a dimenticarla. Sandy invece è la sua stella polare, è la luce in mezzo a tutte queste sporche faccende e la sua purezza la rende distante da Jeffrey ma anche indispensabile a lui.
Nonostante la crudezza della realtà, Lynch sceglie il lieto fine, la scenetta finale dei due innamorati che ridono, davanti al pettirosso, metafora dell’amore nel mondo in una dolce domenica di sole. Alcuni credono che questa scelta rovini il film ma io credo che invece Lynch l’abbia fatto come provocazione, apposta per creare contrasto, suggerendo il fatto che nonostante tutto il male nel mondo, ironicamente la vita va avanti, mostrandoci come la realtà quotidiana possa essere costruita su strati, da gente comune che cerca di ignorare il marcio che formicola solo a qualche metro sotto di loro. Alludendo al padre di Sandy, poliziotto corrotto, con il quale Jeffrey è costretto a chiudere la faccenda e fare buon viso a cattivo gioco.
La particolarità di questo film credo sia appunto il contrasto creato tra le diverse scene, da sparatorie e stupri a dettagli di fiori e l’innocente figura di Sandy. Il tutto lascia un gusto agrodolce come in un sogno, accompagnato dalle malinconiche note di “Blue Velvet”.
Uno dei lavori più acclamati e conosciuti di David Lynch è senza dubbio Mulholland Drive. Questo narra della storia di Betty, una giovane attrice impegnata a farsi strada nel mondo del cinema Hollywoodiano ma che, inaspettatamente, un giorno troverà alla sua porta una donna, che prenderà il nome di Rita, reduce di un incidente automobilistico che le ha provocato una forte amnesia. La nostra protagonista allora le prometterà di aiutarla a recuperare i suoi ricordi, addentrandosi così in una serie di avvenimenti assurdi che oscillano fra la realtà e il sogno.
La pellicola mostra una forte critica che Lynch fa nei confronti del cinema Hollywoodiano e di chi ne tira i fili, vale a dire produttori e registi spietati che faranno di tutto per poter mettere le mani sul loro tanto agognato denaro. Tuttavia, uno dei temi centrali, che si rivede anche in molte altre opere di Lynch, è quello del sogno. Infatti, il film può essere suddiviso in 2 atti: Nel primo, il quale rappresenta il sogno di Betty, vediamo questa vivere la sua vita ideale, rappresentata da una sé stessa giovane e speranzosa di ottenere una carriera di successo nel cinema, mentre nel secondo, che rappresenta la realtà, vediamo la nostra protagonista lacerata da questa stessa industria e dalla gelosia nei confronti della collega Rita. Assistendo ad una progressiva distruzione delle speranze e della vita di Betty, siamo messi dinanzi alla realtà del sogno americano.
Un altro dei capolavori di Lynch è Lost Highway, in italiano adattato in strade perdute. La pellicola narrerà la storia di Fred Madison, musicista jazz geloso al tal punto della sua bellissima moglie da ucciderla ed essere condannato alla sedia elettrica. Nel momento in cui verrà incarcerato però succede l'inaspettato: Fred si trasforma in un’altra persona di nome Pete Dayton, quasi una versione più giovane ed interessante di lui. A quel punto, inizieremo a vedere le sue vicissitudini tra spietati gangster e una meravigliosa ed irraggiungibile donna.
Nell’opera si può nuovamente vedere il tema del sogno, questa volta rappresentato dalla vita stessa di Pete Dayton. Secondo molte interpretazioni, Fred Madison, negli ultimi giorni della sua vita, si introietta in ciò che potrebbe essere definita una versione più interessante e, soprattutto, desiderabile di lui. La figura di sua moglie ritorna in una versione alternativa di lei, quasi nei panni di una donna da salvare ma, allo stesso tempo, inarrivabile, come dice lei stessa nelle ultime scene del film. Il tutto si conclude con un lungo inseguimento che si interrompe bruscamente con un lampo che colpisce il protagonista, simbolo della sua morte avvenuta sulla sedia elettrica.
La prematura scomparsa di David Lynch ha lasciato un vuoto incolmabile nel cinema moderno, essendo che le sue opere si possono definire in tutto e per tutto irripetibili. Le sue storie intricate, la sua poetica onirica e i suoi peculiari personaggi sono oltremodo unici e nessuno nel cinema odierno è riuscito a replicarne lo stile
Mattia Piva 4B | 19 febbraio 2025
Manuel Agnelli, live con gli Afterhours
Qualche mese fa, Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours, band pioniera del rock italiano, in un'intervista al BSMT, ha dichiarato, parlando della scena trap italiana: “È una macchina oliatissima dal punto di vista dell’imprenditoria, capisco perché la stanno tenendo in vita il più possibile. È puro business, anche i ragazzi sono più imprenditori che artisti”. Non è certo una voce fuori dal coro, molti artisti negli ultimi anni hanno espresso diffidenza nei confronti della trap. Quanto, però, c’è di vero però nelle parole del cantante? Quanto le critiche sono dovute al ricambio generazionale e alle nuove mode dei figli incomprensibili agli occhi dei genitori e quanto invece sono fondate?
Per prima cosa è fondamentale definire cosa sia la trap, nello specifico quella italiana, e citare alcuni nomi per individuare precisamente le caratteristiche del fenomeno. La vera prima esplosione nel mondo mainstream del genere avviene tra il 2013 e il 2014, con le pubblicazioni di alcune canzoni e un intero album da parte dell’artista Sfera Ebbasta con il produttore Charlie Charles. Sebbene esistessero già diversi artisti affini al genere, come Gué Pequeno, Sfera è il primo a porre un divisore netto tra il rap e la trap e portare quest’ultima sui palchi più importanti di Italia. Nello stesso periodo nascono altri artisti influenti, come la Dark Polo Gang, gruppo dal quale nascerà una figura tutt’oggi di spicco come quella di Tony Effe. Proprio quest’ultimo, avventuratosi in seguito allo scioglimento del gruppo in una fruttuosa carriera da solista, a fine maggio dell’anno passato era finito al centro di una bufera mediatica per le sue dichiarazioni, ancora una volta al microfono del podcast BSMT, nelle quali raccontava la sua vita da “povero del centro” da ragazzino a causa dei 150 euro settimanali, a sua detta pochi, che il padre gli dava come paghetta e che lo facevano sfigurare con gli amici dell’epoca. Le polemiche hanno riportato al centro dell’attenzione il tema del personaggio povero e proveniente da ambienti malfamati costruito dai trapper, che fingono una vita che non gli appartiene, dibattito che da quando esiste il genere non ha mai finito di tormentare gli artisti. Molte critiche e accuse, vedendo lo scivolone di Tony Effe, che dimostra un’evidente disconnessione dalla realtà, sono state alimentate a dismisura, allargandosi alla trap in generale. Si è però verificata quella che viene definita “fallacia del secundum quid”, o generalizzazione indebita, con la quale si prende un numero troppo esiguo di esempi e si tenta di renderli campioni rappresentativi di un fenomeno.
In ogni caso, è vero che alcuni dei personaggi che vediamo in questa scena sono costruiti o esagerati, perché è logico che la musica sia comunque un prodotto e deve vendere. La frase potrebbe far rabbrividire chi crede nella vera musica, quella di una volta e che non esiste più. I puristi musicali, insomma. Persone che in realtà non vedono, o non vogliono vedere, quanto sia sempre stato così nello scenario musicale mainstream di qualsiasi genere.
Si prendano quelli che, a oggi, sono considerati senza troppi dubbi i padri fondatori della musica moderna: i Beatles. Se si chiedesse a una persona di immaginarsi i Fabulous Four, la prima immagine che sovverrebbe in testa a chiunque è quella di quattro ragazzi con il classico taglio da Beatles, vestiti uguali e belli sorridenti. Questa immagine non era forse una moda? La cosiddetta “Beatlemania”, tanto diffusa che all’epoca si credeva non sarebbe mai cessata. Non era solo una scelta dei quattro ragazzi: nel 1964 il batterista Jimmy Nicol sostituì in alcune date Ringo Starr, e sebbene fosse una soluzione temporanea e di brevissima durata, si dovette tagliare i capelli e vestirsi proprio come gli altri tre. Perché la band alla fine era un prodotto, che praticamente si vendeva da solo, ma restava pur sempre un prodotto. Di conseguenza, per, citando le parole iniziali di Agnelli, “tenerlo in vita il più possibile” bisognava mantenere una certa immagine, bisognava sponsorizzarlo in un certo modo.
Ma proprio per non commettere la fallacia del "secundum quid", bisogna prendere altri esempi. Cambiando radicalmente genere, anzi quasi contrapponendosi agli elegantissimi Beatles, ma avanzando solo di qualche anno, si arriva nel ‘77 con i Sex Pistols. Anni di punk, ribellione, anarchia pura. Giusto? Sì, almeno a primo impatto. Poi scavando solo un po’ nella storia del gruppo, si scopre che nacque come band per sponsorizzare il negozio di abbigliamento di due nomi da nulla come Vivienne Westwood e Malcom McLaren. Un puro prodotto di marketing, molto mirato, studiato e sicuramente pieno di tutto il genio di stilisti del calibro di Westwood e McLaren, ma pur sempre una creazione da e per vendere. Inoltre lo stile di vita borderline, per usare un eufemismo, della band e in particolare del bassista Sid Vicious diventerà talmente iconico da venire distorto e romanticizzato nei modi più disgustosi possibili.
Se ancora le evidenze che la trap non ha prodotto nulla di nuovo dal punto di vista utilitaristico non sono abbastanza, negli anni ‘80 si ha l’esplosione della cultura pop, nella quale le uniche cose rilevanti sono il guadagno, le vendite, il pubblico. Qualsiasi band o artista proveniente da quel movimento non tenta nemmeno di nascondere questa commercializzazione della musica, che viene vista in realtà come una voglia di musica leggera e spensierata come simbolo di quegli anni, basti pensare alla canzone “Material Girl” di Madonna.
Con l’avvento del nuovo millennio le band che hanno fatto la storia della musica suonata iniziano ad avere un po’ di anni sulle spalle. Eppure nessuno sembra mollare e passare il testimone alle generazioni successive. Ultimi tour che non fanno che precedere altri tour, reunion, album remastered, addirittura nuove uscite sembrano essere all’ordine del giorno. Citando giusto qualche nome, perché sono veramente infiniti, si trovano gli AC/DC, icone del hard-rock (ormai chiamato scherzosamente dad-rock), che nel 2024 hanno suonato al Campovolo nel loro ultimo, almeno teoricamente, concerto in Italia, e che invece ritorneranno nella penisola quest’anno, i Green Day che pubblicano un album ogni due anni o quasi, gli Oasis che nell’agosto scorso hanno conquistato le attenzioni di letteralmente chiunque ne mastichi un minimo di musica con la loro reunion, dopo anni 16 anni che Liam Gallagher ha trascorso a giurare e spergiurare che non sarebbe mai tornato dal fratello “con il cappello in mano a chiedere l’elemosina”, membri di ex band gloriose che tentano carriere soliste suonando i soliti brani triti e ritriti, gli italianissimi CCCP - Fedeli Alla Linea, band incentrata su uno stampo comunista e sovietico che, nonostante il cambio radicale di idee del leader Giovanni Lindo Ferretti, ha fatto una reunion sempre lo scorso anno, riportando a galla l’ormai defunto soprannome di “Fedeli Alla Lira”, affibbiato loro dai fan più rancorosi. Infine, in questi pochi esempi suddetti, troviamo anche gli Afterhours, la band di Manuel Agnelli in persona. Nel 2025 infatti torneranno dalle ceneri sui palchi di tutta Italia, in un tour che, salvo sporadici e rarissimi concerti nel 2018 e nel 2019, è l’interruzione di una pausa durata sette anni. Aggiungendo poi il fatto che suoneranno tutti i componenti originali, ha tutta l’aria di essere il tentativo di vendere un prodotto a certi nostalgici puristi, un po’ come i remake digitali dei giochi dei cabinati delle vecchie sale giochi attirano gli ormai ex ragazzi degli anni ‘80.
Sempre restando su Manuel Agnelli, non bisogna dimenticare che è stato per moltissimi anni giudice a X Factor, un vero e proprio tritacarne musicale che fa entrare decine di giovani musicisti, ne lega la maggior parte a contratti discografici al limite della decenza, dando gloria e fama solo a quei pochi che arrivano fino in fondo, non senza averli prima radicalmente trasformati e facendo fare loro non ciò che più si addice al loro stile, ma ciò che vende di più. L’incoerenza a personaggi di questa scena non è nuova, basti pensare a Morgan che, in maniera molto meno velata di Agnelli, negli ultimi anni si è eretto a paladino anticonformista e difensore dei movimenti underground, arrivando addirittura a criticare apertamente X Factor dopo anni passati a mangiare il quel piatto solo per poi sputarci.
La musica, insomma, è un prodotto. E va bene così. Non solo, è giusto così. Perché è un settore che sfama milioni di persone. Perché la musica non è solo la band mainstream che sforna dischi d’oro su dischi d’oro e un po’ di sdegno lo crea, con tutti i soldi che fa girare, ma è anche e soprattutto un mondo nascosto e invisibile di persone che dedicano tutta la loro esistenza a una carriera che nei migliori dei casi potrà essere un secondo lavoro o una fonte di sostentamento che farà arrancare e faticare. La musica quindi deve essere retribuita, anche solo per la dignità artistica di tutte le persone che lavorano alla produzione, alla composizione e alla distribuzione di un brano o che organizzano tour, montano palchi o suonano da turnisti, oltre che degli artisti stessi. Se la musica che piace è la trap, evidentemente è l’espressione di quello che i giovani sentono oggi e non è altro che un semplice indice di un fattore soggettivo e insindacabile come il gusto personale.
Un ultimo tema fondamentale, è la questione dei testi. Barre che parlano di violenza, misoginia, criminalità con una superficialità impressionante e che i ragazzi tendono a sentire e a imitare sono all’ordine del giorno. Almeno secondo le critiche più comuni. Ancora una volta si tende a generalizzare eccessivamente la questione, soprattutto perché su cento canzoni le uniche dieci che faranno scalpore saranno sempre le uniche che avranno testi impresentabili, sui quali peraltro si apre un dibattito più complesso su dove finisca la libertà di espressione di un artista. Due però sono le considerazioni essenziali per poter riflettere appropriatamente sulla legittimità dei testi trap: in primis, il fatto che se un ragazzo segue esempi scorretti o modelli di criminalità e odio, forse la colpa non è del trapper o del cantante. Non sta a un artista educare il suo pubblico, insegnare a chi ascolta cosa sia il bene e cosa il male. Un cantante si esprime lanciando un messaggio, successivamente sta al destinatario interpretarlo e decidere cosa prendere e cosa scartare di esso, secondo quell’insieme di norme morali autoimposte che ci si crea non certo per un paio di canzoni, ma per l’educazione ricevuta. In secundis, fare di tutta l’erba un fascio e ritenere tutta robaccia violenta la musica trap significa non aver mai ascoltato più di un paio di canzoni, giusto per poter dire la propria a riguardo. Artisti come Ghali, Fedez, Lazza e tanti altri hanno scritto canzoni su temi quali la guerra, la depressione, la gelosia tossica e molti aspetti che nessun altro cantante ha mai potuto descrivere, perché sono figli di una generazione nuova, con problemi nuovi e che nessun altro sa descrivere bene come chi li vive.
In somma sintesi, come ogni altra corrente musicale, la trap non è diventata famosa per caso. Forse sono cambiati i mezzi, non ci sono più le promozioni e le stampe fisiche dei vinili, la sponsorizzazione si fa con i social, ma il progresso musicale va di pari passo con il progredire della società. La fama di ogni corrente musicale si basa sul gusto soggettivo e su poco altro. Ovviamente poi l’industria segue quello che il popolo chiede, ma in somma conclusione credo che l’espressione migliore per sintetizzare il concetto non possa che essere De gustibus non est disputandum.
Mattia Piva 4B | 4 febbraio 2025
Il 2024 è stato senza ombra di dubbio un ottimo anno per la musica, con tante uscite innovative di vario genere, che sembrano però seguire uno scheletro comune, mai troppo definito eppure sempre abbastanza presente: l’influenza post-punk. Questo fil rouge lascia molta libertà di interpretazione, in quanto il genere stesso non è mai stato identificato con caratteristiche precise, e lo notiamo molto bene nei nomi più importanti di questo scenario: chi ne coglie il lato più politicamente impegnato e usa la propria musica per lanciare messaggi, come gli IDLES, di Bristol, chi la semplicità e i ritmi frenetici, come i londinesi shame, chi il lato più cupo, si veda l’ultimo lavoro dei Fontaines D.C., di cui abbiamo parlato il mese scorso. In questa fauna di nuovi sound e concetti, si ritagliano il loro più che meritato riquadro anche gli English Teacher. Nell’anno appena trascorso, hanno debuttato con il loro primo album, This Could Be Texas, riuscendo a portare una ventata d’aria fresca e di innovazione in un contesto già così variegato: colpisce fin dal primo ascolto la voce straordinaria della cantante Lily Fontaine, che si riuscirebbe ad ascoltare per ore e ore senza mai stancarsi. Alle orecchie più esperte musicalmente, poi, non può che colpire la maestria di questi quattro ragazzi giovanissimi, dotati di un’abilità tecnica fuori dal comune, specie in un genere solitamente così minimal. Aggiungendo infine un’ottima capacità comunicativa, con testi semplici ma efficaci, si può già intuire che questo album non poteva che essere un successo.
Albatross:
L’album si apre con un brano delicato in cui Lily Fontaine ha modo di dare sfoggio di tutte le sue qualità, non solo canore ma anche compositive: la prima traccia sembra una vera e propria poesia, un’allegoria che racchiude le difficoltà che la band ha incontrato durante il percorso per raggiungere la fama. La canzone illustra una ragazza che decide di voler diventare un albatross, perché rapita dalla bellezza del sole, che la spinge a voler volare alto. Nonostante le preoccupazioni di sua madre, raggiunge un gruppo di altri uccelli, da cui però riceve delusioni e a volte anche critiche, come testimoniano i versi: “Non credere di essere tanto speciale, lei [il sole] non è l’unica [stella]. Hai mai visto il cielo di notte?”. Il pezzo racconta quindi le prime delusioni e le difficoltà iniziali nel cercare di farsi strada in un ambiente tanto vasto e competitivo come quello della musica.
The World’s Biggest Paving Slab:
Primo singolo estratto da questo album, The World’s Biggest Paving Slab racchiude alcune dei veri punti di forza della band, primo tra tutti l’abile utilizzo di un’immagine tanto essenziale quanto comprensibile per chiunque: solo dal titolo, “La lastra da pavimentazione più grande del mondo”, nella testa dell’ascoltatore si crea una certa aspettativa, che la band accompagna nella direzione scelta da loro. Il tema è quello delle piccole celebrità dimenticate, le stelle più brillanti di un cielo che nessuno guarda. Nelle musiche tanto quanto nel testo questo senso di simil sconforto sembra sempre scontrarsi con la forza d’animo e l’orgoglio di questi personaggi (come rappresentato brillantemente i versi “I’m the world’s biggest paving slab / So watch your fucking feet”). La strofa, in cui si ripete martellante il riff di chitarra e basso, sembra una bomba a orologeria pronta a esplodere, che aspetta in silenzio. Nel ritornello è libera di esprimersi finalmente tutta l’abilità della band, soprattutto della cantante Lily Fontaine, che con l’alternarsi di note alte e quasi psichedeliche e versi parlati con un timbro caldo e dolce regge tutto il complesso. La stessa frontwoman, pianista oltre che cantante, si accompagna con un giro di pianoforte che accresce l’epicità del chorus.
Broken Biscuits:
Il terzo brano dell’album presenta un lavoro di dinamica molto buono, con parti più distese, sottolineate da un cantato dolce e tranquillo, che pian piano crescono di intensità, grazie anche all’aggiunta di strumenti estranei alla formazione standard della band, come i fiati e gli archi, raggiungendo culmini di freneticità in cui la voce abbandona quasi la melodia per passare al parlato. Il tema è quello dei ricordi di infanzia e in generale della propria vita che cadono più o meno lentamente a pezzi, e se l’inizio della canzone sembra voler presentare una traccia malinconica che ruota unicamente attorno alla voce della cantante, come altre nell’album, e che evidenzia gli aspetti più cupi del testo, proprio quel lavoro di dinamica di cui si parlava all’inizio conferisce gradualmente al testo anche un senso di accettazione del cambiamento senza troppi rimpianti, in quanto cosa naturale.
I’m Not Crying, You’re Crying:
Ancora una volta gli English Teacher danno una notevole lezione di comunicazione musicale. Per buona parte del pezzo, si ripetono incessantemente le stesse frasi con ogni strumento, voce compresa, quasi a volerle incidere a fuoco nelle orecchie dell’ascoltatore, creando una certa sensazione di ansia e apprensione. Il testo illustra un atteggiamento piuttosto infantile e cocciuto nella strofa, nella quale la voce di Fontaine sembra quasi apatica, totalmente piatta e monotona. Nel ritornello, invece, questa barriera di astio e avversione cede e gli strumenti sembrano distendersi e uscire da quella gabbia di frenesia in cui erano intrappolati. Anche il cantato si fa più etereo e rallentato, evidenziando una sensazione di sconforto e di realizzazione: tutte le negazioni e le sicurezze ostentate nella strofa ora svaniscono assieme ai muri che il protagonista di questa canzone si era costruito.
Mastermind Specialism:
Terzo singolo estratto da “This Could Be Texas”, il brano si apre con un arpeggio di chitarra acustica e la voce di Fontaine. L’indecisione, lo stallo, il dubbio sono i protagonisti del testo. La cantante ci culla con un timbro caldo e rassicurante, quasi da ninna nanna, trasmettendo un senso di comprensione ed empatia. I versi sembrano intimi e personali, raccontano del senso di essere sempre nella media, sempre con un piede in due scarpe, mai troppo bravi né eccessivamente incapaci in ogni cosa e, di conseguenza, sempre indecisi. Il brano culmina sul finale in un trionfo di strumenti vari che sorreggono la melodia di Lily Fontaine fino alla fine, che anche questa volta ha dato prova di una genialità e una bravura uniche.
This Could Be Texas:
Sotto ai riflettori è ora il turno del piano, che apre la title track, suonato prima dal batterista Douglas Frost, interrotto brevemente a metà quando il ragazzo deve tornare alla sua postazione alle pelli e ripreso immediatamente in mano da Lily Fontaine. Oltre a questo virtuosismo da abili polistrumentisti, i quattro racchiudono in questo brano tutta la loro essenza: una dinamica impressionante, con momenti distesi, altri più tesi e altri ancora di frenetica intensità, una traccia vocale eccellente, l’abilità tecnica fuori dal normale del quartetto nella parte strumentale, ma soprattutto un’originalità e una creatività rare come poche altre nello scenario attuale consentono a questo brano di brillare. Durante l’ascolto si viene trascinati in una montagna russa di emozioni, poiché il pezzo sembra quasi un musical e anche senza comprendere il testo si viene travolti dalle curve inaspettate e brusche o dolci e gentili che la canzone prende, restandone ammaliati.
Not Everybody Gets to Go to Space:
In questo album che definire post-punk è utile per la ampia gamma di significati che il termine fornisce, questa traccia si inserisce come un miscuglio tra un’intro elettro-pop, un primo ritornello da un sapore quasi soul e un finale trionfale che finalmente sembra rientrare nella casella “post-punk”. Ma la bellezza di questa riflessione sociale non sta solo nella versatilità del brano: lo spunto offerto dal titolo, “Non tutti riescono ad andare nello spazio” è trattato in maniera ironica, quasi satirica, ma anche un po’ amara. In somma sintesi, non tutti possono andare nello spazio, perché se così fosse ciò non sarebbe più una vittoria, e in più chi vorrebbe fare lavori più umili come il pulire? Inoltre, con tutti gli impegni moderni, nessuno avrebbe tempo per andarci. Poi la band chiarisce l’intento satirico nei versi “Non tutti possono andare nello spazio, ma lui lo ha fatto / Ha lavorato duramente per farsi strada / Non è andato all'università, ti dirò come ci è arrivato / Ha frequentato la scuola dei duri colpi”. La fama, insomma, è spesso raggiunta da chi non la merita, e la meritocrazia la maggior parte delle volte è un sistema che illude solamente, non funziona. Ammirabile è anche la capacità del gruppo di inserire critiche mirate alla società in brani come questo, sotto forma di velate allegorie che si colgono appieno solo dopo qualche ascolto
R&B:
È il quinto singolo dell’album ma la primissima canzone scritta dalla band, pubblicata per la prima volta nel 2021. Tra tutte è probabilmente anche quella più politicamente impegnata e tratta un tema che sta molto a cuore alla cantante, come dichiarato da ella stessa: Lily Fontaine racconta infatti la sua storia, quella di una ragazza nera che non canta come da stereotipo in un gruppo r&b ma in una band post-punk, una scena musicale composta quasi esclusivamente da persone bianche, con tutte le contraddizioni e i dubbi che la frontwoman si porta dietro. Nello specifico Fontaine ha dichiarato di avere avuto all’epoca della prima uscita della canzone, e quindi prima del successo dell’ultimo anno, il dubbio che molte persone ascoltassero la sua musica non tanto per la sua bravura quanto più in quanto ragazza non bianca, poiché la recente morte di George Floyd e, soprattutto, le conseguenti rivolte avevano spinto molte persone ad ascoltare canzoni di persone nere solo per una cieca ideologia e non per un vero apprezzamento. Inoltre la cantante dichiara che all’epoca aveva provato un forte blocco creativo, che ella attribuisce al partner del tempo e che l'aveva spinta a cercare di comporre una canzone R&B pur di sbloccarsi, genere che però aveva sempre evitato per non voler ricadere in ciò che le persone si sarebbero aspettate da lei in quanto ragazza nera. Questo brano, tutt’altro che simile al rhythm and blues afroamericano, è quindi un inno di liberazione rispetto a un modello e un’aspettativa che Fontaine sentiva come imposti, come riportano i versi “Despite appearances, I haven’t got the voice for R&B / Even though I’ve seen more COLOR Shows than KEXPs”
Nearly Daffodils:
Letteralmente “Praticamente Narcisi”, il testo è tutto un’allegoria di una storia finita troppo presto ma estremamente bella e dolce da ricordare. La coppia è descritta come due boccioli di narciso, che per nove mesi riescono a stare insieme e vivono alcuni dei momenti più belli delle loro vite; ma quando arriva la primavera i campi sono pieni solamente di fiori rossi e blu, senza nessun narciso bianco in mezzo. La vera magia di questo brano, secondo singolo dell’album, sta però nella parte strumentale, con delle formidabili e molto originali parti di chitarra, batteria e basso. Quest’ultimo è la base del brano, un’unione di creatività e tecnica uniche e raramente viste prima: a un primo e distratto ascolto, la linea di basso potrebbe infatti sembrare un synth per quanto è lineare e particolare. La capacità di reinventare a proprio modo uno strumento è tutt’altro che semplice, ma Nicholas Eden, il giovanissimo bassista della band, è riuscito a tirar fuori da uno strumento così noto e suonato un sound particolarissimo, che colpisce fin da subito, rendendolo non un supporto per la voce, il piano o la chitarra ma la vera e propria essenza della canzone.
The Best Tears of Your Life:
Una ballad dal tono malinconico che alterna strofe arpeggiate e dal sapore indie-rock a un ritornello che strizza l'occhio a sonorità più elettroniche, quasi trap, anche e soprattutto grazie all’utilizzo dell’autotune, usato come abbellimento vocale più che come correzione. In generale tutto il sound che emerge dal brano, molto particolare e probabilmente non adatto a chiunque, sembra girare attorno agli effetti della voce e della chitarra, che uniti al piano creano un’atmosfera triste e cupa, rafforzata dal gioco di parole evidente “They said this will be the best tears of your life”; sostituendo “tears” con “years” si ottiene la frase che tutti si sentono dire almeno una volta nella vita quando si arriva verso i vent’anni: “Questi saranno gli anni migliori della tua vita”.
You Blister My Paint:
“Mi fai venire le bolle sulla vernice". Una canzone che racconta di un’amore tanto bello quanto difficile e insopportabile, una passione che arde così tanto da bruciare e far male. Il batterista Frost è tornato ancora una volta al piano, e questa volta sembra intenzionato a restarci: la traccia è infatti l’unica dell’album, assieme a Mastermind Specialist, a non avere una parte di batteria. La voce di Fontaine trasmette tutta la disperazione della estenuata protagonista del brano, che vorrebbe dimenticare questo amore che continua a desiderare incessantemente e che addirittura non riesce a non sognare ogni notte. L’immagine del titolo è molto esplicativa: il rapporto che la ragazza sta vivendo le procura il calore e il benessere di un raggio di sole, ma l’esposizione prolungata ad esso la danneggia, come un secchio di vernice esposto ad esso.
Arrivati a questo punto si possono trarre le somme sulle ballad di This Could Be Texas, perché le restanti due canzoni non saranno dei lentoni malinconici o arpeggiati. In un album come questo, con sound tanto variegati e mischiati, il rischio che si corre se si rallenta troppo il tempo è quello di rendere l’opera pesante e difficile da ascoltare. Credo però che la versatilità di questi musicisti sia la vera forza di questo tipo di canzoni, perché nessuna è uguale all’altra e le interpretazioni sono spesso radicalmente diverse, basti paragonare You Blister My Paint, una sorta di canto stremato e stanco, con Mastermind Specialist, che racchiude un senso di ansia e fretta, oltre che insoddisfazione, o ancora con The Best Tears of Your Life, cupa, malinconica e piena di rimorsi.
Sideboob:
A discapito di quanto il titolo possa lasciar pensare, questa canzone altro non è che una dedica al paesaggio nordico in cui sono cresciuti gli inglesissimi English Teacher e, nello specifico, a una collina, Pendle Hill. Il titolo molto probabilmente si riferisce semplicemente alla forma di essa. Il synth, quasi psichedelico, si sposa perfettamente con il ritmo dolce e scorrevole della batteria e del basso. Chiudendo gli occhi, Pendle Hill, idilliaca collina verde, delle più tipiche dell’inghilterra, si riesce quasi a stagliare nella nostra mente anche senza essere mai stata sfiorata dal nostro sguardo prima.
Albert Road:
Quarto singolo estratto dall’album e ultima sua traccia, questo pezzo chiude un lavoro intimo e personale come This Could Be Texas portandoci direttamente nella strada in cui è cresciuta la cantante Lily Fontaine. Frammenti sparsi della sua giovinezza per tutto il testo, se messi insieme, creano un quadro piuttosto freddo, quello di una città natale che discriminava Fontaine in quanto ragazza nera. Ma lei, come dice nel ritornello, non prendeva sul serio i pregiudizi dei vicini, perché evidentemente il mondo attorno a essi non aveva mai mostrato loro cosa fosse l’amore. Il finale è, come spesso ci hanno abituati gli English Teacher lungo queste tredici piccole perle, un tripudio epico di strumenti, in una pazzesca coda musicale che si tronca di netto, decretando la fine dell’album.
Francesca Chilò 5AL | 29 Gennaio 2025
Giovedì 23 gennaio si è tenuto il terzo e penultimo incontro della rassegna "OLTRE - I nuovi mestieri del libro" presso la biblioteca Delfini di Modena.
Il tema dell'incontro, affrontato dagli scrittori Valentina Federici e Davide Morosinotto, è stato il rapporto tra intelligenza artificiale e scrittura creativa. I due relatori hanno introdotto l'argomento presentando un progetto di scrittura che vedeva protagoniste un'autrice "umana" (Valentina Federici) e un'intelligenza artificiale. Ad entrambe è stato dato lo stesso input per scrivere un racconto, ma i due risultati sono stati molto diversi tra loro. L'esito dell'esperimento è diventato un libro, intitolato "Un viaggio oltre l'ignoto".
La domanda che sorge più spontanea di fronte a questo tema è, probabilmente, se l'intelligenza artificiale sia in grado di scrivere al pari di un essere umano o meno. La risposta che ci si può dare, dopo aver seguito l'incontro, è negativa. Questo strumento può essere utile in molti ambiti, ad esempio per l'elaborazione di grandi quantità di dati, ma non è in grado di eguagliare la creatività di una persona reale. Tale incapacità è data dalla natura dell'intelligenza artificiale stessa: essa, infatti, si basa su una statistica, rispondendo sempre ai quesiti che le vengono posti con la risposta che considera più probabile. Questa modalità si rivela efficace nella stragrande maggioranza dei casi, ma non quando si parla di scrittura creativa. Una storia probabile, però, è spesso noiosa, e un lettore preferirebbe quasi certamente leggere qualcosa che sia scaturito dalla mente di un autore in carne ed ossa, dotato di una sua sensibilità e di un'inventiva personale.
Nei testi scritti da intelligenze artificiali che sono stati mostrati come esempi all'incontro erano inoltre frequenti alcuni famosi "cliché" letterari, che rendevano il testo banale e la lettura poco scorrevole.
Insomma, le nuove tecnologie sono sempre più utilizzate per via delle loro enormi potenzialità, ma pare che gli scrittori possano dormire sonni tranquilli, perché avremo ancora bisogno anche di loro.
Lucia idrato 3B | 28 Gennaio 2025
Il film l’ espiazione, tratto dall’omonimo best seller di Ian MacEwan, parla di una complicata storia d’amore. Seconda opera di Writh dopo orgoglio e pregiudizio, ha aperto la 64° mostra del cinema di venezia, diventando il piú giovane artista a inaugurare tale evento.
Sono ambientate nell’estate del 1935. Briony Tallis è una tredicenne con la passione per la scrittura e la lettura, annoiata osserva la vita che si svolge Nella tenuta della famiglia. Dopo una serie di fraintendimenti altera la relazione Della sorella Cecilia con Robbie Tarner, il figlio Della governante. Questo porterá alle disgrazie che girano intorno ai due amanti che saranno destinati ad essere divisi per il resto delle loro vite. Il giovane Robbie viene arrestato e arruolato come soldato semplice in guerra. Robbie e Cecilia si vedranno solo una Volta prima che Lui parta per la guerra e si ripromettono che un giorno potranno rincontrarsi vivendo felici insieme. Continueranno a scriversi numerose lettere, il giorno prima dell’ultima evacuazione morí di setticemia. Mentre Cecilia inseguito la rottura delle condutture dell’acqua della metropolitana, dove molti si erano rifugiati Durante il bombardamento, morí annegata. Cosi non poterono mai ricongiungersi, Briony logorata dal senso di colpa scrive un romanzo Sulla vicenda, in cui peró i due alla fine riescono a ritrovarsi. Per dargli, almeno nel suo libro, il lieto fine che si meritavano. Briony dice che in questo modo cerca di trovare espiazione per il propio drammatico errore. Sicuramente si può dire che la sorella minore é il fulcro del film e il motore di Tutto ciò che vi accade, non é un caso che il film quindi inizia e finisca con lei. Propio perché Briony é la chiave del paradosso che contorna questo film: cerca di rendere eterno questo grande amore per liberarsi delle sue colpe, quando questo amore non visse più di qualche incontro. Allo stesso tempo la vita di tre e anche piú persone fu rovinata da un Così flebile, ma fortissimo sentimento. Il film come é ovvio ci porta ad odiare Briony che risulta essere la colpa di tutti I drammi, come ultima cosa Sono arrivata a chiedermi il perché Della sua azione. A questo può almeno in parte rispondere McEwan nel suo romanzo, dove descrive Briony come “una di quelle bambine possedute dal desiderio che al mondo fosse tutto assolutamente perfetto”. Si può pensare che non riuscendo a capire le azioni della sorella e del suo amante abbia reagito con un sbaglio che le é costato caro. Ma ad ogni modo questo film é di sicuro uno di quelli che ti lascia con molte domande e poche risposte.
Valentina Pini, 3D | 26 gennaio 2025
Il celebre film “A Star is Born”, uscito nel 2018,vede come protagonisti il famosissimo attore e produttore cinematografico Bradley Cooper, nei panni di Jackson un famoso cantante country, e la rinomata cantautrice e attrice Lady Gaga, nei panni di Ally, una giovane ragazza con la passione per la musica, ma destinata a una vita di fatiche per qualcosa per cui non valeva la pena.
Nel film i due si incontrano per caso, e finiscono per innamorarsi , la loro è una storia piuttosto compromessa ma piena di avventure, e che finisce nel modo più inaspettato.
Il film racconta una storia bella e commovente. Il punto di forza è sicuramente la colonna sonora, Shallow, che ha reso il film maggiormente famoso, cantata dai due protagonisti.
A Star is Born è un bel film, piacevole, che riesce ad intrattenere il suo pubblico, senza per forza dover stare attenti a ogni minimo dettaglio; è quello che si definirebbe un comfort film. La storia d’amore, per quanto originale rispetto alle altre, narra sempre l’amore tormentato tra due star, ma alcune caratteristiche conferiscono al film un tono di unicità.
Una curiosità sui protagonisti, e che ha permesso al film di raggiungere un più alto numero di spettatori, è la storia d’amore che si pensa abbiano avuto i due, nata proprio durante le riprese del film.
Maria Rosaria Cozzolino, 5B | 17 gennaio 2025
Sin dalla loro entrata nel mainstream, con il Grande fratello nei primi del 2000, i reality show hanno da sempre infestato le reti televisive e le dimore delle signore di mezz’età: ma avete mai pensato come potrebbe essere girarne una puntata?
Gli sviluppatori di Nerial, sotto l’editore Devolver Digital, si sono posti questo quesito, dando vita a The Crush House. Il titolo ci permetterà di provare l’esperienza di gestione e ripresa di un reality show con protagonisti 4 celebrità, ma non tutto ciò che vediamo è come sembra…
Riusciremo a catturare l’attenzione dei nostri telespettatori a suon di gossip? Scopriamolo insieme!
Nel titolo vestiremo i panni di Jae, una camerawoman alle prime armi, che ha appena ricevuto il suo primo ruolo per conto di una grande casa di produzione.
Il nostro obiettivo sarà quello di riprendere “The Crush House”, un reality show con protagonisti diversi divi alle prese con amori, tradimenti oltre che violenti litigi e, sorvolando sulle pessime condizioni igieniche della nostra camera, iniziamo subito il nostro lavoro filmando la prima puntata.
All’inizio di ogni settimana dovremo scegliere il cast per la nuova stagione della serie fra 16 diversi personaggi, ognuno dei quali con la propria unica caratterizzazione, con la loro scelta che sarà un elemento essenziale nella nostra partita.
Infatti, il membri del nostro cast dovranno avere delle differenti personalità per essere interessanti e creare situazioni fuori dal comune, e la scelta di determinati personaggi andrà a influire anche sulla nostra audience, dato che sceglierne alcuni piuttosto che altri potrà accontentare i fan più insaziabili.
Come in ogni reality show, tra i membri del nostro cast si verranno a creare gli scenari più assurdi, con litigi, flirting e tradimenti all’ordine del giorno.
Già dalla prima settimana di messa in onda della serie potremo leggere i dialoghi tra i personaggi e assistere alle loro disavventure, ma questa magia si esaurisce già alla seconda settimana, a causa della ripetitività dei dialoghi e delle situazioni mostrate.
Il momento più tedioso del titolo è però da vedersi nel finale di ciascuna stagione, dove per interminabili minuti dovremo vedere il nostro cast scendere uno scivolo e salutare i propri fan senza la possibilità di fare nulla.
Un aspetto interessante del titolo è senz’altro la sua storia, che dopo poche ore di gameplay si rivelerà tutta la sua inquietante particolarità, anche se quest’altra faccia del titolo finisce per rivelarsi un’occasione sprecata.
Dopo una buona costruzione del mistero e del worldbuilding, ci ritroveremo infatti dinanzi ad un finale troppo ambiguo e frettoloso, che finisce per creare altre domande e lasciare un grande amaro in bocca al giocatore.
Il nostro obiettivo principale nel gioco sarà quello di evitare la cancellazione della serie, e per fare questo dovremo accontentare le diverse audience giornaliere con delle riprese che assecondino i loro interessi. Ogni giorno, mentre seguiamo il cast con la nostra telecamera, avremo l’opportunità di registrare i momenti più interessanti delle loro giornate: dai litigi accesi ai flirt nascosti, e le nostre scelte su cosa filmare e cosa tralasciare influenzeranno direttamente l’andamento della serie.
Con il proseguire dei giorni e il seguente aumento di difficoltà, sempre più audience diverse si sintonizzeranno per vedere il nostro programma, e noi dovremo fare in modo di mantenere l’interesse della maggior parte di queste.
Per riuscirci, ci ritroveremo a dover fare le inquadrature più strane e assurde per includere nel programma il maggior numero possibile di oggetti a schermo che interessino al nostro pubblico, spesso evitando anche di riprendere il cast principale.
Tuttavia, il sistema di rilevamento degli di oggetti a schermo non sempre funzionerà al meglio, e accontentare quotidianamente gli spettatori diventerà sempre più inutilmente difficile, creando una grande frustrazione nel giocatore.
Andando avanti con le giornate, la ripetitività delle situazioni e dei dialoghi inizierà a farsi sentire, ma la frenesia del gameplay combinata con il costante aumento di difficoltà riuscirà facilmente a tenerci incollati allo schermo per tutta la durata del titolo.
Una delle meccaniche principali è da vedersi nell’uso della pubblicità, che sarà essenziale se vorremmo ottenere abbastanza denaro per poterci permettere degli oggetti per il nostro set.
Pian piano ne sbloccheremo sempre più, andando in onda ogni qualvolta smetteremo di registrare durante la giornata lavorativa.
Una chicca interessante è che quasi ogni pubblicità presente nel gioco è un riferimento ad un titolo prodotto da Devolver Digital, andando a creare divertenti citazioni.
Ogni nuovo oggetto che acquisteremo causerà una reazione diversa nel nostro cast, permettendoci di ottenere interazioni uniche, e si riveleranno utili anche per soddisfare certi tipi di pubblico più esigenti.
Un altro degli aspetti più importanti del titolo va a rompere una delle regole imposteci dai produttori: mai parlare con il cast. Dopo pochi giorni, infatti, avremo la possibilità di dialogare privatamente con le celebrità e ognuna di queste ci darà missioni uniche che andranno ad approfondire la loro backstory.
Le missioni saranno molto semplici e ci richiederanno di filmare determinati membri, fare o non fare determinate azioni, o acquistare degli oggetti.
Il problema principale di questa meccanica sta nei tempi stretti impostici dai ritmi del titolo, che non sempre ci consentiranno di trovare l’occasione di completare le missioni.
The Crush House si distingue per il suo stile artistico minimalista che, in contrasto con il mondo meschino e logorante che rappresenta, adotta dei colori brillanti e vivaci, sottolineando l’ironia e la satira presenti nel titolo che saranno elementi centrali per tutta la durata dell’esperienza.
Il design visivo, pur essendo essenziale, crea un’atmosfera coinvolgente e a volte disturbante, perfettamente in linea con la critica sociale che il titolo si propone di fare.
Sul lato sonoro, The Crush House adotta invece delle tracce che ricordano molto lo stile utilizzato nei veri reality show, contribuendo ad immergere il giocatore in un ambiente che è allo stesso tempo familiare e straniante.
Le tracce, pur essendo poche, sono ben integrate nel gameplay anche se finiranno per esser unicamente un elemento di sfondo.
Sul versante tecnico, The Crush House eccelle: durante l’intera durata del gioco, non abbiamo riscontrato bug o crash di alcun genere e, grazie al suo comparto estetico semplice, è ottimizzato in modo tale da essere giocabile su qualsiasi configurazione.
The Crush House è un gioco divertente che saprà intrattenerci, ma che non riesce ad eccellere per via di alcuni difetti. La trama, che inizialmente pone delle solide basi con un interessante aura di mistero, si conclude con un finale frettoloso e fin troppo ambiguo, e le giornate si faranno sempre più difficili per colpa dei bisogni insoddisfacibili della audience.
Alice Carli, 5CL | 15 gennaio 2025
Ты готов был отдать душу за рок-н-ролл
Извлечённый из снимка чужой диафрагмы
Eri pronto a vendere la tua anima per il Rock 'n' Roll
Riprodotto dalla radiografia del diaframma di uno sconosciuto
(Когда-то ты был битником, “You Used to Be a Beatnik”, КИНО, “KINO”)
È il 1946 e Stanisław Philo, polacco, arriva a Leningrado portando con sé uno strumento di registrazione. Si tratta di un fonoincisore e funziona esattamente come un grammofono, ma al contrario: al posto della puntina c’è una fresa e al riprodursi di un segnale audio la taglierina incide un solco ad esso corrispondente su un disco di plastica, un vinile. Il disco può poi venire riprodotto, ridando vita alla voce o alla musica in esso intagliati.
Lo strumento proviene dalla Germania ed è probabilmente stato utilizzato da un giornalista durante la guerra per fare un reportage dal fronte. Stanisław l’ha rubata e, dopo aver ottenuto il permesso di aprire un negozio sulla Prospettiva Nevskij (strada principale di quella che oggi è San Pietroburgo, ndr), la usa per permettere ai suoi clienti di registrare la propria voce su dischi-souvenir.
La sua attività inizia ad andare molto bene, ma non grazie alle registrazioni di souvenir. In effetti la sera, quando il negozio è chiuso, l’uomo usa il fonoincisore per copiare dischi proibiti.
Sono anni difficili in Russia e a partire dal 1932 (soprattutto durante l'era staliniana), ogni genere di musica è sottoposto alla censura ufficiale dell’Unione Sovietica. L’obiettivo è chiaro: gli ideologi sovietici credono fermamente che tutta l'arte debba essere al servizio del realismo socialista e degli ideali comunisti, mentre l'espressione personale non è ammessa. Prevedibilmente la musica occidentale viene proibita, ma il divieto si estende anche a ritmi come il foxtrot, alla musica di artisti emigrati e a molte melodie popolari russe, molto diffuse nei gulag e considerate “di bassa cultura”.
Le persone non sono però disposte a rinunciare alla musica e sul mercato nero, sull’onda dello stiljagi (subcultura filo-occidentale), si diffondono sempre più dischi proibiti. Numerosi appassionati di musica frequentano negozi come quello di Stanisław e tra loro ci sono anche Ruslan Bogoslowski e Boris Taigin. I due condividono la passione per l’arte dei suoni e insieme, grazie ai disegni e alle misurazioni di Ruslan, riescono a riprodurre una copia della macchina di Philo. Recuperare il materiale per realizzare un disco non è però così semplice e l’idea di riciclare le radiografie usate come base per la produzione di dischi bootleg si fa strada nella mente dei due uomini. La messa in pratica di questo progetto è facilitata da un ordine emesso dal governo per cui tutti gli ospedali devono sbarazzarsi delle radiografie dopo un anno, perché a rischio incendio. Il personale degli ospedali vende così le vecchie radiografie a basso prezzo: bastano qualche rublo o qualche bottiglia di vodka per ottenerne un buon numero.
I dischi prodotti vengono chiamati rёbra (in russo рёбра, letteralmente “costole”) o rentgenizdat (рентгениздат dal russo рентген, rentgen, "raggi X", e издать, izdat' , "pubblicare") e funzionano sorprendentemente bene. Nasce così la prima etichetta discografica clandestina di bootleg su radiografie dell’Unione Sovietica. I membri che la compongono sono tre: Ruslan, Boris e un loro amico e si fanno chiamare “La Banda del Cane d'Oro”. Nonostante il successo già ottenuto, Ruslan però non si accontenta e comincia a creare copie del fonoincisore, che distribuisce ad altre persone, diffondendo il segreto della registrazione sulle radiografie. A partire da questo momento, un numero sempre maggiore di persone inizia a realizzare dischi clandestini a Leningrado, Mosca, Kiev e Odessa.
In breve tempo, la notizia di questa produzione illegale arriva alle autorità che, nel 1950, fanno irruzione, arrestando le persone coinvolte in questa attività a Leningrado. Ruslan viene portato in tribunale, processato e condannato a cinque anni nei gulag per aver copiato musica, mentre a Boris vengono dati sette anni, due in più perché aveva scritto e registrato le proprie canzoni. Dopo soli due anni, Stalin muore e un milione di prigionieri sono rilasciati dai gulag; la Banda del Cane d'Oro torna così a Leningrado e riprende l’attività.
I rёbra sono ormai molto diffusi e vengono venduti soprattutto agli angoli delle strade e nei parchi, lontano da occhi indiscreti. Costano pochi rubli, non durano molto e, anche se spesso non suonano bene e il titolo della canzone scritto sopra è sbagliato, le persone continuano a comprarli.
A seguito di un breve periodo di libertà, Ruslan viene catturato di nuovo e trascorre altri due anni nei gulag, che sfrutta per studiare e perfezionare ulteriormente la tecnica di produzione dei dischi. Quando torna non perde tempo e riprende immediatamente in mano la sua attività. Ben presto viene arrestato nuovamente e, dopo essere tornato per la terza volta dai campi di lavoro forzato, smette di produrre dischi bootleg: lui è sempre lo stesso, ma il mondo è ormai cambiato.
La produzione di rёbra va avanti fino al 1966 circa, quando le autorità russe allentano la censura, permettendo ai civili di possedere vinili normali. La qualità dei dischi realizzati con le radiografie è molto bassa e le persone smettono di comprarli, preferendo alternative più convenzionali.
Ad oggi la storia dei rёbra, talvolta giornalisticamente chiamati bone music, non è molto conosciuta, ma un enorme lavoro di studio e di documentazione è stato svolto dall’X-Ray Audio Project, un progetto del Bureau of Lost Culture di Stephen Coates e Paul Heartfield. Sul sito ufficiale del progetto, di cui consiglio caldamente la consultazione, è possibile esplorare un ricco archivio di risorse, ammirare le immagini di numerosi dischi e ascoltare le canzoni su di essi incise, riproducendo le note sbilenche che hanno fatto sognare una generazione di persone vissute nell'ombra della censura.
Maria Rosaria Cozzolino, 5B | 13 gennaio 2025
Recentemente Giuseppe Valditara, attuale ministro dell’istruzione, durante l'evento "W la Salute" ha pubblicamente accusato i videogiochi nella loro interezza di insegnare "ad ammazzare una persona", il tutto inserendolo in un discorso generico al quale aggiunge successivamente l’abuso di droghe e alcool da parte dei ragazzi. (potete ascoltare questa parte del discorso in questo reel)
Il suo sermone è frutto di un pensiero ormai arcaico che continua a venire ripetuto per ogni qualsivoglia motivo, soprattutto quando si tratta di crimini commessi dai ragazzi.
Non è la prima volta infatti che i videogiochi vengono accusati di essere il movente di alcune tragedie. Uno dei casi più lampanti di questo fenomeno è legato all massacro della Columbine High School, il cui avvenimento venne in parte attribuito a Doom del 1993, celebre FPS che venne preso di mira dai giornali dell’epoca sia per la sua violenza sia perché si diceva che Eric Harris, uno dei due attentatori, lo avesse utilizzato per prepararsi in vista dell’effettivo massacro realizzando una mappa all’interno del titolo in cui riproduceva la sua scuola.
Tuttavia, questo caso ha in comune un aspetto che condividono molte delle accuse verso i videogiochi che emergono di tanto in tanto: è completamente infondato.
Seppur Eric Harris fosse alquanto conosciuto nella community di Doom all’epoca per le mappe da lui realizzate, non ha mai creato nulla nel gioco che ricordasse la planimetria della sua scuola.
Anche l’Italia non è nuova a questo tipo di discorsi, l’esempio più famoso è senza dubbio quello del servizio di Striscia la notizia su Fortnite, in cui lo si accusava di istigare comportamenti antisociali e cyberbullismo nei giovani.
Tralasciando le infondate informazioni, vi sono degli effettivi studi che attestano che non vi sia alcun collegamento effettivo tra determinati atteggiamenti violenti e l’uso dei videogiochi.
Un esempio si può vedere in questo studio pubblicato dalla Royal society Open Science, che attesta che, analizzando 1004 ragazzi fra i 14 e i 15 anni, attesta che non vi sia un collegamento diretto fra un comportamento aggressivo negli adolescenti e il giocare ai videogiochi.
In conclusione, si può tranquillamente dire che l’idea che videogiochi causino atti violenti nei giovani sia completamente infondata, e li si prende in causa solo in situazioni nelle quali risulta scomodo parlare di argomenti molto più complessi, come ad esempio la fin troppo semplice reperibilità di armi da fuoco negli Stati Uniti o, nel caso dell’Italia e come citato da Valditara, l’uso di tabacco o alcolici da parte dei minori.
Mattia Piva, 4B | 7 gennaio 2025
Carlos O'Connell, chitarrista della band
Live dei Fontaines D.C nel tour dell'album "Skinty Fia"
Live dei Fontaines D.C. nel 2024, tour dell'album "Romance"
Uscito a fine agosto di quest’anno, il quarto album in studio della band irlandese Fontaines D.C. può a tutti gli effetti considerarsi un successo. Acclamato dalla critica e dalle testate giornalistiche musicali più importanti, Romance segna un prima e un dopo nella storia del gruppo, il passaggio dalle canzoni sull’Irlanda e sul loro piccolo mondo di quartiere di Dublino a brani più internazionali, dal puro post-punk a un rock alternativo più ricercato ed elaborato, dai temi intimi e personali dei primi tre album alla profonda e introspettiva riflessione di questo ultimo lavoro, che chiunque può sentire proprio. Con Skinty Fia, il terzo album in studio, la band aveva già dimostrato di essere ormai affermata nello scenario alternativo mondiale: forti di ciò, i cinque ragazzi di Dublino hanno avuto modo di elaborare un’idea musicale slegata dagli stereotipi del punk più classico a cui molto spesso questo tipo di band è relegato quando ancora fa parte della cultura underground, pena l’accusa di vendersi alla musica commerciale. Il cantante Grian Chatten ha avuto modo di esplorare nuovi aspetti della propria voce, abbandonando il cantato aggressivo e quasi urlato, la strumentazione è molto più ampia, con l’aggiunta di synth e tastiere e i testi sono più filosofici e trascendentali che mai. L’album infatti si potrebbe quasi definire, anche se impropriamente, un concept album nel quale ogni canzone esplora a fondo una sfaccettatura differente dell’amore, con riflessioni originali e interessanti.
Romance:
L’album si apre con la title track, che in quanto tale ci presenta subito l’atmosfera generale: cupa, piena di effetti sonori particolari e ricercati, ma, soprattutto, accattivante. Il ritornello, “Maybe Romance is a place” è una frase da pelle d’oca, che resta impressa anche se subito non la si comprende appieno. Il testo non parla di situazioni specifiche come in altri brani, ma pare più voler sottolineare le due facce dell’amore: quella che è in grado di distruggerti e confonderti, lasciandoti “ancora una volta nell'oscurità”, e quella che invece può costruire un rapporto unico tra due persone, che condividono questo sentimento quasi fosse un posto fisico e reale. Il cupo scenario che pare descrivere il brano, con l’alternarsi e il coesistere del piano, dolce e delicato, e dei synth, che invece trasmettono quasi un senso d’ansia, è quello in cui queste due lati dell’amore si sovrappongono, creando una relazione difficile ma per cui a volte vale la pena combattere.
Starburster:
È il primo singolo dell’album, la cui uscita ha annunciato anche l’arrivo di quest’ultimo. La canzone prende i versi ritmati, il beat serrato e i riff ripetitivi dall’hip-hop, dimostrando la versatilità del gruppo. Il testo parla di un attacco di panico che ha subito il cantante Grian Chatten a Londra e il titolo, anche se non è traducibile e nemmeno molto chiaro, sembra un termine per definire un’entità astratta che fa esplodere le stelle. Questa allegoria può facilmente essere applicata ai Fontaines D.C., che si stanno relazionando con il successo mondiale da pochissimo e sicuramente come tutti ne sono stati travolti. Gli attacchi di panico, quindi, possono far parte, specie all’inizio, di una vita vissuta in un modo così estremo ed estenuante, e se non si è pronti a reggere l’impatto, si rischia di esplodere, proprio come le stelle. I respiri affannosi che spezzano le frasi del ritornello sono un espediente comunicativo eccezionale per trasmettere all’ascoltatore il senso di panico e instabilità a cui porta uno di questi attacchi.
Here’s The Thing:
Here’s The Thing è il terzo singolo dell’album ed è la prima ad affrontare un tipo specifico di amore. Come già detto, infatti, Romance è un’opera che intende celebrare tutti gli aspetti di questo sentimento, nel bene e, più spesso, nel male. In questo caso lo scenario è quello di una relazione finita ma non del tutto troncata. Il protagonista riconosce le sue colpe, ammettendo che la ragazza a cui sta parlando aveva ragione, e che se mai cambiasse idea lui sarà lì ad aspettare. A volte però sembra contraddirsi, sostenendo per esempio che se la ragazza raccontasse a qualcuno la vera versione riguardo come sono andate le cose tra loro due, la storia non suonerebbe molto bene. Musicalmente il pezzo presenta un riff di chitarra forse un po’ banale, che ci sarebbe potuto aspettare di trovare in uno dei lavori precedenti della band. La voce di Chatten invece dimostra per la prima volta quanto il cantante sia maturato: il falsetto non stona con il resto della canzone e, anzi, risulta molto piacevole. La batteria infine esegue fill molto coinvolgenti e traina la canzone per la sua intera durata.
Desire:
Desire introduce l’ascoltatore al vero cambiamento della band: i cinque ragazzi di Dublino sembrano quasi irriconoscibili in questo brano, e per i fan più fedeli non deve essere stato un passo facile da accettare. Ironicamente, la sfaccettatura dell’amore trattata in questo pezzo è il desiderio incontenibile e ossessivo che, per l’appunto, ci spinge a cambiare e a diventare persone totalmente diverse pur di raggiungere i nostri desideri. L’atmosfera malinconica esterna alla perfezione il senso di continua mancanza che innesca in noi il meccanismo del desiderio e di conseguenza della ricerca ossessiva.
In The Modern World:
Quarto ed ultimo singolo dell’album, uscito appena qualche giorno prima di quest'ultimo, In The Modern World è un capolavoro di dinamica: la canzone parte con solo una chitarra acustica e la voce, a cui pian piano si aggiungono prima gli archi, poi una seconda chitarra, un cembalo, la batteria e tanti altri effetti, in un tripudio finale da pelle d’oca. Il testo è poesia pura, una riflessione profonda sulla società attuale. Da una parte, nella strofa, il protagonista si sente vivo e pieno di energia, ma man mano che ci si avvicina al chorus uno strano senso di alienazione sembra prendere il sopravvento: nel pre-ritornello la frase “Seems so hard to be free” è in netto contrasto con il primissimo verso della canzone, “I feel alive”. Nel ritornello l’apatia prevale su tutto, e il protagonista non riesce più a provare emozioni. Le frasi “In the modern world I don't’ feel anything” e “In the modern world I don’t feel bad” sono spaventosamente legate tra di loro, poiché il narratore non riesce più a provare emozioni, è vero, ma non gli interessa così tanto, non si sente male. Questa perdita di interesse per cosa ci fa stare bene o male è ancora più struggente del senso di alienazione che è spesso descritto quando si parla del mondo moderno, perché rappresenta una sconfitta, una perdita della voglia di lottare per provare dei sentimenti. Il tipo di amore di cui si parla in questo caso è l’assenza di esso.
Bug:
Bug sembra per molti versi contrapporsi a Desire. In questo caso, chi racconta la storia desidererebbe tantissimo cambiare, a seguito di una relazione finita male, ma non ci riesce mai del tutto. Troppi aspetti di una persona che non vorrebbe essere fanno ancora parte del narratore, che però non perde mai la propria sicurezza, ostentando la sua forza d’animo anche quando si trova solo contro tutti. I versi “Honey I’d changed before you, yeah” e “Now that I’m higher than anyone here / Then dirt ain’t nothing on me, yeah” evidenziano lo sprezzo che il protagonista prova per la persona a cui si sta rivolgendo, considerandosi nettamente superiore. Inoltre, non chiederà mai scusa, come dichiara negli ultimissimi versi del brano. L’amore che ci viene presentato qui è ancora abbastanza infantile e immaturo, pieno di contraddizioni e rancore.
Motorcycle boy:
Il lato B dell’album comincia con questa canzone, un inno alla libertà e all’anticonformismo. L’amore è trattato qui come fonte di incomprensione per le troppe divergenze tra due persone. Il protagonista ha bisogno di innovazione, di trovare un punto di incontro tra i suoi sogni e la realtà, bisogno che nessuno sempre comprendere. “People sick with feelings / They never align”: in questi due versi è evidente il senso di insofferenza che è ormai maturato nell’animo di chi parla, che osserva sconsolato persone piene di emozioni e sentimenti che però non si allineano mai. Infine, con le frasi “You rain, I snow / You stay, I’ll go” la canzone trasmette appieno il senso di impossibilità, di un amore assolutamente incompatibile che porta al bisogno di andarsene.
Sundowner:
L’atmosfera del brano e il richiamo che ne fa la frase che viene ripetuta per tutto il brano “In my dream” rendono chiaro fin dal principio che si parla di sogni. Questa canzone è cantata da Conor “Roy” Curley, la cui voce più dolce e delicata si presta maggiormente a questa dimensione onirica, confusa e non ben definita. In un certo senso il pezzo richiama i temi di desiderio e mancanza di Desire, ma in modo più sincero e disinteressato, non per una qualche ossessione. Il divario tra il mondo dei sogni, idealizzato, perfetto eppure irraggiungibile, e quello terreno, che preme con i suoi ritmi incalzanti e frenetici, non è così ampio in realtà, e il raggiungimento dei propri scopi sembrerebbe sempre dietro l’angolo, anche se alla fine non è mai così. L’amore diventa qui un desiderio sano, che spinge a tentare di realizzare anche i sogni più impossibili.
Horseness Is The Whatness:
In questo pezzo, l’unico scritto da Carlos O’Connell, la voce di Chatten tocca dei livelli eccezionali, con una prestazione da pelle d’oca. Oltre al bellissimo clima musicale angelico che creano gli archi, i synth e la batteria, la vera forza di questo brano è il testo, a tutti gli effetti una poesia, sfuggente e complessa, eppure capace di far comprendere al volo il punto centrale di tutta la canzone. Descrivere con parole diverse da quelle del brano cosa abbia voluto comunicare la band è pressoché impossibile, perché se è vero che il bello della musica è soprattutto la libertà interpretativa, in questo caso essa è il fulcro centrale della canzone. O’Connel prese ispirazione da un libro che stava leggendo con sua figlia, “Ulysses” di James Joyce, scrittore a cui la band è estremamente legata, che in un passaggio conteneva la frase “Horseness is the whatness of allhorse”, pronunciata dal protagonista in una libreria al cospetto di alcuni intellettuali che discutono di vari filosofi. Tentando di dare una generica interpretazione della canzone, l’essenza sta nella semplicità: ciò che rende un cavallo tale, riassumendo il pensiero di James Joyce, è il suo essere cavallo e nulla di più. In questa contorta e intricata riflessione, che tocca vari punti, il cardine di questa frase sembra essere quello espresso nel ritornello: il protagonista della canzone si dichiarava convinto che la parola che facesse girare il mondo fosse l’amore (e ancora una volta si torna all’argomento di tutto l’album). Ma che da qualche parte ha letto, se su qualche libro o su un pacchetto di sigarette non ne è certo, che alcuni dicono invece che essa è invece la scelta. Quindi, il nostro essere dipende unicamente dalle scelte che facciamo e che ci rendono chi siamo, riducendo e semplificando visioni più complesse e astratte del mondo che mettono al centro l’amore.
Death Kink:
La penultima canzone dell’album tratta un tema particolarmente attuale, ovvero quello dell’amore tossico e manipolatore. La parte strumentale è molto essenziale, tre accordi per il basso e la chitarra e un beat piuttosto ripetitivo per la batteria. Con questi soli elementi, però, la band è in grado di creare un clima difficile da esprimere a parole, che sembra quasi farsi beffa del destinatario della canzone, una persona manipolatrice che ha detto un sacco di bugie al protagonista, portandolo anche a biasimare se stesso per aver creduto alle false promesse del partner. Lo scenario è quindi quello di una relazione già conclusa, le cui conseguenze sono state affrontate e nel quale uno dei due componenti della coppia è finalmente in grado di vedere con sguardo oggettivo il pantano in cui si era incastrato, liberandosene e
riuscendo finalmente a prendersi gioco di chi l’ha fatto tanto soffrire.
Favourite:
Secondo singolo e ultima traccia dell’album, Favourite è una canzone con un malinconico clima dolce-amaro, di quelle da dedicare a una persona speciale. L’ultima, meravigliosa sfaccettatura dell’amore di cui tratta il disco è quella della fedeltà di un rapporto talmente duraturo da sbiadire i ricordi nel tempo, una fedeltà che a volte deve sopportare anche periodi di allontanamento e distacco. Le frasi “You been my favourite for a long time” e “All the pieces last forever” evidenziano l’immortalità dei ricordi e la forza dei legami, quando essi sono puri e sentiti. La vera abilità della band è in questo caso quella di riuscire a non far sembrare banale o smielato un tema che a volte può risultare fanciullesco e infantile, producendo invece una canzone che fa venire i brividi ad ogni ascolto, soprattutto nel ritornello, come se ogni situazione descritta diventasse improvvisamente propria dell’ascoltatore e al contempo condivisa con tutte le persone più importanti per esso. In un album pieno di testi meravigliosi, che a volte surclassano totalmente la parte strumentale a livello emotivo, questo brano è sicuramente quello in cui quasi tutto ciò che trasmette l’ascolto proviene dalla musica e dal suo pathos. Una canzone, insomma, che anche senza capire una singola parola è in grado di far provare sensazioni fortissime.
Grian Chatten, cantante della band
Conor "Deego" Deegan III, bassista della band
Martina Fiorani, 4B | 3 gennaio 2025
“Un messaggio dell’imperatore” è un racconto breve ma molto intenso di Franz Kafka, che riesce a colpire il lettore con la sua profondità.
La storia di per sé narra di un imperatore che, sul punto di morte, affida un messaggio molto importante ad un messaggero indirizzato ad un mediocre suddito, che vive lontano e si nasconde nell’ombra. Questo messaggio però, ci racconta Kafka, non arriverà mai a destinazione, ma nonostante questo il suddito rimane speranzoso alla finestra della sua dimora, sognando l’arrivo del messaggio. Kafka descrive un palazzo enorme, pieno di ostacoli, e una folla infinita che impedisce al messaggero di andare avanti, rendendo impossibile il suo passaggio.
Le interpretazioni di questo racconto possono essere diverse e nessuna di queste è ritenuta sbagliata. Kafka si riferisce ad un “tu” narrativo e non inserisce nessuna concezione di tempo e di luogo, perciò la storia ha valore universale e potrebbe rivolgersi a chiunque.
E’ possibile dunque vedere il suddito come un uomo misero, estraniato dalla società e che vive immerso in un profondo senso di vergogna e inadeguatezza. Ciò che sta aspettando è un messaggio molto importante, di cui però non si conosce il contenuto, ma potrebbe riguardare il vero significato della vita oppure una verità assoluta, di cui l’uomo è costantemente alla ricerca. L’imperatore rappresenta invece un’autorità suprema, forse una potenza divina che tenta invano di trasmettere una verità assoluta ad un suddito perso.
Infine è presente il personaggio del messaggero, che come descrive Kafka, avrebbe tutte le carte in regola per poter recapitare il messaggio, ma senza nessun successo. Difatti viene descritto “robusto” e “instancabile”, ma la sua impresa si rivela essere impossibile da compiere. L’uomo può essere simbolo delle difficoltà dell’essere umano di comunicare o di comprendere qualcosa di superiore. Gli ostacoli che lo bloccano invece, possono rappresentare le difficoltà della vita che l’uomo è costretto ad affrontare ogni giorno e che in nessun modo è possibile evitare.
Conoscendo la vita e le caratteristiche dell’autore, si può anche notare quanto la figura stessa di Kafka sia presente nel suo racconto. Difatti una delle peculiarità più conosciute dell’autore, descritta nell’opera “Lettera al padre”, è sicuramente il suo aspro rapporto con la figura paterna, presentato come una presenza autoritaria e che trasmette al figlio un forte senso di colpa e inferiorità.
Inoltre per Kafka la vita è un peso. Si sente costantemente alienato e estraniato dalla società, facendo fatica ad integrarsi e a sentirsi adeguato. Tuttavia riesce a trovare un pò di speranza nella letteratura, che in qualche modo lo salva dalla sua percezione di vita.
Dunque il personaggio del suddito può ricollegarsi alla figura di Kafka, emarginato dal mondo e perso nella sua stessa ombra. L’unico briciolo di speranza lo trova nella letteratura, che lo salva dalla lunga e vana attesa del messaggio.
Caterina Maffei 4A| 27 dicembre 2024
Nella giornata di venerdì 29 novembre si è tenuto il primo incontro del Book Club su “I racconti” di Kafka, dove si è letto e analizzato “il silenzio delle sirene” insieme alla prof.ssa Alvino.
Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono servire alla salvezza.
Per proteggersi dalle Sirene , Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si lasciò incatenare all’albero maestro della nave. Naturalmente tutti i viaggiatori avrebbero potuto fare da sempre qualcosa di simile, eccetto quelli che le Sirene avevano già ammaliato da lontano, ma era risaputo in tutto il mondo che era impossibile che questo potesse servire.
Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione degli incantati, avrebbe spezzato ben più che catene e albero.
Odisseo non ci pensò, benché forse lo sapesse per esperienza .
Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene, e, con l’innocente gioia per i suoi astuti sotterfugi, andò direttamente incontro alle Sirene.
Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio.
Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio.
Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.
E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere un così abile avversario, sia che, alla vista dell'estasi nel volto di Odisseo, che non pensava ad altro che a cera e a catene e a un enorme cavallo di legno sulla piana di Troia, si dimenticassero proprio di cantare.
Ma Odisseo tuttavia, per così dire, non udì il loro silenzio, e credette che cantassero e di essere lui solo protetto dall’udirle.
Vide fugacemente sulle prime il movimento delle loro gole, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle melodie che non udite risuonavano intorno a lui.
Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua determinazione e, proprio quando era più vicino alle Maliarde, non seppe più niente di loro.
Esse però – più belle che mai – si stirarono e si girarono, lasciando ondeggiare al vento le loro orride capigliature e graffiavano furiosamente con gli adunchi artigli gli scogli.
Non volevano più sedurre, volevano solo farsi penetrare il più a lungo possibile dallo sguardo dei grandi occhi di Odisseo.
Se le Sirene fossero dotate di consapevolezza, quella volta sarebbero state annientate.
Ma sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro.
A questo punto, si tramanda ancora un’appendice di quest'antica leggenda.
Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca, filatrice del destino, poteva penetrare nel suo intimo.
Forse egli, benché questo non si possa capire con l’intelletto umano, si è realmente accorto che le Sirene tacevano e non ha fatto altro che opporre, sia a loro che agli Dei, come se fosse uno scudo, la finzione precedentemente narrata.
Kafka, nel breve racconto “il silenzio delle sirene”, riprende l’episodio narrato nell’Odissea dell’incontro tra Ulisse e le sirene. La peculiarità dell’autore non sta tanto nel riprendere il mito, ma nel presentare Odisseo e le Sirene, creature mitologiche ammaliatrici, in un’ottica estremamente dominata dall’ambiguità e dallo stravolgimento del mito stesso. Odisseo è infatti ritratto come ingenuo, presuntuoso e disinteressato, mentre le sirene sono descritte essere attratte dall'eroe omerico e non si contraddistinguono per il loro canto, bensì per il loro silenzio.
Il racconto può avere numerose interpretazioni poiché una delle caratteristiche tipiche dello stile di Kafka è quella dell’allegoria vuota, ovvero la presenza, all’interno del testo, di un significato nascosto che resta indecifrabile e quindi indicibile.
Nonostante questo presupposto, durante il momento di discussione e confronto, è emersa una possibile interpretazione del racconto. La figura di Ulisse potrebbe rispecchiarsi nell’uomo comune che vuole superare la religio, personificata con le sirene, ricorrendo anche all’inganno.
Mattia Piva 4B| 21 dicembre 2024
The Hives e Cyndi Lauper
Paul McCartney
Ramones
Il Natale è ormai arrivato e in un qualsiasi negozio, almeno cinque o sei volte al giorno, passano i cari vecchi “Last Christmas" e “All I Want For Christmas Is You”. Se però siete stanchi di Michael Bublé e delle mille versioni di “Let It Snow”, ecco una playlist alternativa, per abbandonare i soliti tormentoni, che ci fanno ormai sanguinare le orecchie, senza (forse) perdere lo spirito natalizio di queste feste.
Ecco il link della playlist su Spotify: https://open.spotify.com/playlist/7DUSk1Ki1NwXCXMGg31kCT?si=RM4RR9BTTr69VipW_YFrQw&pi=8GP2rpZWQueN0
Wonderful Christmastime, Paul McCartney:
Per chi ama i Fabulous Four ma non ne può più di Happy Xmas (War Is Over), di John Lennon e Yoko Ono, ecco l’altra geniale mente creativa dei Beatles in questo suo brano da solista. La canzone si apre con un particolarissimo uso del synth, che è per la verità l’unico elemento che la distingue dagli altri tormentoni da cinepanettone, e forse è proprio questo il bello. Ogni altro strumento, infatti, è dei più tipici e stereotipati, la melodia allegra e il testo estremamente felice e quasi sdolcinato, mentre il sintetizzatore prosegue con una linea che stride abbastanza: se si ascoltasse solo l’intro, nessuno riuscirebbe a dire che si sta per ascoltare una canzone natalizia. Considerando, come già detto, anche il confronto con Lennon, che ha prodotto una canzone politicamente impegnata e forse meno commerciale, per quanto possibile, e il fatto che l’autore di questo pezzo sia un ex Beatles, non si può non amare l’apparente banalità di Wonderful Christmastime, che collocata in questo contesto appare quasi dissacrante.
Christmas Time (Don’t Let the Bells End), The Darkness:
I Darkness, componendo questa canzone che sembra a tutti gli effetti natalizia, in realtà si distaccano da qualsiasi produzione di questo tipo. Non celebrano lo spirito della festa, né si fanno portatori di un messaggio contro di esso. Il testo è, piuttosto, una profonda riflessione interiore di un uomo che per tutto l’anno ha dovuto sopportare il dolore di una separazione e dell'allontanamento. Ora, che finalmente è arrivato Natale, gli viene facile fingere di essere felice e di apprezzare regali orrendi, sorseggiando vin brulè in compagnia. Perché non è in fondo quello che fanno tutti? L’uomo esorta l’ascoltatore a far continuare il suono delle campane, a non farlo finire, perché duri anche questa illusione di poter stare meglio, tra elementi stereotipati come il vischio, che sembra rassicurarlo, suggerendogli che prima o poi lui e la ragazza che lo fa tanto penare un giorno torneranno a baciarsi sotto di esso, e semplici distrazioni che gli consentono di non pensare ai propri dispiaceri e di non dover affrontare il dolore.
È nato, si dice, Pierangelo Bertoli:
Continuando sul filone delle riflessioni, Pierangelo Bertoli evidenzia con forza le contraddizioni del Natale. Questo periodo sembra quasi un momento in cui tutto cambia, senza un preciso motivo, come se si riuscisse a essere più buoni solo nelle feste natalizie. Ovviamente non manca di sottolineare anche le fattezze capitaliste che il 25 dicembre assume sempre di più, come il premio di produzione che ci rende tutti più felici o il pensiero di non dover lavorare, sempre con la preoccupazione, però, di quando tutto finirà e si dovrà tornare alla dura realtà. Per qualche strana ragione, inoltre, tutti sembrano riuscire a perdonare i propri nemici o i colpevoli delle proprie disgrazie (“Ma oggi baciamo il nemico”, “La legge racconta che è onesta”), salvo poi revocare questo perdono non appena la festa finisce.
Santa Claus Is Comin’ To Town, Bruce Springsteen:
Un classicone del Natale, che però Springsteen reinterpreta magistralmente, dimostrando come anche la canzone più semplice e banale diventi stupenda passando per le mani del Boss. L’assolo di sassofono a metà canzone è la vera perla di questa canzone, che con il walking bass di sottofondo crea un’atmosfera calda quasi tendente al jazz.
Must Be Santa, Bob Dylan:
Canzone fiabesca e quasi bambinesca, Must Be Santa racconta di tutte le più classiche tradizioni e leggende sul natale, ma in una calda e coinvolgente chiave folk. Cantata a più voci, con un ritmo incalzante, è il brano perfetto per stare in compagnia e, da una parte, ricordare la magia del Natale che percepivamo quando eravamo piccoli, dall’altra celebrare il periodo in cui, nonostante tutti i significati commerciali che ha assunto questa festa, ci si riunisce per festeggiare.
Natale in trincea, Elio e le Storie Tese:
Natale in trincea è il primo inedito della raccolta Tutte le belle canzoni di Natale di Elio e le Storie Tese, nonché il primo dopo la reunion del gruppo dopo la breve pausa tra il 2018 e il 2023. Elio e compagni dimostrano di non aver perso la loro ironia dissacrante, con una canzone che è a tutti gli effetti uno spot commerciale: i sei membri tentano di vendere il comodissimo, leggerissimo ed estremamente tecnologico “Natale in trincea”, il top di gamma, chiaramente made in Italy e disponibile per l'acquisto su Internet, come regalo per la nonna o per la mamma. Nel fare ciò, toccano tutti i temi più salienti della situazione geopolitica attuale, dal cambiamento climatico alle guerre in tutto il mondo, dall’avvento della tecnologia smisurata alla situazione della qualità di vita nelle zone urbane. Una critica tanto ironica quanto efficace e diretta, nello stile più classico della band milanese.
Let Me Sleep (It’s Christmas Time), Pearl Jam:
Una canzone a dir poco magnifica, questo brano dall’atmosfera al contempo magica, malinconica e cupa parla di un uomo, probabilmente un senzatetto, che durante la notte di Natale supplica di essere lasciato in pace per dormire, perso e al gelo. Dal verso “Pensavo che si finisse arsi, non congelati per i propri peccati”, è intuibile che l’uomo sia in procinto di spirare. Ricorda con malinconia la magia che gli portava il Natale da bambino, mentre ora la stessa festa sarà la causa della sua morte. La voce disperata di Vedder stride con la melodia della canzone, dolce e cullante, quasi come una tetra allegoria della nostra società, nella quale mentre tante famiglie si riuniscono allegre e spensierate, troppe altre soffrono e patiscono, o forse come a simboleggiare le sofferenze dell’uomo che vengono alleviate con la morte e l’espiazione dei peccati.
Christmas Card From A Hooker In Minneapolis, Tom Waits:
Come intuibile dal titolo, Tom Waits, che ha sempre avuto un occhio di riguardo nelle sue composizioni per gli emarginati sociali, parla di una prostituta di Minneapolis che nel periodo di Natale scrive una serie di lettere, o meglio biglietti natalizi, a un ragazzo, probabilmente un ex, chiamato Charlie. La frase “Hey Charlie” viene ripetuta sei volte e, fatta eccezione per l’ultima, scandiscono probabilmente gli inizi di ciascuna lettera. Nella prima la protagonista del brano racconta di come sia cambiata la sua vita ora: ha smesso con la droga e con l’alcol, è incinta e ha un marito, che suona il trombone e si allena in pista, che la ama e che, nonostante sia di un altro uomo, amerà il futuro bambino come fosse suo. Inoltre esce ogni sabato, ha ricevuto da suo marito l’anello che era della madre di lui e ha una vita tranquilla in cui si diverte. Recuperata, insomma. Nella seconda la ormai ex prostituta sembra ricordare con affetto alcuni particolari della sua relazione con Charlie, come la sua pettinatura o un disco che lui aveva regalato a lei, ma che non può più ascoltare perché le hanno rubato il giradischi. Nella terza sembra andare tutto a rotoli per la ragazza, poiché Mario, così si chiama suo marito, viene arrestato. Lei prova a tornare dai suoi genitori, ma tutte le persone che conosceva nel loro paese sono morte o in prigione. Così torna nuovamente a Minneapolis. Nella quarta, quasi come un canto della fenice, sembra che per la protagonista tutto vada al meglio. Addirittura, si pente di aver speso tutti quei soldi in droga con Charlie, soldi che se avesse ora userebbe per comprare un parcheggio di macchine usate, per poter scegliere quale guidare a seconda del suo umore giornaliero. L’ultima lettera è quella in cui cade la maschera. Nulla è vero, la ragazza è stata in carcere per tutto quel tempo e le servono soldi per un avvocato. Però, nelle ultime, stupende righe finali, chiede a Charlie di venire a trovarla per San Valentino, quando otterrà la libertà vigilata.
Merry Christmas (I Don't Want to Fight Tonight), Ramones:
I Ramones sono notoriamente un gruppo che è sempre stato molto rozzo e diretto nelle proprie canzoni: non più di tre accordi coincisi per basso e chitarra, batteria martellante in quattro quarti e ritmi al cardiopalma. Per questo i Ramones, praticamente fondatori del punk-rock della prima ondata nel ‘70, nell’interpretare questa canzone natalizia sembrano un po’ come un gigante che tenta di maneggiare una tazzina da tè in ceramica: fuori posto, stridenti, soprattutto se cantano di non voler combattere, della magia del Natale e dell’emozione delle battaglie a palle di neve. Eppure il risultato è talmente improbabile da essere veramente apprezzabile. Perché il punk alla fine è semplicemente questo, fare quello che pare a te, anche contraddirti, senza mai voler accontentare un pubblico o un ideale preciso, il punk è il gruppo fondatore di questo genere che decide di fare una canzone che parla della magia fiabesca del Natale, mettendo da parte il muso duro delle solite canzoni.
A Christmas Duel, Cyndi Lauper e The Hives:
Gli Hives non sono mai stati noti per sobrietà, tanto che la definizione che si danno è quella di “Gruppo migliore del mondo”. Con live coinvolgenti, musica punk ad alti ritmi e un’ironia micidiale, sono decisamente uno dei gruppi più divertenti e innovativi degli ultimi anni. Dello stesso stampo è la loro canzone natalizia con Cyndi Lauper, l’icona pop autrice di tormentoni del calibro di Girl Just Want to Have Fun e Time After Time, che racconta la storia di una discussione quasi surreale tra moglie e marito: quest’ultimo apre il brano dicendo che non ha regali per la moglie quest’anno, ma in compenso è andato a letto con la sorella di lei, scusandosi. Lei risponde che non c’è problema, perché anche lei ha fatto lo stesso con suo fratello, ha distrutto la macchina di suo padre e aggredito sua madre. Poi confessa di aver dato fuoco alla sua collezione di dischi incolpando qualcun altro. Ma alla fine, si dicono nel ritornello, cosa importa se tanto la neve coprirà ogni nostro peccato? La situazione degenera quando lui confessa che non era sobrio al loro matrimonio, e lei lo rassicura dicendo che in compenso lei ha assunto un sicario per far cambiare il testamento e intestarsi tutto. Una canzone esilarante e dissacrante, in pieno stile Hives.
Fairytale of New York, The Pogues e Kirsty MacColl:
Dall’album If I Should Fall From Grace With God della storica band irlandese dei Pogues, questo capolavoro è la canzone natalizia definitivamente migliore per chi è stanco della solita atmosfera: dal contrasto tra due voci spettacolari come quelle dei mai troppo compianti Shane MacGowan e Kirsty MacColl, il primo il leader del gruppo con problemi di alcolismo e la voce roca per il troppo fumo, l’altra una cantante con un timbro soave e delicato, ai temi politici, come l’immigrazione, dalla rottura della magica atmosfera natalizia a un turpiloquio estremamente irriverente, questa canzone ha tutti gli elementi per essere effettivamente la migliore tra quelle natalizie. La trama è molto semplice, ovvero la storia di due immigrati irlandesi che si trovano a New York in cerca di fortuna da molti anni, a causa di problemi economici. Sono una vecchia coppia, ormai, lei con problemi di dipendenza dall’eroina, l’altro un ubriacone (ruolo che MacGowan non deve aver fatto troppa fatica a interpretare). Ricordano, malinconici, la fredda vigilia di Natale nella quale si sono conosciuti, mentre in un locale un gruppo stava suonando canzoni di Sinatra e loro ballavano in un angolo, prima di ritornare alla fredda realtà e cominciare a insultarsi nei modi peggiori possibili, in una strofa molto comica. Infine, la donna accusa il marito di averle rubato tutti i sogni quando si sono incontrati, condannandola a quella vita terribile. La canzone si conclude con l’uomo che la rassicura, dicendo che i sogni di lei li ha conservati al sicuro con i suoi, perché da solo non può farcela. Così, con questa immagine tragicomica di due vecchi dipendenti, che però possono contare l’una sull’altro nelle loro innumerevoli difficoltà, si chiude la canzone.
Bob Dylan
Kirsty MacColl e Shawn McGowan
Pearl Jam
Ilaria De Feo e Rita Madama 2D | 19 dicembre 2024
Con "Il Gladiatore II", uscito nelle sale italiane il 14 novembre 2024, Ridley Scott ha suscitato ancora una volta reazioni contrastanti tra critica e pubblico.
La trama della pellicola tanto attesa segue Lucio, interpretato da Paul Mescal, figlio di Lucilla e nipote dell'imperatore Marco Aurelio. Cresciuto in Numidia, Lucio viene catturato dai romani e riportato a Roma come schiavo, dove diventa gladiatore per cercare vendetta e riconquistare la libertà.
Per poter godere appieno quest'opera, è necessario dimenticarsi dell'acclamato primo capitolo della duologia. Infatti, malgrado mantengano lo stesso titolo, i due film offrono un'esperienza narrativa e tecnica molto diversa.
La critica, sebbene riconoscendo la potenza delle scenografie e spettacolarità visiva, ha contestato la trama, ritenuta talora prevedibile e poco coinvolgente. Il film è stato comunque lodato per essere riuscito, senza scadere nella nostalgia, a rievocare l'atmosfera della prima pellicola.
Per quanto riguarda i personaggi, non reggono indubbiamente il confronto col Massimo Decimo Meridio di Crowe o il Commodo di Phoenix. Infatti, sebbene la scelta del cast sia appropriata e apprezzabile, nessuna delle figure è riuscita a raggiungere lo stesso livello di profondità e carisma che trasmettevano i personaggi del primo film.
Ciononostante, credo che questo sequel funzioni pur non avendo ottenuto lo stesso impatto emotivo del primo. È anche vero che temi come l'epica, l'eroismo e la gloria sono sempre meno apprezzati dal pubblico odierno e sempre più distanti dalla nostra realtà.
"il Gladiatore II” ha, ad ogni modo, riscosso un notevole successo: infatti sia proiezioni che spettatori e incassi sono stati molto più alti di altre pellicole uscite nello stesso periodo come Venom - The Last Dance.
In sintesi, "Il Gladiatore II" offre un'esperienza cinematografica visivamente spettacolare, con interpretazioni solide, ma potrebbe non soddisfare completamente le aspettative di chi cerca una profondità narrativa pari al primo capitolo"
Maria Sofia Vitetta, 5D | 13 dicembre 2024
Durante la sua infanzia, nel secondo dopoguerra, le proiezioni sono divise dagli intervalli. Un film viene scandito da una o più pause durante le quali il protagonista, ancora bambino, sembra avere un atteggiamento inconsueto, tanto che la madre, il padre, la nonna e il fratello Geppe gli chiedono se stia dormendo. In quei momenti il protagonista chiude gli occhi ed immagina, proiettate internamente sulle palpebre, le scene che possano concludere il film. La divisione in due tempi del film che, potendo, eliminerebbe volentieri per non interrompere l’avvicendarsi dei dialoghi e dei colpi di scena, innesca la sua immaginazione infantile e diventa un’occasione per sognare, evadendo dalla realtà. “Primo tempo”, “secondo tempo”, “intervalli” e “fine” sono i titoli dei capitoli del romanzo, suddiviso come se fosse un film. La passione per la cinematografia è una grande novità, attraente per la sua capacità di sembrare reale: quegli istanti davanti allo schermo del proiettore sono carichi di tensione verso l’ignoto, di aspettative per la proiezione e di sogni che alimentano la fantasia.
Il padre del protagonista, appassionato anche lui di cinematografia, è colui che compra un proiettore domestico, ingaggia un fotografo per catturare in uno scatto l’intera famiglia al mare o per girare un “film” con quegli stessi protagonisti, quasi come se fossero attori di Hollywood. L’acquisto di una macchina da presa, voluto dal padre, è in opposizione con la sua concezione della fotografia, percepita come acerrima nemica della pittura in quanto sua possibile rapida sostituta. Per lui la realtà può essere catturata in tutta la sua grandezza e verità solo sulla tela o sul foglio, con la matita, il carboncino o il pennello. Tuttavia, filmare significa mostrare “il tempo che passa proprio mentre passa” e per questo anche lui non si nega un biglietto del cinema. Il legame con un altri romanzi di Starnone, come “Via Gemito” e “La bambina di Milano”, è evidente. Alcuni personaggi sono comuni in tutti e tre i romanzi, anche se ogni volta si aggiunge un tassello in più alla descrizione del loro carattere. In “Via Gemito” il personaggio principale è il padre e, soprattutto, la sua smania narcisistica ed egocentrica di dipingere e di voler far emergere le sue doti sottovalutate da grande artista. “Fare scene”, infine, è focalizzato sulla passione del cinema dell’io narrante.
Il romanzo è il risultato dell’unione di episodi, ricordi e momenti della vita accomunati dal tema della cinematografia. Lo si potrebbe definire una sorta di sfridd (sfriddo, termine napoletano), termine con cui la madre del protagonista, una sarta, indica gli scampoli di stoffa destinati ad essere buttati via. Da bambino l’io narrante è quasi dispiaciuto per la sorte di quei ritagli caduti sul pavimento, una sorte totalmente diversa dal tessuto rimasto poggiato sulla tavola, scelto per la realizzazione di un abito.
L’io narrante, ormai adulto, frugando nella propria libreria, ritrova se stesso nei versi di “I sommersi ed i Salvati” di Primo Levi. Durante uno dei suoi incontri per le scuole, un ragazzino domanda a Levi perché non sia scappato, chiedendogli di disegnare una mappa del campo di concentramento e di indicare elementi come il filo spinato e le torrette di guardia. Subito dopo lo scolaretto, osservando lo schizzo alla lavagna, progetta una fuga, convito che possa funzionare. Il protagonista di “Fare scene”, grazie al lavoro che intraprende, ovvero quello dello sceneggiatore, può essere sempre come quel ragazzino e “guardare l’insostenibile attraverso filtri” che lo rendono “gradevolmente colorato”.
Un progetto rilevante descritto nel “secondo tempo” del libro è la realizzazione di un film di denuncia riguardante la condizione operaia. Il regista Raggalli, insieme all’io narrante, vuole realizzare un film ispirandosi alla storia vera di Giorgio, lavoratore in fabbrica morto impiccato. I due si recano nel Ravennate per avere delle testimonianze dirette della moglie di Giorgio e dei suoi figli, ancora bambini. Tuttavia, il produttore in primis, Nello, una volta ricevuto il lavoro di Raggalli e del protagonista, lo critica in quanto poco interessante, poco dinamico e troppo poco divertente per lo spettatore medio. E quindi il film, una volta concluse le registrazioni ed il montaggio, è totalmente diverso da come era stato pensato inizialmente, plasmato sul gusto della massa e sui giudizi di un team di figure cinematografiche con idee completamente diverse.
Durante la preparazione del film con Raggalli, “La fine della coscienza di classe” il protagonista vuole inserire ad ogni costo una scena particolare, una in cui l’operaio bacia la fronte della nonna morta. Quel contatto freddo è un presagio della sua morte e del suo destino. È anche e soprattutto il tentativo di restituire allo spettatore percezioni tattili, come la freddezza, oltre che visive. Quella finzione al di là dello schermo è una realtà vivissima e palpabile, ma perchè focalizzarsi su questa scena? Per il protagonista, convinto della capacità di coinvolgimento emotivo della cinematografia, “se il cinema ammette che ci sono cose che non può rappresentare, il cinema è morto”.
Maria Rosaria Cozzolino, 5B | 12 dicembre
Ogni epoca storica si rispecchia nel cinema, da quando esiste quest'ultimo, nel bene e nel male. Abbiamo passato decenni, per esempio negli anni 90, in cui vi erano capolavori che uscivano in sala uno dopo l'altro, ma vi sono anche periodi più sfortunati. Un esempio si può vedere proprio nel cinema recente, dove possiamo vedere le sale contraddistinte da remake, blockbuster, e da una generale mancanza di creatività e libertà per le persone coinvolte nella creazione di opere cinematografiche.
Un regista alle prime armi dovrà inevitabilmente fare affidamento a grandi produzioni se vuole iniziare a realizzare film ad alto budget, o anche solo per iniziare la sua carriera lavorativa nel settore. Ciò viene con una relativa impossibilità di avere libertà creativa sul proprio progetto per via delle limitazioni imposte da esterni.
Tuttavia, anche decidere di prendersi le proprie libertà viene con dei problemi. Vedasi nel caso dei film dell’A24, casa di produzione statunitense specializzata nel finanziare progetti indipendenti, specialmente film horror ma non limitati a questi. Nonostante le opere da loro prodotte siano colme di idee fresche ed interessanti e siano molto godibili, fanno spesso fatica a trovare un ampio pubblico, non arrivando sempre a prendere l'attenzione che meritano anche per via della scarsa diffusione nelle sale.
Nonostante ciò, non sono nuovi i casi di registi, anche molto celebri, che decidono di prendere totale padronanza del proprio operato. Un esempio è Francis Ford Coppola, regista di Apocalypse Now e Il Padrino, che con il suo Megalopolis realizza un’opera personalissima, decidendo di ignorare le ingenti critiche ricevute dalla stampa e dal pubblico.
Ma tra tutte queste figure che compongono il cinema moderno vi è lui, il visionario regista Neil Breen. Nato nel 1958 (Anche se, a detta sua, il dato è errato, affermando di essere molto più giovane. Non vi sono dati precisi sulla sua nascita.) dal suo sito possiamo leggere che è un:
Architetto a livello mondiale
Regista senza pari
Attore per eccellenza
Il miglior regista indipendente della nostra generazione
Possessore di una ferrari (che potremo vedere numerose volte nelle sue opere)
Nel 2005 debutta con il suo primo film, Double Down, e subito riceve un successo senza pari, permettendo a Neil Breen di pagare un menù completo da McDonald a tutti i suoi collaboratori.
In questo articolo, vedremo la filmografia di Neil Breen attraverso l’analisi di 3 sue opere che ho visto: Pass Thru, Cade: The Tortured Crossing e il suo capolavoro, Fateful Findings.
Prima di partire, ci tengo a fare una premessa: le trame dei film di Neil Breen sono assurde, complicate e spesso alquanto sconnesse, risultando in un’esperienza molto personale nella visione e nella comprensione delle opere, quindi ciò che dirò potrebbe essere diverso da ciò detto da qualcun altro o da voi. Inoltre, ci tengo a precisare che io non sono nessuno per mostrarvi le parole del maestro, e vi consiglio vivamente di vedere il suo operato con i vostri occhi.
Partiamo da Pass Thru, quarta opera del regista. Uscita nel 2016, narrerà la storia di Thgil, un'intelligenza artificiale giunta sulla terra per eliminare il male dall’umanità, questo attraverso l’eliminazione di determinate figure di “spicco” della società americana. Le vicende di Thgil sono legate a quelle di 2 gruppi di persone rapite da dei trafficanti di droga, non si sa bene per quale motivo. Le peculiarità del film si vedono principalmente nella grande semplicità dei set e dei costumi, un esempio si può vedere in una scena dove si vedono i Thgil e una delle sue donne lavare dei vestiti, che altro non sono che pezzi di tessuto con un buco al centro. Un altro elemento particolare è il netto peggioramento in praticamente ogni punto di vista rispetto al suo film precedente, Fateful Findings, fattore che non mi so assolutamente spiegare. Ma a parte gli ovviamente miseri difetti, il film eccelle, specialmente nella scena dove vedremo il personaggio di Breen entrare casualmente nella proprietà di alcuni importanti banchieri, criticando il loro operato in modo alquanto buffo.
Procediamo poi parlando di Cade: The Torture Crossing. L’opera, uscita nel 2023, è l’ultima fatica del regista, ma probabilmente è anche la sua più assurda, rasentando l’indescrivibile. Nell’opera vedremo Breen, questa volta nei panni di un filantropo di nome Cade Altier, finanziare un istituto psichiatrico al fine di migliorare le condizioni, ma i soldi verranno utilizzati per raccogliere materiale genetico dai pazienti, o così pare. Tuttavia, il personaggio di Breen ha una doppia vita: oltre ad essere una persona molto facoltosa è in grado di creare copie di sé stesso, parlare con una signora che occasionalmente si trasforma in tigre, combattendo successivamente con lei e fare delle azioni attraverso l’uso del suo occhio sinistro. Quest’ultima non ho idea di cosa faccia, se riuscite a comprenderlo voi, vi chiedo per favore di contattarmi e spiegarmelo, è un dubbio che mi attanaglia da tempo.
Oltre all’assurdità della trama, Cade: the tortured Crossing presenta altre caratteristiche uniche rispetto ad altre opere precedenti di Breen. Una fra tutte è l’uso smodato della Computer grafica e del green screen, tanto che nessuna scena è stata filmata dal vero, arrivando ad un risultato veramente peculiare.
Tuttavia, personalmente non sono entusiasta di questo cambio stilistico, essendo che sembra quasi esser stato adottato al solo scopo di rendere le opere ancora più ridicole e vendibili al pubblico che ormai Breen si è creato. Nonostante il cambio radicale, l'opera mantiene sempre i dialoghi assurdi e la trama arricchente tipica del maestro.
Ma lasciamo perdere gli altri film e parliamo della sua opera più importante, caratteristica, fondamentale, inconcepibile, indescrivibile e straordinaria, il vero e proprio magnum opus dell’autore: Fateful Findings.
Il capolavoro tratta di uno scrittore di libri di fantascienza, tale Dylan, ovviamente sempre interpretato dal maestro in persona, alle prese con la stesura di un nuovo libro. Tuttavia, l’autore nasconde un segreto: non sta veramente scrivendo il suo nuovo bestseller, ma sta hackerando sistemi governativi scoprendo importanti segreti su politici e banchieri che tengono in pugno gli Stati Uniti d’America. Tutto questo si lega ad un intricato triangolo amoroso, composto da Breen, la sua attuale moglie e una sua vecchia amica d’infanzia. Inoltre, quest’ultima non è solo stata il suo primo ed unico vero amore, ma è anche la persona con la quale ha avuto modo di trovare una pietra magica che gli ha donato dei potenti poteri (che userà solamente una volta, all’inizio del film).
Oltre alla cura nella stesura della complessa trama e alla totale impossibilità di Breen di riprendere allo stesso tempo due persone che dialogano, vi è, a mio parere, una delle scene più belle mai girate nella storia del cinema. il discorso finale di Breen. Ovviamente non vi farò spoiler in merito a questa, essendo che mi aspetto che, una volta finito di leggere l’articolo, voi corriate immediatamente a vedere ogni film del maestro. Vi dico solo di dimenticare il monologo di Roy Batty in Blade Runner, quello del colonnello Kurtz in Apocalypse Now e di Daniel Day Lewis in There will be blood, questo è un vero monologo, questo è il vero cinema.
Avendo visto 3 dei 6 pilastri del cinema realizzati da Neil Breen, posso dire che vi sono alcuni temi ricorrenti che fanno parte della poetica del maestro. Primo fra tutti vi è il profondo odio per le istituzioni. Il tema è costantemente presente in quasi ogni opera del maestro, dove mette in mostra un’importante denuncia sociale (spesso molto lunga, veramente tanto lunga) mirata a condannare l’avidità e la slealtà dell’alta società americana. Un Altro è il ruolo della donna, quasi sempre legata ad essere solo concubina del protagonista di turno dell’opera.
In conclusione, spero che le mie parole vi abbiano convinti, anche solo minimamente, ad esplorare l’operato di uno dei miei registi preferiti (secondo solo, ovviamente, a Michael Bay). Nonostante le opere di Neil Breen non siano assolutamente uno standard da seguire, a meno che non si voglia finire a dirigere qualche nuovo film della Marvel, mi sento comunque di definirlo una figura molto positiva, che dimostra che chiunque, guidato dalla motivazione giusta, può arrivare alla realizzazione di un film che sente proprio, senza avere nessuno che ti dica cosa fare e come devi farlo.
Maria Rosaria Cozzolino, 5B | 7 dicembre
I puzzle game sono uno dei generi più longevi e comuni nei videogiochi, ma non per questo mancano di originalità.
Infatti, oltre a essere così diffusi, sono anche tra i più versatili, offrendo storie indimenticabili come nel caso della duologia di Portal, enigmi complessi come nei titoli della serie di Myst, ma anche gameplay rilassanti e innovativi come nel titolo di cui vi parleremo oggi.
Schim è un puzzle game sviluppato da due persone, Ewoud van der Werf e Nils Slijkerman, che ci racconta la storia di una piccola creatura simile a una rana che vive nelle ombre.
Riusciremo a saltare nelle ombre per raggiungere i nostri obiettivi? Scopriamolo insieme!
Nel titolo prenderemo i panni di una piccola creatura che vive nelle ombre, nello specifico nell’ombra di un essere umano.
Sin dalla sua infanzia, non ci siamo mai allontanati da lui, trascorrendo le nostre giornate assieme, fino a quando, dopo il licenziamento dell’umano dal suo primo lavoro, finiremo per dividerci per errore.
Questo diventerà il movente della nostra ombra, che sarà motivata a vagare per la città nella speranza di raggiungere nuovamente il proprio amico.
La trama trova i suoi momenti salienti solo all’inizio e nel finale, mentre per tutto il corso del gioco l’ombra sarà solamente uno spettatore della vita del suo umano, osservando a tratti ciò che fa e come passa le sue giornate. Questo porta in molti casi a dei livelli fini a se stessi che non hanno definite correlazioni con l’avanzamento della trama.
Il gameplay è sicuramente la parte più peculiare del titolo, dato che il nostro personaggio dovrà muoversi esclusivamente nelle ombre, saltando da una parte all’altra per muoversi. Ciò ci porterà a dover analizzare costantemente non solo i punti in cui sono presenti le ombre, ma anche come si muovono e come interagire con gli oggetti a cui appartengono, tutto ciò al fine di raggiungere il nostro obiettivo finale.
Come precedentemente citato, una delle meccaniche fondamentali sarà l’interazione con gli oggetti a cui le ombre appartengono, poiché saranno necessari per poter passare da un’ombra all’altra. In ogni livello sarà possibile interagire con ogni oggetto dotato di ombra, ma non tutti potranno essere sfruttati per i nostri scopi. Infatti, oltre agli oggetti statici, potremo trovarne alcuni che ci permetteranno di utilizzare le loro proprietà, come lampioni che faranno luce o ombrelli che ci faranno saltare con una semplice interazione. Questo porta il giocatore a fondersi con ogni oggetto presente a schermo, specialmente in caso ci si blocchi, e a pensare ad una buona tattica per poter sfruttare le risorse a nostra disposizione.
Oltre a dover interagire con gli elementi del paesaggio, avremo bisogno di sfruttarne il movimento. Infatti, molti livelli richiederanno di aggrapparsi all’ombra di un uomo, di una macchina o anche di un piccione in movimento, ed è qui che riscontriamo uno dei difetti del titolo. Buona parte di questi livelli richiederanno al giocatore di attendere l’arrivo dell’ombra, ma spesso quest’attesa risulterà frustrante e priva di risultati.
Difatti, il tempo necessario non è sempre prevedibile, e spesso risulta essere più lunga di quanto ci si aspetti.
Schim darà al giocatore un’ampia libertà di scelta sul modo in cui completare ogni stage, e questo fattore, insieme alla cura posta nella creazione dei livelli, sono i pilastri portanti del titolo. La maggior parte dei livelli sono segnati da idee incredibilmente interessanti ed l’ottimo level design fa da padrone all’intera esperienza.
Per quanto ogni livello sia colmo di idee creative e vi siano sempre diversi modi per approcciarsi ad ognuno di questi, in molti dei livelli più complessi si sente il bisogno di ricevere qualche piccolo suggerimento su come proseguire, soprattutto qualora non ci si rendesse conto di star procedendo sulla strada sbagliata.
Un’altra, seppur minore, nota di merito è la presenza di un grande numero di collezionabili, divisi per ogni livello, che danno un ulteriore motivo al giocatore per riaffrontare ogni stage, magari in maniera diversa.
Come in ogni indie che si rispetti, il lato artistico è uno degli aspetti più importanti e identificativi del titolo. Schim possiede uno stile unico e fortemente minimalista, che nonostante tutto riesce a risultare vivace, soprattutto grazie al suo utilizzo dei colori, che saranno caldi o freddi a seconda dello stato d’animo della scena. Colori che, peraltro, sono modificabili in ogni livello a proprio piacimento, così da donare a ciascun giocatore un’esperienza più personale.
Alla mancanza di una trama ben strutturata, Schim compensa con un mondo animato e colmo di piccoli sprazzi di quotidianità che abbelliscono ogni livello e lo rendono unico.
Tuttavia, l’aspetto in cui il titolo eccelle maggiormente è sicuramente nella sua soundtrack. Ogni traccia sarà sorretta da meravigliosi ritmi lo-fi che si legano perfettamente alle sensazioni trasmesse dal titolo stesso e alla storia che vuole raccontare, donando al giocatore un’esperienza rilassante ed efficace.
Potete ascoltarla utilizzando il link a Spotify:
Quanto al comparto tecnico, è privo di particolari difetti, poiché per tutta la sua durata è rimasto stabile, non presentando crash o bug di alcun genere. Inoltre, la sua semplicità lo rende adatto ad essere giocato su qualsiasi configurazione.
Schim è un buon titolo in cui la bellissima soundtrack, lo stile grafico delizioso ed l'ottimo level design rappresentano i migliori pregi. Tuttavia, non mancano alcuni difetti, come alcune sezioni del gioco alquanto frustranti ed una trama che finisce per essere introdotta ma mai approfondita. Nonostante ciò, Schim risulta essere un titolo tenero e rilassante che intratterrà il giocatore per tutta la sua modesta durata.
Sofia El Khattabi 3B,Lucia Idrato 3B, Rita Madama 2D |30 Novembre
“Nella mente del maestro -Salvador Dalì, arte e psiche” è la mostra del celebre artista, organizzata in seguito ai 100 anni dalla nascita del Surrealismo. È possibile visitare le opere nella nuova ala del Palazzo dei Musei, fino al 6 gennaio 2025, con ingresso gratuito per i minori di 16 anni mostrando un documento.
È una mostra molto toccante; sarebbe impossibile attraversare quelle stanze senza venire attratti dalla potenza dei messaggi permeati nelle tele. Ogni opera ci svela un aspetto della storia complicata di Dalì, introducendoci a discorsi psicologici e persino filosofici. Inoltre l'esperienza è ben guidata con pannelli esplicativi e approfondimenti storici, come i curiosi aneddoti sul “Manifesto del Surrealismo”, o la nascita del logo del “Chupa Chups”. Un'altra sezione molto interessante è riguardo al legame di Dalì con il nostro territorio.
Le opere sono tra le più varie, dalle sculture, alle litografie, acqueforti, fotografie… Ecco alcune tra le più famose e che ci sono state illustrate dalle guide.
Durante la mostra ci Sono state presentate diverse sculture tra cui il “triumphant elephant” (l’elefante trionfante), affascinato dalle teorie psicoanalitiche di Freud con la sua infatuazione per cigni che riflettono gli elefanti. L’elefante era un simbolo iconoclasta sul futuro, è raffigurato con zampe simili a zanzare per evidenziare il contrasto tra robustezza e fragilità. La sella é impreziosita da gioielli per rappresentare un nuovo momento Della sua vita e l’angelo in volo annuncia prosperità. Dalì era talmente affascinato da questo animale che comprò un un elefante e progettò addirittura di attraversare le alpi imitando Annibale, ma il mammifero divenne troppo grande per I suoi gusti, così fu riportato allo zoo. Infine ci hanno raccontato la creazione del logo chupa chupa, disegnato dallo stesso Salvador Dalì. Amico di Eric Bernard, gli venne l’idea del logo in un bar disegnando una margherita su un tovagliolo. Con I colori sgargianti volle richiamare la bandiera spagnola, patria di questa caramella.
Una delle prime sculture che ci hanno mostrato è quella di Snail and the Angel (la lumaca e l’angelo), realizzata nel 1997, è uno dei feticci di Salvador Dalì perché ne rappresenta la sua concezione del tempo che è lenta, inoltre è molto legato e attratto dalla forma del guscio di questo animale in quanto all'esterno questo guscio è duro mentre all’interno c’è l'animale che è molle e molto lento. La lumaca viene donata di un paio d’ali e si muove per mezzo delle onde. A di sopra di essa c’è un angelo dalla piccola statura capace di velocità illimitata, che conferisce alla lumaca il dono del movimento toccandogli il dorso. Quest opera risente molto dell’incontro con Sigmund Freud il quale considerava il suo “padre spirituale” e l’idea di questa scultura nasce nel momento in cui Dalì fu affascinato quando vide una lumaca su una bicicletta fuori dalla casa di Freud, collegando l'immagine di una testa umana; la testa di Freud. Nella presentazione iniziale oltre alla scultura precedente abbiamo visto uno dei tanti dipinti di Dalì ma non il più famoso ossia :“The Fallen Angel” (l’angelo caduto) , realizzato nel 1951,è un'illustrazione di una delle canzoni dell'Inferno ed è tra gli acquerelli realizzati da Dalì su commissione del governo spagnolo per il 700° anniversario di Dante. Solitamente nei dipinti di Dalì l’angelo sta ad indicare l’accompagnatore della sua musa Gala che per lui era la reincarnazione della purezza e della nobiltà. L’angelo in questione è ritratto come un uomo nudo e magro con le ossa ben in vista e con ali scure e rovinate, il quale sta ispezionando i cassetti che scivolano fuori dal suo stesso corpo come se stesse cercando all’interno di se stesso. Per Dalì questi cassetti dovrebbero simboleggiare la memoria,i desideri e quei pensieri che devono stare nascosti agli estranei.
Se questo piccolo assaggio ti è piaciuto ti consigliamo vivamente di andare a visitare la mostra! Preparati ad essere ipnotizzato dai colori sgargianti, i profondi significati psicologici e le numerose spiegazioni e documenti presenti riguardo questo personaggio surreale e onirico!
Francesca Chilò 5AL | 29 novembre 2024
Sentendo questo titolo, il primo nome che viene in mente è quello di Dostoevskij, autore di un celebre libro omonimo. Ora, però, lasciamo la Russia dell’Ottocento per spostarci verso un panorama più contemporaneo. Con L’idiota, Elif Batuman ci offre uno sguardo sulla vita di Selin, diciottenne al primo anno di università. Selin è un personaggio complesso, cinico e allo stesso tempo emotivo, ugualmente capace di prudenti ponderazioni e di gesti avventati, che magari lasciano il lettore a pensare ‘io non l’avrei mai fatto’. Nonostante questo, è una protagonista in cui è facile rivedersi: i pensieri, le contraddizioni e le paure che la caratterizzano non sono diverse dalle nostre, ora che ci troviamo davanti alla terrificante possibilità di decidere del nostro futuro. Selin è profondamente imperfetta, sbaglia e poi se ne pente, si arrabbia e poi si sente in colpa, s’impegna nello studio e si rende conto, alla fine, di non aver imparato niente. Anche le sue relazioni con gli altri sono il riflesso di questa condizione: in generale, il romanzo è popolato dai personaggi più diversi, tutti alle prese con le rispettive sfide, che cercano di conoscere sé stessi e allo stesso tempo gli altri. Spesso falliscono, e da qui viene il titolo: L'idiota. Anche Selin, che all’inizio ha un’alta opinione di sé, finirà per ridimensionarsi e definirsi, in modo forse troppo drammatico, con questo appellativo.
Il libro parla della giovinezza, degli errori inevitabili che questa fase porta e anche della possibilità, sempre accessibile, di porvi rimedio. Batuman ci mostra quanto la vita sia fluida e quanto sia normale, soprattutto a quest’età, svegliarsi con un’idea e andare a letto avendone un’altra.
Grazie alla prosa scorrevole e a una spontanea narrazione in prima persona, ci troviamo catapultati nella testa di Selin, assistiamo alla demolizione di tutte le sue vecchie certezze e anche alla costruzione di quelle nuove. È un personaggio in costante evoluzione, evoluzione che continua ben oltre l’ultima pagina: così, del resto, è la vita di tutti noi.
Nonostante la complessità delle tematiche, L’idiota è uno di quei libri che si leggono con talmente tanto piacere che non ti verrebbe mai voglia di metterlo giù. Nel corso delle pagine Selin colleziona le esperienze più disparate, da quelle puramente accademiche a quelle sentimentali e intense, ma nessuna di queste è mai banale e tutte contribuiscono allo sviluppo del personaggio. Il romanzo non è privo di umorismo, che completa il quadro della mente arguta, seppur confusa, della protagonista.
L’autrice usa un lessico semplice, descrivendo in modo piuttosto diretto sia le scene quotidiane che quelle più significative.
Al di là di questo, il linguaggio è un’altra tematica rilevante del libro. Selin, infatti, è una studentessa di linguistica, e spera che apprendere le dinamiche della lingua possa fornire risposte alle sue domande e mettere ordine nella sua incertezza. Ma davvero il linguaggio ha questo potere?
Mi sento di consigliare questo libro a chiunque sia giovane, e desideri specchiarsi in un personaggio che, se non è identico a lui, è perlomeno molto simile. Potrebbe volerlo leggere anche qualcuno di un po’ più cresciuto, ma che desidera lanciare una rapida occhiata al passato e ricordarsi (con rabbia o, più probabilmente, con un po’ di nostalgia) di quando anche lui era il cosiddetto idiota.
Riccardo Laronca, 3B | 28 novembre 2024
Tra il 25 e il 27 Ottobre presso il Teatro Storchi di Modena è andato in scena lo spettacolo “Come gli Uccelli”.
Questa rappresentazione ha affrontato la tematica del conflitto israelo-palestinese non come un dibattito intellettuale da salotto o come un discorso ideologizzato ad un comizio elettorale, ma come una travolgente, intensa, intricata e travagliata storia d’amore tra Eitan, ragazzo tedesco di origine ebraica e Wahida, ragazza di origine araba, rimasta orfana dei genitori in tenera età.
La vicenda si apre in una biblioteca universitaria di New York per poi spostarsi in Israele e in Giordania, intrecciando le vicende storiche che hanno interessato lo Stato ebraico e la Palestina con quelle personali degli stessi protagonisti, rafforzando il legame inscindibile tra passato, presente e futuro. La presenza di dialoghi e canti in arabo, ebraico e tedesco conferisce originalità e autenticità alla rappresentazione. Le scene si rincorrono, spesso mescolandosi tra loro avanti e indietro nel tempo, nell’arco di cinquant’anni, al termine dei quali i protagonisti saranno costretti a fare i conti con un passato scomodo e a rivelare così verità tenute nascoste per anni. Il risentimento e l’insicurezza di Eitan, la presa di coscienza di Wahida, la durezza e lo stupore di David, la determinazione di Norah, la rassegnazione di Ethgar, il falso cinismo di Leah e il pregiudizio e l’odio di Eden permeano la narrazione.
…Un diplomatico arabo scomparso più di cinquecento anni fa senza lasciare alcuna traccia…Un nonno sopravvissuto ad Auschwitz…Un attentato sull’Allenby Bridge…Un oscuro segreto di famiglia…sono solo alcuni degli eventi che si susseguono con un ritmo incalzante, che non fa percepire allo spettatore la durata di ben tre ore dello spettacolo.
La rappresentazione teatrale utilizza un linguaggio semplice, ma potente e incisivo, per far riflettere sul concetto di identità e trasmettere il messaggio che essa può essere sia motivo di unione all’interno di un popolo sia motivo di odio e di conflitto tra nazioni storicamente nemiche.
Ma davvero, come afferma Eden, soldatessa israeliana, questa guerra non avrà mai fine?
Davvero l’odio avrà sempre la meglio sulla ragione e sul bene comune?
Da un lato Islamisti e Sinistra Radicale gridano al genocidio, intonano cori antisemiti, calpestano, strappano e danno fuoco a bandiere israeliane, accusano gratuitamente qualsiasi ebreo di omicidio e chiudono gli occhi davanti a linciaggi e minacce di morte, in nome di un fantomatico Antisionismo.
Dall’altro lato, invece, la Destra Radicale e gli ebrei estremisti giustificano qualunque azione israeliana, dall’uccisione di giornalisti e di operatori umanitari nella Striscia di Gaza al bombardamento delle basi Unifil in Libano.
Ciononostante la speranza resta quella che, prima o poi, al di là degli estremismi, israeliani e palestinesi possano finalmente trovare un accordo che garantisca la pace e il totale riconoscimento delle rispettive nazioni.
Ilaria De Feo, 2D e Maria Rosaria Cozzolino, 5B | 26 novembre 2024
Ilaria
Lucca comics & games è una fiera internazionale dedicata ai giochi, al fumetto e in generale a qualsiasi mondo fantastico in cui tutti vorremmo vivere. Si svolge a Lucca tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre e può essere definita la seconda fiera del fumetto più grande al mondo solo dopo al Comiket di Tokyo. Insomma, un vero orgoglio Italiano. Lucca Comics è una fiera in cui è impossibile non divertirsi, circondati da stand e cosplayers che danno alla fiera un tocco fantastico e quasi fiabesco. A Lucca Comics non solo puoi comprare fumetti che non spesso sono in circolazione, gioielli, spade e katane creati da piccole compagnie e giochi da tavolo, ma anche parlare e incontrare autori (di manga e altro) provenienti da tutto il mondo.
Ma iniziamo dall’ origine di questa iconica fiera. Lucca comics, arrivò a Lucca nel 1966 che diede la possibilità di ospitare la seconda edizione del Salone internazionale dei comics (inizialmente fiera dedicata solo ai fumetti ancora poco conosciuti negli anni ‘60), che l’anno prima era stata ospitata a Bordighera. All’inizio degli anni sessanta, diversi uomini di cultura avevano iniziato a trattare il fumetto come una vera a propria materia di studio accademico e non più come come un fenomeno di sotto cultura “popolare”, Questo interesse per i fumetti, successivamente, venne mostrato in diversi luoghi compresi i saloni del fumetto.
Ma come è nato il Salone internazionale del comics? Tutto iniziò nel 1964 quando un gruppo di appassionati di fumetti si recarono a Bordighera per l’annuale “Salone internazionale dell’umorismo” e pensò che sarebbe stata un’ottima idea organizzare una fiera simile con i fumetti. Questo gruppo di amici, riuscì a coinvolgere altri amanti dei fumetti succedendo nel loro obiettivo.
Dopo l’esordio del 1965 a Bordighera fu così che il Salone internazionale del comics arrivò a Lucca che ospitò poi tutte le edizioni successive. Venne chiamato nel 1996 Lucca Comics e solo nel 2000 prese il nome di Lucca comic & games.
Ma, sfortunatamente, Lucca Comics non è solo rose e viole ma come in ogni altra cosa, le parti negative sono presenti.
Rosi
La più grande nota dolente della fiera consiste nel rimanere sempre ancorata ai medesimi errori che da anni la caratterizzano. Primo fra tutti il problema dei mezzi di trasporto, sempre troppo limitati e mal gestiti nonostante la fiera sia ormai la stessa da più di 20 anni e accoglie un numero sempre più alto di persone di anno in anno.
Il problema nei trasporti è collegato ad un altro fattore che da tempo immemore accompagna il Lucca Comics: l'elevato numero di partecipanti.
Seppur i gestori affermino di aver aumentato esponenzialmente i prezzi per risolvere il problema, appena giunti alle porte di Lucca si viene accolti da nulla se non un'immensa calca di persone. Nessun controllo sull'acquisto dei biglietti e nessun controllo nemmeno per il contenuto di zaini e borse, che potrebbe essere un problema per la sicurezza. Questo fa sì che chiunque, pagante e non, possa accedere alla fiera, riducendo il biglietto ad essere un mero pass per poter accedere ad alcune aree delimitate della fiera, come stand o padiglioni. Mentre questo può aiutare chi è residente o lavoratore a Lucca, ciò non allontana, anzi invita, l'arrivo di un numero troppo alto di persone che danno vita ad una serie di problemi che vanno anche oltre la mal gestione dei trasporti.
Uno fra tutti è il problema legato alle file per accedere ai sopracitati stand. Avendo la fortuna di aver avuto accesso all'evento in qualità di giornalista, non ho avuto molti problemi con queste, ma dietro le mie spalle vi erano file interminabili che portavano i partecipanti ad aspettare anche 2 o 3 ore per poter accedere agli stand, non consentendo a tutti di poter vedere l'interezza della fiera.
Oltre a questi, da tutti considerati i problemi più gravi che porta la fiera, vi sono anche fattori minori che comunque incidono sulla sua qualità. Uno fra tutti è la grande presenza di merce contraffatta o sovraprezzata negli stand, che rigorosamente non viene mai controllata e prende un grande spazio che potrebbe essere dedicato ad altro.
Un altro fattore, forse più personale, è la "scarsa" qualità degli invitati alla fiera. Se si guarda al sito ufficiale e si va alla sezione degli ospiti, ciò che immediatamente ci salterà all'occhio è il fatto che il Lucca Comics continui a preferire la quantità alla qualità, invitando anche persone di poco conto. Se la si mette a paragone con le altre fiere in Italia, soprattutto negli ultimi anni e in sempre più fiere, piccole e no, si può vedere che il valore degli ospiti è aumentato considerevolmente, invitando anche celebrità importanti d'oltreoceano e non solo italiane. Possiamo vedere ad esempio Giancarlo Esposito (Breaking Bad, The Mandalorian) al ComoFun o Elijah Wood (Il signore degli anelli) al Gamics di Cesena. Per quanto Yoshitaka Amano, ospite principale della fiera, sia un'artista immenso che vanta una carriera importantissima, si tratta comunque di una figura che da anni si limita a piccoli lavori e che ormai ha poco da dire che non abbia già detto, per questo la sua presenza poteva essere sostituita o anche solo accompagnata da figure più rilevanti.
25 novembre. La distopia del “Racconto dell’ancella” come spettro del presente.
Anna Pantusa e Sara Ferri, 4B | 25 novembre 2024
“Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, è un romanzo potente e provocatorio, simbolo di resistenza contro l’oppressione di un regime totalitario che nega i diritti delle donne.
Il romanzo è ambientato in un futuro devastato dalle radiazioni atomiche. Gli Stati Uniti sono un regime totalitario e la Repubblica di Gilead si fonda sul controllo del corpo femminile. Offred, la protagonista, come le altre donne fertili, le “Ancelle”, non ha che la funzione di procreare, per servire le famiglie degli alti ufficiali e dei Comandanti.
Un mondo certamente distopico, ma non lontano da molte delle difficili situazioni che le donne hanno dovuto affrontare e che in alcuni Paesi stanno ancora vivendo: il 6 novembre Hossein Simaei, il ministro iraniano della scienza, della ricerca e della tecnologia, ha definito “immorale” il comportamento della studente iraniana che il 2 novembre si è spogliata in pubblico davanti all'università di Teheran.
La studentessa è stata arrestata. Gli addetti alla sicurezza dell’università consegnandola prontamente alla polizia, hanno dichiarato che la giovane donna “soffre di disturbi mentali”.
Secondo l’ong Amnesty international, “si è spogliata per protestare contro l’imposizione abusiva del velo da parte degli addetti alla sicurezza dell’università”.
In Afghanistan, invece, si assiste da tre anni alla totale negazione dei diritti delle donne da parte dei talebani.
Tutti gli aspetti dell’esistenza di una donna sono controllati, limitati: l’istruzione, l’abbigliamento, l’accesso al sistema giudiziario e i viaggi fuori casa. L’ultimo editto prevede anche il divieto per le donne di cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico.
E’ vietato coltivare sogni e aspirazioni, mentre violenza di genere e matrimoni combinati sono pericoli quotidiani.
Secondo un report del Sole 24 Ore, sul piano della violenza di genere, l’Afghanistan ha uno dei livelli più alti di maltrattamenti in famiglia, con una media nazionale di donne del 50.8% che ha fatto esperienza di violenza da parte di partner o familiari durante la sua vita, con punte del 92% in alcune province. Mentre dal punto di vista dell’inclusione finanziaria, nel 2021 solo il 5% delle donne aveva accesso a un conto in banca personale, contro il 15% degli uomini.
Oggi, 25 novembre, vogliamo riflettere di nuovo sulla condizione femminile nel mondo. Il romanzo della Atwood ci ricorda di mantenere sempre alta l'attenzione quando si parla di diritti delle donne.
Le distopie esasperano i problemi del presente, nella speranza che le situazioni ipotizzate non si realizzino. Sono veicoli di critica sociale e politica sempre molto efficaci, volti a stimolare riflessioni profonde.
Aurora Vanacore, 4B | 30 maggio 2024
Nata
da un principio di improvvisazione
crebbe
a poco a poco.
Tramite pietà e terrore
porta a compimento
la purificazione
delle passioni.
Con queste parole il filosofo Aristotele descrive le origini dell’arte teatrale più nobile: la tragedia.
Benché siano pochissimi gli indizi che fanno chiarezza su un genere tanto fine quanto oscuro, essi sono sufficienti per riflettere la mentalità alla base della civiltà greca: le passioni sono qualcosa di negativo, una malattia epidemica poiché non rispettano il principio della mediocrità; per completare la catarsi da queste è necessario utilizzare due armi molto potenti, opposte ma gemelle, pietà e terrore.
AIACE
Aiace è un eroe e, nonostante il crimine con cui si sporca letteralmente le mani, lo rimane fino alla fine della tragedia: vivere chiaramente o chiaramente morire. Nessuna seconda opzione, nessuna via di mezzo, nessun ripensamento. Dopo aver macchiato non solo la sua tenda e il suo corpo con il sangue di animali torturati, anche il suo onore e il suo valore non sono più gli stessi agli occhi degli Achei.
La parola che in greco indica l’uomo, ἀνήρ , include all' interno del suo significato la “virtù”: Aiace non è più un uomo, ma diventa pari ad una di quelle innocenti pecore che ha sgozzato, sfogando la sua ira propria di una belva, e non di un essere umano.
Da questo punto di vista, sembrerebbe più vicina al concetto di “ἀνήρ ” la concubina di Aiace, Tecmessa: ragionando lucidamente è preoccupata, e non potendo influenzare la mente ormai assente dell’eroe cerca di farlo ragionare con i sentimenti, con la pietà che si prova davanti ad una schiava e ad un bambino lasciati soli, nella totale disgrazia.
Ma Aiace, vedendo la sua piccola creatura, non può che vedere la sua copia: Eurisace, una vita limitata a pochi centimetri di corpo che porta già un peso enorme quanto quello di un grande scudo.
Il finale della storia, che prosegue anche dopo il suicidio del protagonista, punta i riflettori sul personaggio di Ulisse, avversario di Aiace nella contesa delle armi e suo principale nemico. Ulisse però non è una divinità: coloro che abitano il monte Olimpo sono esseri rancorosi, vendicativi e irascibili. Paradossalmente Ulisse compie un atto di hybris comportandosi più perfettamente di un dio: Ulisse perdona.
IPPOLITO
La tragedia Ippolito non si distingue solo per la trama ma anche le differenze tra i due autori sono notevolmente marcate: Sofocle rappresenta i personaggi come dovrebbero essere, Eschilo come sono realmente.
La storia d ruota attorno ad un vasto schema di personaggi: il protagonista, che dà il nome all’opera, un giovane innocente, vergine dal male e dall’amore; Fedra, vittima innocente dei piani malvagi dell’orgogliosa Afrodite, donna pudica e retta; Teseo, padre di Ippolito, sovrano dai forti sentimenti, sia che essi siano positivi ma anche quando si tratta di ira e spirito vendicativo.
La dea dell’Amore stabilisce, guidata dall’egoismo e dalla superbia, il destino di questa famiglia: la loro fine è determinata dai vizi di un essere che ne dovrebbe essere privo, ma che invece risulta essere più imperfetto dell’essere umano.
“L’uomo di fede lo chiama provvidenza, gli attribuisce una volontà precisa, un dispiegamento di fatti che obbedisce ad un disegno.Uno per ognuno di noi.
L’uomo che non crede a niente lo chiama caso, un caotico avvenire dove a regnare è il nulla, dove vita e morte, vittoria o sconfitta, sono un po’ come gli spicchi della ruota della fortuna.
L’uomo che vive a metà lo chiama fato, non ha sufficiente fede per abbandonarsi alla religione, né altrettanto nichilismo per lasciarsi andare al caos”.
-Mencarelli Daniele, Sempre tornare, Mondadori, 2021, Milano
In entrambe le tragedie quello che colpisce davvero lo spettatore, oltre alla storia, è la maestosa scenografia: cosa c’è di più sublime di un teatro che non si limita solo ad un palco, ma che si estende anche al di fuori? Shakespeare diceva che “tutto il mondo è un palcoscenico” e qualche secolo dopo Pirandello accusava tutti di indossare una maschera.
I Greci, come spesso accade, li hanno anticipati.
Hanno capito che tutto è teatro, non solo l’edificio che viene etichettato come tale: gli alberi e il fruscio delle loro chiome, il vento e i suoi sussurri, il sole e la luna, il cielo.
Anche le altre creature della natura vogliono partecipare.
Reclamano uno spazio all’interno del copione.
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 20 maggio 2024
La serie di Silent Hill, sin dal suo debutto su Playstation 1, si è sempre affermata sul mercato come una delle migliori saghe Survival Horror della storia dei videogiochi.
Grazie al loro approccio all’horror psicologico reso in modo sublime, ai mostri iconici e alla colonna sonora spettacolare, questi hanno dettato legge nell’industria videoludica.
Sfortunatamente, ciò però non è rimasto sempre tale nel corso degli anni.
Infatti, a fronte delle numerose operazioni nostalgia che stanno prendendo sempre più spazio nel mercato, la saga di Silent Hill continua a non ricevere un nuovo capitolo degno del nome che porta, subendo tanti tentativi falliti di riportare in auge il brand che non hanno fatto altro che alimentare malcontento alla comunità di giocatori.
Come se ciò non bastasse, anche i capitoli originali risultano essere difficili da recuperare legalmente.
In questa analisi scopriremo cos’è andato storto e quali sono le prospettive per il futuro di Silent Hill.
I primi 4 capitoli della serie, come sopracitato, rappresentano a nostro avviso dei capolavori che meritano assolutamente di essere giocati anche in tempi odierni. Tuttavia questi, rigiocati oggigiorno, soffrono di un terribile problema legato puramente al loro gameplay. Spesso infatti possono risultare altamente frustranti per via del loro sistema di combattimento e dei movimento legnosi.
Tentativi di mitigare questi problemi sono stati effettuati attraverso delle operazioni di rimasterizzazione dei primi titoli, tuttavia queste non hanno avuto la fortuna sperata.
Infatti, le uniche remastered mai state pubblicate ufficialmente sono state quelle di Silent Hill 2 e 3 nella HD Collection disponibile per PS3 e Xbox 360, che non fù accolta positivamente né dalla critica né dal pubblico. Le principali critiche mosse a questa riedizione erano indirizzate alle pessime texture, al voice acting grezzo e non fedele all’originale, e alla rimozione quasi totale della nebbia che possiede rinomatamente un grande ruolo nella resa dell’ambientazione.
Come sostituzione alle pessime remastered, i fan della saga propongono sempre nuovi progetti atti a riproporre in chiave moderna, ma comunque fedele all’originale, i classici titoli della serie.
L’esempio più lampante è quello della Enhanced Edition di Silent Hill 2, che rielabora la versione PC del classico Konami rendendola compatibile con hardware odierni e migliorandone diversi aspetti, ad esempio la componente grafica, upscalando font e video e rendendo possibili i 60 FPS.
Tuttavia, per giocare a questa versione modificata in modo completamente legale avremo bisogno di una copia originale del gioco. Proprio in merito a questo aspetto vi è uno dei più grandi problemi legati a Silent Hill: la reperibilità delle copie originali.
Nei miei sogni più inquieti… vedo copie vendute a prezzi giusti
Cercando nei vari store online in cui è possibile acquistare videogiochi per vecchie console, possiamo notare prezzi decisamente troppo elevati per ognuna delle installazioni della serie, fatta eccezione per i meno apprezzati dal pubblico. Questo fenomeno, che colpisce molti altri titoli appartenenti alla quinta e sesta generazione di console, è riconducibile ad una serie di fattori accumulati nel corso degli anni.
Prima fra tutti è la difficile reperibilità delle copie messe in circolazione ormai più di 20 anni fa, anche quando confrontate con quelle di altri titoli dell’epoca.
Alla scarsa reperibilità di questi si aggiunge un’altissima richiesta scaturita dalla crescente popolarità che hanno raccolto soprattutto negli ultimi anni.
Si giunge quindi all’inevitabile problema degli scalper, fenomeno che si è diffuso specialmente negli ultimi anni con la questione della carenza delle console di ultima generazione dal 2020 al 2021, dovuta, fra le tante cause, alla presenza sempre maggiore di individui che acquistavano numerose unità di quest’ultime per rivenderle a prezzi maggiorati.
Questo problema ha colpito anche la serie dei Silent Hill, essendo che la maggior parte delle persone che vanno ad acquistare numerose copie fisiche dei giochi per venderle a prezzi maggiorati lo fanno, ovviamente, per una mera questione di lucro.
Non è certo una sorpresa, spesso le edizioni fisiche dei giochi più vecchi sono bramate puramente dai collezionisti, essendo che molti classici videoludici sono tranquillamente acquistabili digitalmente dagli store principali. Ad esempio, nel campo del PC gaming, GOG offre una vasta gamma di titoli retrò acquistabili a prezzi irrisori, mentre in ambito console, tramite il Playstation Now, è possibile giocare su console moderne numerosi dei più amati classici PS1, questo però non vale per i Silent Hill.
A netto di queste considerazioni, su GOG è possibile acquistare unicamente Silent Hill 4, mentre nel Playstation Now dei Silent Hill non vi è alcuna traccia.
Infatti, attualmente l’unico modo per recuperare il secondo e il terzo capitolo della saga su console odierne è tramite l’acquisto della collection per Xbox 360, di cui vi abbiamo parlato precedentemente e che, anch’essa come i titoli originali, è vittima degli scalper e dei prezzi elevati.
Assieme ai problemi che gravano sui capitoli originali, la saga di Silent Hill ha anche subito diverse controversie in merito alle sue ultime installazioni. Infatti, i tentativi di riportare il brand condotti da Konami non hanno fatto che dare vita ai titoli meno apprezzati della saga, come Silent Hill: Downpour o Silent Hill: Book of Memories, usciti rispettivamente per Playstation 3 e PsVita.
Quello che invece si sarebbe potuto rivelare un titolo molto promettente, vale a dire Silent Hills (anche conosciuto con il nome della sua demo, P.T.) è stato poi cancellato per motivi legati al difficile rapporto tra Hideo Kojima, director del titolo, e Konami, che porteranno quest’ultimo all’effettivo abbandono dell’azienda.
Anche i progetti più recenti non hanno avuto fortuna, basti pensare a Silent Hill: Ascension, progetto fortemente criticato per via della sua qualità discutibile.
Tuttavia, anche i titoli che possono rivelarsi validi, come Silent Hill 2 Remake, stanno subendo lo stesso trattamento dei predecessori ma per una motivazione differente: la community.
La community dei fan di Silent Hill è rinomata per le costanti lamentele in merito ad alcuni degli elementi presenti nei giochi della saga e ai titoli in uscita, anche quando di essi si sa ancora poco o niente.
Questo infatti è stato, ed è tuttora, il caso di Silent Hill 2 Remake.
Sin dai primi trailer sono state mosse forti critiche riguardo ad ogni aspetto del titolo, dal viso del protagonista James Sunderland, considerato troppo differente da quello originale, alla decisione di affidare un remake di tale portata ad una casa di sviluppo relativamente piccola come Bloober Team, considerata dai più non all’altezza del compito.
Mentre Bloober team si impegna costantemente ad ascoltare le critiche mosse dai fan, basti pensare al recente cambio radicale del viso del protagonista, il discontento dei fan non accenna a calare.
Questo scaturisce l’effetto contrario di quello desiderato, vale a dire una grande insicurezza che attanaglia qualunque sviluppatore che partecipi ad uno dei tentativi di revival del brand.
Come di consueto nell’industria, le minacce rivolte direttamente a chi lavora ai titoli sono comuni, anche quando chiaramente la qualità del gioco non è dovuta del tutto al loro operato, andando a creare un clima di tensione che inevitabilmente allontana qualunque studio possa essere interessato a lavorare con Konami.
Aprendo una parentesi personale da fan affezionata della serie, ripongo ancora molte speranze nell’uscita di un nuovo Silent Hill degno del suo nome, e la decisione di affidare un compito di tale importanza a Bloober Team può considerarsi un idea non del tutto sbagliata, specialmente considerato che il team polacco ha saputo farsi valere in passato con la release di titoli del calibro di Observer.
Per una saga di tale portata, un trattamento simile a quello che è stato riservato ai Resident Evil sarebbe il meglio, tuttavia negli ultimi anni la Konami ha sempre deciso di andare sul sicuro rilasciando unicamente collaborazioni e pachinko che avrebbero assicurato un guadagno facile, ma il tentativo di far rinascere il brand, seppur per ora non sia propriamente riuscito, si spera possa portare ad un effettivo ritorno in auge di quest’ultima.
Il consiglio che mi sento di dare a chiunque, indipendentemente dalla buona uscita del remake, è di recuperare i giochi originali. Delle storie così profonde e realizzate con una tale cura con poche probabilità potranno mai essere eguagliate da delle riproposizioni, ma possono comunque essere vissute ed amate, permettendo a chiunque di poter perdersi nella nebbia assieme ai nostri amati protagonisti.
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 24 aprile 2024
Contra è senza dubbio una delle serie classiche più importanti di Konami, che sfortunatamente è stata vittima di una serie di installazioni decisamente non ispirate, destinate ad infangare il buon nome della saga nonostante il discreto seguito di appassionati.
Konami tuttavia, affidandosi a Wayforward (Shantae, Ducktales Remastered…), decide di provare a prendere le redini del leggendario Run & Gun, donandoci un nuovo capitolo che promette di riportare la vecchia gloria di Contra su console di nuova generazione con una grafica ed un gameplay migliorati.
Sarà riuscito Contra: Operation Galuga a dimostrarsi un degno capitolo della storica serie?
Scopriamolo insieme!
Nel titolo Interpreteremo Bill Rizer e Lance Bean, due supersoldati della divisione Contra chiamati sulle isole di Galuga, in nuova Zelanda, dove un’organizzazione terroristica che prende il nome di Red Falcon ha occupato il territorio, minacciando di annientare l’umanità tramite l’utilizzo di armi antigravitazionali.
I dialoghi e gli eventi principali saranno narrati con una modalità simile a quella delle Visual Novel, rendendoli semplici e piacevoli da seguire.
Nella serie di Contra, la trama non è mai stata un’aspetto fondamentale e in questa nuova installazione la questione non è differente. La storia, infatti, sarà una mera cornice nel corso degli eventi, ricolma di stereotipi tipici del genere d’azione e con una caratterizzazione dei personaggi non tra le più curate.
Il titolo è considerabile un remake del primo capitolo della serie Contra per arcade, da cui prende i personaggi, i nemici e gli stage che vengono riproposti in chiave moderna.
Vi saranno principalmente 2 tipi di livelli: i livelli classici in cui percorreremo il livello a piedi, ed i livelli da affrontare a bordo di un veicolo.
Ognuno di questi avrà la propria ambientazione e nemici diversi, dove quest’ultimi avranno sempre dei nuovi design e dei nuovi attacchi. Grazie alla loro unicità, ogni livello riesce ad risultare ben costruito e interessante nella sua struttura, incoraggiando l’utente a rigiocarli per ottenere migliori punteggi.
Percorrendo i livelli, avremo modo di trovare anche diverse armi che potremo equipaggiare e che ci permetteranno di uccidere i nemici in modi differenti grazie alle loro nuove modalità d’attacco. Inoltre, potremo anche distruggere l’arma attualmente equipaggiata per sferrare un potente attacco ad area.
Nella sezione finale di ogni livello troveremo un temibile boss che dovremo annientare per poter concludere lo stage. Molti di questi faranno uso di moveset particolari ed elaborati, risultando complessi da sconfiggere per il giocatore, mentre altri saranno decisamente più semplici e dimenticabili.
Procedendo con la storia, avremo modo di sbloccare ulteriori personaggi giocabili in aggiunta ai due protagonisti.
Ognuno di questi avrà le proprie particolarità, che tuttavia non differiranno mai in modo lampante da quelle dagli originali, finendo per non dare una vera e propria motivazione al giocatore per sfruttarli.
Il titolo riprende in tutto e per tutto le caratteristiche delle installazioni originali di Contra, incluso l’elevato livello di difficoltà che da sempre caratterizza la serie.
Infatti, per l’intero corso del titolo, il giocatore si troverà di fronte ad un grado di sfida in contante crescita che lo metterà incessantemente alla prova.
Per quanto questa possa essere un pregio in grado di far avvicinare i vecchi fan appassionati della serie, potrebbe anche allontanare chi è intenzionato ad avvicinarsi per la prima volta al franchise.
Per aiutarci nella nostra avventura, avremo modo di accedere al negozio in-game che ci permetterà di procurarci numerosi power up da selezionare all’inizio di ogni livello.
I power up saranno acquistabili tramite una valuta in game che potremo ottenere completando i livelli, in base al tempo impiegato e al numero di nemici uccisi.
Ciò che però non permette al giocatore di apprezzare al meglio il livello di difficoltà offerto dal titolo è la mancanza di alcune Qol.
Procedendo nei livelli, arriveremo a raggiungere dei checkpoint a cui si ritornerà in caso di game over, tuttavia, non sarà possibile tornarvi dal menu di pausa, costringendoci ad optare per il suicidio del protagonista o a ricominciare l’intero il livello.
Ad estendere ulteriormente l’offerta contenutistica del gioco ci sono anche le numerose sfide sbloccabili progressivamente con il completamento dei livelli, facenti parte di una modalità distinta.
Un’ottima aggiunta introdotta nuovamente in questo capitolo è la modalità in multiplayer fino a quattro giocatori. Questa però risulta essere una grande occasione sprecata, essendo accessibile solo in locale e non online.
Il comparto artistico di Operation Galuga non brilla particolarmente, presentando uno stile cartoon blando e poco ispirato che non si adatta nel migliore dei modi al setting.
La colonna sonora riprende a piene mani quella del gioco originale riadattandola ad uno stile più moderno, con risultati del tutto adeguati allo stile del nuovo capitolo.
Dal punto di vista tecnico, questo nuovo Contra risulta essere solidissimo e, per la sua interezza, non ha presentato errori o crash di alcun tipo. Il titolo è in grado di girare su qualsiasi tipo di macchina senza troppi problemi, anche grazie al suo stile grafico stilizzato ed essenziale.
Contra: Operation Galuga risulta essere un ottimo titolo della serie principale, riuscendone a cogliere ogni aspetto e riadattandolo al meglio per adeguarsi ad uno stile più moderno. Il titolo mantiene anche un alto livello di difficoltà proprio come nei capitoli originali, ma che potrebbe allontanare chi si approccia per la prima volta al franchise. Inoltre, alcune migliorie alla giocabilità sarebbero state decisamente doverose per offrire al giocatore un'esperienza più piacevole e curata.
Aurora Vanacore, 4B | 06 aprile 2024
Cenere non è un "fumetto”.
E’ un diario, una raccolta di poesie, uno specchio, uno scrigno di pensieri e sentimenti: se da un lato la scrittura fa da megafono, allora dall’altro il disegno non può che fungere da enorme cassa di amplificazione.
L’autore di quest'opera è Mario Natangelo, giornalista e vignettista satirico, vincitore per due volte del Premio Internazionale di Satira Politica Forte dei Marmi: forse qualcuno ha incontrato per la prima volta il suo nome su qualche testata giornalistica, che riportava lo scandalo della famosa vignetta sulla sostituzione etnica.
In questo caso però, non è una figura politica, un papa, o una celebrità a parlare. Qui parla la Morte, presenza invadente, ingombrante, che ha brama di appropriarsi di ciò che suo non è e che senza alcun dubbio si comporta con tutti in egual modo: ella lascia una cicatrice profonda, nel cuore, nell’anima, che non potrà mai rimarginarsi, né essere ignorata.
Cenere non è tanto una sublimazione del dolore, quanto piuttosto una comunicazione purissima ed autentica della sofferenza, senza maschere, senza eufemismi, senza giri di parole: la Morte in questo viaggio non solo è un’entità dotata di parola, ma anche di volto, di aspetto, di materialità.
“ Tutti muoiono. Il 19 marzo 2023, a 62 anni compiuti da poco, è toccato a mia madre”.
Così inizia un lungo percorso che non parla solo di lutto, ma anche di ricordi, di libertà, di purezza e di umanità: la cosa che fa più male non è tanto la fine della vita in sé, quanto il dolore che la perdita di qualcuno porta.
Chissà perché quando si vuole indicare la morte con un eufemismo si associa sempre questa allo smarrimento o all’allontanamento: se n’è andato, è scomparso, si è spento.
Forse in realtà si fa proprio riferimento a quel “nulla” che Epicuro associa alla morte, una voragine, un vuoto assoluto, un’assenza totale nelle quali ricordi, legami, persone si perdono per sempre.
Con Cenere però Rita Prisco, la mamma dell’autore, riesce in qualche modo a tornare, tramite quelle semplici ma essenziali pagine che ricostruiscono pezzo per pezzo la sua persona: il suo aspetto, il suo carattere, la sua figura di madre, di moglie, di donna, di ragazzina.
“Quando una cosa ti fa paura, allora è il momento giusto di farla”: Natangelo non solo l’ha fatta, ma ha anche deciso di condividerla, per dimostrare che dietro ad ogni persona c’è una storia, anzi migliaia di storie e che sono proprio queste a costituire i pezzettini che, messi insieme, reggono in piedi una identità.
La Morte sarà anche molto potente, testarda, ma non può distruggerli, almeno non del tutto: con l’arte e con l’amore è davvero possibile sconfiggerLa, guardando la propria cicatrice indelebile e avendo il coraggio di chiamarla “bella”.
“Siediti
e resta a guardare la primavera.
E’ tanto bella,
Tesoro mio, vedrai: qualcosa fiorirà”
“Michiamo Charlie Gordon e lavvoro nela paneteria di Donner indove che il signor Donner mi dà 11 dollari a la setimana e pane o torta se volio. Ho 32 anni e il mese prosimo sarà il mio compleanno.”
Con queste parole al contempo così semplici e indecifrabili Charlie Gordon comincia a narrare la sua storia: la storia di un 33enne, un abitante di New York, un panettiere, un uomo semplice con un unico sogno: diventare intelligente. Charlie è infatti affetto da un ritardo mentale dovuto ad una mutazione di un enzima, un errore minimale inscritto nei suoi geni che però gli impedisce di comprendere il mondo attorno a sé e di vivere la normalità. Da un’infanzia vissuta con il peso della consapevolezza delle sue difficoltà, all’ingenuità di un approccio bambinesco alla maggiore età, Charlie naviga la sua vita cercando disperatamente un modo per essere come gli altri. Quando gli viene offerta la possibilità di sottoporsi ad una pericolosa operazione per aumentare il suo QI non esita. Inizia così un lungo percorso di sperimentazione. Test di Rorschach, sedute con lo psicologo e complessi labirinti trasformano ad una velocità straordinaria Charlie “nell’uomo più intelligente al mondo”. Ed è con questo titolo che viene venduto al pubblico, come una cavia da laboratorio in una teca di vetro oscurato, osservato e ignaro dei suoi osservatori. Sotto i riflettori Charlie comincia a rivalutare la sua identità, il suo valore come individuo e i suoi rapporti interpersonali.
Un’apparente storia di fantascienza dalle dinamiche esagerate attraverso l’abile penna di Daniel Keyes si trasforma in un'accurata e profonda riflessione sul percorso di presa di coscienza intrapreso da ognuno di noi: l’adolescenza. In pochi mesi il protagonista affronta una vera e propria crescita accelerata, che porta con sé l’amore, l’imbarazzo, la paura, un turbinio di novità che spingono Charlie a staccarsi dall’idealizzazione della sua vita per andare verso una visione critica, realistica e consapevole della realtà e soprattutto della sua persona. Per la prima volta, Charlie si pone dei quesiti su cosa sia effettivamente a definirlo: ciò che la gente pensa di lui? La sua nuova intelligenza? Nei ricordi, il suo vecchio io è un’ombra sfumata e inconsistente, come un burattino nelle mani degli altri. “Si potrebbe dire che Charlie Gordon non esisteva, in realtà, prima di questo esperimento” dicono i dottori. Eppure, non può essere così: la sua appartenenza al genere umano, il suo vissuto e le sue emozioni non possono essere negate né cancellate. Su questi pensieri Charlie comincia una lotta per rivendicare sé stesso e soprattutto la sua umanità, la condizione accomunante ognuno di noi che viene esplorata nel suo valore e nel suo scopo in questo romanzo travolgente e universale.
“Non sono soltanto una cosa, ma anche un modo di essere, uno dei tanti modi, e conoscere le vie che ho seguito e quelle che non ho preso mi aiuterà a capire che cosa sto diventando.”
Maria Sofia Vitetta, 4D | 23 marzo 2024
La Malnata cammina per le strade strascicando i sandali consunti e mostrando la lingua in risposta alle donne che, al suo passaggio, pronunciano un “diocenescampi” e fanno un segno della croce sulle labbra o, irritate, un movimento nervoso della mano, come se volessero allontanare una vespa. Gli uomini sputano a terra e lei, senza mostrare vergogna, si inchina in segno di gratitudine e continua a camminare agilmente, tanto da sembrare un gatto per le gambe sottili, gli occhi lucidi e neri come i capelli, scuri e tagliati storti. Senza abbassare il viso non nasconde la macchia rossa che rappresenta il segno della sua vicinanza con il Diavolo.
Francesca vede la Malnata giocare a piedi nudi nel Lambro, sporca di fango fino alle cosce e ai polpacci, graffiata dai gatti nel tentativo di catturare le code delle lucertole. Una domenica i loro sguardi si incrociano dalla balaustra del ponte, la Malnata la fissa, poi le sorride. Insieme a lei altri due ragazzi, Filippo Colombo e Matteo Fossati, giocano sulle rive del fiume Lambro, senza lasciarsi influenzare dal giudizio della gente. Francesca, attratta dal comportamento della Malnata, vorrebbe avvicinarsi a quella ragazza, che scoprirà chiamarsi Maddalena, e ci riuscirà nonostante il parere contrastante dei genitori e le voci sprezzanti degli abitanti.
“Perché non può essere mia amica?” chiede un giorno Francesca a sua madre. Si vocifera che Maddalena porti sfortuna e questo, in città, nessuno sembra negarlo. Sin da bambina le viene attribuita la responsabilità delle sue disgrazie familiari come la morte del fratello Dario, caduto dalla finestra mentre giocava con la sorella, e di quella del padre, a seguito dell'infezione della ferita avuta sul lavoro in officina. Lei è peggio di Satana, lei è una strega alla quale non ci si deve avvicinare. Con il passare degli anni si è abituata a quel vociferare e, senza che possa realmente difendersi, si corazza con l'indifferenza e la sfacciataggine, sembrando arrogante e volgare. E, così, lei non può far altro che convincersi quasi di essere macchiata realmente da quelle colpe. «“Sono io che faccio succedere le cose brutte”»
Da quella ragazzina che non ha paura di niente e che, guardandola, incute timore, Francesca imparerà cosa significa ribellarsi alle decisioni imposte dai genitori ed alle critiche mosse da una società fondata sul pregiudizio e sul giudizio della sola apparenza. Suo padre, venditore di cappelli, diventerà una figura sempre più assente, silenziosa, concentrata sul lavoro in fabbrica ed occupata a mantenere buoni rapporti con la famiglia Colombo, una delle famiglie più in vista della zona. Sembrerà essere uno spettatore distratto e pacato, estraneo alle liti tra la moglie e la figlia, distaccato dal suo ruolo di genitore, che non crede sia necessario intervenire nemmeno se sollecitato dalla moglie. La madre si preoccuperà solamente di ciò che le persone potrebbero pensare di sua figlia, senza chiedersi mai di quali siano i veri pericoli per Francesca. In ogni momento lascerà trapelare il proprio carattere egocentrico e vanitoso, quello di una donna concentrata su se stessa, sulle stoffe da scegliere per indossare vestiti eleganti e per mettere in risalto il taglio dei capelli alla garçonne. Spesso intenta a sfogliare riviste di moda per essere sempre aggiornata sulle tendenze del momento, curerà “il suo aspetto come un compito autoimposto”.
Durante la Seconda Guerra mondiale Maddalena si ribella al regime fascista, rifiutandosi di fare il saluto romano a scuola e prendendosi gioco del Duce davanti a tutta la classe. «“Non ce la facevo più a fingere. È tutto talmente sbagliato. Non te ne accorgi?”». Domanda a Francesca. «“Ma tu davvero ci credi? [...]”» Le chiede, inoltre, dopo averla ascoltata mentre recitava sul palco il Decalogo della piccola italiana in occasione del Gran Premio all’Autodromo di Monza. «“Le parole sono pericolose se le dici senza pensarci”». Francesca, tuttavia, afferma che sono solo parole. Soltanto parole “Non lo sono mai”, suggerisce la Malnata.
Il signor Tresoldi, il fruttivendolo a cui Maddalena ed altri ragazzi hanno rubato le ciliegie durante la festa di San Gerardo, il 6 giugno 1935, rivolgendosi alla ragazza, riesce a definirla meglio di chiunque altro: «“Pensavo tu fossi davvero quella che fa rompere la testa, sai? Ci credevo a quello che dicevano in giro e, devo dire, l’ho pensato sempre anche io. [...] Ma la verità è che tu nella testa della gente ci entri per non uscirne più. È questo che fai.”»
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 20 Marzo 2024
Snufkin: Melody of Moominvalley è un tenero gioco d’avventura che riporta il giocatore nel mondo di Moomin, serie di romanzi e cartoni svedesi creati dalla mente di Tove Jansson.
Nel titolo impersoneremo Snufkin, altro amato personaggio della serie, tornato da poco nella valle di Moomin dal suo viaggio a sud, solo per trovare quest’ultima totalmente distrutta.
Resteremo a guardare la valle venire trasformata in un parco divertimenti o la salveremo?
Scopriamolo insieme!
Nel titolo impersoneremo Snufkin, il miglior amico di Moomintroll che, appena tornato nella valle dopo l’inverno, trova quest’ultima devastata per via dell’intervento del custode del parco. Il nostro compito sarà quello di aiutare gli abitanti della foresta, di risanarne le sezioni che hanno subito l’Intervento del custode e di trovare il caro Moomintroll.
I personaggi saranno quelli della serie originale di Moomin.
Se molti di questi saranno solo delle comparse che avranno un ruolo molto marginale all’interno della storia, altri ci accompagneranno lungo tutto il corso di tutta l’avventura.
Lungo l’intero corso del titolo avremo modo di assistere a numerose situazioni assurde e divertenti che esaltano la natura allegra del titolo e che non cesseranno mai di donare un sorriso al giocatore.
Queste metteranno in primo piano la caratterizzazione dei personaggi rendendoli molto interessanti e coloriti nelle sfaccettature.
La trama non risulterà mai essere troppo complessa, ma si rivelerà piacevole da seguire soprattutto per i fan del materiale originale. Inoltre, questa riuscirà a trattare argomenti alquanto complessi in chiave agevole e alla portata di tutti, risultando facilmente appetibile per i giocatori di tutte le età.
Il gameplay si dividerà meccanicamente in due sezioni principali, quelle di esplorazione e quelle stealth.
In quelle stealth, dovremo avventurarci tra i parchi togliendo i cartelli per ostacolare l’intervento del custode, questo cercando di nasconderci dietro alberi e cespugli per non farci vedere dalle guardie. In caso dovessimo venire scoperti, dovremo ricominciare l’attività a partire dall’ultimo checkpoint raggiunto.
Nelle sezioni di esplorazione, avremo modo di attraversare liberamente la mappa decidendo autonomamente quale sezione affrontare. Ognuna delle aree esplorabili possiede delle particolarità uniche, fra cui una propria fauna ed un ambiente da sfruttare per riuscire ad attraversarla.
Per poter avere accesso alcune delle aree disponibili, dovremo utilizzare gli strumenti musicali che ci permetteranno di interagire con alcuni elementi dell’ambientazione. Questi ultimi torneranno particolarmente utili anche durante le sezioni stealth, dato che potremo utilizzarli per distrarre i poliziotti e passare inosservati.
Procedendo con la trama, avremo bisogno di aumentare il livello dei nostri strumenti per poterli utilizzare con elementi che ne richiedono uno maggiore, a questo scopo dovremo esplorare la valle alla ricerca di missioni.
L’utilizzo degli strumenti musicali è una meccanica intrigante, dal momento che non sempre sarà immediato per noi capire come utilizzarli, richiedendo al giocatore di applicare una certa creatività nell’approccio agli ostacoli ambientali.
Disseminate nella mappa saranno presenti anche alcune missioni secondarie che ci porteranno ad aiutare i numerosi abitanti della valle. Completare queste missioni ci permetterà di ottenere oggetti che ci serviranno nel proseguimento della storia oppure si riveleranno essere semplici collezionabili.
Parte delle side-quests, pur essendo relativamente brevi, si riveleranno davvero squisite e meritano di essere affrontate.
D’altro canto, per quanto cerchi di introdurre enigmi sempre nuovi e ulteriori usi degli strumenti, il titolo risulterà essere fin troppo semplice ed intuitivo per tutta la sua durata, non arrivando mai a fornire una vera e propria sfida al giocatore e lasciando poco spazio anche al semplice ragionamento.
Nonostante ciò, il gioco riesce ugualmente ad essere intrattenente per le circa 3 ore che delimitano il suo intero sviluppo, anche grazie alla veloce successione di eventi che mantiene sempre coinvolto ed attento il giocatore.
Il comparto artistico è caratterizzato da uno stile grafico grazioso che ricorda quello dei libri per bambini, abbellito da delle deliziose tinte tenui che si adattano perfettamente alle ispirazioni dirette del titolo.
La colonna sonora è caratterizzata da note dolci e sognanti che rapiscono immediatamente il giocatore e, pur non essendo troppo elaborate, capaci di catturare al meglio l’atmosfera confortevole delle ambientazioni. Inoltre, l’attenzione prestata ai rumori dell’ambiente circostante è decisamente notevole, riuscendo a trasportare efficacemente il giocatore nel mondo di gioco.
Prendendo in considerazione il comparto tecnico, il titolo risulta impeccabile, dal momento che durante l’intera durata dell’avventura non si è verificato alcun tipo di problema, fatta eccezione per qualche rarissimo bug grafico presente in alcune delle cutscene.
Infine, Snufkin: Melody of Moominvalley riesce a girare in modo fluido su qualsiasi tipo di configurazione per merito della semplicità dello stile grafico.
Snufkin: Melody of Moominvalley è un avventura deliziosa che saprà deliziare i fan del materiale originale. La trama piacevole da seguire e le situazioni assurde e divertenti catturano il giocatore, seppur a tratti il titolo risulti fin troppo facile ed intuitivo. Una nota di merito va data anche allo splendido comparto artistico e all'ottima soundtrack che riescono perfettamente a trasmettere le sensazioni ricercate.
Ema Voicu, 5b | 16 Marzo 2024
“The First Discipline”, è uno dei brani che hanno portato più notorietà all’artista belga di origini egiziane Tamino-Amir Moharam Fouad, conosciuto semplicemente come Tamino. La canzone arriva nel 2022 a seguito di altri grandi successi come Indigo night, Habibi e w.o.t.h che avevano già suscitato grande interesse sulla scena musicale internazionale
Sulle note melodiche dell’incipit, l’io lirico apostrofa l’amico interrogandolo sul senso della propria arte, e su ciò che di essa ne rimane a seguito della degenerazione originatasi dall’artista, il quale, in cerca di adorazione e fama “If you did it all to make you feel desired | Did it all to make you feel admired?” ha abbandonato gradualmente ed inconsapevolmente lo scopo autentico della propria poesia, la voce narrante chiede infatti: “Do you even know you’re falling?”.
Tamino ripropone inoltre una riflessione che oggi si afferma più che mai, egli infatti con i suoi versi “that’s quite the group that you have gathered now | Most of them they just want you somehow” ricorda come la cultura di oggi favorisca la formazione di relazioni basate su meri interessi, una cultura in cui l’altro non è visto nella sua unicità ma come strumento utile al raggiungimento della propria soddisfazione; la natura di questi rapporti diventa ancora più chiara quando protagoniste sono le celebrità, o chi come loro possiede un vantaggio che può essere economico ma anche politico o sociale.
A questa dinamica, per quanto riguarda la figura dell’artista, si aggiunge anche la progressiva mercificazione dell’arte diffusasi nell’ultimo secolo e mezzo mista ad un divismo che ha reso sia arte che artista un prodotto di intrattenimento per le masse. Questa condizione non ha fatto che peggiorare con la nascita dei social che hanno amplificato l’esposizione mediatica dei personaggi famosi e facilitato spesso e volentieri lo sviluppo di un’ossessione e di un amore morboso da parte del pubblico nei confronti dei loro idoli come notiamo nei seguenti versi: “They would pay any price to kiss your skin | Don’t tell me that is loving”
Non è però raro che in alcuni casi siano gli artisti stessi ad accogliere volontariamente questa idolatrizazzione della propria persona puntando agli apici del successo, un’ambizione che una volta raggiunta però può destabilizzare profondamente il soggetto allontanandolo anche dagli affetti più profondi che lo hanno sostenuto persino nei momenti più bui, per fare spazio al nuovo stile di vita dominato da sfarzo e lussuria. Proprio questo è il messaggio che Tamino vuole convogliare attraverso il suo testo ”It’s all I need to remember you | As the light you were | Even though for sure | You won’t remember me | No, you won’t remember me”
Il brano si conclude con la seguente strofa “I’m afraid that no amount of fame | Will ever wash away the shame | Of knowing not how to love your only friend |Who will love you till the end”, questi finali versi d’impatto riassumono il contenuto dell’intera canzone ponendo enfasi su 3 concetti cardine, cioè la fama a cui è strettamente collegata la vergogna dell’artista per essersi lasciato sopraffare e per non aver saputo apprezzare un amico che gli è stato vicino sin dall’inizio e che nonostante tutto ciò continuerà ad amarlo, il suo però è un amore vero, puro, non contaminato nè della morbosità dei fan né da una ricerca di tornaconto personale.
Alla luce di quanto detto dunque il titolo “The First Discipline” è interpretabile come il primo insegnamento che un artista intento ad intraprendere questo percorso deve apprendere; in quest’ottica l’intero brano diventa una parabola moderna che riesce, nonostante la lunghezza della canzone, a farci sentire coinvolti nel racconto che ci viene presentato. Il ritmo lento e i suoni che riprendono le origini egiziane dell'artista ci danno l'illusione di un mondo quasi arcaico, lontano e mistico mentre il messaggio del testo è estremamente moderno e profondamente legato alla cultura occidentale.
Maria Agnese Neri, 4b | 14 Marzo 2024
"Invivavoce - Racconti sommersi di violenza di genere" si erge al di là di una semplice performance teatrale: è un manifesto potente, un grido corale che implora di essere udito. Attraverso un susseguirsi di danze e melodie, intervallate da testimonianze commoventi di donne vittime di abusi di ogni tipo, il pubblico viene immerso nel cuore di una realtà ancora troppo trascurata. Un vasto coro di voci si manifestava attraverso la partecipazione di quasi cento artisti e testimoni sul palco, ognuno con le proprie performance uniche, che alla fine si fondono in un'unica potente voce collettiva, evocando una sensazione di unità e forza. "Invivavoce" offre la possibilità di esplorare la questione della violenza di genere da molteplici prospettive, riconoscendo la complessità del fenomeno. La sua multidimensionalità rispecchia l'interconnessione di vari fattori culturali, sociali ed emotivi che contribuiscono al perpetuarsi di questa forma di violenza. Da questa consapevolezza emerge la necessità di affrontare il problema con approcci diversificati e inclusivi, al fine di comprendere appieno le sue ramificazioni e promuovere un cambiamento significativo nella nostra società. Questa rappresentazione può avvenire attraverso diverse forme di arte, che permettono di esplorare le esperienze delle vittime empatizzando con loro attraverso musica, movimento e parole.
Mentre lo spettacolo svela la crudele verità della violenza di genere, siamo costretti dall’altra parte a fronteggiare l'apatia che la circonda. Tuttavia, insieme alla denuncia, emerge una luce di speranza: l'impegno della Gazzetta di Modena e di tutti coloro che hanno preso parte a questo evento testimonia che il cambiamento è possibile. Ogni contributo rappresenta un passo avanti nella battaglia contro la violenza sulle donne, e ogni firma sul manifesto "Mai più una Giulia" è un impegno per un futuro migliore. Il manifesto in questione ci ricorda che nel nostro piccolo possiamo fare la differenza, elencando 5 gesti che ognuno di noi può mettere in atto contro la violenza di genere: porre fine alle battute sessiste sul lavoro, cessare la tolleranza verso comportamenti violenti, credere alle testimonianze delle vittime anche quando non corrispondono allo stereotipo della "vittima perfetta", evitare di deumanizzare i colpevoli di violenza e soprattutto, non tacere di fronte alla violenza: è fondamentale segnalare ogni episodio al 1522 o, in caso di emergenza, al 112. "Invivavoce" ci ricorda che dobbiamo essere la voce di coloro che non possono parlare, e che solo unendo le forze possiamo sperare di fare la differenza.
Lucia Falzoni, 3E | 9 Marzo 2024
Il 20 Ottobre 2023 in Spagna è uscito il film “La società della neve” un adattamento del libro di Pablo Vierci che a sua volta racconta le esperienze realmente accadute dei sopravvissuti al disastro aereo del 1972.
La pellicola è stata diretta dal regista spagnolo Juan Antonio Bayona che già precedentemente si era cimentato nelle riprese nel 2012 del film “The impossible” anche questo basato sulla storia vera di una famiglia che in Thailandia lotta per la sopravvivenza a causa di uno tsunami che travolge la città.
La storia narra del volo dell'aeronautica militare 572 che avrebbe dovuto trasportare una squadra di rugby con i rispettivi famigliari e amici dall’Uruguay al Cile per una partita. A causa però di calcoli errati da parte dei piloti invece che atterrare in Cile l’aereo si staglia davanti alle imponenti montagne delle Ande sulle quali si schianta. A questo punto dei 45 passeggeri i 33 sopravvissuti dovranno lottare contro le temperature glaciali, la carenza di cibo e di vestiti con cui coprirsi per più di 72 giorni e di questi soltanto 16 faranno ritorno a casa. Queste situazioni porteranno i ragazzi a fare scelte difficili, tra cui decidere se sacrificare la loro umanità per sopravvivere oppure morire.
L’intero film è guidato dalla voce narrante di uno dei protagonisti che racconta ciò che lui e i suoi compagni hanno dovuto sopportare per tre mesi rendendo le sequenze toccanti poiché lo spettatore riesce ad immedesimarsi in quelle che sono state le vicende, riuscendo quasi a vivere sulla propria pelle il progressivo abbandono alla vita, in un climax che provoca tensione ed angoscia.
Le riprese si sono svolte tra le Ande cilene e argentine, nel luogo reale dell’accaduto, in Sierra Nevada e a Montevideo in Uruguay. La scelta del regista di svolgere una parte delle riprese anche nel luogo dove avvenne la tragedia risulta efficace per comunicare agli osservatori, le condizioni terribili nelle quali sono stati costretti a vivere i passeggeri del volo.
Un ruolo fondamentale hanno rivestito anche le scelte di cambi di luce con lo scopo di rendere al meglio anche quelle che sono le emozioni dei protagonisti che oscillano tra la paura e lo sconforto nelle ore notturne e la speranza che invece porta il giorno. A questo si aggiunge la scenografia ben curata nei minimi dettagli grazie anche all’utilizzo di tre repliche che erano state realizzate della fusoliera. L’importanza dei dettagli si può notare anche nel trucco e nelle acconciature a opera di Ana López-Puigcerver, Belén López-Puigcerver e Montse Ribé talmente accurate essere il film candidato agli oscar per questa sezione; in modo eccelso infatti sono riusciti a rendere le ferite profonde causate dall’impatto, i volti rovinati dalla neve e dalle temperature gelide, i corpi martoriati dalla fatica, portando un senso di incredulità negli occhi di chi osserva che nota come quei mesi hanno distrutto anche fisicamente in modo irreversibile quelle persone.
Ciò che soprattutto si può sottolineare è la professionalità degli attori che con grande precisione hanno donato ai personaggi espressività che in un film come questo così ricco di emozioni, stati d’animo e scene commoventi risulta fondamentale in quanto è ancora più efficace l’immedesimazione da parte dello spettatore. La dimostrazione è il fatto che l’attore Matías Recalt abbia vinto un Goya alla 38esima edizione del festival come miglior attore esordiente, in quanto è stato capace di racchiudere nelle sue espressioni le caratteristiche di un personaggio così complesso come è quello di Roberto Canessa che nella storia svolge un ruolo fondamentale.
Dal 3 gennaio 2024 il film è disponibile su Netflix che lo ha avuto per molto tempo tra i 10 film più apprezzati dalla community. Inoltre per la sua grande complessità legata alle scene commoventi, alla bravura di attori giovani ma che hanno colto in pieno l’importanza di ciò che stavano rappresentando, ma più di tutto legata agli importanti temi che il regista ha voluto riportare tra cui anche il cannibalismo, il film si è meritato la candidatura agli Oscar come miglior film straniero.
Detto ciò di fronte a questo film il pensiero che scaturisce è che al loro posto ci saremmo potuti essere noi o i nostri amici e parenti e questo ancora di più ci fa apprezzare quello che abbiamo, poiché quei ragazzi non hanno perso solo amici e famigliari, ma hanno perso anche se stessi, sono morti tra quelle montagne con i loro compagni. Personalmente la visione del film mi ha molto emozionata toccando tasti nascosti e offrendo diversi spunti di riflessioni.
Perciò mi sento di consigliarvi calorosamente questo film con il solo consiglio di lasciarvi guidare in questa storia straordinaria.
Prendetevi cura gli uni degli altri e raccontate a tutti cosa abbiamo fatto tra le montagne.
Sofia Palmisano, 5B | 5 marzo 2024
La Milano Fashion Week, tenutasi da martedì 20 febbraio a lunedì 26, ha mostrato una tendenza dell’haute couture a recuperare il passato e le altre arti creative, in favore della bellezza senza tempo delle case di moda e della serenità ribelle tipica della poesia femminile, che viene ulteriormente rivalutata, inserendo la donna in vesti di musa, di artista e di eclettica.
Philosophy di Lorenzo Serafini ha ideato una collezione, autunno inverno 24/25, profondamente legata al cinema di Alfred Hitchcock, omaggiando in particolar modo le sue icone femminili.
Il direttore creativo ha voluto raffigurare una donna intelligente e caparbia, indipendente e forte, abbracciata dalla luce del raso, ispirato al completo di Tippi Hedren, alla presentazione de Gli Uccelli a Cannes e dipinta nel cappotto a uovo di Kim Novak, bicromatico come i ‘fit di Grace Kelly.
In poche parole, l’ispirazione per Serafini è un’eleganza intellettuale, raffinata e abbottonata in una giacca strutturata e pulita.
Tippi Hedren alla presentazione de Gli uccelli a Cannes
Philosophy by Lorenzo Serafini, A/W 2024/2025
Grace Kelly e il suo abito lucido bicolore
Philosophy by Lorenzo Serafini, A/W 2024/2025
Facendo sfilare sulla sua passerella autunno inverno 24/25 modelle dal calibro di Yasmin Wijnaldum e Imaan Hammam, Max Mara (Ian Griffiths) ha ribadito la tendenza della cosiddetta office siren, ovvero la donna ammaliante e misteriosa che veste il tipico stile minimalista newyorkese, dai tessuti pesanti e strutturati.
Ogni elemento presente in sfilata, però, era puramente ispirato alla scrittrice, sceneggiatrice e giornalista francese, Colette, icona artistica e androgina della Belle Epoque, nascosta dietro allo pseudonimo maschile di Chéri.
Infatti, è evidente la scelta di rendere più chic i capi tipicamente maschili, come giacche da ufficiale o stringate, guidati dai colori più raffinati ed eleganti di una vasta palette, come il blu navy o il grigio fumo di Londra.
Outfit blu navy, Max Mara, A/W 2024/2025
Colette, detta Chéri
Y. Wijlnaldum, Max Mara, A/W, 2024/2025
Dettaglio di Max Mara, A/W 2024/2025
I capisaldi del passato del cinema e delle altre arti, come la letteratura o il teatro, sono quindi divenuti il focus di questa MFW, tanto che anche altri direttori creativi, come per MSGM, Marni e Prada, per le loro passerelle, hanno creato outfit in cui le varie discipline creative si uniscono sinergicamente per oltrepassare i loro stessi confini.
Marni, ispirato a Van Gogh e Virginia Woolf
MSGM, ispirato a Truman Capote e agli Upper Newyorkers
Dior di Maria Grazia Chiuri, ispirato alla MIss Dior Gabriella Crespi
Dior, ispirato a G. Crespi
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 2 marzo 2024
Sin dalla fine della seconda guerra mondiale e del genocidio nazista, sono sempre stati presenti in grande quantità diverse rappresentazioni artistiche che mirano ad esprimere la crudeltà degli eventi appena trascorsi. Tuttavia, vi è sempre una domanda su cui si fonda la realizzazione di queste opere, ovvero “Come si descrive un’atrocità?” Nel tentativo di rispondere a questa domanda, nel cinema sono stati adottati diversi generi, come il “semplice” documentario, il film drammatico o il film d'azione. Ciononostante, nel caso degli ultimi 2 generi, si tende a riflettere sulle modalità di narrazione, chiedendoci se sia giusto per un regista cercare di creare intrattenimento da una così devastante tragedia.
Molte figure importanti si sono espresse in merito, e un caso da menzionare è la critica di Michael Haneke, regista di Funny Games e Amour, rivolta a Schindler’s list, il capolavoro di Steven Spielberg. Ciò che maggiormente contesta è la decisione di Spielberg di creare un momento di tensione per lo spettatore, e di conseguente intrattenimento, a partire da una delle più spietate torture mostrate nella scena della doccia. In questa, le protagoniste e lo spettatore con loro vivono con tensione la decisione dei soldati nazisti di far uscire gas o acqua dal soffione delle docce.
Partendo da questi presupposti, Jonathan Glazer, regista di Under the Skin, si cimenta in questa non semplice impresa, decidendo di mostrare allo spettatore la tragedia dello sterminio degli ebrei da un punto di vista difficile da trattare: quello della famiglia del comandante di Auschwitz Rudolf Hoss.
Il film non segue una vera e propria trama, e decide di raccontare Auschwitz tramite piccoli spezzoni della vita della famiglia del comandante. Lungo tutta la durata della pellicola vivremo nella vita di questi personaggi, ascoltando le loro conversazioni quotidiane o vedendo come vivono tranquillamente la propria vita, senza però mai portarci ad apprezzare ciò che vediamo. Infatti, vengono diverse volte mostrate scene in cui la moglie del comandante insulta la domestica ebrea o espone delle agghiaccianti opinioni sulle loro origini.
Il film però non perde l’occasione di portarci alla realtà della tragedia che sta avvenendo alle spalle dei protagonisti, anche solo tramite l’uso del suono. In ogni scena in cui il protagonista è il silenzio, ad esempio durante la notte, non possiamo fare a meno di sentire le urla agghiaccianti provenienti dal campo di concentramento che risuonano tra le stanze della casa tanto quanto risuonano dentro di noi. Anche durante i semplici dialoghi in giardino, gli spari e le grida provenienti dalla porta accanto sono sempre in primo piano, mentre i protagonisti si limitano ad ignorarle e occasionalmente parlano di quanto sia eroico quello che succede alle loro spalle. Sono inoltre presenti numerose scene dove la musica prende completamente possesso della scena, in cui non viene mostrato nient’altro che il vuoto, scandito da una colonna sonora caratterizzata da suoni forti, disconnessi e terrificanti.
La pellicola tiene costantemente sulle spine lo spettatore, sempre in attesa di vedere qualcosa di terrificante, ma che finisce per non essere mai mostrato. Nonostante l'idea molto interessante e innovativa di fondo, la narrazione del film non riesce a raccontare al meglio ciò che vuole esprimere, finendo per apparire stantia.
Inoltre, lungo tutto il corso del lungometraggio verremo spesso messi di fronte a diversi interrogativi su determinate azioni compiute dai personaggi, interrogativi che non vengono mai risolti risultando fini a sé stessi, non in grado di comunicare al meglio lo spettatore il messaggio desiderato.
La regia risulta essere molto peculiare, caratterizzata da costanti inquadrature fisse che ritraggono alla perfezione gli eventi a schermo.
In conclusione, la particolare decisione del regista di adottare questa modalità di narrazione è molto apprezzabile, ma questa non riesce a pieno nel suo compito di trasmettere emozioni allo spettatore o semplicemente nel mantenerlo interessato, eccetto nelle forti scene caratterizzate dalla colonna sonora tanto raccapricciante quanto magistralmente eseguita.
Maria Sofia Vitetta, 4D | 29 febbraio 2024
“Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta.”
Giovanni Pascoli
Affrontare i ricordi, rielaborarli, riviverli. Lo scrivere versi può significare anche questo. Cercare le parole giuste, trovare i termini più adatti per fare in modo che rimangano sul foglio le stesse forti emozioni, positive o negative, provate vivendo una certa esperienza. Alle volte può essere protagonista di una riflessione anche solo un breve istante così come il gesto di una persona che per noi ha importanza o che è rimasta impressa per sempre nella nostra memoria. La poesia, però, è anche l’essersi lasciati trasportare dall’immaginazione a partire dai propri sogni, dalle vicende e dalle relazioni umane che più si hanno a cuore. Tutto si somma, si sovrappone e, poi, riaffiora nella mente.
Il fluire dei versi è una carezza sul foglio per la scorrevolezza con cui le parole si incastrano una dopo l’altra senza incertezza. Il graffio della prosa è frutto di una logica e di una grammatica più stringenti che impongono regole che la poetica non conosce o che, consapevole, spesso si diverte ad infrangere. È una grande forma di libertà, quella di non avere limiti o confini dai quali non poter debordare. “Non una cosa avverrà qui se non voglio / un batter d’occhio durerà quanto dico io, si lascerà dividere in piccole eternità” così scrive Wislawa Szymborska nella poesia “La gioia di scrivere”.
La libertà di scrivere versi, di creare nuovi luoghi in cui rifugiarsi quando si vorrebbe essere invisibili, è un modo unico per esprimersi, per scoprirsi e per dire: anche io ci sono. La passione di lasciare che l’anima guidi la propria mano senza doversi fermare, di trasformare i sentimenti in parole, valicando ogni confine tra realtà e fantasia. La tranquillità di essersi liberati dell’ombra che risucchia la luce dei nostri sentimenti più intimi e di averla intrappolata nel foglio, dove resterà per sempre, indelebile ad ogni intemperie, che provi a cancellarla. Tutto questo rappresenta la creatività della poesia stessa perché essa, insieme alla lettura è ciò che “aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1º febbraio 1829)”.
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 20 febbraio 2024
Nel mercato Indie, spesso diversi titoli finiscono per passare in sordina a causa della scarsa pubblicità, all’uscita nello stesso periodo di altri titoli più famosi, ed altro. Tuttavia, scoprire un titolo per caso può risultare anche più appagante che seguire il flusso dell’ultimo fenomeno sulla bocca di tutti, permettendoci di provare e condividere l’esperienza di giochi completamente nuovi.
Momodora è uno di questi casi, un Metroidvania in 2D, sottogenere di videogiochi d'azione che prende il nome da due capostipiti dell'industria videoludica, Metroid e Castelvania, che si fa forza del suo stile ma anche della sua semplicità. Vestiremo i panni di Momo Reinol, una ragazza che verrà alla prese con un grande male che si aggira per le sue terre natie…
Bisogna innanzitutto precisare che Momodora: Moonlit Farewell è l’ultimo capitolo della saga di Momodora, composta da altri 5 titoli. Pertanto, è consigliabile giocare le iterazioni precedenti per avere un’esperienza completa del titolo in questione, anche se ciò non sarà indispensabile per comprenderne la trama.
Impersoneremo Momo Reinol, una sacerdotessa incaricata di contrastare l’invasione dei demoni nella nostra regione. La trama è molto semplice, ma grazie alle sue evoluzioni e ai personaggi interessanti risulterà essere molto piacevole da seguire.
Molto apprezzabile è anche la possibilità di creare un legame svolgendo varie attività con Cereza, uno dei personaggi introdotti nelle prime fasi di gioco. Inoltre, la possibilità di parlare con gli abitanti dei villaggi che visiteremo per ottenere missioni e ricompense aumenterà il nostro desiderio di esplorazione degli ambienti.
Momodora è un semplice metroidvania che prende tutte le caratteristiche del genere senza azzardare sperimentazioni.
Per muoverci attraverso la mappa, potremo utilizzare solamente le nostre gambe, sbloccando gradualmente sempre più abilità di movimento che renderanno il viaggio più veloce e permetteranno di raggiungere luoghi precedentemente inaccessibili. Sfortunatamente, i movimenti saranno molto lenti per tutta la durata del titolo, rendendo il backtracking e in generale il muoversi attraverso la mappa alquanto poco divertente.
La mappa è divisa in zone, ciascuna con i propri nemici unici e progressivamente più forti man a mano che proseguiremo nell’avventura. Tuttavia, non sarà immediatamente possibile visitare ogni parte della mappa, essendo che per proseguire avremo bisogno di determinate abilità che ci permetteranno di eseguire nuove azioni, ognuna di queste ottenibile dopo aver ucciso il boss dell’area.
inoltre, ogni zona sarà piena di luoghi segreti in cui poter trovare sigilli ed oggetti utili a migliorare le nostre stats.
Come precedentemente accennato, ogni zona avrà un proprio boss che ci sbarrerà l’accesso al proseguimento della trama.
I Boss saranno molto diversificati tra loro, ed ognuno di questi avrà un proprio pattern di attacchi sempre diverso da quelli precedenti, tuttavia, è necessario dire che la maggior parte di essi non offrirà mai una vera e propria sfida al giocatore, risultando particolarmente semplici da battere.
Il Combat System è reattivo e facile da apprendere, essendo molto semplice nella sue componenti ma riuscendo comunque a donarci delle battaglia decisamente interessanti dal punto di vista coreografico. Per battere il gioco, non avremo mai modo di eseguire attacchi diversi da quello base, potendo invece migliorare la forza e la destrezza di quest’ultimo tramite l’uso dei sigilli.
I Sigilli sono oggetti che avremo modo di trovare nel corso della nostra avventura e che ci aiuteranno nel proseguimento della trama. Questi ci permetteranno inoltre di ottenere bonus che torneranno decisamente utili durante le battaglie e le fasi di esplorazione. Oltre ai sigilli, vi saranno anche diversi companion che ci forniranno ulteriore supporto attaccando o fornendoci vari bonus, eccetto durante le Boss Fights.
Momodora può vantare un delizioso stile in pixel art caratterizzato da colori tenui che risaltano la bellezza delle ambientazioni e dei personaggi, semplici quanto piacevoli da ammirare, rendendo lo stile molto caratteristico e distintivo. Un altro grande punto a favore del titolo è la soundtrack, sempre incalzante ma allo stesso tempo delicata, risultando in un costante piacere per le orecchie del giocatore.
Grazie alla semplicità dello stile grafico, Momodora: Moonlit Farewell riesce a girare in modo fluido su qualsiasi tipo di configurazione.
Inoltre, il gioco non ha presentato crash o errori di sorta durante la nostra prova.
Pur nella sua semplicità, Momodora riesce a colpire il cuore del giocatore, trasportandolo in un mondo delizioso caratterizzato da una storia interessante. Nonostante il titolo possa vantare di un buon sistema di combattimento, le Boss Fights non saranno delle più ispirate, risultando spesso troppo semplici rispetto al resto del gioco. Inoltre, la lentezza iniziale dei movimenti può scoraggiare il giocatore dal fare backtracking ed esplorare ulteriormente la mappa alla ricerca di segreti.
Maria Sofia Vitetta, 4D | 1 febbraio 2024
Nel suo carcere non manca un caminetto. La camera da letto, ingombra e calda, è quasi soffocante. Alcune finestre mostrano un giardino deserto e abbandonato delimitato da tristi siepi di bosso, mentre la sala da pranzo si affaccia su una strada che divide la casa da orti, colline e dal mare marchigiano. I treni, sferragliando, fanno vibrare il pavimento sul quale verrà gettata come un oggetto immondo dal suo oppressore nei momenti d’ira e gelosia. Ogni mattina la chiave gira nella toppa in un unico verso, quello che permette di chiudere la porta della casa che è diventata una cella. Il suo carceriere la tiene segregata fino al proprio ritorno, alle sei. Lei, detenuta che non si sottrae ai divieti ed alle imposizioni, subisce ogni sopruso per non mandare in frantumi la sola e fragile tranquillità che dà sollievo alla sua solitudine, al turbamento e al dolore, la serenità del figlio che, addormentato, riposa o gioca indisturbato in angolo della casa in cui la violenza sembra non essere mai esistita. Lina, diventata uno dei tanti oggetti di proprietà del marito, ha un’unica speranza, il figlio, suo unico motivo di vita.
Ci troviamo nel 2024 ma, per alcuni aspetti, è come se fossimo fermi al 1901, quando Sibilla Aleramo inizió a scrivere il suo romanzo “Una donna” nel quale l’autrice descrive con grande realismo la gabbia della sottomissione di cui lei stessa è stata vittima.
Negli ultimi anni, a seguito di molti e sconcertanti fatti di cronaca, la violenza contro le donne è diventata un tema di grande attualità. Se ne sono occupati giornalisti, scrittori, presentatori televisivi ed influencer in articoli di giornale, romanzi, programmi di informazione, post e commenti sui social media. Al termine del 2023, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, come molti altri dizionari, ha selezionato una “parola dell’anno”, pensando, appunto, a quello appena trascorso. Dal profondo pozzo, nel quale cercare le parole della lingua italiana, non sono emerse che sole 12 lettere, quelle che compongono la parola femminicidio, l’apice della violenza contro una donna. Questa scelta, che vuole essere motivo di riflessione e di sensibilizzazione sul tema, pone l’attenzione non solo su tutte le parole che essa comprende, come sottomissione e sopruso, ma riporta alla memoria anche l'importanza dell’emancipazione della donna, della sua libertà di scelta ed autonomia individuale.
“Ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare se stessa”, sostiene Lina pensando, forse, di essere ancora in tempo per staccarsi di dosso i fili che la costringono a recitare su quel quotidiano palcoscenico familiare e per sottrarsi alle volontà altrui con coraggio e forza di volontà.
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 20 gennaio 2024
Rollerdrome è un titolo frenetico che si impone l’arduo obiettivo di fondere assieme due generi estremamente differenti, lo sparatutto in terza persona e il gioco sportivo.
Nato dalla mente creativa di Roll7, già noti per OlliOlli, il titolo ci catapulterà in un futuro in cui il Rollerdrome, un brutale sport su pattini, è seguito da milioni di spettatori. Sarà riuscito Rollerdrome a convincerci? Scopriamolo insieme!
La trama di Rollerdrome sarà raccontata attraverso dei brevi intermezzi in prima persona all’inizio di ogni capitolo.
Nel corso degli eventi interpreteremo Kara Hassan, una ragazza divenuta atleta per conto della corporazione che gestisce il Rollerdrome, in competizione con i diversi atleti che partecipano alle gare in qualità di rivali.
La narrazione non è che un elemento di sfondo per il titolo, non venendo mai considerata molto nelle fasi di gameplay e risultando quindi abbastanza fine a sé stessa.
Fatte queste considerazioni, le sezioni in prima persona sono comunque molto dettagliate e piacevoli da giocare, e ci daranno modo di esplorare alcuni elementi della vita passata della nostra protagonista e dell’ambientazione distopica del titolo.
Gameplay
Nonostante la trama interessante, il focus del titolo rimane il gameplay, che viene reso ottimamente in tutte le sue sfumature. L’accoppiata di generi che caratterizza il titolo è espressa alla perfezione, riuscendo a valorizzare l’accoppiamento di generi per creare un gameplay frenetico e spettacolare.
I movimenti risulteranno semplici e molto veloci e, uniti ai vari trick che sarà possibile eseguire, ci permetteranno di costruire coreografie mozzafiato.
Al fine di raggiungere un punteggio migliore, sarà necessario muoverci il più velocemente possibile e sfruttare le diverse mosse per schivare i colpi dei nemici e per mantenere attiva la nostra combo.
Oltre alla velocità delle nostre gambe, anche la schivata potrà aiutarci ad evitare i colpi letali, e quest’ultima si farà sempre più necessaria mano a mano che proseguiremo nei livelli e il numero di avversari andrà ad incrementarsi.
A sottolineare ancor di più l’importanza di questa funzione nel loop di gameplay, eseguire una schivata perfetta all’ultimo minuto ci permetterà di ricaricare le munizioni dell’ultima arma utilizzata.
Volendo analizzare l’altra faccia di questo titolo, lo shooting si rivelerà sin da subito reattivo ed immediato e, grazie all’utilizzo alternato delle quattro armi che sbloccheremo nel corso del gioco, sarà sempre più soddisfacente uccidere un gran numero di nemici e ad eseguire lunghe e spettacolari combo.
Le armi, pur essendo poche, riusciranno a brillare di una notevole versatilità che le rende situazionali ed estremamente differenti fra loro.
Una delle principali meccaniche di cui il titolo si serve è il rallenty, che ci permetterà di alterare lo scorrere del tempo per qualche secondo al fine di ottenere una mira più precisa o di schivare un proiettile particolarmente pericoloso.
Mano a mano che proseguiremo nella storia, incontreremo nuove tipologie di nemici che non si faranno scrupoli nell’ucciderci con una certa rapidità. Ogni avversario risulterà molto diverso dagli altri, ed il progressivo aumento del numero di questi non farà che aumentare vertiginosamente il livello di sfida.
Lungo il corso della storia ci ritroveremo ad affrontare undici stage divisi per capitoli ed ambientazioni.
I setting di cui il gioco si serve a rotazione saranno tre: una palestra, un centro commerciale ed una stazione immersa nei ghiacci, ognuna con le proprie sfide progressivamente più difficili da portare a termine.
In modo non dissimile dai più famosi giochi sportivi su ruote, per sbloccare i capitoli successivi sarà necessario completare un determinato numero di sfide dalla totalità degli stage precedenti.
Molte di queste, anche nei primi stage, potranno risultare alquanto difficili e fastidiose, ma per proseguire nella trama sarà tranquillamente possibile decidere di affrontarne di altre.
Nel susseguirsi degli stage avremo modo di affrontare 2 Boss Fights contro il medesimo nemico, lo Spider Tank MK I, dovendo salirvi sopra per mirare ai punti deboli mentre saremo impegnati a schivare gli attacchi dei soliti avversari e i missili che il mecha scaglierà contro di noi.
A differenza dei normali livelli, queste boss fights si riveleranno sorprendentemente facili e poco ispirate, lasciando una sensazione di incompiutezza e disappunto.
Per i giocatori meno completisti la modalità storia del titolo potrà essere completata in circa 5 ore, dando accesso ad un ulteriore modalità di gioco specifica per l’endgame, sete di sangue.
In questo caso interpreteremo Kara Hassan dopo la conquista del titolo di campionessa del Rollerdrome, dovendo affrontare una versione molto più complessa dei livelli originali, con meno sfide ma con un livello di difficoltà molto più elevato.
Il comparto artistico di Rollerdrome è contraddistinto da uno stile in cell shading molto originale e ricercato.
L’efficacia di questa scelta artistica unita alla semplicità degli ambienti e dei design riesce ad evitare la creazione di eccessiva confusione a schermo, riuscendo allo stesso tempo a risultare in un titolo meraviglioso agli occhi del giocatore.
Un ulteriore aspetto in cui Rollerdrome riesce a brillare è il suo splendido accompagnamento musicale, caratterizzato da un incalzante musica elettronica che ci darà la giusta carica anche durante gli sconti più difficili.
Quanto al comparto tecnico, durante tutto il corso del titolo non si sono verificati grossi problemi, rimanendo sempre stabile e granitico nel framerate.
Inoltre, grazie all’essenzialità dello stile grafico, il titolo riesce a girare senza fatica su qualsiasi configurazione e a mantenere una buona estetica anche con le impostazioni grafiche impostate al minimo.
IN CONCLUSIONE...Rollerdrome è un titolo decisamente interessante, che con la sua accoppiata vincente di generi riesce a donare al giocatore un esperienza unica nel suo genere. I combattimenti e i movimenti sono resi in modo spettacolare, non mancando tuttavia di alcuni sostanziali difetti. Inoltre la trama, per quanto sia stata resa in modo creativo ed intrigante, risulta essere fine a sé stessa e poco sviluppata. Ci sentiamo comunque di consigliare il titolo a tutti coloro che fossero attratti dal particolare accostamento di generi.
Ogni Social Media è destinato a brillare?
Maria Rosaria Cozzolino, 4B | 16 gennaio 2024
Sin dalla loro creazione nel 1998, i social network hanno iniziato ad entrare sempre di più nelle nostre vite, aiutandoci a parlare con i nostri amici lontani o a condividere ciò che più ci piace. Tuttavia, non tutti questi hanno avuto la fortuna di rimanere popolari mantenendo un alto numero di utenti, finendo inevitabilmente per venire abbandonati o peggio, chiusi.
Uno di questi è un famoso social network che, nonostante non sia mai stato utilizzato dalla maggior parte di voi lettori, all’epoca della sua entrata nel mercato ottenne una grande fama per essere stato uno dei primi Social Network ad acquisire popolarità su scala globale, Myspace. Grazie alla possibilità di creare blog e profili personali, attirò un elevato numero di persone, tanto da diventare il sito con maggiore traffico di utenti nel 2006, con circa 70 milioni di persone all’attivo.
Ciononostante, la cattiva gestione e soprattutto la grande popolarità acquisita dalla concorrenza nello stesso periodo, fecero progressivamente perdere sempre più utenti a MySpace, fino a quando il CEO del sito, Mike Jones, non annunciò definitivamente che MySpace non avrebbe più cercato di fronteggiare Facebook. Al giorno d’oggi il sito esiste ancora, ma non funge più da Social Media, bensì da sito di divulgazione di notizie sull’intrattenimento.
Come esistono Social Network che hanno iniziato il loro corso nel migliore dei modi per poi finire per essere chiusi, se ne possono trovare altri che invece si sono rivelati essere fallimentari sin dall’inizio. Tra questi si può trovare Google+, Social media lanciato da Google nel 2011.
Sin dal suo arrivo sul mercato, il social media di Google è stato centro di diverse controversie, come ad esempio la richiesta eccessiva di informazioni personali dell’utente, tra i quali l’indicazione del proprio genere o la richiesta di immettere il proprio nome e cognome reale. Inoltre, vennero scoperti e in seguito nascosti numerosi problemi sulla custodia dei dati di circa 500.000 utenti, fattore che successivamente portò il social alla sua effettiva chiusura.
Nonostante sia ancora uno dei social più apprezzati e soprattutto visitati, si può tranquillamente dire che Twitter stia vivendo uno dei suoi periodi più bui. Da quando Elon Musk si è appropriato dell’azienda nel 2022, il social dell’uccellino blu ha subito numerose modifiche che sono state ampiamente criticate da gran parte dei suoi utenti, arrivando ad allontanarne circa 32 milioni. Tra le modifiche attuate alla piattaforma che hanno fatto più scalpore c’è sicuramente la possibilità di acquistare il badge del verificato, prima utilizzato per distinguere account appartenenti a celebrità o ad aziende. Questa decisione ha portato a non poche problematiche, essendo che diverse persone hanno deciso di acquistarlo al fine creare account falsi per personificare aziende o personaggi famosi, divulgando disinformazione. Inoltre, anche l’idea di cambiare il nome, e in parte anche l’identità, di Twitter trasformandolo in X è stata un’idea che non ha convinto i più. Questi problemi legati alla piattaforma, uniti alla poca serietà del CEO dell’azienda, Elon Musk, hanno contribuito a rendere X un posto sempre meno visitato.
Incredibili riduzioni per i giovani al Pavarotti
Anna Pantusa, 3B | 1 gennaio 2024
Per la seconda volta il concerto di Capodanno ritorna nel teatro comunale di Modena, con la filarmonica di Hirofumi Yoshida.
Con un biglietto da soli 12 euro, grazie alle riduzioni previste per i giovani, anche noi ragazzi abbiamo avuto l'opportunità di entrare per due ore in un sogno d'altri tempi. Con abiti eleganti, in un palco centrale, abbiamo iniziato un 2024 in un modo diverso dal solito.
Fin dalle prime note l'orchestra ha trasportato il pubblico nell'atmosfera da favola del famoso concerto viennese.
Un programma vario quello proposto dal maestro, che porta al Pavarotti dalle marce di Strauss ai ballabili di Giuseppe Verdi.
Dopo gli applausi che hanno seguito il valzer della "Bella addormentata", un pianissimo dei violini ha accompagnato il corno solista sulle prime note del classico "Sul bel Danubio blu".
Il primo tempo si è concluso con un entrata in scena durante l'esecuzione di "Banditen Galopp" del presidente della filarmonica Giorgio Zagnini, travestito e armato da Passator cortese. Il maestro è uscito dalle quinte e passando alle spalle dei musicisti ha raggiunto infine Yoshida. Fatta posare la bacchetta al direttore, ha finito di dirigere il brano lui stesso. Fragorosi applausi del pubblico entusiasta hanno così segnato l'inizio dell'intervallo.
I "Vespri Siciliani" di Verdi, "Nell'antro del re della montagna" di Grieg e altri classici hanno conquistato nuovamente il pubblico nel secondo tempo. Quando il concerto sembrava essersi concluso con applausi a ritmo del "Can Can" di Offenbach, il rullo del tamburo della filarmonica è risuonato nel teatro al ritmo della tradizionale "Marcia di Radetzky".
Diversi minuti di applausi hanno seguito il concerto.
La neonata filarmonica di Modena ha unito il pubblico modenese con una musica idilliaca che per due ore ha fermato il tempo in teatro.
Maria Rosaria Cozzolino 4B | 6 Dicembre 2023
Oggi su status quo vedremo al recensione di For The King 2, secondo capitolo dell’omonimo gioco di ruolo in cui avremo modo di tornare a salvare il regno di Farhul, stavolta messo in ginocchio dall’ira della terribile regina Rosomon.
Sarà riuscito For the King 2 a risultare un degno successore dell’apprezzato titolo originale?
Scopriamolo insieme!
Il titolo, a differenza del suo predecessore, presenta un’unica trama che farà da sfondo alle nostre campagne. Vestiremo i panni di un eroe coraggioso che verrà incaricato di salvare Il regno di Fahrul, un luogo ormai devastato dalla malvagità della regina Rosomon, e di liberare il suo popolo condannato alla schiavitù.
Ogni capitolo della storia avrà delle dinamiche differenti, portando ogni volta scenari alternativi in cui affronteremo nemici, trappole ed ogni tipo di insidia.
Il gameplay di For The King 2 è del tutto simile a quello del primo capitolo, ma con un Combat System migliorato e più dinamico, una nuova campagna e con diverse aggiunte che coinvolgono gli incontri sulla mappa e nelle classi disponibili.
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Appena inizieremo una nuova campagna, ci verrà chiesto di creare il nostro personaggio.
Mentre la personalizzazione dell’aspetto non sarà esattamente soddisfacente, la scelta delle classi sarà decisamente più ampia, dato che ne avremo a disposizione un gran numero da cui scegliere.
Le classi disponibili al momento sono:
Il fabbro: Il fabbro è una classe che si focalizza sulla vitalità e sulla forza, è caratterizzato da una grossa stazza che riuscirà a riparare i compagni più esili. Utilizzandolo, verremo dotati di un grosso martello ed uno scudo.
Il cacciatore: Il cacciatore è una classe che fa della sua forza il Talento e la Velocità, sarà in grado di eseguire colpi critici anche a grande distanza.
Il menestrello: Il menestrello addolcirà i nostri viaggi per le lande di Fahrul grazie alla sua musica, aiutandoci anche in combattimento. La sua classe si focalizza sul Talento e sull’Intelligenza.
Lo studioso: Lo studioso, grazie al lungo tempo passato sui libri, riuscirà ad essere di grande aiuto alla nostra squadra per mezzo delle sue potenti magie. La sua classe è centralizzata sull’Intelligenza e la Velocità.
Oltre alle 4 classi di base, potremo sbloccare numerose classi diverse grazie ai “punti Folklore”, che potremo collezionare completando obiettivi nel corso di ciascuna campagna.
Ogni classe offrirà un approccio diverso al combattimento, e provarle tutte sarà appagante e offrirà al titolo un’ulteriore livello di rigiocabilità.
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Il combattimento erediterà la base del sistema a turni del primo capitolo, stravolgendone la struttura. Infatti, a differenza del primo capitolo in cui potevamo solamente stare in una determinata posizione, questa volta potremo muoverci nelle nostre caselle ed utilizzare lo spazio a nostro favore, ad esempio per avvicinarci ad un nemico o per ripararci dietro ad un compagno.
Ogni arma che utilizzeremo avrà un numero differente di check che dovremo superare tramite l’impiego dell’RNG.
In base al numero di check conseguiti correttamente il nostro attacco risulterà più o meno forte, a volte addirittura mancando completamente l’avversario e rendendo i nostri attacchi inefficaci.
Dalla nostra esperienza, il gioco presenta degli spike di difficoltà piuttosto evidenti che renderanno quasi impossibile il proseguimento nella storia in caso si giochi con un numero sconsigliato di personaggi, anche a difficoltà più bassa.
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Per proseguire nella trama, dovremo avventurarci in una mappa piena di insidie di ogni genere.
Allo scopo di muoverci all’interno di questa, dovremo utilizzare gli skill check in modo simile a quanto visto nei combattimenti.
Come nell’originale, anche in For the King 2 avremo a che fare con la meccanica del Chaos che, trascorsi diversi turni, si abbatterà sulla landa di Farhul generando insidie di ogni genere che ostacoleranno il nostro progresso finché non saremo riusciti ad annientarle.
Nel corso della campagna, starà a noi decidere in che modo muoverci e, di conseguenza, con quali elementi andremo ad interagire.
Ad albergare sulla quadrettatura della mappa troveremo nemici con i quali potremo combattere, Dungeon da esplorare ma anche diversi elementi di aiuto al giocatore, come l’accampamento dei compagni che ci permetterà di ricevere una vita in più, ottenere un oggetto o ridurre il caos.
Inoltre, la mappa si rivelerà pregna di incontri casuali, che potranno rivelarsi utili o letali in base all’RNG, il generatore di numeri casuali, e alla predisposizione delle nostre statistiche.
Unica certezza, i villaggi saranno un luogo molto importante durante le nostre avventure, permettendoci di riposare per ripristinare i nostri HP, di eliminare le nostre maledizioni e di acquistare nuovi armi, oggetti e armature per il nostro personaggio.
Il titolo dispone di un ottimo comparto artistico dallo stile deliziosamente cartoon, riuscendo a portare in vita ogni personaggio alla perfezione pur limitandosi all’utilizzo di pochi poligoni.
Una nota di merito va sicuramente data all’incredibile soundtrack, che riesce a trasmettere energia ed eccitazione durante le fasi più concitate.
Sfortunatamente non si può parlare altrettanto bene del comparto tecnico, essendo questo afflitto da diversi bug specialmente per quanto concerne la mappa di campagna, portandoci a riavviare il gioco o addirittura a dover cominciare una nuova campagna.
Tuttavia, gli sviluppatori stanno dimostrando di tenere molto al progetto, rilasciando costanti aggiornamenti che si spera andranno a risolvere tutti i problemi del gioco nel minor tempo possibile.
For The King 2 risulta essere un ottimo titolo che riesce ottimamente a riprendere l'eredità del primo gioco. Pur mantenendo le basi del suo predecessore, Ftk2 riesce ad implementare un sistema di combattimento più dinamico, oltre a diversi altri contenuti inediti, nuove classi ed incontri casuali. Tuttavia, il gioco non riesce ad eccellere a causa di alcuni fastidiosi sbilanciamenti e bug che spesso andranno a inficiare pesantemente sull'esperienza.
Maria Rosaria Cozzolino 4B | 21 ottobre 2023
Oggi su status quo vedremo la recensione di Fate Samurai/Remnant, un JRPG action che eredita l’incipit narrativo della saga di visual novel e anime Fate/Stay Night.
La trama riprende esattamente la struttura vista nelle visual novel e di conseguenza negli anime della serie di Fate. Impersoneremo Miyamoto Iori, un giovane Samurai abile nell’arte della katana che si ritroverà a partecipare al “rituale della luna crescente”.
Il rituale consiste in una guerra combattuta fra sette Master al fianco dei loro Servant per conquistare la possibilità di esaudire un proprio desiderio. I Master sono dei maghi che hanno avuto modo di evocare un Servant, mentre questi ultimi sono degli spiriti di personaggi storici reincarnati per combattere insieme ai propri padroni durante la guerra.
Miyamoto Iori, come precedentemente accennato, si ritroverà partecipe di questa guerra quasi per caso, dovendosi approcciare ad un mondo a lui totalmente sconosciuto.
Nonostante tutto, Iori farà in modo di poter portare il suo credo e la sua ideologia anche sul campo di battaglia, ad esempio rifiutandosi di uccidere direttamente i suoi nemici.
Inoltre, è bene far notare che nel corso del gioco faremo l’incontro di diversi Servant storici (letteralmente) della saga di Fate, che saranno fonte di stupore per i fan.
Infatti, la trama riprenderà la stessa struttura narrativa già vista in ogni fate pur senza risultare stantia, rendendola apprezzabile anche a chi non conosce nulla del materiale originale. Inoltre, vi saranno presenti numerose citazioni agli anime ed alle Visual Novel, per la gioia dei fan di vecchia data.
Il gameplay si compone di un ibrido fra Musou e Visual Novel.
Il gioco è pregno di combattimenti che potranno essere contro un vasto gruppo di nemici o contro un singolo boss. Per annientare i nostri avversari avremo a disposizione le tecniche di spada del nostro protagonista e le magie che ci consentiranno di eseguire potenti attacchi o di curarci in una situazione di pericolo.
Più danno faremo ai nostri nemici, più la nostra “barra del valore” si riempirà e, quando sarà completamente carica, ci permetterà di eseguire un potente attacco.
Lungo il corso della storia avremo modo di utilizzare alcuni una moltitudine di Servant ben noti ai fan della saga. Ognuno di questi sarà caratterizzato da uno stile di combattimento completamente diverso dagli altri, dovuto anche alla grande differenza di statistiche che caratterizza ciascuna classe.
Ogni Servant avrà anche una propria Noble Phantasm, un attacco potentissimo in grado di sbaragliare ogni nemico che ci si parerà dinanzi e che sarà in grado di salvarci la pelle in molte occasioni, lasciandoci a bocca aperta grazie alla sua spettacolarità.
Il punto di forza del titolo risiede proprio nei combattimenti che, pur mantenendo i limiti imposti dai Musou, riescono sempre a risultare mozzafiato grazie alle stupende animazioni e mai ripetitivi per merito della grande possibilità nella personalizzazione del proprio stile di combattimento.
Tuttavia, i combattimenti contro più nemici saranno caratterizzati da un problema tipico di questo genere videoludico: Molto spesso vedremo che alcuni dei nostri avversari saranno completamente immobili e in attesa della nostra prossima mossa, senza effettivamente provare ad attaccarci.
Inoltre, potremo sbloccare diversi miglioramenti per il nostro protagonista anche attraverso il laboratorio di magia che sarà presente in casa nostra.
Il gioco utilizza la struttura tipica delle visual novel per narrare la sua storia. Infatti, durante le sequenze di trama, il gioco adotterà la classica interfaccia del genere. Oltre ai dialoghi narrati, saranno presenti anche numerose cutscene mozzafiato durante ad accompagnare le battaglie più importanti.
L’esplorazione sarà una parte fondamentale del gioco, non a caso spesso ci capiterà di girare per le strade del Giappone feudale alla ricerca dei nostri obiettivi, di sub-quest ed anche di negozi in cui potremo comprare cibo e diversi materiali che ci serviranno per potenziare la nostra spada o il nostro laboratorio di magia. Tuttavia i distretti che andremo a visitare, pur mantenendo un’estetica meravigliosa, saranno alquanto spogli ed al giocatore non verranno dati abbastanza elementi per incentivare l’esplorazione approfondita.
Al contrario, l’aggiunta di diverse attività secondarie garantiscono una maggiore immersività del giocatore nel mondo di gioco, prima tra tutte la possibilità di accarezzare i teneri gattini e cagnolini che potremo trovare per le strade. Oltre a ciò, la possibilità di visitare monumenti realmente esistiti e di seguire Saber nella sua sua scoperta del mondo “moderno” sono anch’esse delle aggiunte decisamente gradevoli.
Il comparto artistico di Fate/Samurai Remnant riesce ad eccellere sotto tutti i punti di vista.
Le sequenze Visual Novel saranno caratterizzate da splendidi disegni che non finiranno mai di ammaliarci grazie ai numerosi dettagli ed al bellissimo stile che li caratterizza.
Anche le soundtrack sorprendono il giocatore grazie alla loro dinamicità, fornendo un ottimo contrasto tra le dolci musiche tipiche del Giappone feudale che allieteranno le nostre passeggiate per le città, e le dinamiche OST che invece ci accompagneranno nelle nostre battaglie.
Inoltre le cutscene saranno a dir poco maestose, e si divideranno fra sequenze dallo stile classico dell’arte giapponese dell’epoca, utilizzate per narrare avvenimenti avvenuti nel passato, e in quelle con la grafica di gioco, usate per mostrare le fasi finali dei combattimenti in tutta la loro spettacolarità.
Il gioco non richiederà una configurazione particolarmente potente, risultando accessibile anche ai giocatori che possiedono PC di fascia media. In più, il titolo durante tutta la durata del gameplay non ha presentato bug di alcun tipo.
Dal punto di vista grafico tuttavia, Fate/Samurai Remnant non riesce ad eccellere, risultando alquanto blando soprattutto nelle texture e nella resa dei modelli.
Un altro tasto dolente è l’antialiasing che, nonostante venga attivato, non riuscirà a svolgere correttamente il suo lavoro, mostrando ugualmente molte seghettature.
In Conclusione...
Fate/Samurai Remnant è un ottimo titolo sia per i fan della saga che per chi ci si approccia per la prima volta. Infatti, grazie alla sua storia intrigante, ai suoi combattimenti spettacolari ed al suo comparto artistico di pregevole fattura, riuscirà a rivelarsi un titolo apprezzabile da qualsiasi giocatore. Ciononostante, il gioco non riesce ad eccellere per via dei suoi problemi a livello tecnico e dei difetti che porta tipici del genere Musou.
Maria Sofia Vitetta, 3D | 29 maggio 2023
“Noi due, mio caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. Il nostro obiettivo non è fonderci l’uno nell’altro, ma riconoscerci a vicenda, e imparare a vedere e onorare nell’altro ciò che siamo: un opposto e un complemento”.
Vaga alla ricerca di se stesso senza un percorso già stabilito, perché non sa quale sia il suo. Non porrà fine a quel continuo errare, anche se stremato dal freddo, ormai senza forze, percependo di non essere giunto alla fine del cammino, là dove termina il sentiero. Non si arresterà per paura di essere contagiato dalla peste, nel momento in cui “le talpe giocheranno a dadi (...) con le ossa” dei morti. E così, indifferente alle stagioni e alla pestilenza che dilagherà inarrestabile tra la popolazione, Boccadoro cercherà se stesso. Ogni volta, sostando, sentirà di dover riprendere il cammino, perché lui è un vagabondo e una casa non può averla.
Boccadoro arriva all'abbazia di Mariabronn per terminare gli studi. Narciso, il suo giovane insegnante, è un erudito con un’aria di superbia dedito alla preghiera. In cuor suo, percepisce che il suo vero compito non sia istruire il ragazzo, a volte distratto durante le lezioni, nella grammatica e nella letteratura greca e latina. Sebbene Boccadoro sia convinto di dover diventare un asceta, Narciso è capace di comprendere che quello non sia il vero desiderio dell'allievo e che egli non è nato per dedicare la propria vita a Dio. Gli piacerebbe far crescere il ragazzo, avvicinarlo a sé, essere una guida per lui e, soprattutto, fargli capire che il suo futuro è altrove. Decide di non nasconderglielo e di esporgli le sue perplessità al riguardo: preferisce rischiare di perderlo come amico nel tentativo di aiutarlo, piuttosto che vederlo intraprendere un percorso di vita nella direzione sbagliata.
E così, una notte, Boccadoro abbandona l’abbazia, lasciandosi guidare dalla sua vera natura, quella di un sognatore e di un seduttore, un amante delle donne, della natura, della libertà, della vita da vagabondo, un giovane destinato a diventare un artista.
Un mondo che non esiste più risuona tra le pagine come “lo scalpiccio dei sandali sulle lastre di pietra” a Mariabronn. Il Medioevo è una fedelissima presenza tra le volte delle chiese, i colonnati dai capitelli scolpiti, gli antichi chiostri, le celle. E in mezzo alla radura, ai boschi, vicino a corsi d’acqua, si scorgono villaggi di contadini disposti ad ospitare uno stranierio per una notte. Hesse dà voce ad un periodo storico che rivela tutto il suo fascino nel momento in cui è segnato dalla peste, dalla morte e dalla disperazione. Protagonista è una realtà brutale che Boccadoro non smette mai di guardare con curiosità nonostante la sua durezza.
"Narciso e Boccadoro" è, quindi, una storia ancora attuale, cioè quella di un giovane che trova il proprio mentore, colui che indica la strada all'allievo e che è disposto a mostrargli l'importanza della diversità. Quella di un maestro, di un amico che antepone il bene dell'altro al proprio. Alla fine, però, avranno entrambi qualcosa da imparare. Reciprocamente.
Ema Voicu, 4B | 25 maggio 2023
Per la cinquantottesima stagione del teatro greco a Siracusa, la fondazione Inda ripropone la magnifica tragedia euripidea “Medea”.
Nonostante la riadattazione moderna dell’opera, il regista Federico Tiezzi è riuscito a rendere al meglio le dinamiche di questa storia lontana quasi due millenni e mezzo da noi in un modo originale e fedele al testo allo stesso tempo. “Medea” racconta la storia di una moglie, straniera, tradita e poi scacciata dal suo stesso talamo nuziale, un letto ottenuto con grandi sacrifici da parte della donna, che ha ucciso ed ingannato persino il proprio padre per assicurare il successo del proprio amato, Giasone. Ora però, con il marito che ha infranto i giuramenti coniugali a favore delle nuove nozze con la figlia del re di Corinto, la maga Medea si trova a complottare una tremenda e sanguinosa vendetta che la renderà anche infanticida.
La drammaticità di questa trama viene enfatizzata in questa rappresentazione dall’aggiunta di un espediente inaspettato: l’uso delle maschere. Medea, assieme ai suoi figli e al re Creonte, ci viene presentata portando sul capo una grande maschera che accentua ulteriormente le dinamiche dell’azione e tra i personaggi; l’utilizzo delle maschere creano anche un contrasto tra la passione primordiale della donna straniera proveniente dell'antica Colchide e la civiltà post-industriale e capitalista di cui fanno parte Giasone e Creonte.
Gli effetti sonori e l’allestimento scenografico risultano anch’essi molto suggestivi nella visione dello spettacolo permettendo di addentrarsi di più nel cuore di questo dramma familiare che riesamina anche la funzione della figura femminile nella civiltà greca antica. Come ben sappiamo, la funzione principale delle tragedie nell’antica Grecia era quella di raggiungere la catarsi, cioè uno stato di purificazione dell’anima e questa rappresentazione non ha sicuramente deluso le aspettative, in aggiunta però ha riproposto un dilemma che da sempre accompagna questo affascinante mito: “ Si può giustificare un’azione così atroce come l’omicidio dei propri figli?” e meglio ancora “ Fino a che punto si può empatizzare con la nostra protagonista ?”
Sofia Palmisano, 4B | 24 maggio 2023
A teatro si respira magia, si inala polvere di poeti ed autori la cui arte colpisce l'anima, commuove e smuove.
La fondazione INDA, nel teatro greco di Siracusa, annualmente rievoca le emozioni e i sentimenti di un pubblico attento: quest'anno spettatore di tragedie del mondo classico, tra cui il "Prometeo Incatenato" di Eschilo e la "Medea" di Euripide.
L'opera di Eschilo, mostrata al pubblico pressoché nel 460 a.C., tratta appunto del mito di Prometeo e della sua indole d'ingegno ribelle; mette in risalto l'animo testardo e soverchiatore del protagonista, che prevede che il potere di Zeus fallirà e la Dike verrà finalmente rispettata permettendo la sua libertà.
A Siracusa, la regia di Leo Muscato ha ambientato le scene in uno spazio non definito nel tempo, ma dallo stile e dai costumi Industrial Punk.
La resa è stata maestrale, gli attori, di grandi capacità, sono entrati in maniera splendida nel loro ruolo e hanno fatto comprendere la tragedia anche a coloro che non masticano la letteratura antica.
L'esperienza del teatro greco di Siracusa e dei sentimenti e l'interesse che le opere hanno scaturito, sono sicuramente qualcosa che rimane nella memoria del cuore e della mente, da vivere almeno per una sera nella vita.
Maria Rosaria Cozzolino, 3B | 21 aprile 2023
Nelle ultime ore, è stato annunciato a tutti i membri partecipanti che l’Electronic Entertainment Expo, chiamato anche E3, è stato cancellato.
Come spiegazione, è stato riferito che l’evento è stato cancellato perché “non ha ottenuto l’interesse necessario per eseguirlo in maniera da mostrare la sua grandezza, forza, e impatto sull’industria” ma che comunque “rimane un brand ed un evento amato“. Inoltre, molti grandi aziende, tra le quali, Nintendo, Sony, Microsoft e più recentemente Ubisoft, hanno annunciato che non sarebbero state presenti all’evento.
L’evento venne annunciato a giugno dell’anno scorso insieme alla conferma che l’edizione del 2022 sarebbe stata cancellata.
L’evento doveva avere luogo dal 13 al 16 di giugno al Convention Center di Los Angeles e sarebbe stato il primo E3 in persona dopo la versione digitale del 2019 e l’edizione cancellata del 2022.
Voi che cosa ne pensate? Sareste stati interessati a seguire l’E3 quest’anno?
Maria Sofia Vitetta, 3D | 21 aprile 2023
Federico Starnone parla in modo concitato alzando il tono della voce, convinto che i parenti di sua moglie Rusinè, approfittando di lei, rubino i soldi alla donna, il denaro che lui ha guadagnato con fatica. “Ti vuoi far fottere i soldi? E fatteli fottere, peggio per te. Io non ti do una lira in più di quello che è giusto e necessario, arrangiati!”
L’uomo si lamenta di coloro che non restano fermi mentre tenta di ritrarli nei suoi quadri: secondo lui quei movimenti continui rovinano le opere. “Chillu strunz non è possibile di stare fermo un minuto. E che sfaccimm, sessanta secondi immobile, che ci vuole?” Le idee che ha in mente, così, sfumano. Osserva le linee, poi le macchie di colore: le vede deformate, quasi storte, non rispecchiano più il disegno che ha immaginato, tutto per l’incapacità di coloro che deve ritrarre di aspettare qualche istante, fino alla realizzazione di un primo schizzo.“Si è mosso continuamente, non è venuto bene.”
Si infervora quando viene deriso e sminuito da altri pittori, magari dinanzi a qualche critico d’arte. “Capito l’affronto?” E così inizia a contestarli e ad evidenziare i loro maggiori difetti per dimostrare di essere sempre il migliore tra tutti, l’uomo dalle maggiori capacità, nonché autodidatta e dalle notevoli doti innate.
Urla contro il mondo, rinfacciando agli altri di non aver potuto seguire il suo sogno di andare in America come artista, perché costretto a rimanere a Napoli a lavorare nelle ferrovie, a dipingere in via Gemito, in una stanza piccola e senza luce, soffocando, così, il suo grande talento. “I colori soprattutto li ho sempre visti in ogni minima sfumatura, non come quelli che si limitano a dire: è rosso, è blu, è bianco, è nero”.
Furibondo, è trasportato dalla gelosia e dal possesso quando vede sua moglie Rusinè, una donna socievole, parlare e sorridere ad altri uomini. “Tu hai attirato l’attenzione, tu ti sei fatta la risatella”. Litiga con lei fino a gettarle i pettini nel fuoco: con quelli diventano cenere anche tutte le poche speranze che sono rimaste alla donna di poter godere della compagnia di qualcuno al di fuori della famiglia. Così l’autore, Domenico Starnone (chiamato anche Mimì), figlio di Federico, scrive: “Vuoto. Vuoto interiore di mia madre. Che non ha pensiero, nemmeno lei. È canna di camino. Quando parla soffia vento di vanità. O esala fumo, quello che si spande per la casa. E poi l’odore. È un odore denso di oggetto resistente che si arroventa, libera sostanze volatili di colore scuro e brucia sul carbone del focolare. Lei singhiozza forte, mia nonna ha attaccato un rosario che implora vendetta, mio fratello piange dal fondo di un falso sonno, i pettini sfiammano (...) nella notte di giugno.”
PERCHÉ LEGGERLO
Perché Domenico Starnone lascia che la figura e le parole di suo padre arrivino fino a noi lettori anche attraverso la descrizione di una delle sue opere più impegnative, I bevitori, che ritrae alcuni muratori in un cantiere durante una pausa. “Questo quadro, Mimí, vuol essere anche un omaggio al grande pittore Edouard Manet”, dice l’artista, definendo la sua tela “di grande respiro”. Un giorno chiede a Domenico di posare per lui, di diventare uno dei soggetti del quadro, cioè un operaio intento a sollevare una damigiana per versare dell’acqua in un bicchiere. E così il figlio, irrequieto, rimane fermo davanti al cavalletto senza fiatare, sapendo che anche un respiro potrebbe essere l’inizio di lunghe lamentele. “Mimí, ti stai muovendo. Che c’è, ti sei stancato, ti vuoi riposare? Sei stato così bravo fino a ora. Abbiamo quasi finito per oggi, resisti solo un altro poco”, gli suggerisce Federì. Allora Mimì resta immobile, timoroso, nonostante il dolore alle gambe, al ginocchio e al braccio e nonostante il sudore che sente strisciare sulla pelle, temendo ogni secondo di più che la damigiana gli scivoli dalle mani. E se finisse in frantumi, in mille pezzi?
Domenico narra la storia e gli aneddoti di Federì come se fossero schegge di vetro, narra frammenti disordinati della sua vita quotidiana in balia del padre, che si ricompongono con l'avanzare della storia. Alcune sono schegge dall’umorismo tagliente: lasciano un segno nel lettore e, pur non avendo sempre un ordine cronologico, è come se lo ritrovassero nel silenzio che intervalla le continue urla e critiche del pittore contro la moglie e i suoi parenti, contro i pittori rivali, contro chiunque metta in dubbio la sua bravura e le sue qualità. Sono tanti questi pezzi di vetro trasparente, sono i ricordi che mettono in luce il carattere egocentrico di Federico, un uomo che romanza la sua vita, rendendola un quadro in cui lui è sempre rappresentato come l’eroe di ogni situazione, il salvatore.
E così, mentre Federì continua a “pittare”, racconta al figlio Domenico anche parte della sua vita e la visione che lui ha della sua infanzia. Era stato sin da subito un bambino prodigio, dalle doti artistiche sorprendenti, che aveva scoperto quando, per la prima volta, aveva iniziato a modellare dell’argilla lungo il corso di un fiume a Reggio Calabria. Nel rincasare aveva attraversato “la notte come l’ombra atterrita di un bambino morto che ha lasciato la vita nel gioco interrotto sul greto del fiume”. Da quel momento non aveva mai smesso di andare alla ricerca della forte emozione provata nell’istante in cui era venuto a contatto con la sua prima forma di arte.
DOMENICO STARNONE
Domenico Starnone, nato nel 1943 a Napoli, è uno scrittore italiano. In Via Gemito, vincitore del Premio Strega nel 2001, e in altri suoi romanzi come Storia mortale e immortale della bambina di Milano, emergono le origini dell’autore grazie all'utilizzo di frasi e termini dialettali napoletani.
Maria Sofia Vitetta, 3D | 18 febbraio 2023
Rotolare insieme ad una “ciurma di bambini” sui mucchi di fieno, avere la percezione di esserne coccolato, voleva dire sentirsi pervaso da un’accogliente sensazione di calore. Come in quel gioioso ricordo d’infanzia, Alessio crede che baciare Giovanna significhi rotolare con lei su quegli stessi cumuli di fieno fino al tramonto, il momento in cui, per qualche istante, il sole, con una carezza dei suoi raggi, rende dorata l’erba ormai secca.
“Ma esiste ancora, è esistita una volta, Giovanna?”
A Siracusa, nei corridoi del suo liceo, Alessio Mainardi si innamora di Giovanna, una studentessa diciottenne un anno più grande rispetto a lui. Un giorno riceve dalla ragazza un garofano rosso chiuso in una busta e poi, qualche tempo dopo, tra i due nasce un bacio, un sogno ad occhi aperti per lui, senza alcun significato per lei, i cui sentimenti appaiono in bilico tra disprezzo e disinteresse. Il garofano rosso diventa il simbolo dell’amore platonico che Alessio prova nei suoi confronti ed un premio da contendersi in una lotta con un compagno soprannominato da tutti Rana, anche lui infatuato della ragazza. Il fiore, “quasi un papavero”, si moltiplica nella mente del protagonista, diventa un pensiero pronto a riaffiorare in ogni istante che gli infonde una gioia fino ad allora sconosciuta, “un desiderio di guerra e di trombe”.
“Che sapevano essi della gloria d’un garofano rosso?”
Non poca importanza ha per Alessio l'amico Tarquinio, ragazzo con cui condivide la “cava”, “una rimessa di felicità”, una bottega di fabbri e maniscalchi, dove i due parlano per ore, sgranocchiando castagne secche. Là, tra lo scalpitio dei cavalli, nel buio rischiarato da un lume, i loro sogni e desideri prendono vita attraverso i loro racconti, unendoli e facendo sì che condividano i propri pensieri. Scoprono l’uno dell’altro non solo di avere aspirazioni comuni, ma anche gli stessi ideali politici, tanto che entrambi, negli anni venti, aderiscono fieramente ai primi movimenti fascisti.
L’amicizia con Tarquinio non si interrompe neppure con il ritorno di Alessio nel paese natio per trascorrere i mesi estivi dalla sua famiglia dopo essere stato bocciato. Riceve, infatti, numerose lettere in cui l’amico, rimasto a Siracusa, gli racconta di essersi invaghito di una prostituta, Zobeida, esaltata per la sua bellezza unica.
I ricordi dell’infanzia del protagonista emergono con il suo rientro a casa. Il paesaggio spicca per il suo fascino, il fogliame degli eucalipti si muove al vento come “una silenziosa cascata di acqua verde”, i campi di cotone sono distese di delicati fiori gialli e le fornaci respirano senza sosta con il loro continuo ed eterno fumare. Il ragazzo studia per poter essere ammesso non alla classe successiva, ma per frequentare direttamente la quinta liceo, proprio come Giovanna.
Al termine dell’estate ritorna a Siracusa per gli esami e in un giorno di pioggia vede per la prima volta Zobeida, la meravigliosa donna bionda di cui l’amico gli aveva spesso parlato. In lui si accendono desideri diversi da quelli provati nel “voler bene” a Giovanna. Intreccia così un rapporto concreto e passionale con Zobeida.
“È questo l’intenso? E sarebbe cresciuto ancora? Sarebbe stato di più? Sarebbe stato tutto l’intenso?”
Perché leggerlo
Perché il protagonista, Alessio, vive l’amore nelle sue sfaccettature, cercando di interpretare i propri sentimenti. Mentre comprende che l’amicizia sia “traboccare su qualcuno”, proprio come lui straripa su Tarquinio, fatica a non essere travolto dall’amore e dalla passione, come se fossero quelli a traboccare su di lui. L'amore spirituale per Giovanna, che è convinto sia ricambiato anche se non lo è, si contrappone a quello più concreto, vero e passionale per Zobeida.
Alessio è spesso in balia di sentimenti contrastanti che si alternano e cambiano in pochi secondi. La felicità incontenibile e l’incanto dinanzi ad una donna meravigliosa come Zobeida. La paura insormontabile della solitudine, di essere abbandonato da lei. Poi il pianto che non riesce a trattenere, come quello di un bambino, perché in fondo è ancora un ragazzo. “Mi sentivo colmo, colmo, un lago gonfio che non trovava su cosa traboccare. Colmo, nella mia azzurra pienezza di Giovanna che non avevo sfogato, e col cuore in piena della donna bionda.”
Al termine della relazione con Zobeida non gli resta che un vuoto da colmare, una sensazione di mancanza, una voce che riceve come eco solo la domanda appena pronunciata e non la risposta che cerca. “Era il vuoto di ogni volta che avevo lasciato lei per tornare al mio vecchio mondo di ragazzo e che ogni volta avevo creduto di riempire correndo di nuovo da lei”. Alessio si sente come se non gliene importasse più niente. Dopotutto, «La vita è anche questo, “la vita è anche nulla”», gli suggerisce Tarquinio.
Come i giovani hanno adattato la lettura al mondo dei social
Frida Fruggeri, 3CL | 13 gennaio 2023
Per molto tempo tanti ragazzi e ragazze si sono sentiti troppo distanti dalla lettura, considerata un noioso compito imposto dagli insegnanti sul quale ricevere l’ennesima valutazione. Negli ultimi anni però è nato un spazio, ogni giorno più grande, dedicato ai libri sui social media più famosi (come TikTok e Instagram), che prende appunto il nome di Booktok o Bookstagram. Questo luogo virtuale ha ormai superato i 50 miliardi di visualizzazioni e convinto i giovanissimi a recarsi in libreria e comprare i libri tanto chiacchierati sulla piattaforma.
Sorge spontaneo chiedersi: per quale motivo questa sottocomunità è tanto apprezzata dagli adolescenti? Innanzitutto possiede ormai la caratteristica essenziale dei social: l’immediatezza. In pochi secondi infatti, solitamente 15 o 60, gli utenti riassumono o recensiscono interi romanzi. Altri BookTokers preferiscono invece colpire i loro followers con l’utilizzo delle immagini, spesso raccontando le ambientazioni e i personaggi (secondo come li hanno immaginati durante la lettura) solo utilizzando fotografie in sequenza molto rapida. Altri Influencers ancora prediligono il racconto tramite le emozioni, magari registrandosi mentre leggono le parti più commoventi dei libri per anticipare ai futuri lettori quali emozioni proveranno.
Grazie a questa nuova realtà molti libri hanno acquistato celebrità, come “La canzone di Achille” di Madeline Miller, addirittura molti anni dopo la prima pubblicazione, come quelli dell’autrice Colleen Hoover, e fino ad essere adattati in serie tv, come “Persone normali” di Sally Rooney.
È ormai una realtà innegabile quella dell’influenza dei social media sui giovani (tanto che molte librerie hanno adibito espositori e scaffali per i libri “più amati dal web”), che però non sempre si rivela cattiva e annebbiante ma, come in questo caso, positiva e incoraggiante nei confronti della cultura.
Frida Fruggeri, 3CL | 31 dicembre 2022
La fine di quest’anno è giunta e oggi è l’ultimo giorno a disposizione per scrivere i buoni propositi per l’anno nuovo. Se nella vostra lunghissima lista di promesse c’è anche la voce ‘leggere di più’ (o ancora più semplicemente ‘iniziare a leggere’) questo articolo fa per voi. Abbiamo raccolto i libri più appassionanti, emozionanti e interessanti che la nostra redazione abbia letto nell’anno 2022.
‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ di Milan Kundera
Genere: Romanzo rosa, narrativa filosofica
Consigliato da: Sofia, 4B
Trama: Questa scoperta romanzesca non si limita all’evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, anche se qui Tomáš, Teresa, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera «andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto».
"Da allora sa che la bellezza è un mondo tradito. la possiamo incontrare solo quando i persecutori l'hanno dimenticata per errore da qualche parte. la bellezza è nascosta dietro i fondali della parata del primo maggio. se la vogliamo trovare dobbiamo strappare la tela del fondale."
‘C’era una volta adesso’ di Massimo Gramellini
Genere: Narrativa
Consigliato da: Ludovica, 2A
Trama: Cosa racconteremo di noi e della nostra vita ai nostri nipoti? Mattia decide di iniziare dalla primavera dei suoi nove anni, nel 2020, quando, mentre il mondo da un giorno all'altro si rinchiude in casa, si ritrova costretto nel microcosmo di un condominio di ringhiera a fronteggiare il suo più grande nemico: quel padre che l'aveva abbandonato quando aveva solo tre anni. Mentre tutto si stravolge, l'ansia e la paura prendono il sopravvento, la scuola viene racchiusa in un computer, i vicini cantano dai balconi e gli amori vivono storie impossibili, il piccolo Mattia, grazie all'aiuto di una nonna che dai libri e dalle stelle ha appreso la tenera saggezza della vita, e di una sorella ribelle e affettuosa, comincerà a capire qualcosa di nuovo e importante: diventare grandi significa anche provare a scommettere sugli altri e imparare a fidarsi. Persino dei più acerrimi nemici.
“Fidati della vita”, disse, “è una scrittrice piena di sorprese. Ne avrà di sicuro in serbo una anche per te.”
‘Cercando Alaska’ di John Green
Genere: Romanzo per giovani adulti
Consigliato da: Angelica, 2E
Trama: Miles Halter, sedici anni, colto e introverso, comincia a frequentare un'esclusiva prep school dell'Alabama. Qui lega subito con Chip, povero e brillantissimo, ammesso alla scuola grazie a una borsa di studio, e con Alaska Young, divertente, sexy, attraente, avventurosa studentessa di cui tutti sono innamorati. Insieme bevono, fumano, stanno svegli la notte e inventano scherzi brillanti e complicati. Ma Miles non ci mette molto a capire che Alaska è infelice, e quando lei muore schiantandosi in auto vuole sapere perché. È stato davvero un incidente? O Alaska ha cercato la morte?
“Lei era tutta alti e bassi, prima fuoco e fiamme e subito dopo fumo e cenere.”
‘La tua assenza è tenebra’ di Jón Kalman Stefánsson
Genere: Narrativa
Consigliato da: Lorena
Trama: Islanda, Fiordi occidentali, un uomo si ritrova nella chiesetta di un villaggio sperduto senza sapere come ci è arrivato né perché. Una lapide nel piccolo cimitero lo colpisce: «La tua assenza è tenebra.» È la figlia della defunta ad accompagnarlo nell’unico albergo della zona, dove tutti sembrano conoscerlo e Sóley, la proprietaria, lo accoglie come un amore ritrovato, mentre lui non ricorda neppure il proprio nome. Sa solo che quando scrive sente di uscire dalla gabbia del tempo, e così dalla sua penna riaffiora impetuosa una saga che spazia tra gli ultimi due secoli e da un capo all’altro dell’isola, raccontando di donne e uomini inquieti e accomunati da un’intensità del sentire che non può ridursi entro i confini angusti della quotidianità.
“Esistono modi diversi di vedere il mondo e il nostro punto di vista probabilmente definisce chi siamo davvero. Dimmi come vedi il mondo, e ti dirò chi sei”.
‘Fat shame, lo stigma del corpo grasso’ di Amy Erdman Farrell.
genere: Saggio attivista
consigliato da: Frida, 3CL
Trama: Il nostro corpo dovrebbe essere un territorio di libertà, scoperta e autodeterminazione, ma la società in cui viviamo stabilisce canoni e misure che portano a considerarlo semplicemente “giusto” e “normale” oppure no. Se il nostro è un corpo non conforme, la società ci fa capire che abbiamo qualcosa che non va, qualcosa di cui dovremmo vergognarci e cercare di cambiare a tutti i costi. Fat shame è il primo saggio sulla grassofobia a uscire in Italia, e ha quindi il compito di aprire una riflessione, spiegando l’origine di questa cultura, mostrando quanto siano profondi i pregiudizi nei confronti delle persone grasse e spingendo a cambiare finalmente lo sguardo sul proprio corpo e su quello degli altri.
“[Nel movimento di fat acceptance degli anni Sessanta] non si parlava di amare se stessə, né di accettarsi, ma si pretendeva una società giusta in cui nessunə poteva essere discriminatə per il proprio corpo e ci si schierava per chiedere rispetto e dignità"
‘Il sole si spegne’ di Osamu Dazai.
Genere: Romanzo, narrativa giapponese
Consigliato da: Frida, 3CL
Trama: Attraverso la storia della rovina della propria famiglia narrata dalla giovane Kazuko, il romanzo adombra l'epopea tragica dell'aristocrazia declinante nel Giappone vinto e umiliato dalla guerra, e insieme propone la vivida e più vasta rappresentazione della desolazione spirituale di un paese che ha smarrito i valori della tradizione e va snaturandosi nell'incalzare di una civiltà industriale priva di idealità.
“Attendere. Nella nostra vita conosciamo gioia, ira, dolore e cento altre emozioni, ma queste emozioni, tutte insieme, occupano appena l'uno per cento del nostro tempo. Il rimanente novantanove per cento consiste solo nel vivere in attesa.”
‘Una vita da libraio’ di Shaun Bythell
Genere: Autobiografia
Consigliato da: Frida, 3CL
Trama: Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell'usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be', piú o meno… Dal cliente che entra per complimentarsi dell'esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d'acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli piú assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l'esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare.
“Una vita da libraio è mille volte meglio di qualsiasi lavoro subordinato”
‘Heaven’ di Mieko Kawakami
Genere: Narrativa di formazione
Consigliato da: Elisa, 5CL
Trama: Heaven indaga l'esperienza e il significato della violenza e il conforto dell'amicizia. Bullizzato per il suo strabismo, il protagonista del romanzo soffre in silenzio. La sua unica tregua è l'amicizia con una ragazza, Kojima, anche lei continuamente vittima dei dispetti delle coetanee per via della trasandatezza con cui si presenta a scuola. Kojima invita il ragazzino protagonista a un fitto scambio epistolare innocente e pieno di sogni, dove non c'è posto per l'angoscia del bullismo. Le lettere si susseguono a gran ritmo, riempiendo fino all'estremo la custodia del dizionario dove il ragazzino le nasconde, nonché diventando l'unico motivo di gioia delle giornate dei due ragazzi, che a scuola tendono a eclissarsi, anche agli occhi l'uno dell'altra. Ci sono molti segreti, cose che secondo la piccola e intelligente Kojima, non potranno mai essere comprese dai compagni di classe, i quali non sanno fare altro che sfogare le loro debolezze su di lei e sul suo amico. Ma qual è la vera natura della loro amicizia se è il terrore ad alimentare il loro legame?
“Ma se era davvero così, se ero terrorizzato all’idea di soffrire, perché non reagivo e non facevo qualcosa per tentare di cambiare la situazione? E in fin dei conti che cosa significava veramente provare dolore e soffrire?”
‘L'Appello’ di Alessandro D'Avenia
Genere: Narrativa
Consigliato da: Elisa, 5CL
Trama: E se l'appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po' di più chi lo porta? Allora la risposta "presente!" conterrebbe il segreto per un'adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l'appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky... Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa.
“Ogni mattina, durante l’appello, guardo i miei studenti, uno per uno. Loro si spazientiscono. “Dai prof, è una tortura, perché lo fa?”. E io rispondo: perché voi siete più importanti della lezione. Curare le relazioni è la forma dell’amore nel nostro tempo veloce, fatto tutto di prestazioni anziché di presenze.”
‘L’ultima notte della nostra vita’ di Adam Silvera
Genere: Romanzo per giovani adulti
Consigliato da: Alice, 3CL
Trama: Il 5 settembre, poco dopo mezzanotte, il servizio Death-Cast contatta Mateo e Rufus per dar loro una cattiva notizia: moriranno nel corso della giornata. I due ragazzi non si conoscono ma, per diverse ragioni, entrambi cercano qualcuno con cui trascorrere il loro ultimo giorno. Esiste un’app per questo: si chiama Last-Friend ed è così che Rufus e Mateo si incontrano. Entrambi sanno che il tempo a loro disposizione sta per finire. Ma non hanno nulla da perdere e resta solo da vivere tutta una vita e un amore in un giorno.
“Sopravvivere mi ha insegnato che è meglio essere vivi desiderando di essere morti che morire desiderando di poter vivere per sempre.”
Generally, the first images that come to people’s minds when they hear the word ‘artist’ are of painters and sculptors from the 12nd to the 20th century. This is due to the ancient and classicist vision that we Europeans have. But in reality nowadays there are extremely creative people that make full-fledged pieces of art. I had the opportunity to interview one of them and pose her a few questions.
What does it mean to make art in the 21st century?
“This artist I admire said that artists are, or should be, a reflection of their time. I feel like it’s really important to be an artist who uses art also to talk about important issues and injustices and to reach new audiences”
Artistic performances, poetry, dance, journalism. You express yourself through many different forms of art. There’s one that you prefer or find more effective?
“I would say journalism is the most effective but what I try to do is to use the journalistic techniques and methods in my art practice. Actually I’m going to take back what I said: journalism is more direct in terms of conveying information but I often feel that art is more effective in opening up people’s minds into new ideas and possibilities.”
What is the path you suggest following to someone whose dream is to become an artist?
“I think that both in art and journalism, it is more important to learn history, general culture and how to think critically than to study a particular art form during undergraduate studies. There are exceptions like music and dance, where you have to practise everyday but generally I think the most important thing is to learn about the world so that you have something to say”
I have taken a look at some pieces of your artwork that are about objectification and commercialisation of the body. Do you believe that it is a social problem that needs to receive more attention?
“Absolutely. Personally I am concerned with addressing the female body, how it’s seen, how it is exploited but also how women can have control and make choices and decisions about their bodies. In particular I’m a black woman and so my art specifically tries to address the issues for black women which are different from general feminist issues. I absolutely want to make people think about the ways that they are complicit in the excesses of society”
You have performed across the US but also internationally. Do you feel the perception of art is different from country to country?
“There is absolutely a difference. In fact when I go to a different country I change the kind of performance or I think very carefully about which performances I want to select. In a lot of my work, not all of it, I use language with dance and so I have to think: “Do I want to translate the language? or do I want to try something that’s more universal?”
In my experience the reactions are totally different based on the history and the context of the country. Within America I wouldn’t say that the understanding of the work is necessarily different from other countries, it’s more about the culture and environment. For instance if I'm in an art space that is in the southern regions of America, which tend to be a little more conservative and religious, maybe people will be more likely to be offended by some part of my work. But because mine is conceptual art, people who come to see my art are more open minded. So what I think happens is that the kind of art I make attracts a certain kind of person. I would say that the American audience is not necessarily so different but you have things like religion, race (in America it’s different if I have mostly black people in the audience or white people) but it’s still American overall.”
To find out more about Holly Bass visit her website.
Solitamente, le prime immagini che vengono in mente alle persone quando sentono la parola ‘artista’ sono quelle di pittori e scultori vissuti tra il 12° e il 20° secolo. Ciò è dovuto dalla visione antica e classicista che abbiamo noi europei. Ma in realtà ci sono al giorno d’oggi persone estremamente creative che creano vere e proprie opere d’arte. Ho avuto l’opportunità di intervistare una di queste e porle qualche domanda.
Cosa significa ‘fare arte’ nel 21 ° secolo?
”Questo artista che ammiro ha detto che gli artisti sono, o dovrebbero essere, il riflesso dei loro tempi. Credo che sia molto importante essere un’artista che usa l’arte anche per parlare di seri problemi e ingiustizie e che cerca di raggiungere più pubblico”
Performance artistiche, poesia, danza, giornalismo. Esprimi te stessa attraverso diverse forme d’arte. C’è una di queste che preferisci o trovi più efficace?
“Direi che il giornalismo sia più efficace ma quello che cerco di fare è utilizzare le tecniche e le metodologie giornalistiche nella mia pratica artistica. In realtà mi rimangio quello che ho appena detto: il giornalismo è più diretto in termini di trasmettere informazioni ma credo che spesso l’arte sia più efficace nell’aprire le menti delle persone a nuove idee e possibilità”
Quale percorso consigli di seguire a qualcuno il cui sogno è diventare un artista?
”Penso che durante gli studi universitari, sia in indirizzo artistico che giornalistico, sia più importante imparare la storia, la cultura generale e come pensare in modo critico piuttosto che studiare una specifica forma d’arte. Ci sono delle eccezioni come la musica e la danza, nelle quali è necessario allenarsi tutti i giorni ma in generale penso che la cosa più importante sia scoprire il mondo così da avere qualcosa da dire”
Alcune tue opere parlano dell’oggettificazione e della mercificazione del corpo. Credi che sia un problema sociale che necessita di più attenzione?
”Assolutamente. Io personalmente mi occupo di affrontare il corpo femminile, come è visto e strumentalizzato ma anche di come le donne possano avere il controllo e prendere delle scelte e delle decisioni riguardo i loro corpi. In particolare io sono una donna nera e dunque la mia arte cerca nello specifico di trattare i problemi delle donne nere che sono diversi dai problemi del femminismo in generale. Voglio assolutamente far pensare le persone riguardo ai modi con i quali sono complici in questi eccessi della società”
Hai realizzato le tue performance in tutti gli Stati Uniti ma anche internazionalmente. Credi che la percezione dell’arte cambi da paese a paese?
“C’è assolutamente una differenza. Infatti quando vado in un altro paese cambio il tipo di performance o penso molto attentamente quali performance voglio selezionare. In gran parte del mio lavoro, non tutto, uso la lingua con la danza e dunque devo domandarmi se “Voglio tradurre la lingua? o voglio provare con qualcosa di più universale?”
Nella mia esperienza le reazioni sono totalmente diverse in base alla storia e il contesto del paese. All’interno dell’America non direi che la comprensione del mio lavoro è necessariamente diversa in diversi paesi, dipende più che altro dalla cultura e l’ambiente. Ad esempio se mi trovo in uno spazio culturale che si trova nelle regioni del sud, che tendono ad essere un po’ più conservatrici e religiose, è più probabile che le persone rimangano offese da parte del mio lavoro. Ma dato che la mia è un’arte concettuale, le persone che vengono a vederla solo quelle più aperte mentalmente. Dunque quello che credo accada è che il tipo di arte che faccio attrae un certo tipo di persone. Direi che il pubblico americano non è necessariamente così diverso ma bisogna pensare a cose quali la religione, la razza (in America è diverso se ho una maggioranza di persone nere o bianche nel pubblico) ma alla fine è pur sempre americano.”
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In molti avrete sentito parlare di Emma, Elinor, Marianne e ovviamente di Elizabeth Bennett. Questi sono solo alcuni dei personaggi femminili creati da Jane Austen, rinomata scrittrice britannica conosciuta per i suoi romanzi Emma, Ragione e Sentimento, Mansfield Park, Persuasione, Orgoglio e Pregiudizio e L’Abbazia di Northanger.
Jane Austen visse a cavallo tra il 1700 e il 1800, un’epoca dove la vita della donna era prevalentemente legata alle quattro mura della casa e la sua importanza dipendeva dall’uomo a cui era associata. Nei suoi romanzi, però, l’autrice ha saputo dare una visione della donna a tuttotondo, mettendo in luce i sentimenti, i diversi caratteri, i principi morali e i percorso di maturazione interiore delle sue protagoniste e dimostrando che questi non devono essere necessariamente correlati alla sfera familiare o matrimoniale.
Sebbene i libri della Austen siano stati pubblicati per la prima volta nel 1811, le eroine che li popolano sono tuttora conosciute nel mondo per via degli ideali che incarnano, lontani da noi per data ma al contempo incredibilmente attuali.
Tra i tanti, vediamo svilupparsi il tema del matrimonio: mentre per l’uomo il matrimonio è una questione frivola e quasi irrilevante, per la donna può rappresentare l’obiettivo più agognato della vita e deve includere fattori come la condizione economica o il consenso della famiglia. Ne è un lampante esempio una vicenda narrata in Orgoglio e Pregiudizio, nella quale il signor Collins chiede la mano di Elizabeth Bennett, che rifiuta. Mentre Elizabeth viene severamente rimproverata dalla madre, che la minaccia di non rivolgerle più la parola per via della sua scelta, il signor Collins volta pagina in fretta e fa la stessa proposta a un’amica di Elizabeth, Charlotte, che acconsente non per amore ma per interesse. Nello stesso episodio, inoltre, possiamo notare come il signor Collins si dimostri estremamente insistente nel chiedere a Elizabeth di sposarlo, sostenendo che sia consuetudine per le ragazze rifiutare le proposte quando in realtà segretamente desiderano accettare.
Anche in Emma il tema del matrimonio è ben presente. Il personaggio principale, Emma Woodhouse, non sente la necessità di sposarsi: una cosa insolita per la realtà dell’epoca, ma ricorrente nei romanzi della Austen, che prevedono quasi sempre figure femminili che rompono gli schemi imposti dalla società.
Oggi sposarsi e avere figli non sono più le uniche cose che riempiono la vita di una donna, ma molto spesso quelle che decidono liberamente di intraprendere solo una o nessuna di queste strade, preferendo magari dedicarsi alla carriera, alle loro passioni e circondandosi di affetti che non sono legati alla costruzione di una famiglia, vengono ritenute incomplete e ingiustamente compatire. Inoltre l'insistenza davanti a un chiaro rifiuto, oggi come allora, è prova del pensiero radicato nella nostra società come in quella di allora che la donna non sia in grado di conoscere da sola i propri desideri, ma che ci sia sempre bisogno di un uomo che lo faccia per lei.
Le due sorelle protagoniste di Ragione e Sentimento, invece, rappresentano la sfera emotiva femminile. La prima, Elinor è la personificazione della "ragione", l'altra, Marianne, del "sentimento". Con questi due personaggi, la Austen ricorda ai lettori del suo tempo, ma anche a noi, che le donne non sono solo mogli o madri, ma sono esseri dotati di pensieri, opinioni, emozioni e sensibilità, che dovrebbero essere libere di esprimere al pari degli uomini.
Jane Austen ha mostrato, attraverso i personaggi e le storie che ha scritto, il lungo e tortuoso percorso che donne della sua epoca hanno dovuto fare per arrivare e vedere riconosciuti i loro desideri e i loro valori in un mondo che le poneva in una costante condizione di svantaggio. Questi romanzi non sono solo classici letterari, ma anche testimonianze di battaglie sociali che ancora oggi toccano il cuore delle persone. Sarà stato proprio questo a renderli immortali?
A volte, davanti alla violenza, ci pietrifichiamo. Scopriamo di essere incapaci a muovere un muscolo. Ci troviamo impotenti e cerchiamo di convincerci di non aver alcun tipo di legame con chi subisce le brutalità, anche quando sono nostra moglie e nostro figlio, le persone che amiamo più di ogni altra cosa.
È proprio questo che accade una sera a Davide, neurochirurgo, protagonista del romanzo di Fabio Bacà “Nova”, pubblicato nel 2021 da Adelphi.
Il protagonista conduce a Lucca un’esistenza semplice con la consorte Barbara, logopedista turbovegana, il figlio Tommaso, adolescente introverso con una profonda curiosità per il cosmo, le stelle e lo spazio, due gatti e un cane. La sua vita muta il giorno in cui, entrando nel locale dove ha dato appuntamento a moglie e figlio, è spettatore passivo delle avances di un avventore nei confronti di Barbara. Mentre Davide si paralizza, fa irruzione uno sconosciuto che in poche mosse blocca l’aggressore. Il neurochirurgo finge di non avere visto nulla, ma nei giorni seguenti lo tormenta la consapevolezza della propria vigliaccheria. E da lì nasce la domanda che permea tutto il romanzo: “Dominare la violenza o esserne dominati?”.
L’incontro fortuito con il monaco zen Diego, nonché colui che ha agito in difesa di Barbara e Tommaso, gli apre gli occhi su un mondo sconosciuto verso il quale prova un’attrazione irrefrenabile, tanto da cambiare profondamente, meravigliando moglie e figlio che non lo riconoscono più. Egli stesso è esterrefatto da questo ignoto potere che lo inquieta, ma che al contempo lo ripaga e lo entusiasma. Usando una violenza che gli consente anche di combattere i soprusi e l’arroganza del suo vicino prepotente, Davide si trasforma. Ma dov’è il limite? La risposta forse è nella conclusione della storia. O forse no.
In questo romanzo, Fabio Bacà definisce un potente spaccato di vita con uno stile ricercato che unisce comicità e meditazioni attualissime e profonde in una narrazione fluida e gradevole, colma di curiosi concetti di neuroscienze. Alla ricchezza di vocaboli si affianca il loro uso metodico per rappresentare tratti dei personaggi, che sono delineati dalla diligenza di un punto di vista interiore: Davide è combattuto fra la sua indole pacifica e l’insostenibile flusso di calore violento, diffuso per difendere coloro che ama; Barbara si sente trascurata da un marito che non è più lo stesso e l’avvento dei suoi quarant’anni; Tommaso, non solo inizia a destreggiarsi tra amici conformisti e il primo amore, ma anche con la sua perenne ricerca di uno spazio per sé nel mondo; Diego è lo specchio del tema portante del romanzo: l’istinto animale aggressivo dell’uomo, prima lasciato libero, poi reso razionale a tal punto da permetterne, se necessario, lo sfogo, accettando le conseguenze che ne derivano. Ogni personaggio è da scoprire, da approfondire nella sua tridimensionalità. L’affascinante della narrazione si nasconde dietro alla semplice quotidianità e al modo in cui reagiamo a questa.
Riuscire a controllare la propria forza ne giustifica l’adozione? In quali circostanze? Fino a che punto? Riesci a controllarla? Queste sono solo alcune delle domande che il libro spinge a porsi, riempiendolo di sottolineature.
In un momento storico in cui la censura e il politicamente corretto, dominano la narrazione, Bacà è l’outsider che indica la Luna, invitandoci a non dimenticare il lato oscuro che sonnecchia in tutti noi e ad accogliere, nella sopravvivenza quotidiana, una parte della nostra natura ancestrale.
“Il racconto di un esilio: quello dell’autrice bambina da Pola dopo la Seconda guerra mondiale, nel quadro dell’esodo istriano…divenuto metafora della vita stessa”
-Claudio Magris
Un paese e un cane
L’incipit è costituito dalla descrizione del paese nativo dell’autrice, “la radice della sua vita”. “Lì più che altrove la bellezza si vestiva di semplicità e ogni più piccolo spazio, inserito in un contesto intricato come una ragnatela tessuta da un ragno sapiente, aveva la sua ragione d’essere”. É un luogo di bellezza e di pace ma di cui ha perso ogni traccia nella memoria. Senza dubbio il motivo della perdita della memoria è il motivo principale di questa prima parte, ma anche di tutto il libro.
La Ciani riesce ad estrapolare frammenti di ricordo - la scala, la soffitta, la terrazza - ma sono frammenti avvolti dalla paura: “Salgo le scale con un vago senso di paura”; “Salgo le scale con molta cautela per non farmi sentire, e ho paura”; “Non guardo intorno a me, né avanti a me, ma solo indietro”; “Guardo sempre in basso o all’indietro, ignoro quella che, un giorno, sarà per molti la grande via di fuga. Ho cancellato il mare” - (forse primo riferimento alla guerra e all’esodo istriano); “La soffitta è un luogo proibito. Contiene, credo, oggetti pericolosi”. Alla perdita della memoria concorre quindi la paura, che la rende un’oscurità mentale. Questa oscurità mentale è limitata, forse nulla: “È come se guardassi attraverso le palpebre chiuse. In realtà “Non ho orizzonti - é non a caso, di nuovo in incipit nella pagina, poi la narrazione prosegue a capo. Senza dubbio la paratassi e l’uso della punteggiatura fortemente marcato hanno la funzione di enfatizzare e accrescere la già profonda intensità della narrazione”; “E non sento intorno a me, delle presenze”, salvo una che, come vedremo, riaffiora.
Claudio Magris commenta alla fine del libro dicendo che la Ciani si serve di una ben nota poetica che mira a ridurre e a sfoltire, a dire solo l’essenziale o a rappresentarne solo una piccola parte per evocarne con più intensità il significato globale o per spingere il lettore o lo spettatore ad evocarlo essi stessi con la loro integrazione fantasiosa. La poetica del levare, dell’allusione, dell’iceberg, di cui si mostra solo un ottavo per farne sentire con più forza gli altri sette. Questo principio è di una radicalità estrema: la sottrazione o lo spazio bianco non sono più un procedimento espressivo ma diventano la sostanza stessa della rappresentazione, l’oggetto e insieme la musica del narrare, l’assenza assunta a elemento costitutivo della vita, del suo senso latitante e del suo racconto: l’autriceriesce a far parlare con intensità il silenzio, la pausa, la sottrazione, i vuoti e gli svuotamenti, le perdite della vita, fa sentire tutto ciò che manca. La narrazione è la musica assunta dalla mancanza. Il filo che tiene questa assenza è forse un’indimenticabile figura di cane, York, e la sua catena che strascica per terra. Infatti nella narrazione dopo la descrizione dell’oscurità mentale, s’insinua nell’autrice la consapevolezza di non essere sola, ma di essere protetta e, forse, risparmiata (secondo riferimento all’esodo?): “A un certo punto, ci fu un cane”. Anche questa espressione è significativamente disposta nella pagina, si trova alla fine, quasi a formare da sé un intero nuovo paragrafo. In un dedalo di visioni confuse, limitate, paurose anche, viene introdotta l’immagine di un cane, l’unica vera immagine tangibile nella mente dell’autrice. Questo cane, York, non a caso è un dono, regalato alla scrittrice da un fattore di nome Mate che abitava le terre di suo nonno.. La catena del cane che strascica per terra, “la lama che incide con cautela, ma su carne viva”, sottile striscia che chiude il cerchio vuoto della realtà, di quella notte e di quella partenza che per l’autrice sigillano la perdita dell’essenziale e quindi di tutto. Il celeberrimo episodio di Argo e Ulisse serve forse proprio per introdurre un parallelismo: l’incontro tra i due si svolge senza alcuna parola, nemmeno si sfiorano e anche il compianto è solo di una lacrima. Allo stesso modo il rapporto tra l’autrice e York era privo di contatti: “Non rammento manifestazioni, gesti di reciproca tenerezza”.
Argo stava sulla soglia a consumare la sua agonia ma quello era il suo posto, quello del cane fedele che attende. E infatti quando Ulisse torna, solo per Argo non è Outis, Nessuno. Argo è il cane a cui sono affidate la memoria e la fedeltà ad Ulisse. La Ciani scrive “solo punto fermo…simbolo di una tragedia non solo personale: e tuttavia, al tempo stesso, strettamente personale. Il cane York”. Commenta sempre Magris “La nuda verità dell’esistenza si condensa nell’irredenta e irredimibile esistenza animale, nella sua assolutezza così contigua all’indifferenza e al nulla”. Argo e York si erigono a metafora dell’esilio e della perdita dell’essenziale e radicale. La Ciani non lascia alcun tipo di prospettiva a quest’esilio: è assoluto e privo di compensazione. L’atto del togliere, del levare, in questo libro non è un procedimento solo stilistico. L’esilio, lo sradicamento dalla realtà sono la vita stessa, intesa quale sottrazione.
«Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d'essere ancora felice.»
-Jules Renard
Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita;
UN ABILE GIOCATORE DI SCACCHI
Forse in questo momento le pedine della sua scacchiera stanno combattendo duramente, i cavalli, sfrenati, si sono schierati davanti agli avversari, galoppano da una casella all'altra, i due re, impazienti e stanchi di lottare, alzano gli occhi al cielo, i pedoni avanzano, marciando spediti, gli alfieri sono sull’attenti, neri contro bianchi. Forse i pezzi di questo gioco così stravagante sono in attesa di iniziare uno scontro o, magari, hanno già terminato una partita e si stanno riposando dagli sforzi e dalla fatica. Le pedine sono vive, spesso si muovono senza sosta sulla scacchiera, sulle caselle dai colori alternati. Su un piedistallo robusto, invece, è appoggiato un globo. Solo metà della sfera è illuminata dal sole, accarezzata da raggi dorati. Lì i mari e gli oceani sono increspati, l’acqua ondeggia dolcemente cullata dal vento. I ghiacci e le nevi ricoprono le cime aguzze dei monti di un morbido manto bianco e lucido. Mentre il diavolo gioca a scacchi osserva quello strano oggetto, facendolo ruotare velocemente. Grazie ad esso conosce e vede in tempo reale tutto ciò che avviene nel mondo, l'inizio di una guerra, lo scoppio di un incendio, la furia di una tempesta. E forse, adesso, sta osservando anche noi. Dall’altra parte del tavolo, intento a scrutare la scacchiera, un gatto nero con una cravatta bianca ed un binocolo di madreperla pensa alla mossa da fare. È Behemoth, il gatto del diavolo, del Messere. Sfregandosi i baffi dorati con la zampetta, spesso è intento a parlare: «Ritengo pure mio dovere avvertire che il gatto è un animale antico e intoccabile».
Adesso, però, come scriverebbe Bulgakov: «Fermiamoci qui, ti stai distraendo, lettore! Seguimi!», stavolta comincerò a raccontarti la storia dal principio…
Tutto ha inizio in un afoso pomeriggio su una panchina agli stagni Patriaršie di Mosca, quando due uomini, il poeta Ivan Nikolaevič Ponyrёv e il direttore di una rivista letteraria, Michail Aleksandrovič Berlioz, si incontrano per discutere di un poema antireligioso che Ivan sta scrivendo per la rivista di Berlioz. La loro conversazione, però, è interrotta dall'arrivo di un uomo bizzarro che vuole convincere i due dell’esistenza di Gesù e, per farlo, racconta loro l’inizio della storia di Ponzio Pilato. “Uno straniero”, così lo definiscono il poeta ed il direttore, perché non sanno che, in realtà, davanti a loro si trova il diavolo in persona, cioè il Messere. E così, come gioca a scacchi con le pedine, Satana, sotto il nome di Woland, inizia a far lo stesso con gli abitanti di Mosca. Crea scompiglio sia al Massolit, l’importante associazione letteraria di cui Berlioz è il presidente, sia al teatro Varietà, sia in città, con l’aiuto del gatto Behemoth e di altri due bizzarri personaggi, Korev’ev e Azazello. A teatro realizza anche uno strabiliante spettacolo di “magia nera”. Lì inganna tutti gli spettatori che, ingenui, cadono facilmente nei suoi tranelli basati sulle tentazioni dell'essere umano, come il denaro e i bei vestiti. Nella seconda parte del libro, invece, la giovane Margherita Nikolaevna sarà disposta ad affidarsi al diavolo ed a diventare una strega pur di salvare l’uomo che ama, il Maestro, rinchiuso in manicomio per aver scritto un libro in cui racconta la vita di Ponzio Pilato e in cui afferma l’esistenza di Gesù Cristo.
Perché «lei, naturalmente,» il Maestro «non l’ha dimenticato».
«Seguimi, lettore! Chi ti ha mai detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica, a quel bugiardo.
Seguimi lettor mio, segui me solo, e io ti mostrerò un simile amore!»
PERCHÉ LEGGERLO
Perché il lettore rimane coinvolto dalla storia che, con lo scorrere delle pagine, diventa sempre più accattivante e appassionante. La velocità degli avvenimenti non gli permette di riflettere o di pensare. Ogni parola si incastra con la precedente creando una catena di azioni che si susseguono senza sosta una dopo l’altra, dando vita a una narrazione ricca di particolari che creano un’atmosfera magica, somigliante a quella di un sogno. Spesso si decide di tornare indietro di qualche riga per rileggere alcune frasi, non per mancata comprensione, ma perché si rimane sorpresi ed increduli dalla stravaganza dei personaggi e dagli avvenimenti che sconvolgono Mosca, tanto da essere convinti di non aver capito.
Il Maestro e Margherita è un romanzo surreale e fantasioso, ma grazie alla bravura di Bulgakov nel narrare e nel descrivere l’impossibile prende forma nella nostra immaginazione, tanto da sembrare reale. Nella seconda parte del libro, Margherita dimostrerà l’importanza e la forza dell’amore, un sentimento talmente potente da spingerla a trasformarsi in una strega, volare al chiaro di luna sulla sua spazzola per conoscere Woland e, con lui, partecipare ad un ballo al quale sono invitati i morti come «suicidi, avvelenatrici, impiccati, ruffiane, aguzzini e truffatori, carnefici, delatori, traditori, pazzi, spie, corruttori». Ma fino a dove la porterà il Messere?
«Seguimi lettore!»
MICHAIL BULGAKOV
Michail Bulgakov, nato a Kiev, in Russia, nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, è uno degli scrittori e drammaturghi più importanti della prima metà del Novecento. A partire dal 1921 inizia a pubblicare i suoi primi racconti e romanzi brevi, dopo essersi laureato in medicina nel 1916 ed essersi accorto di non amare quella professione, da lui esercitata fino al 1920. Da quel momento, infatti, decide di dedicarsi esclusivamente alla scrittura di romanzi e testi teatrali. Uno dei suoi capolavori, Il Maestro e Margherita, è influenzato dal periodo storico di Bulgakov, dal comunismo e dalla dittatura di Stalin, in cui la libertà di pensiero è limitata e oppressa. Nel romanzo, infatti, gli abitanti di Mosca che si esprimono liberamente e raccontano la loro verità, cioè l’incontro col diavolo, sono trattati come pazzi e vengono rinchiusi in manicomio.
2. Paolo Cognetti, Le otto montagne;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché il lettore, assieme al protagonista Pietro, a suo padre e all’amico Bruno, imparerà ad osservare le montagne come cime rocciose ed aguzze di antiche memorie, come sentieri di ricordi da percorrere, di vite che si incontrano lungo una strada tortuosa e continuano a farlo anche quando sembrano essersi separate per sempre. Grazie a Bruno, ed all'eredità ricevuta alla morte del padre, Pietro riuscirà a rispondere alla strana domanda che un giorno, durante una delle sue escursioni, gli verrà posta da un napalese intento a trasportare in un rifugio una gabbia con alcune galline: «Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi. [...] Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?»
3. Betty Smith, Un albero cresce a Brooklyn;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché parla di un mondo oramai per molti sconosciuto dove i bambini poveri di Brooklyn, tra cui la protagonista Francie Nolan e il fratello Neeley, comprano il pane raffermo senza busta e, a causa del costo elevato della carta, lo avvolgono in fogli di giornale. Chiedono anche ai negozianti di poter avere i pezzetti dei dolciumi frantumati, che altrimenti non potrebbero essere venduti. Raccolgono per le strade strisce di tessuto, tappi di metallo, lattine, carta strappata e gomma che scambiano dallo straccivendolo per qualche soldo. Ogni negozio fa nascere un sogno nella mente dei più piccoli, come quello di spezie e di tè in cui ogni barattolo, accuratamente etichettato, sprigiona un forte e piacevole odore o la bottega in cui i giochi esposti in vetrina sembrano provenire dalle favole.
3. Betty Smith, Un albero cresce a Brooklyn;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché parla di un mondo oramai per molti sconosciuto dove i bambini poveri di Brooklyn, tra cui la protagonista Francie Nolan e il fratello Neeley, comprano il pane raffermo senza busta e, a causa del costo elevato della carta, lo avvolgono in fogli di giornale. Chiedono anche ai negozianti di poter avere i pezzetti dei dolciumi frantumati, che altrimenti non potrebbero essere venduti. Raccolgono per le strade strisce di tessuto, tappi di metallo, lattine, carta strappata e gomma che scambiano dallo straccivendolo per qualche soldo. Ogni negozio fa nascere un sogno nella mente dei più piccoli, come quello di spezie e di tè in cui ogni barattolo, accuratamente etichettato, sprigiona un forte e piacevole odore o la bottega in cui i giochi esposti in vetrina sembrano provenire dalle favole.
5. Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché i boschi di Travenì, dai tronchi robusti con folte chiome, dalle foglie bagnate dalla rugiada e dalle fitte radici, che affondano nella terra umida per la nebbia, si rivelano invasi da rovi spinosi, da segreti silenti che gli abitanti della cittadina vogliono tenere nascosti. La natura diventa un rifugio in cui seppellire il passato, là dove solo la luce può filtrare indisturbata nella foschia senza essere intimidita. Riuscirà la commissaria Teresa Battaglia a inoltrarsi in quella selva brulicante di storia circondata dai monti senza venire ferita o intrappolata dalle spine appuntite, dai misteri di quei boschi cristallizzati nel tempo come brina?
6. Ilaria Tuti, Ninfa dormiente;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché il quadro della “Ninfa dormiente”, raffigurante un’affascinante ragazza dipinta col sangue da Alessio Adrian, racconta attraverso la tela vicende che si legano al pittore stesso, un uomo che, da dopo la fine della guerra, si rifiuta di parlare, lasciandosi cadere in un eterno silenzio. Si può celare una storia dolorosa e amara dietro a quell'opera, a quello sguardo incantevole e dalla bellezza divina, dipinto con gocce di vita, di sangue raggrumato e secco?
7. Ilaria Tuti, Luce della notte;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché Teresa Battaglia e l’ispettore Marini dovranno ascoltare e cercare di interpretare ciò che sembra frutto dell'immaginazione di una bambina, Chiara. La sua è una voce profonda, potente, tanto da incutere paura, un terrore vero, oggettivo, la voce dell'inconscio, quella dei suoi sogni. Può un sogno, ovvero quel vortice di apparenti illusioni e fantasticherie in cui ci si lascia trascinare nell’oscurità della notte, essere reale? O quello di Chiara è solo un pensiero nato dal buio in cui la bambina è costretta a vivere a causa della sua malattia che non le permette di stare alla luce del sole?
8. Ilaria Tuti, Figlia della cenere;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché il passato di Teresa si intreccia con quello di un assassino, Giacomo Mainardi e, dopo ventisette anni, torna in superficie: anche se è trascorso molto tempo non è mai affondato nell'abisso dei ricordi lontani e perduti. Riaffiora nel presente, tessera dopo tessera si ricompone come i mosaici che Giacomo ama realizzare plasmando i tasselli colorati con la martellina e incastonandoli l'uno vicino all'altro in un'unica opera, la firma della sua malinconica esistenza nel mondo.
9. V. M. Manfredi, Il mio nome è nessuno, il giuramento;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché racconta la crescita di Odisseo, il bambino curioso ed intelligente che ama giocare con alcune sfere di vetro colorato, che non si stanca mai di attendere il ritorno del padre Laerte, di ascoltare le incantevoli storie dell’aedo Femio e le sagge parole di Mentore. Con lo scoppio della Guerra di Troia per Odisseo è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle la giovinezza, di diventare re di Itaca, di abbandonare la sua amata terra, la moglie Penelope, commossa per la partenza del marito, e il figlio Telemaco ancora balbettante.
10. V. M. Manfredi, Il mio nome è nessuno, il ritorno;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché narra le tante imprese eroiche di Odisseo, l’uomo astuto, saggio e previdente, attaccato alla vita e alla famiglia. Odisseo è pronto a scendere nell’Ade pur di conoscere il suo destino e quello dei compagni, è disposto ad affrontare un lungo viaggio in terre sconosciute e pericolose, sfruttando l'unica arma che ha, l’astuzia, la sua risorsa più forte e potente. «Ero solo. Non mi era mai capitato nella mia vita e sperimentai in quei giorni che è meglio affrontare pericoli, preoccupazioni, sofferenze, circondato da amici e compagni che non l'inerzia e il tedio nella completa solitudine.»
Se si considerasse il tempo come lo descrive Vonnegut, in questo libro non ci sarebbero né flashback né sbalzi temporali. Quando un evento accade, semplicemente “è”, non solo in questo momento, ma sempre sarà e sempre è stato. Passato e futuro non esistono e nemmeno si possono cambiare, perchè non è possibile cambiare qualcosa che è sempre accaduto e sempre accadrà. Per questo che “Mattatoio n. 5” non ha un inizio preciso e nemmeno una fine, ma è un insieme di frammenti sconnessi della vita di Billy, perchè è così che Billy effettivamente vive la sua realtà: sa perfettamente ogni cosa che lo riguarda, l’ha riguardato o lo riguarderà, persino come, dove e quando morirà, e questo perché nemmeno la morte è definitiva per lui, che può risvegliarsi in qualsiasi momento in un momento diverso della sua vita. Sballottato continuamente da un frammento all’altro della sua esistenza, e presente in ogni luogo e in ogni tempo in qualsiasi momento, il lettore si confonde con il protagonista: due soggetti confusi, vittime della loro realtà.
“E’ così breve, confuso e stonato, caro Sam, perché non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Non c’è molto da aggiungere, alle parole di Vonnegut, ed è difficile girarci intorno. Leggere un libro come “Mattatoio n. 5” significa leggere un libro strano, un libro che a tratti può risultare disturbante, per i continui sbalzi temporali, per le ripetizioni e le frasi che sembra di aver già sentito ma senza ricordare dove di preciso; per i personaggi, per la nuda e cruda rappresentazione della crudeltà umana. Carico di queste convinzioni, il lettore non può che arrivare alla fine della lettura a bocca aperta. Non per lo stupore, ma per un profondo senso di confusione, di dispiacere verso le vittime del passato e quelle che ci saranno nel futuro, perché le cose stanno così, e “non c’è nessun perchè”. Forse è in questo modo che si inizia veramente a capire il senso del libro e il grande genio di Kurt Vonnegut: il lettore capisce Billy, perchè si comporta come lui, perché è lui: è spastico nel tempo, passa da un argomento all’altro e per le prime righe è necessariamente spaesato; è innocuo, non vuole fare del male a nessuno, ma è impotente davanti alla sofferenza del mondo e all’odio tra gli uomini; ha una sua verità da raccontare ma la società percepisce le sue innovazioni come minacce. Chiunque può leggere “Mattatoio n. 5”, diventare “Mattatoio n. 5” e portare “Mattatoio n. 5” all’interno della propria vita: è un libro da vivere in prima persona, da apprezzare non tanto per la sua bellezza ma quanto più per la sua unicità, ed è un libro su cui riflettere, sui cui basare nuove strade e nuovi orizzonti nel quotidiano.
Il nome di Kurt Vonnegut non è nuovo ai più e anzi è familiare quasi come quelli di altri grandi autori della letteratura degli ultimi secoli, come Tolstoj, Dostoevskij, Kafka, Fitzgerald. Scrittori che si sono resi celebri con la loro penna e che sono riusciti con il loro genio a scolpire il loro nome nella memoria e nella cultura popolare. Credo funzioni così quando un libro diventa un classico: i veri lettori lo apprezzano, gli intenditori affermati lo esaltano e poi tutti gli altri ne parlano, e alla fine tutti conoscono quel libro, sanno che è un libro rivoluzionario e che merita di essere letto, anche se ad averlo letto sono solo i veri lettori. In molti hanno sentito parlare di Kurt Vonnegut, eppure chi ha letto i suoi libri, chi sa di cosa parlano? Semplicemente si sa che è stato bravo in quel che ha fatto, e che qualcosa di grande deve pur aver fatto, se ha raggiunto la fama. Difficile trovare qualcuno che ammetta di sapere qualcosa sul suo conto. Ma guardando la realtà da un punto di vista differente, forse tutti abbiamo avuto a che fare con Kurt Vonnegut molto più di quanto crediamo. Come l’ “Eppur si muove” di Galilei o “Il fine giustifica i mezzi” di Machiavelli, esiste una frase di “Mattatoio n. 5” che è molto più nota del legame stesso che esiste con il suo creatore: “Tutto era bello e nulla stonava”. Queste parole non sono mai state scritte da Vonnegut nel suo libro, nel racconto. Questa frase costituisce piuttosto uno dei pochi disegni presenti nel racconto. Si tratta di una lapide, piantata nel terreno, con incisa queste parole, sicuramente più note all’estero che in Italia: l’originale “Everything was beautiful and nothing hurt” infatti è una delle frasi in inglese più tatuate di tutti i tempi. Non è raro trovare anche sul web foto di questa frase tatuata su braccia, spalle o schiena, con tanto di lapide, fili d’erba in basso e angioletto inciso in cima. Ma al di là dell’utilizzo che la comunità ha fatto di questo lascito, Kurt Vonnegut è riuscito in poche parole a raccontare la sua storia e le sue aspirazioni. “Tutto era bello e nulla stonava” non è riferito a nessun evento in particolare del racconto, ma a tutto il racconto, alla morte di Derby per aver preso una teiera che non gli apparteneva, alla distruzione della perfetta e felice Dresda, al massacro di giovani anime umane. Ma anche alla speranza e alla certezza che nonostante i mali del mondo, il bene possa tornare e trionfare.
“Usare le parole oggi, impiegare tempo per farle risuonare, significa non aver perso la speranza; portarsi dietro delle parole nelle tasche dei pantaloni, nel taschino della camicia, della giacca, incastrate nella punta delle scarpe, dentro i calzini e finanche nelle mutande, significa avere l’ardire di cercare una soluzione nonostante tutto e senza il preconcetto del luogo più adatto a impiegarle”
Saverio Tommasi è un reporter del giornale online Fanpage.it, scrittore e fondatore dell’associazione no profit ‘Sheep Italia’, dove vengono organizzati corsi per persone sole o con problemi economico-sociali nei quali viene insegnata l’arte ormai un po’ trascurata del lavorare a maglia.
In questo suo terzo libro l’autore si sofferma sul valore e l’importanza delle parole e per farlo ne sceglie 50, 50 parole ognuna abbinata a una storia per riscoprire l’amore dei vocaboli della così vasta lingua italiana. Tommasi racconta un po’ di sé, un po’ delle sue amate bambine e un po’ di una realtà italiana che soltanto un giornalista come lui ha avuto l’occasione di conoscere così bene. Il libro perfetto per noi, studenti di una scuola dal cuore antico che studia, analizza e valorizza il linguaggio e l’oratoria.
Alcuni racconti ti faranno sorridere, forse addirittura ridere, altri ti incuriosiranno tanto da aprire un motore di ricerca per approfondire l’argomento, altri ti faranno riflettere sull’adolescenza e altri ancora piangere. Perché in fondo non è questa la forza delle parole? Che, prima singolarmente poi accostate le une alle altre, assumono il potere più grande del mondo?
In questo articolo parlerò del film “Sostiene Pereira” di Roberto Faenza , storia toccante della formazione di un anziano, che si realizza attraverso un giovane.
Il lungometraggio (tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore pisano Antonio Tabucchi) vede come protagonisti grandi nomi della storia del cinema, primo fra tutti Marcello Mastroianni, con il ruolo di protagonista. La storia è ambientata nel 1938 in Portogallo, negli anni dell’affermazione della dittatura fascista di Salazar.
Il protagonista, Pereira, è un anziano giornalista che si occupa della redazione della pagina culturale del giornale “Lisboa”. Ormai vedovo, grasso, appesantito dagli anni, con il ritratto di sua moglie come unico interlocutore e la morte come unico pensiero, il giornalista vive rifugiandosi nella sua cultura, convinto di poter rimanere a guardare il suo mondo che cambia, sempre più sconvolto dal regime fascista.
Un giorno, però, dopo aver letto un articolo sulla morte, decide di conoscerne l’autore, Monteiro Rossi, e di assumerlo affinchè scriva in anticipo i necrologi dei grandi scrittori del suo tempo. Monteiro, contro ogni aspettativa di Pereira, è un giovane che ama la vita, che “segue le ragioni del cuore”, a contrasto con l’anziano protagonista, che pensa solo alla morte e preferisce “tenere gli occhi aperti”.
Pereira si affeziona a questo giovane che, spinto dalla fidanzata Marta, vuole cambiare le cose, che non desidera rimanere a guardare il suo paese che soffre, ma vuole agire. L’anziano giornalista lo vede come il figlio che non ha mai avuto e per questo cerca sempre di proteggerlo e consigliarlo. Questo incontro ha su di lui delle grandi conseguenze: inizia a pensare che la cultura a cui ha dedicato tutta la sua vita non sia la cosa più importante, ma che sia necessario che anche lui faccia qualcosa per il suo paese. L’anziano protagonista si convince completamente di questo a seguito del tragico epilogo della storia, quando Monteiro viene torturato e ucciso in casa sua dalla polizia politica, in una scena che, per la sua violenza, sconvolge lo spettatore e lo lascia senza parole.
Il film è una bellissima fotografia del Portogallo degli anni ‘30. sconvolto dalla violenza ma ancora carico della sua bellezza malinconica. Rimangono impressi tutti i personaggi, dai protagonisti alla portinaia, dal cameriere del bar preferito di Pereira al suo amico, il Dottor Cardoso, fino a Padre Antonio, allo spietato capo della polizia politica e al direttore del giornale.
“Sostiene Pereira” è un mondo traboccante di immagini, suoni ed emozioni che lascia un segno diverso nel cuore di ciascuno degli spettatori. È un film che parla a tutti, dai giovani ai più anziani, grazie alla grande ricchezza di temi, che vanno dalla formazione all’impegno per la letteratura, dal contrasto tra vita e morte fino al desiderio di combattere per il proprio paese, dalla vecchiaia fino a temi più “filosofici”, come la teoria della congregazione delle anime proposta dal Dottor Cardoso.
Questo film merita di esser visto, non solo perché permette di riflettere su questi temi, ma anche perché permette di provare tante emozioni, come il senso di tenerezza per l’anziano e impacciato Pereira e la sua vita di ricordi, l’ammirazione per Monteiro, lo scandalo per la sua morte, il giudizio negativo per la storia di quegli anni e il forte disprezzo nei confronti del direttore e del capo della polizia.
Visto “Sostiene Pereira”, chiunque sarà cresciuto, sarà nuovo, più ricco, come il protagonista che si allontana tra la folla nella scena finale.
La campanella è già suonata, anche gli studenti del liceo classico e linguistico Muratori San Carlo sono tornati a scuola. L’idea di affrontare un nuovo anno, ripensando a quello passato, alla didattica a distanza ed ai suoi effetti, fa nascere diverse preoccupazioni, ansie e timori. Spesso noi ragazzi ci chiediamo quale potrebbe essere una motivazione, una spinta per affrontare il rientro in classe, per intraprendere un nuovo inizio che, a volte, ci spaventa più dei precedenti. Forse dobbiamo cercare qualcosa che illumini «lo spazio [...] della paura, rendendolo più visibile e quindi più vivibile, perché questo è quello che fa la cultura: rendere più abitabile la vita, rischiarandola almeno un po’, anche quando quella luce illuminerà cose che non ci piacciono. Sempre meglio delle tenebre». Così aveva scritto un anno fa Alessandro D’Avenia nel suo articolo di buon anno scolastico a tutti gli studenti, pubblicato sul “Corriere della Sera”. Anche adesso, però, queste poche frasi si possono rivelare attuali, «perché l’assenza di senso riempie lo spazio interiore di paura, paralizza l’azione o la rende manipolabile» mentre, come suggerisce il titolo di uno dei libri di Dacia Maraini, probabilmente, “La scuola ci salverà” e, con lei, la cultura.
E per quanto riguarda gli insegnanti? Come possono aiutare i propri alunni durante la ripresa scolastica? Lo scrittore ha spiegato il suo punto di vista nell’articolo di lunedì 6 settembre, intitolato “Primo giorno di scuola”. Questo è il momento in cui «dobbiamo dare una picconata al muro che imprigiona i ragazzi [...], e ci riusciremo se raccontiamo come quel muro è stato abbattuto in noi da numeri, cellule, rime...».
«Il Sognatore (il professore di storia e filosofia) è entrato in classe con un libricino in mano. Un centinaio di pagine…“Un libro che ti cambia la vita”, così ha detto. [...]
“Strappare la bellezza ovunque essa sia e regalarla a chi mi sta accanto. Per questo sono al mondo.”
(Bianca come il latte, rossa come il sangue)»
Bianca come il latte, rossa come il sangue;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché descrive in modo realistico il mondo degli adolescenti e le loro complesse sensazioni ed emozioni, tra cui l’amore, le paure, i timori, l’ansia e la timidezza. Leo, un ragazzo innamorato di Beatrice, una compagna di scuola malata di leucemia, dovrà trovare il modo di sbrogliare il filo di sentimenti e di sogni che si attorcigliano ai suoi pensieri, dominandoli. «Una cosa però l’ho capita, grazie a Beatrice: non posso permettermi di buttare nemmeno un giorno della mia vita. Credevo di avere tutto e non avevo niente, al contrario di Beatrice, che non aveva niente e lei sì che aveva tutto.»
L’arte di essere fragili, come Leopardi può salvarti la vita;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché Alessandro D'Avenia, attraverso le tante lettere che indirizza a Giacomo Leopardi, ci mostra come il poeta abbia descritto le diverse fasi della vita, dall’adolescenza alla morte, raccontandone allo stesso tempo sia i dolori che le preoccupazioni, sia la bellezza che la speranza. Leopardi è riuscito a “costruire” ciò che i ragazzi cercano ogni giorno, «Una casa in aria sospesa con funi a una stella (Zibaldone, 1 ottobre 1920)». Si è lasciato incantare, sorprendere e trasportare dall’amore e dalla passione, cioè dai suoi «rapimenti», dalla scrittura, «stella polare di una vita intera» e non solo. Attraverso testi, lettere e poesie senza tempo, ci insegna L’arte di essere fragili, l’arte di vivere, di sperare, di amare, di vedere la bellezza racchiusa in una ginestra (La ginestra), nella luna (Alla Luna) e nella natura.
Ciò che inferno non è;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché «se nasci all’inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro.» Federico, uno studente del liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo, con l’aiuto di don Pino, il suo insegnante di religione, capirà che fino a diciassette anni non ha mai visto veramente la realtà e ciò che lo circonda. Il professore lo porterà a Brancaccio, un quartiere dove la mafia, come un “branco di lupi”, marca il proprio territorio senza risparmiare nessuno. Tra «[...]enormi palazzi di cemento, alveari screpolati e abbandonati dalla bellezza, che fanno di cemento l’anima che li abita» Federico riuscirà a sentirsi utile e a trovare la felicità dove si rifiutava di cercare. Capirà, così, che il vero «inferno è non vedere più l’inferno».
L'appello;
PERCHÉ LEGGERLO
Perché Omero Romeo, un insegnante di scienze rimasto cieco, non potendo vedere i suoi alunni e i loro comportamenti, inventa un nuovo metodo per conoscerli attraverso l’appello e la materia che insegna, riuscendo, così, a comunicare con gli studenti di quinta D, “D di disperati”, come il professore li ha definiti. Durante le lezioni spiega loro l’importanza di lasciarsi meravigliare dalla vita, dai misteri della natura e del mondo che li circonda, lasciandoli liberi di esprimersi e di parlare. Il buco nero non è solo quello che si trova nello spazio, ma pure quello interiore, «che inghiotte anche la luce insomma, [...] la cosa che costantemente ti attrae ma finisce per spegnerti”. “Il mio compito non è quello di dissipare il buio che c’è nelle loro vite, ma di mostrare loro che in quel buio non sono soli, perché quel buio è ciò che ci unisce tutti.»
*Alessandro D’Avenia, scrittore, insegnante di lettere e sceneggiatore italiano. Il suo romanzo d’esordio, Bianca come il latte, rossa come il sangue, ha avuto un grande successo, ne sono state vendute più di un milione di copie ed è stato tradotto in ventitré paesi.
Avendo visto e apprezzato il film “Est - Dittatura Last Minute”, ho pensato di intervistare Matteo Gatta, uno dei tre attori protagonisti, originario di Ravenna, che si è reso disponibile a rispondere ad alcune domande.
So che hai studiato anche tu al Liceo Classico, come sono stati quegli anni?
Sono stati incredibili. Gli anni del liceo classico sono stati dei grandi anni. Crescendo mi sono reso conto che non mi è mai piaciuta la matematica e che ero innamorato della letteratura italiana, latina, greca e inglese. Ho sempre amato scoprire gli autori, le opere e le storie. Questo per me è fondamentale, perché costituisce la vera cultura di una persona.
Ti sei trovato bene? Qual era la materia in cui andavi meglio e quale peggio?
Sì, molto. Ho frequentato il liceo classico Dante Alighieri di Ravenna. La materie in cui andavo meglio erano filosofia e letteratura italiana, la quale adoravo studiare. Quelle in cui andavo peggio erano senza dubbio matematica e chimica, che mi mettevano in assoluta crisi, però ritengo che sia giusto e utile studiare un po’ di tutto.
In seguito, hai frequentato la scuola del Piccolo a Milano, come è stata la tua esperienza? La ripeteresti?
È stata un’esperienza un po’ strana, perché io sono entrato al Piccolo per poter lavorare con un regista molto famoso chiamato Luca Ronconi, che però è venuto a mancare solo poco tempo dopo il mio ingresso. La scuola, in seguito alla perdita, si è rivoluzionata: sono stati assunti numerosissimi insegnanti giovani e capaci. Io ho sempre sognato di fare l’attore e per me aver avuto la possibilità di poter frequentare tre anni d’accademia, è stata un vero e proprio sogno: dopo il liceo, improvvisamente, mi sono ritrovato a fare solamente ciò che sognavo da una vita, è paragonabile a Hogwarts!
E soprattutto, la consiglieresti per aspiranti attori?
La consiglierei moltissimo.
In Italia, ci sono sono tantissime accademie: alcune sono ottime, altre invece sono delle fregature, perciò è sempre meglio avere qualcuno che possa darti consigli su quali sono valide e quali è meglio evitare. Ma se una persona decide di frequentare un’accademia teatrale perché ne è appassionato, deve essere consapevole che dedicherà tutta la sua vita al teatro.
Come mai, dopo un liceo classico che porta a scelte differenti e forse anche più scontate, hai deciso di fare recitazione?
Fin da piccolo ho sempre voluto fare l’attore: addirittura ho ritrovato dei temi risalenti ai tempi delle scuole elementari, in cui scrivevo che da grande mi sarebbe piaciuto diventare un attore. Poi, alle superiori ho fatto dei laboratori con una compagnia di Ravenna, Teatro delle Albe, che organizza laboratori interessantissimi, che io ho sempre frequentati molto volentieri. Dopo il liceo non avevo voglia di fare altro, se non recitazione.
Pensi che le basi che ti ha dato il liceo siano state utili per affrontare questo tipo di percorso?
Il liceo classico, per me, fa venire voglia di continuare a studiare. Una volta finito hai ancora voglia di imparare e conoscere e questo per me è importantissimo anche nel mestiere dell’attore, che è un individuo curioso. Per me, avere la conoscenza della lingua greca, latina e della storia, sapere da dove veniamo e da dove viene la lingua che parliamo al giorno d’oggi, è stato fondamentale, quindi sì ritengo che le basi del liceo classico siano state utilissime.
Tu, come attore, hai una fonte di ispirazione?
No. Sarei bugiardo a dirti di sì. Molti miei compagni di classe arrivavano in accademia con dei riferimenti ben precisi, mentre io l’ho sempre fatto solo per il piacere di buttarmici dentro. Però, potrei dire che il mio riferimento, sia l’interpretazione di Marcello Mastroianni, nel film “Otto e Mezzo” di Fellini. Mastroianni, nel film, sembrava quasi che scappasse dalla telecamera e che non stesse recitando. La sua interpretazione mi ha commosso.
Nel 2017, hai interpretato Bassanio ne Il Mercante di Venezia, della compagnia teatrale Idiot Savant. Com’è stato recitare a teatro?
Quello spettacolo, fu il primo che feci appena uscito da scuola e che mi fece entrare nella compagnia Idiot Savant, in cui sono ancora. Entrai come una sostituzione. Bassanio, il mio personaggio, è un ragazzo molto buono, ma che spesso combina dei disastri ed errori, a causa della sua giovinezza. La cosa strana del mio primo spettacolo fu che dovetti baciare un ragazzo che ci aveva provato con la mia ragazza del tempo e che era ancora innamorato di lei.
Tuttavia lo spettacolo fu molto bello e la regia molto interessante.
Passando alla tua ultima interpretazione, ovvero Est, in cui interpreti Pago. Ti senti affine a lui?
Tantissimo. Ci sono molte somiglianze.
Pago è come un personaggio che si sente sempre un po’ a disagio e come se volesse sempre fare qualcosa in più, come se non gli bastasse mai ciò che ha già fatto; il film non realizza questa sua caratteristica, ma mantiene sempre vivo in lui il quesito: “è questo quello che ti aspettavi?”.
Pago va sempre alla ricerca di qualcosa e scopre sempre una mancanza. Pago nasconde un non so ché di romantico, in cui io mi trovo in contatto.
Come si sono svolte le audizioni?
Io sono andato a Cesena, dove ho fatto un provino brevissimo e, dopo un mese, mi hanno telefonato, dicendomi di aver ottenuto il ruolo da protagonista. Non è mai successo in vita mia di passare un provino per il cinema, e neanche di metterci così poco!
Come ti senti per la candidatura di Est al David di Donatello?
Purtroppo non abbiamo ne abbiamo vinto neanche uno. Ma non ne sono così deluso. Infatti, per ridere, ho caricato su Facebook un post in cui dicevo: “Ragazzi volevo darvi personalmente questa notizia, non sono entrato in cinquina al David di Donatello, il cinema italiano si è salvato ancora una volta”. Però nessuno ha capito che era uno scherzo e tutti hanno cercato di consolarmi. Alcuni mi hanno addirittura scritto che secondo loro i risultati erano truccati!
Come ti sei trovato sul set di Est?
Benissimo. Al mio lavoro chiedo solo una cosa, non di lavorare per tutta la vita, o di fare film famosissimi, o prendere stipendi altissimi, ma di lavorare semplicemente con gente per bene.
In Est, è successo: il cast era gentilissimo, con i ragazzi ho fatto amicizia subito, il regista era disponibilissimo e abbiamo fatto un viaggio in Romania. Meglio di così non poteva andare.
Che rapporto hai con Jacopo e Lodo?
Siamo dei fratellini, ci sono storie divertentissime.
Quando sono molto amico di qualcuno, mi diverto a fare un po’ il “cucciolo” e spesso chiedevo a Jacopo e Lodo di dormire tutti insieme.
Una sera a Cesena, in cui il giorno dopo eravamo in pausa, mi fecero contento. Eravamo energici, avevamo bevuto, avevamo fatto festa e in un bar incontrammo Elio dei Pinguini Tattici Nucleari, con cui sono diventato amico.
Il giorno dopo, alle sei del mattino suona un cellulare. Noi eravamo a letto: io ero a sinistra, Lodo a destra e Jacopo in mezzo. Nessuno rispondeva, allora io chiesi di chi era il telefono, perché non era il mio. Era il cellulare di Jacopo, che, dal mezzo del letto, era riuscito scivolare a terra.
Che effetti ha avuto la pandemia sul tuo lavoro?
Dal punto di vista economico, sono tra le persone più privilegiate, perché ho sempre ricevuto dei ristori fissi. Ma purtroppo non è così per tutti. Molti non devono semplicemente pagare un affitto, ma hanno anche una famiglia. Altri non sono riusciti a presentare il numero di giornate per poter ottenere il ristoro. Per molti attori, recitare non è la prima fonte di guadagno, ma spesso lo sono i laboratori, gli workshop e i corsi. In termini artistici, invece, la pandemia mi ha rovinato. Avevo scritto uno spettacolo chiamato “Amore”, che tenevo davvero molto a farlo “girare”. Avevo molto progetti che non sono andati in porto, ed è proprio per questo che ho occupato il Piccolo di Milano.
Giungendo verso il termine dell’intervista, che progetti hai per il tuo futuro?
Nel mio futuro, ho appunto “Amore”, trattante di una relazione che ho avuto. Per questo spettacolo, che ho terminato nel 2019, ho vinto un bando a Roma, ed è stato prodotto. Purtroppo però ha fatto solo cinque date nella capitale; quindi vorrei dargli una degna tournée.
A me piace molto scrivere, di recente ho scritto un monologo, il quale sto provando a candidarlo ad alcuni bandi, ma non ho grosse pretese.
Sto scrivendo anche un libretto d’opera.
Faccio parte di due compagnie: Tristeza Ensemble e Idiot Savant.
Però, per sintetizzare, io lavoro nel teatro, mi piace e mi appassiona e io vedo il mio futuro lì. Nel teatro concentro i miei pensieri, e cerco di far capire alla gente che c’è un motivo per cui ci si va.
Il teatro non ha l’appeal di Netflix, che di permette di rimanere a casa per vedere un film o una serie tv, ed è normale che le nuove generazioni non sentano lo stimolo di recarsi a teatro.
Si è persa la capacità di capire che cosa il teatro riesce a fare, che va oltre alla suggestione del luogo, ma bensì è la sensazione di star facendo qualcosa di importante: vestirsi, andare a teatro, prendere i biglietti, sedersi, spegnere il cellulare, si abbassano le luci…
Dà davvero l’impressione di star facendo una cosa significativa che non può essere buttata via come in una sera come le altre, ma di vivere una sera a cui dedicare del tempo.
In un mondo in cui vince chi riesce a offrirti il servizio chi riesce a offrirti il servizio a cui devi dedicare sempre meno tempo, basti pensare ai social, che nonostante siano veloci, ti mantengono intrappolato per ore e ore.
Il teatro, invece, chiede solamente di chiudere i social, e di dedicare tutte quelle ore e ore del tuo tempo allo spettacolo. “Amore”, però, dura solo un’ora, quindi vieni a vederlo!
Matteo, inoltre, si è reso disponibile a chiunque, via social, per rispondere a domande e curiosità riguardanti il mondo del teatro e del cinema.
La narrativa ambientale :
il progetto di lettura in collaborazione con la Biblioteca Delfini di Modena e MLOL-Emilib
GREEN! @LiceoMuratoriSanCarlo Letture ed ambiente
Dry, il romanzo composto dallo scrittore Neal Shusterman e dal figlio Jarrod pubblicato il 2 ottobre 2018, ha intrigato milioni e milioni di lettori con una trama fantascientifica decisa e coinvolgente, sviluppando gli attuali problemi ambientali in modo catastrofico senza però allontanarsi dalla realtà.
TRAMA
Tutto ha inizio quando in una piccola cittadina della California del Sud l’acqua sparisce improvvisamente, lasciando tutti sconcertati.
Subito la gente si precipita ad accaparrarsi bottiglie, lattine e addirittura enormi sacchetti di ghiaccio. Anche la famiglia di Alyssa e Garrett fa il possibile per riuscire a sopravvivere almeno un’altra settimana.
Purtroppo l’acqua inizia a mancare e le condizioni di vita peggiorano di giorno in giorno. Le persone diventano più aggressive ed egoiste, la siccità si fa sempre più viva e con essa anche numerosi incendi estremamente distruttivi.
Una mattina al telegiornale viene trasmessa la notizia che sulle coste sono stati costruiti dei grossi ed efficienti impianti di desalinizzazione.
Dato che la scorta della famiglia di Alyssa si sta esaurendo, i genitori dei due ragazzi lasciano la casa per andare a prendere una scorta di acqua, seppur molto piccola, dagli impianti sulla costa.
Passano alcuni giorni e né la madre, né il padre di Alyssa e Garrett si fanno vivi. Preoccupati tentano di chiamarli, ma invano: i loro telefoni squillano a vuoto.
Da questo momento dovranno andare avanti da soli, senza l’aiuto di nessuno di cui potersi fidare ciecamente.
Avranno il compito di prendere decisioni che potrebbero essere fatali per la loro vita e scelte così difficili da segnare il loro destino.
Sono obbligati a superare numerose difficoltà ed un’ardua avventura se vogliono rimanere in vita e resistere ad una situazione così tragica e complicata.
Ce la faranno?
COSA NE PENSIAMO
Questo romanzo terribilmente realistico e ricco di messaggi ci spinge a riflettere ripetutamente su quanto il genere umano possa essere dannoso sia per l’ambiente che per se stesso. Il futuro e le conseguenze narrate non sono difficili da immaginare, rendendo così ancora più chiaro il fortissimo bisogno di un netto cambiamento immediato. Dry apre gli occhi di tutti, facendo notare quanto ogni nostro singolo gesto incida in maniera definitiva sul mondo che ci circonda, ormai in via di decadenza.
LO CONSIGLIAMO...
La lettura di questo di questo romanzo è stata semplice e scorrevole nonostante l'argomento drammatico del racconto. Consigliamo la lettura di questo libro a chiunque sia incuriosito dalle teorie sul futuro dell'umanità e soprattutto a coloro che hanno bisogno di capire meglio la gravità del cambiamento climatico. Questo libro è in grado di cambiare il futuro di chi lo legge poiché vengono spiegate le conseguenze dello spreco delle risorse della Terra e in generale al rispetto dell’ambiente.
Anna ha sedici anni e vive preso la città Oslo con la sua famiglia. È una ragazza come tante, che prova un grande amore nei confronti della natura e che però spesso si isola dalla realtà a causa della sua fervida immaginazione. Per questo motivo la madre deciderà di portarla da uno psicologo, che però la conforterà dicendole che non c’è nulla di grave che turba Anna. Tuttavia la protagonista comincia a fare degli strani sogni, uno dei quali la colpirà in particolare. In questo sogno lei si trova nel 2082 e incontra Nova, la sua pronipote, che le mostrerà un mondo completamente devastato e privo di tutta la fauna e la flora che lei conosce bene ed ama.
Questo sogno la spingerà ad agire per provare a salvare il mondo dai precedenti errori umani.
Il mondo di Anna è un libro molto scorrevole nonostante i vari sbalzi temporali presenti nel corso della storia.
Il linguaggio e le espressioni utilizzate da Gaarder sono per la maggior parte della storia semplici, se non per qualche termine specifico.
Il racconto è molto coinvolgente, soprattutto grazie alle descrizioni delle sensazioni che la protagonista prova nei confronti della Terra, le quali riescono a far immedesimare immediatamente il lettore.
Crediamo che questo libro sia consigliabile sia agli adolescenti, che lo apprezzeranno per la loro sensibilità sul futuro del Pianeta, sia agli adulti, che, al contrario, spesso tendono a sottovalutare la gravità del riscaldamento globale.
É il 2082 quando Livio Delmastro ha perso tutto e, insieme ad altre migliaia di persone inizia un viaggio per salvarsi la vita. Anziano professore di neuroscienze, ha insegnato a Stanford e si è fatto una famiglia. Ma da sedici anni è rimasto solo, in un mondo distrutto dal disastro ambientale e dal cambiamento climatico, che hanno portato anche discriminazioni e odio nel mondo. Tutti provano a trovare rifugio nei Paesi Scandinavi, dove il clima è diventato più mite e l’unica cosa che mantiene le persone in vita è la speranza, ma a volte non basta. Devono affrontare un lungo e faticoso viaggio e si perdono molti compagni durante il cammino: c’è chi stremato viene lasciato indietro, chi muore per la fame, chi viene ucciso dall’istinto di sopravvivenza dell’uomo, e c’è chi semplicemente si arrende.
Qualcosa, là fuori è un romanzo di fantascienza, ma assai realistico, che toglie il fiato e ti lascia un nodo in gola fino alla fine.
Non è un libro adatto a tutti, questo è certo. È una storia impegnativa: durante la lettura sono necessarie pause per prendere qualche minuto per riflettere e rielaborare le informazioni. A volte può essere inquietante, e a tratti persino pesante, ma sicuramente vale la pena dedicare un po’ del proprio tempo a questa storia, che potrebbe essere una profezia sul nostro futuro.
Arpaia ha scritto un romanzo ricco di riflessioni che vengono lette e, di conseguenza, comprese diversamente in base ai gusti personali dei lettori: per quanto possa avere elementi avventurosi, e perciò suspence, è comunque un libro denso di descrizioni molto articolate che possono affascinare o annoiare il lettore.
Anche i cambi del tempo della storia, ovvero l’alternanza tra passato e presente del protagonista (Livio Delmastro), possono non attirare particolarmente il lettore. Ma noi abbiamo apprezzato molto, perché ci ha dato modo di conoscere come la Terra è mutato nel corso degli anni e di come le persone hanno affrontato il cambiamento climatico.
Consigliamo questo romanzo a tutte quelle persone che amano i mondi distopici e leggere sia sequenze dinamiche che estremamente descrittive e statiche.
Il mondo alla fine del mondo è un romanzo scritto da Luis Sepulveda, pubblicato nel 1989 dalla casa editrice Ugo Guanda.
Un ragazzo cileno di sedici anni, decide, dopo aver letto “Moby Dick”, di intraprendere un viaggio che lo porta a vivere su una baleniera per qualche mese.
Dopo questa esperienza inizierà la sua carriera come giornalista ad Amburgo.
Il 16 giugno 1988, un messaggio, proveniente dal Cile, lo informa che la nave Nishin Maru, una baleniera che praticava caccia illegale, ha registrato la perdita di diciotto marinai.
Da lì si metterà in contatto con il capitano Nilssen che lo aiuterà a ricostruire ciò che realmente è accaduto alla nave.
Riuscirà il protagonista a risolvere il mistero?
PERCHÉ LEGGERLO?
Il ritmo del romanzo è avvincente e la lettura scorrevole, nonostante la presenza di descrizioni lunghe e dettagliate, che aiutano il lettore ad immedesimarsi nella vicenda.
La crudeltà degli eventi narrati lascia una sensazione di tristezza ma allo stesso tempo, alcuni eventi come le balene che cercano un altro rifugio e uomini disposti a lottare per difendere l’ecosistema, trasmettono speranza.
Un consiglio di lettura dunque a chiunque sia interessato alla tutela dell’ambiente e al rapporto uomo-natura.
CITAZIONI
“Vita e morte.Segreto e rivelazione.Tutto allo stesso tempo,senza età. E’ questo il mare”. -Jorge Nilssen ( capitano della nave Finisterre, con la quale lui e il protagonista viaggiano per risolvere il mistero della vicenda)
“Sapevo che l’equipaggio mi avrebbe attaccato e che le balene vedendomi indifeso, aggredito da un animale più grosso, non avrebbero esitato a venirmi in aiuto. E così è stato. Hanno avuto compassione di me.”. -Pedro Chico (componente dell’equipaggio della nave Finisterre)
“Perché non può essere mia amica?” chiede un giorno Francesca a sua madre. Si vocifera che Maddalena porti sfortuna e questo, in città, nessuno sembra negarlo. Sin da bambina le viene attribuita la responsabilità delle sue disgrazie familiari come la morte del fratello Dario, caduto dalla finestra mentre giocava con la sorella, e di quella del padre, a seguito dell'infezione della ferita avuta sul lavoro in officina. Lei è peggio di Satana, lei è una strega alla quale non ci si deve avvicinare. Con il passare degli anni si è abituata a quel vociferare e, senza che possa realmente difendersi, si corazza con l'indifferenza e la sfacciataggine, sembrando arrogante e volgare. E, così, lei non può far altro che convincersi quasi di essere macchiata realmente da quelle colpe. «“Sono io che faccio succedere le cose brutte”»
Da quella ragazzina che non ha paura di niente e che, guardandola, incute timore, Francesca imparerà cosa significa ribellarsi alle decisioni imposte dai genitori ed alle critiche mosse da una società fondata sul pregiudizio e sul giudizio della sola apparenza. Suo padre, venditore di cappelli, diventerà una figura sempre più assente, silenziosa, concentrata sul lavoro in fabbrica ed occupata a mantenere buoni rapporti con la famiglia Colombo, una delle famiglie più in vista della zona. Sembrerà essere uno spettatore distratto e pacato, estraneo alle liti tra la moglie e la figlia, distaccato dal suo ruolo di genitore, che non crede sia necessario intervenire nemmeno se sollecitato dalla moglie. La madre si preoccuperà solamente di ciò che le persone potrebbero pensare di sua figlia, senza chiedersi mai di quali siano i veri pericoli per Francesca. In ogni momento lascerà trapelare il proprio carattere egocentrico e vanitoso, quello di una donna concentrata su se stessa, sulle stoffe da scegliere per indossare vestiti eleganti e per mettere in risalto il taglio dei capelli alla garçonne. Spesso intenta a sfogliare riviste di moda per essere sempre aggiornata sulle tendenze del momento, curerà “il suo aspetto come un compito autoimposto”.
Durante la Seconda Guerra mondiale Maddalena si ribella al regime fascista, rifiutandosi di fare il saluto romano a scuola e prendendosi gioco del Duce davanti a tutta la classe. «“Non ce la facevo più a fingere. È tutto talmente sbagliato. Non te ne accorgi?”». Domanda a Francesca. «“Ma tu davvero ci credi? [...]”» Le chiede, inoltre, dopo averla ascoltata mentre recitava sul palco il Decalogo della piccola italiana in occasione del Gran Premio all’Autodromo di Monza. «“Le parole sono pericolose se le dici senza pensarci”». Francesca, tuttavia, afferma che sono solo parole. Soltanto parole “Non lo sono mai”, suggerisce la Malnata.
Il signor Tresoldi, il fruttivendolo a cui Maddalena ed altri ragazzi hanno rubato le ciliegie durante la festa di San Gerardo, il 6 giugno 1935, rivolgendosi alla ragazza, riesce a definirla meglio di chiunque altro: «“Pensavo tu fossi davvero quella che fa rompere la testa, sai? Ci credevo a quello che dicevano in giro e, devo dire, l’ho pensato sempre anche io. [...] Ma la verità è che tu nella testa della gente ci entri per non uscirne più. È questo che fai.”»