La Voce del Crespi cerca te!
Natale letterario
di Simone Piazza e Giulia Casero - 19 dicembre 2025
Cari lettori, è finalmente giunto il periodo natalizio !
Prima di tutto, facciamoci i complimenti per aver affrontato il primo periodo scolastico e per essere riusciti a portarlo a termine. Ovviamente, le situazioni vissute da ognuno di noi sono diverse, ma l’importante è stato aver proseguito, ognuno con i propri mezzi. Adesso, è tempo di riposo, di convivialità e di tanto amore e gioia da ricevere e donare a chi ne ha bisogno: è tempo di godersi i propri cari, i propri amici e di dedicarsi alle attività che ci piacciono, respirando a pieno l’atmosfera natalizia. Che ne dite di aggiungere la lettura di un buon libro a queste vacanze? Se sì, siete nel posto giusto: ecco quindi una lista di 10 libri che, speriamo, vi appassioneranno.
Paolo e Francesca
“Paolo e Francesca”, scritto da Matteo Strukul, è un romanzo d’amore a tratti storico, che, sulla base del celeberrimo racconto dei due amanti adulteri presente nell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri, narra della storia d’amore impossibile tra Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Essi sono proprio i protagonisti del racconto, che è ambientato nella tipica Italia di epoca medievale, tra torri, castelli, lotte e scontri tra famiglie nobili. I genitori di Francesca, potente famiglia di Rimini, stringono un’alleanza matrimoniale con i Malatesta, che si trovano a Ravenna. Francesca è la vittima innocente di questa alleanza: è una ragazza spensierata che vorrebbe avere al suo fianco un cavaliere. Tuttavia, è costretta a sposarsi con il rozzo e sanguinario Giovanni Malatesta, che dissolverà completamente i suoi sogni e la sua figura. Il giorno del matrimonio si presenta per procura Paolo Malatesta, venuto a sposare Francesca in rappresentanza del fratello. È in quel momento che lo sguardo tra i due segna da subito una passione irresistibile. Dopo il compimento delle varie formalità, inizia il viaggio verso Ravenna, durante il quale Paolo, a causa di un combattimento con dei briganti, viene gravemente ferito: è Francesca ad occuparsi di lui e, poco prima di entrare nel castello dei Malatesta, i due si baciano. Ha quindi inizio la loro storia tormentata, caratterizzata da violenze contro Francesca da parte di Giovanni, fughe e rimpianti. È una storia destinata a finire tragicamente fin dal primo momento, ma simbolo di come un amore vero e ricambiato possa condurre ad una vita serena e piacevole. Con questo racconto, Strukul fa riflettere su importanti aspetti della civiltà del Medioevo, ci catapulta in una società remota da quella attuale solo per tempo e non troppo per usanze e, soprattutto, pone spunti di riflessione su come molte persone siano state vittime di azioni coercitive in passato per ragioni di convenienza familiare. Infine, l’autore, raccontando la relazione instauratasi tra i due amanti, evoca un rapporto sognato da molti, con un finale sicuramente migliore; e apre un enorme dibattito sull’importanza di seguire i propri sentimenti e di ribellarsi quando occorre.
Foto di lafeltrinelli.it
La cacciatrice di storie perdute
L’autrice di questo romanzo è Sejal Badani. Si tratta di un romanzo storico della scrittrice internazionale Sejal Badani. Racconta la storia romanzata di Jaya, giovane donna che, dopo diverse gravidanze finite male, si trasferisce in India, sua terra d’origine. Lì riscopre diverse usanze e le sue radici, segnate dall’amore clandestino dei suoi nonni e dal grande amore per la cultura. Suo nonno, infatti, era stato il fondatore della prima scuola di quella città, nonché il preside. Dopo la sua morte, la scuola viene affidata alla madre di Jaya e, per via testamentaria, dovrà essere Jaya ad occuparsene in futuro. Ci riuscirà? Questa storia è segnata dal dolore e dalla resilienza: l’amore incondizionato va oltre i limiti imposti da una società ingiusta e tenta di far fare lo stesso anche agli altri. Le donne, per la prima volta, assumono una posizione e fanno notare la loro forza. Quindi, il racconto dimostra anche la dura realtà dell’India dei secoli scorsi, paese povero ed oppresso dal colonialismo.
La luce delle stelle
Scritto da Licia Troisi, è un giallo di natura scientifica ambientato in un osservatorio astronomico in cui risiede temporaneamente una piccola comunità di scienziati, tra i quali si trova Gabriele, il protagonista, che risolverà il caso. Tutto ha inizio durante le prime ore notturne, quando ha luogo un blackout durato diverso tempo. Tuttavia, questo evento è unito ad altri aspetti strani, come la mancanza di connessione nei cellulari e le ruote delle automobili forate. Poco tempo dopo, viene fatta una macabra scoperta: il ritrovamento di un cadavere nella sala comune. La notizia sconvolge tutti e, inizialmente , non si sa come procedere. Però, la situazione viene gestita da Gabriele, scienziato tanto ferreo quanto empatico, che si serve del metodo scientifico per risolvere il caso. Non mancano di certo i sospettati o gli indizi, ma l’abilità del protagonista sta proprio nell’utilizzare la sua sensibilità per non destare sospetti. All’incirca una settimana dopo, il colpevole viene individuato e, finalmente, i contatti con il mondo esterno si ripristinano, favorendo l’arrivo delle autorità. Questo è un racconto consigliato agli amanti di astronomia e a chi vuole stimolare il ragionamento e il pensiero in modo coinvolgente e costruttivo, dato che il lettore è fin da subito inserito all’interno degli eventi. Inoltre, è una modalità per avvicinarsi alla scienza, comprendendo meglio il metodo scientifico, su cui si basano tutti gli studi in tale ambito; e capendo come la scienza possa spesso fornire soluzioni a certi problemi.
Foto di lafeltrinelli.it
Un’anima indocile
È una raccolta di parole e poesie della celebre autrice milanese Alda Merini. Perfetto per gli amanti della poesia e della letteratura, è un libro commovente, che riesce a toccare le corde più sensibili , profonde, dolorose e luminose dell’anima dei lettori. Contiene diversi temi, tra cui la sofferenza, l’incomprensione, i momenti bui e l’incapacità di reagire. Tuttavia, c'è un filo conduttore per leggere il tutto: gli uomini, nei momenti più difficoltosi, hanno uno strumento potentissimo, che è la capacità di reagire e rialzarsi. Solo così, in mezzo alle tenebre, si può trovare la luce che illumina il nostro percorso di vita, preannuncia il domani migliore: la speranza.
Foto di lafeltrinelli.it
Tutti hanno dei segreti a Natale
Si tratta di un romanzo giallo scritto da Benjamin Stevenson e pubblicato recentemente e appartiene alla famosa serie di Ernest Cunningham, scritta dallo stesso autore. Anche il giorno di Natale viene compiuto un omicidio, quasi come se gli assassini non festeggiassero e non si dilettassero con i loro cari, come è usanza in questo periodo dell’anno. Il tutto ha luogo nel backstage di un teatro durante uno spettacolo del conosciuto mago Ryan Blaze: è il suo committente ad essere assassinato. I sospettati sono soggetti alquanto strambi e, inevitabilmente, da loro partono diversi tentativi di depistaggio. Anche in questo caso, gli indizi sono molteplici: da una richiesta di aiuto ad un calendario dell’Avvento. Proprio il calendario dell’Avvento è la chiave per la risoluzione del crimine commesso: ogni casella del calendario rappresenta un indizio trovato giorno dopo giorno (suddivisione effettuata in capitoli nel libro), fino a giungere all’ultima casella, quella del giorno di Natale, che rappresenta la cattura dell’assassino. Il libro, ricco di intrighi e colpi di scena, è accompagnato costantemente da un senso di ironia e rende quasi impossibile ai lettori distogliere l’attenzione da esso. Inoltre, fa riflettere su importanti dinamiche familiari, spesso causa di disagio e allontanamento reciproco durante le festività di questo tipo; e su come ognuno di noi percepisca i giorni di festa in modo differente. Nonostante ciò, il Natale ha sempre un clima magico caratteristico.
Piccole donne
Piccole donne, di Louisa May Alcott, pubblicato nel 1868, è un romanzo profondo che tratta temi come la famiglia, il ruolo delle donne nella società e il sacrificio, ma soprattutto il tema della crescita personale.
Il racconto, ambientato nella città di Concord, nel Massachusetts, durante la Guerra Civile Americana, narra la storia delle sorelle March, mentre il padre si trova al fronte. La famiglia vive in una difficile situazione economica, ma rimane unita nonostante le difficoltà.
Le sorelle, pur essendo legate da un grande affetto, sono molto diverse tra loro: Meg, la sorella maggiore, è matura, tradizionalista, dolce e desidera sposarsi, costruire una famiglia e vivere serenamente. Jo, la seconda sorella, è indipendente, ribelle e idealista; non accetta le etichette imposte dalla società alle donne e continua a lottare per il sogno di diventare scrittrice. Beth è timida, altruista e sensibile; non ha grandi ambizioni, desidera solo una vita serena e la felicità delle persone intorno a lei. Amy, la più piccola, è creativa, determinata e vanitosa; sogna di diventare una grande artista, viaggiare e far parte dell’alta società.
Nel corso della storia, le ragazze affrontano momenti difficili che mettono in discussione la loro identità e il loro ruolo nella famiglia.
Il finale, commovente e ricco di speranza, ci lascia con il sorriso: le quattro sorelle, dopo tante prove, trovano il loro posto nel mondo, vivendo una vita fatta di piccoli traguardi quotidiani, che per loro rappresentano la realizzazione.
Foto di lafeltrinelli.it
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La storia infinita
“La storia infinita”, pubblicato nel 1979 in Germania, è un romanzo fantasy che vi permetterà di viaggiare lontano dalla nostra realtà, portandovi nel magico mondo di Fantàsia.
La storia ha come protagonista Bastian, un ragazzo timido e insicuro, che fugge dai propri problemi attraverso la lettura. Quando inizia un libro intitolato appunto “La storia infinita”, scopre il mondo di Fantàsia, minacciato dal Nulla, una forza che sta distruggendo ogni cosa.
Il protagonista dentro al libro è Atreiu, un coraggioso eroe che parte per salvare l’Imperatrice Bambina.
Ma presto Bastian scoprirà di non essere solo un lettore esterno e che il confine tra fantasia e realtà si farà sempre più sottile.
Questo romanzo mostra quanto l’immaginazione sia fondamentale anche nella vita reale, come la lettura possa diventare un rifugio e come il percorso di crescita personale non sia mai semplice.
La fattoria degli animali
“La fattoria degli animali”, di George Orwell, pubblicato nel 1945, è un romanzo allegorico che rappresenta una critica sociale contro il totalitarismo. La storia è ambientata in una fattoria dove gli animali, sfruttati dal padrone Mr. Jones, decidono di ribellarsi, cacciandolo e fondando un nuovo sistema basato sull’uguaglianza. Inizialmente, la comunità degli animali è unita dai principi di solidarietà; ma, con il tempo, Napoleon prende il potere, imponendosi con la forza e la propaganda. Così, il nuovo sistema che gli animali avevano fondato diventa sempre più simile al vecchio regime che avevano abbattuto. Nel racconto ogni animale ha un ruolo importante, poiché rappresenta un personaggio politico, un ideale o una classe sociale. Di conseguenza, possiamo apprendere molto dalle dinamiche tra essi. Il tema del potere e della brama di esso viene evidenziato; Orwell ci mostra come il popolo, spesso ignorante, possa essere facilmente manipolato, e come, per molti, sia semplice tradire i propri ideali per convenienza.
Foto di lafeltrinelli.it
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Le notti bianche
“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij, pubblicato nel 1848, è un’opera malinconica, delicata e dolorosa. La storia, che si divide in quattro notti e una mattina, è narrata da un giovane uomo, un sognatore senza nome. Il sognatore è introverso, sensibile e incapace di vivere la realtà. Durante una passeggiata per la città di San Pietroburgo, luogo in cui è ambientata la storia, incontra una giovane donna in lacrime, Nàsten’ka, che inizialmente si mostra diffidente, ma accetta l’aiuto del sognatore. Tra i due nasce un’intesa, ma la donna chiarisce di desiderare solo un’amicizia, e così inizia la storia. Una lettura che vi porterà a riflettere su temi complessi come la solitudine, la fragilità umana e l’illusione tra sogno e realtà.
De amicitia
“De amicitia” o “Sull’amicizia” di Marco Tullio Cicerone è un dialogo filosofico, risalente ai tempi dell’antica Roma, che tratta il tema dell’amicizia. Nonostante possa apparire come una lettura breve e scorrevole, quest’opera vi porterà a riflettere ben oltre il tema dell’amicizia, ma anche e soprattutto riguardo a ciò che essa comprende: i valori di lealtà e fiducia, che vanno di pari passo, la morale umana, e i rapporti sociali e politici. L’amicizia, infatti, può esserci solo tra virtuosi; ed è quindi la virtù il faro morale che dovrebbe guidare tutti noi.
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Ed anche quest’anno siamo felici di inserire nella lista un libro bonus, di cui è disponibile anche il film sulle varie piattaforme televisive per i più appassionati di filmografia.
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Le cronache di Narnia
“Il leone, la strega e l’armadio” di C. S. Lewis, pubblicato nel 1950, è il primo libro di una saga di romanzi allegorici chiamata “Le cronache di Narnia”. Durante la Seconda guerra mondiale, i quattro fratelli Pevensie vengono nella campagna inglese, a casa del professor Kirke, per sfuggire ai bombardamenti. Un giorno, mentre i fratelli a nascondino, Lucy, entra in una stanza disordinata, la sua attenzione è catturata da un grande armadio; quando la curiosità prende il sopravvento, si decide ad aprirlo e la vista la sconvolge: al posto di travi di legno e vestiti, Lucy trova una foresta innevata. Quando scopre il magico mondo di Narnia e decide di confidarsi con i suoi fratelli, Susan e Peter non le credono. Una serie di eventi porta i quattro fratelli a entrare nell’armadio e scoprire Narnia. La terra di Narnia, però, è sotto il dominio della Strega Bianca, che ha imposto a tutto il regno l’eterno inverno. La storia si conclude con un finale positivo, in cui i quattro fratelli vincono sul male e la terra di Narnia ritrova il suo ordine. I primi tre libri della saga: “Il leone, la strega e l’armadio”, “Il principe Caspian” e “Il viaggio del veliero” sono stati adattati cinematograficamente. Nonostante le piccole differenze e imprecisioni che i film riportano rispetto alla storia originale dei libri, vi consigliamo la visione.
Cari lettori, grazie per essere arrivati fin qui. Ci teniamo a ricordarvi che questo periodo dell’anno non serve solo a festeggiare con i propri cari, ma anche a riposarsi e celebrare i propri traguardi, piccoli o grandi che siano.
Vi auguriamo delle felici e serene festività e un buon “Natale letterario”!
Maria Luisa Spaziani "una donna tipicamente piemontese"
di Jelena Somarelli - 11 dicembre 2025
Giovedì 20 novembre 2025 al liceo Daniele Crespi di Busto Arsizio, si è tenuto un incontro pomeridiano di letteratura sulla poetessa Maria Luisa Spaziani tenuto da Silvio Raffo, un poeta, scrittore, professore, critico letterario e traduttore italiano.
Raffo è nato a Roma il 7 dicembre del 1947, si è laureato in Lettere Classiche nel 1971 e attualmente vive a Varese dove dirige il centro di cultura creativa “La piccola Fenice”. Si presenta come un personaggio originale che si distingue dalla massa, di cui lui stesso è fiero; quel giorno in particolare indossava una pelliccia leopardata e un completo dai colori vivaci, che non può non attirare l’attenzione del pubblico e incuriosire.
Raffo è venuto al liceo raccontare la figura di Maria Luisa Spaziani perché ha avuto il piacere di conoscerla di persona; quando aveva 16 anni, infatti, le aveva inviato delle poesie a cui Spaziani aveva risposto con piacere; da quel momento nacque un rapporto di amicizia e professionale che negli anni successivi portò Raffo a presentare la poetessa e le sue opere nelle sue conferenze.
Raffo ha descritto Maria Luisa Spaziani, nata il 7 dicembre del 1922 la cui carriera letteraria iniziata nel 1954 si è conclusa alla sua morte avvenuta il 30 giugno del 2014, come una donna tipicamente piemontese che si è sempre posta in modo cordiale e gentile con tutti, senza però nascondere le sue reali impressioni e il suo pensiero nei confronti di una persona, facendo capire in modo schietto ciò che pensava. Era una donna che amava l’amore, più che le persone, ciò la portava a cercarlo in modo impensabili e impercettibili con una sensibilità fuori dal comune; era questo che rendeva profondo e vero ciò che scriveva. La sua creatività era immensa e singolare, e questo talvolta la portava ad inventare delle cose per rendere il contenuto più interessante . A tal proposito Raffo ricorda come Montale l’avesse rimproverata per aver citato in un’opera delle piante di cui non sapeva come fossero fatte. Raffo l’ha poi descritta come una poetessa di grande espressività e profondità come poche, poichè attraverso la sua poesia riusciva sempre ad emozionare il lettore e ad esprimere le sue riflessioni con quella solennità e musicalità tipicamente neoclassica; nonostante il Novecento fosse stata l’epoca delle Neoavanguardie e Avanguardie caratterizzate da poesie più brevi e fredde, lei ha sempre continuato a scrivere le sue poesie distinguendosi dalla massa. Proprio questa sua diversità e il suo carattere deciso e indomabile, l’hanno sempre portata a non scendere a compromessi per acquisire fama e quindi a non diventare famosa come altri personaggi ad esempio Alda Merini.
Come anticipato precedentemente Maria Luisa prediligeva uno stile classico, conferendo alle sue poesie un ordine, armonia, profondità di significato e proporzioni delle forme utilizzando la rima interna; delle sue numerose poesie Raffo ha citato; “Tutte le poesie” una raccolta di tutte le sue opere dal 1954 al 2006 ma pubblicata nel 2012, “Le acque del sabato” del 1954, “L'utilità della memoria” del 1966, “Geometria nel disordine" del 1981, “I fasti dell'ortica” del 1996, “La traversata dell'oasi” nel 2002, “La luna è già alta” nel 2006. Una poesia dal destino singolare è “30 giugno” pubblicata postuma, in cui Maria Luisa aveva affrontato il tema della morte citando il 30 giugno come data del suo decesso: in effetti sarebbe morta proprio quel giorno. Raffo ha poi citato “Giovanna d'Arco” pubblicata nel 1990, in cui ripercorre le vicende della giovane per cui nutriva una grande ammirazione per essersi distinta come guerriera in un mondo maschilista e aver combattuto per i suoi ideali in seguito alla chiamata dell'Angelus, che Raffo associa alla nostra voce interiore che nei momenti più difficili ci guida e ci fa fare delle scelte che però se noi non la ascoltiamo è inutile.
Infine un'altra opera in prosa citato dal poeta è “Montale e la Volpe, ricordi una grande amicizia” nel 2011, in cui viene ripercorso il rapporto tra i due sempre molto discusso; ci si è sempre chiesti se ci fosse tra di loro solo un'amicizia o se fossero stati amanti. Raffo risolve il dubbio: sono stati solo grandi amici con una grande connessione intellettuale. Spaziani incontrò Montale il 14 gennaio del 1949 al teatro Carignano di Torino, dove Montale era presente per una conferenza. Da quel momento iniziò una lunga e duratura amicizia, di cui Maria Luisa narra nella sua opera; Montale dal canto suo le dedicò la raccolta “La bufera e altro” nel 1956” citandola con lo pseudonimo di “Volpe”. Il grande amore di Maria Luisa è stato però Èmiliere Zolla, scrittore, filosofo e storico delle religioni italiano, che conobbe a poco più di vent'anni; anche se il loro matrimonio durò solo un anno, lei lo ricordò sempre con affetto.
Raffo ha proposto una riflessione importante anche sullo studio della poesia, di come spesso viene vista come un'imposizione o come uno studio prettamente scolastico quando invece è una cura per l'anima perché permette di esprimere i propri sentimenti e leggendo le poesie di sentirsi compresi e non soli dato che i sentimenti umani sono qualcosa di universale.
Concludendo, Maria Luisa Spaziani è stata un grande poeta del Novecento di cui purtroppo a scuola si viene a conoscenza solo in quanto associata allo pseudonimo di “Volpe” datole da Montale. Invece sarebbe opportuno dare spazio anche a queste figure femminili e conoscere le loro opere per cui si sono battute. Anche Spaziani del resto ha sempre lottato contro il nome tradizionale di “poetessa”: ci teneva ad essere chiamata “poeta” perché il suo lavoro e la figura delle autrici italiane non venisse sminuito.
L'importanza di dubitare, pensare e conoscere
di Simone Piazza - 18 novembre 2025
Dubitare, pensare e conoscere: tre verbi che apparentemente sembrano diversi e scollegati tra loro, ma che in realtà presentano numerose analogie e sono alla base della crescita e della maturazione di un soggetto. Essi indicano processi mentali che permettono di mettere in discussione ciò che ci circonda e tutto ciò che viene ritenuto assolutamente veritiero, perché trasmesso dalla società o perché ormai abituati a osservarlo sotto un determinato punto di vista. Infatti, ognuno di noi può fare delle riflessioni e sviluppare una critica circa i fenomeni che viviamo o che ci vengono descritti a scuola.
Dubitare significa mettere in discussione qualcosa. Potrebbe sembrare banale, ma in realtà non lo è affatto. Significa non considerare vero ed indiscutibile tutto ciò che ci viene spiegato, raccontato o semplicemente quello che vediamo solo all’apparenza. Vuol dire, cioè, spingersi il più possibile a cercare la verità delle cose, una verità oggettiva, che non dipenda dalle opinioni altrui o dal cosiddetto “sentito dire”, in cui proliferano le informazioni fallaci e menzognere. Infatti, dubitare, significa usare la ragione, mentre seguire le opinioni e i luoghi comuni vuol dire attribuire ad un fenomeno una conclusione gratuita, data dagli altri e a cui ci si sottomette, in un certo senso, senza sforzarsi di ragionarci sopra. È poi chiaro che, per quanto riguarda alcune nozioni, come quelle matematiche, scientifiche o umanistiche che presentano già una legge provata e verificata è pressoché inutile provare a smontarle dubitando sui contenuti; è però importante, d’altro canto, saper utilizzare correttamente il dubbio per non giungere al negazionismo. Perciò, dubitare non significa dover trovare a tutti i costi un aspetto su cui non si è d’accordo, bensì significa vivere e, ancor meglio, utilizzare il nostro cervello e la sua intelligenza in maniera attiva, partecipando alla realtà. Viceversa, non utilizzare del tutto questa abilità apre la strada alla sottomissione e alla passività ed è molto frequente perché, in effetti, a volte può essere complicato mettere in dubbio qualcosa. Il segreto è porsi sempre delle domande, sempre però in maniera equilibrata, per non giungere all’esagerazione.
Pensare è un’azione strettamente legata al dubbio, in quanto è il processo che parte dal dubitare e giunge ad una critica ed è una peculiarità posseduta da ognuno di noi. Pensare è fondamentale, infatti, per mantenere attivo il nostro cervello e soprattutto per sviluppare la nostra capacità di pensiero critico, cioè quel pensiero che permette di sviluppare riflessioni su qualsiasi aspetto che ci circondi. Ovviamente, il pensiero presuppone la capacità di assimilare informazioni e conoscenze di base, che possano aiutare ad avere un’idea chiara e possibilmente neutrale di una realtà di partenza, per poi diventare in grado di approfondire, ricercare, confrontare ed esprimere le proprie opinioni. Il pensiero è poi interessante e fondamentale per diversi aspetti riguardanti le azioni quotidiane. Infatti, pensare permette di scegliere, che è una delle azioni più difficili da effettuare. Tra l’altro, può contribuire a stabilire relazioni interpersonali: esso favorisce il confronto e la possibilità di aprire la propria mente, grazie alla conoscenza degli altri e dei loro pensieri. Di conseguenza, pensare porta con sé anche il rispetto: insegna come comportarsi davanti a chi ha un parere diverso e, quindi, anche ad accettare la diversità e a considerarla come una ricchezza e non come un limite.
L’ultima azione mentale significativa è la conoscenza. La conoscenza è fondamentale affinché si possa essere cittadini consapevoli, informati e capaci di vivere utilizzando la propria ragione per il proprio bene e quello degli altri, senza farsi influenzare dalle opinioni della massa . Conoscere permette di essere liberi e rivendicare la propria libertà sempre nel rispetto degli altri. È bene sottolineare che la conoscenza è potenzialmente infinita, e di conseguenza è impossibile conoscere tutto, dato che il sapere è complesso ed estremamente ricco. Quindi, non bisogna mai smettere di volere conoscere e l’unico modo per farlo è dubitare e pensare, avendo la consapevolezza che la più grande conoscenza è ammettere di non conoscere, con l’umiltà.
Si potrebbe pensare erroneamente che la conoscenza sia la fine del processo che inizia col dubbio e prosegue con il pensiero, ma l’ordine non è proprio così. Spesso, infatti, il punto di partenza è proprio la conoscenza delle cose che porta a dubitare, da qui si sviluppa un pensiero. Per capire tale processo, si può fare un esempio tratto dall’ambito scientifico e dalla biografia di una delle più importanti scienziate italiane, Rita Levi Montalcini, neurologa che vinse il premio Nobel per la scienza nel 1986. Lei, peraltro di fede ebraica, fu la prima donna italiana ad entrare nella facoltà di medicina all’Università di Torino nel 1930 e per questo fu molto criticata. Grazie alla sua determinazione, però, riuscì a dare tanto alla scienza e all’umanità in termini di cure e di esempio per tante altre donne. Vediamo come fece le sue scoperte seguendo il processo descritto in precedenza: partendo dalla conoscenza generale del cervello, dei suoi componenti e dei suoi meccanismi iniziò a dubitare su alcuni concetti ritenuti inconfutabili e, soprattutto, sul fatto che il cervello fosse intoccabile in quanto appartenente a Dio. Sviluppando, quindi, un suo pensiero basato sulla scorrettezza dei dogmi del tempo, cominciò ad indagare nei meandri del cervello ancora inesplorati e, facendo di conseguenza grandi scoperte, come il fatto che il sistema nervoso non è statico, fu in grado di trovare molte cure che potessero inibire malattie fino ad allora incurabili. Ad esempio, compose un collirio in grado di curare una malattia neurologica che, gravando sugli occhi, a lungo andare portava alla cecità. Perciò, grazie alla sua conoscenza, al suo dubbio e al suo pensiero, Rita Levi Montalcini fu in grado di aiutare molte persone e di svoltare i metodi e i pregiudizi ottusi dell’allora Comunità Scientifica.
Per concludere, dubitare, pensare e conoscere sono azioni fondamentali per vivere e per arricchirsi moralmente e culturalmente. È fondamentale che ognuno se ne serva correttamente, non soltanto per i motivi spiegati, ma anche per conoscere meglio sé stessi e per riconoscersi in individui attivi e pensanti (una citazione di Cartesio dice così: “Cogito ergo sum”, ovvero “Penso, quindi sono”); solo così si può diventare individui umili, che prediligono una vita pacifica e non volta a sovrastare gli altri per la brama di potere, successo e presunzione. Ricco è infatti chi sa e chi ha voglia di conoscere. Ricco è chi si attiene a principi moralmente corretti.
Oltre la nebbia: il genio di Sylvia Plath
di Beatrice Ferretti - 21 gennaio 2025
Due anni fa cercando online il nome Sylvia Plath, curiosa di approfondire questa autrice dopo aver letto per la prima volta il suo romanzo La Campana di Vetro, ricordo che il primo risultato che trovai fu un articolo intitolato “Sylvia plath: una vita difficile” e ricordo che continuando a cercare altri articoli mi accorsi come, anche se intitolati diversamente, tutti sembravano interessarsi soltanto alle sofferenze psichiche della scrittrice e in particolare al suo suicidio che sembrava essere l’unica cosa degna di nota.
È triste pensare come il talento, la passione e le novitá stilistiche che la Plath ci ha lasciato assumino spesso un ruolo secondario nell’interesse della critica che arriva a ridurre la sua immagine a una figura unicamente triste e depressa.
Ma quindi, chi era la donna che ha rivoluzionato la poesia americana del Ventesimo secolo?
Sylvia Plath, figlia di Aurelia e Otto Plath, nacque il 27 ottobre del 1932 a Boston. Alla giovane età di otto anni dovette assistere alla malattia e successivamente alla morte del padre a causa di un diabete diagnosticato troppo tardi. La tragicità della situazione, aggravata perfino dall’amputazione di un arto, segnò molto la giovane che non riuscì mai a fare pace con i suoi problemi nei confronti della figura paterna alle volte descritta molto rigida come in una delle sue poesie più celebri “Daddy”. L’anno della scomparsa del padre nonostante tutto fu anche un anno positivo per la scrittrice in quanto venne notato il suo talento precoce e riuscì a pubblicare per la prima volta una poesia per la sua scuola. La passione per la scrittura, dunque, caratterizzò la Plath che fin da subito mostrò una talentuosa vitalità creativa.
Crescendo iniziò a frequentare le scuole superiori alle Wellesley High School affermandosi come prima della classe e distinguendosi in particolar modo in inglese e scrittura creativa. Gli anni del liceo per lei furono caratterizzati da grande vivacità sociale (participò sempre alle varie attività extracurriculari, come il giornalismo scolastico, il club di teatro e alle competizioni accademiche.) e da grande ambizione (in un saggio scritto in quel periodo affermó di voler diventare “la migliore scrittrice del mondo”).
Nel 1950 vinse una borsa di studio per lo Smith College offerta da Olive Higgins Prouty (importante poetessa con cui rimase sempre in contatto), tuttavia l’esperienza universitaria non si rivelò come si aspettava e arrivò a sentirsi soffocata dalle pressioni scolastiche legate alle aspettative dei professori e dalla vita sociale degli anni Cinquanta in cui le sue compagne di corso erano molto attive. A peggiorare la situazione successivamente si aggiunse l’esperienza redazionale a New York, a cui partecipó dopo aver vinto un concorso della rivista Madmoiselle, che si rivelò un totale disastro. Nell’agosto del 1953 tentò per la prima volta il suicidio ingerendo una scatola di sonniferi a cui sopravvisse poiché fu soccorsa in tempo. Dopo quell’episodio incominciò a essere seguita dalla dottoressa Ruth Barnhouse Beuscher, persona per la quale la Plath ebbe una grande considerazione e che considerò una vera e propria amica.
Nel 1955 si laureò allo Smith college con la lode scrivendo una tesi su Dostoevskij, da sempre una costante nelle sue attività di lettura, insieme ad altri autori come Virginia Woolf che la influenzò particolarmente e a cui riteneva di essere legata in qualche modo.
Nel febbraio del 1956 incontrò Ted Huges del quale si innamorò immediatamente e che descrisse come l’estensione della sua anima e la prima persona della quale riesce anche ad amare le debolezze. L’amore fra i due fu fin da subito molto coinvolgente tanto che decisero di sposarsi solo qualche mese dopo a inizio Giugno; la coppia ebbe due figli Frieda e Nicholas. Purtroppo quello che alla poetessa sembrava essere uno dei periodi più felici della sua vita si rivelò l’opposto, infatti la storia d’amore tra i due inzió a rivelare diverse problematiche che sfociarono nei tradimenti di Ted con la moglie del poeta David Wevill con cui erano amici.
Fu così che la poetessa iniziò a sentirsi di nuovo soffocata del tutto e per motivi che noi non potremo mai veramente conoscere l’11 Febbraio 1963, dopo aver chiuso in una camera i suoi figli e aver messo degli stracci umidi sulle fessure della porta affinché a loro non succedesse nulla, si suicidò soffocandosi con i gas tossici del forno lasciandoci con tante domande a cui non otterremo mai una risposta, ma soprattutto con opere letterarie ineguagliabili tra cui La Campana di Vetro e Ariel .
La prima grande opera, La Campana di vetro, è il suo unico romanzo pubblicato dai contenuti semiautobiografici (infatti si basa sulla sua esperienza terribile durante lo stage a New York del 1953) dove racconta della protagonista Esther Greenwood che, dopo aver vinto un concorso per una rivista di moda e essersi trasferita dal suo piccolo paese natale in una grande città come New York, inizia a sentirsi sopraffatta da tante emozioni diverse suscitate dalla vita caotica e borghese che la circonda. La 19enne, frequentando le compagne d’albergo e un ragazzo di nome Buddy, inizia infatti ad avere la sensazione che ci sia costantemente una “campana di vetro” sopra di sè, pronta a cadere e a soffocarla da un momento all’altro. Il romanzo di forte impatto sociale narra temi importanti e assolutamente attuali come la depressione, l’avversione per la propria madre, il suicidio, la solitudine e gli assurdi tabú che incombono sulle donne.
La raccolta di poesie Ariel pubblicata postuma dal marito, invece è un viaggio nella sua mente e nei suoi pensieri. Il libro inizia con Morning song e finisce con Edge e i testi costruiscono la narrazione di una donna innamorata della sua vita e con figli che cade in una spirale di oscurità e sofferenza.
Ecco di seguito la poesia “Ariel” (che dà il titolo alla raccolta), dove si racconta di una cavalcata all’alba. L’esperienza che all’inizio sembra essere puramente fisica con il tempo prende una piega quasi soprannaturale con lo scopo di spiegare cosa succede quando si permette ai propri istinti più spregiudicati di prendere il sopravvento e la sensazione di libertà che ne deriva.
Poi l’insostanziale azzurro
riversarsi di altura e lontananze.
Leonessa di Dio,
come ci compenetriamo,
perno di talloni e ginocchia! -il solco
si fende e passa, fratello
all’arco bruno
del collo che non posso afferrare,
bacche occhi-di-negro
gettano scuri
uncini-
nere boccate dolci di sangue,
ombre.
Qualcos’altro
mi solleva per l’aria-
Cosce, criniera;
scaglie dai miei talloni.
Bianca
Godiva, mi spoglio-
morte mani, morte costrizioni.
E ora io
schiumo in grano, un luccichio di mari.
Il grido del bambino
si dissolve nel muro.
E io
sono la freccia,
la rugiada che vola
suicida, fatta una con lo slancio
dentro l’occhio
scarlatto, il crogiolo del mattino.
Dunque Sylvia Plath è stata molto più di una tragica figura: è stata una voce rivoluzionaria che ha saputo trasformare il dolore in arte e il caos interiore in poesia. Ridurre la sua esistenza al dramma della sua fine significa tradire l'immensità di ciò che ha lasciato al mondo. Le sue opere non sono solo testimonianze di un tormento, ma manifestazioni di un genio che, nonostante tutto, ha saputo scolpire un’impronta indelebile nella letteratura. Sylvia non è una donna da piangere, ma una voce da ascoltare.
Si sa, le festività natalizie sono per tutti un’occasione di unione, di ricorrenze importanti o semplicemente di riposo e ricarica per la fase successiva dell’anno. Che ne pensate, però, se alla vostra cioccolata calda sul divano, sotto le coperte, di fronte all’albero illuminato, aggiungeste anche un bel libro?
Ecco delle proposte di lettura adatte a tutti che potrebbero aiutare la cioccolata a scaldare meglio le vostre vacanze! Non solo: alla fine ci sarà anche una sorpresa!
“Il canto di Natale” di Charles Dickens
Questo libro narra la storia di Scrooge, un burbero e taccagno uomo d’affari che si rifiuta di festeggiare il Natale, e disprezza questo giorno più di tutti gli altri.
Ed è proprio alla vigilia di Natale che, durante la notte, tre spiriti vanno a trovare Scrooge, sono gli spiriti del Natale passato, presente e futuro.
Il primo spirito è colui che mostrerà a Scrooge il suo passato, ricco di momenti che il protagonista definisce tragici; il secondo fantasma, del Natale presente, mostra al protagonista la vita di persone diverse da lui, che sono felici con poco e festeggiano gioiosamente il Natale con i propri cari; ma è l’ultimo fantasma, quello del Natale futuro, che lascia in Scrooge un senso di vuoto, dopo avergli mostrato la sua morte e il modo in cui egli sarebbe stato disprezzato e deriso da tutti coloro che lo circondavano, poiché ricordato come taccagno e odioso.
Nel commovente finale troviamo uno Scrooge diverso, che finalmente decide di cambiare e inizia a celebrare il Natale, mostrando la sua parte generosa e altruista.
Potremmo definirlo un commovente classico, che ci porta a riflettere non solo sulle tradizioni del Natale, ma anche sui valori che questa festività vuole trasmettere.
Foto di lafeltrinelli.it
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“Il quartiere” di Vasco Pratolini
Ambientato tra la fine degli anni ‘30 e la Seconda Guerra Mondiale, parla delle vicende che riguardano un gruppo di amici che vivono nel quartiere di Santa Croce, a Firenze. In particolare, il protagonista è Valerio, ragazzo che, come gli altri amici, viene da una famiglia povera ed è sempre in bilico tra sentimenti amorosi e delusioni. Inizialmente, sente le “farfalle nello stomaco” per Luciana, senza però ottenere grandi risultati. Poi, si innamora di Maria, ragazza gentile ed empatica, che proprio per questo si accorge che Valerio prova dei sentimenti verso un’altra ragazza. Così, si chiude la relazione tra loro due. Alla fine, Valerio si innamora di Olga, sorella dell’amico Carlo, ottenendo ancora una volta una delusione: a causa del degrado portato dalla Seconda Guerra Mondiale, lei si trasferisce al Nord Italia con la madre e così non vede più Valerio. Gli altri membri della vivace comitiva sono Carlo, giovane dispettoso; Giorgio e Marisa, giovani innamorati che si sposano e danno alla luce due figli quando ancora sono minorenni. Poi ancora ci sono Arrigo, giovane pacato di cui non si parla tanto; e Gino, morto in carcere per aver compiuto un delitto causato dal suo desiderio di inserirsi in una società che non lo accetta. Per le circostanze dell’epoca, gli amici sono costretti a separarsi per prestare servizio militare in diverse parti d’Italia. Tuttavia, la distanza è un muro abbattibile per loro: continuano a scriversi lettere, informandosi a vicenda e preoccupandosi l’uno dell’altro. Ad ogni modo, una volta tornati a casa (non tutti, purtroppo) le varie situazioni già critiche di loro e delle singole famiglie raggiungono l’apice quando viene abbattuta una parte del Quartiere. Non cade, però, la speranza: i ricordi rimangono indelebili nelle menti dei giovani, ormai adulti.
“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon
Una detective story che narra le vicende di Christopher Boone, un ragazzino di quindici anni, affetto da autismo.
Christopher è un ragazzino molto determinato, curioso e attento ai dettagli, ha inoltre una grande passione per la fisica e la matematica.
La sua avventura inizia quando trova Wellington, il cane della sua vicina di casa, morto con un forcone infilzato; ciò farà scaturire una serie di dubbi nel nostro protagonista, che intraprenderà un viaggio che non lo porterà solo a scoprire la realtà nascosta dietro all’omicidio di Wellington, ma anche a ricongiungersi con la madre che non vedeva da tempo e a conoscere una nuova parte di sé.
È un racconto pieno avversità che ci porta a riflettere su noi stessi e sul mondo che ci circonda; è una lettura interessante, alleggerita anche da informazioni che ampliano le nostre conoscenze.
Foto di lafeltrinelli.it
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“Next stop Rogoredo” di Micaela Palmieri
Un libro di poche pagine, ma toccante e soprattutto riflessivo. Parla di un’esperienza realmente accaduta che la giornalista Micaela Palmieri, assieme al suo braccio destro Ivano e al volontario Antonio, vive esplorando i macabri luoghi del bosco di San Patrignano, a Rogoredo, quartiere di Milano. I tre sono accompagnati dall’ex tossicodipendente Carlo, giovane simpatico, aperto, solare e con un obiettivo preciso: proteggere gli altri dal mostro della droga. Tutte le notti, per una settimana, lui e Antonio, con il pretesto di portare cibo ai senzatetto, accompagnano Micaela ed Ivan all’interno di quello da tutti definito “inferno terreno”, per parlare e registrare di nascosto i casi più gravi di dipendenza da droga, cercando di comprenderli e di indirizzarli verso una futura via d’uscita da quel mondo. Ovviamente, incontrano tante persone, ma alcune in particolare stimolano la sensibilità di Micaela: Regina, compagna del “capo” di spaccio con un figlio in grembo che non riesce ad accettare sia per le condizioni in cui lei versa sia per il triste futuro che avrebbe il bimbo; Luna, incosciente della sua identità ed incapace di ritrovarla; infine Silvia, una ragazza che inizialmente definiremmo “con la testa sulle spalle” ed appassionata di musica, che poi però si allontana da casa e si lascia andare a quell’infernale stile di vita perdendo le vibrazioni che il suo violino le faceva suonare nel cuore.
“Il gatto che aggiustava i cuori” di Rachel Wells
Si tratta di un racconto che scalda sicuramente il cuore di chi legge e che continua ad essere tra i romanzi più apprezzati del mondo. Il protagonista è Alfie, un gatto apparentemente pigro, che raggiunge la sua felicità semplicemente con l’affetto dei padroni Agnes e Margaret. Purtroppo, arriva un giorno in cui è costretto ad abbandonare la sua casa, trovandosi disperso per le strade londinesi. C’è però una via che segnerà per sempre la sua vita: Edgar Road, strada poco chiassosa e piena di ville. Così, lui capisce che quella potrebbe essere la sua nuova casa, ma all’inizio nessuno del quartiere si accorge di lui. Infatti, gli abitanti sono occupati eccessivamente da altre faccende; fino a che non si accorgono della diversità di Alfie rispetto agli altri gatti: è empatico, riesce a comprendere i desideri di tutti in un batter d’occhio. Perciò, capisce subito gli stati d’animo degli altri personaggi: di Claire, triste dopo la separazione col fidanzato; di Jonathan, apparentemente felice, ma che in realtà è solo; e di Polly, giovane ragazza straniera venuta a Londra da poco tempo che ha bisogno di qualcuno che la protegga. Alfie cambierà le loro vite in meglio, ascoltandoli, riaccendendo le loro speranze, ascoltando il battito dei loro cuori spesso spezzati dal destino.
L’ultimo passo del romanzo dice così: “E, se ero un gatto migliore, lo dovevo a loro (Agnes e Margaret) e alle mie vicissitudini. Una cosa l’avevo imparata: è così che funziona la vita”. Per concludere, questo libro è stato scritto per sottolineare l’enorme amore che l’autrice prova verso i suoi gatti e nei confronti degli altri amici a quattro zampe che l’hanno lasciata.
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Abbiamo un piccolo regalo per voi cari lettori: un libro bonus con anche una sua saga cinematografica!
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“La saga di Harry Potter” di J.K Rowling
Una saga che ha segnato l’inizio della letteratura fantasy moderna, ed ormai considerata un classico, che ha inoltre dato vita ad un vero e proprio mondo.
La saga narra la vita di Harry, un giovane ragazzino che abita con i suoi perfidi zii, in seguito alla morte dei suoi genitori.
Harry è odiato dalla famiglia, dorme nel sottoscala e viene costantemente bullizzato dal cugino Dudley; fin quando una civetta non porta una lettera al giovane protagonista, la lettera proviene dalla scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts; ma gli zii obbligano Harry a disfarsene, ciò però non sarà sufficiente, dato che ne arriveranno molte altre. La vera avventura di Harry inizia però quando Rubeus Hagrid, guardiacaccia e custode delle chiavi e dei luoghi a Hogwarts, si presenta con una torta e porta il giovane mago ad Hogwarts.
Nella scuola di magia, Harry conoscerà i suoi migliori amici e farà parte della casa dei Grifondoro ed entrerà nella squadra di Quidditch; così ,anno dopo anno, accompagnato dai suoi fedeli amici, il nostro protagonista vivrà una serie di pericolose avventure che lo faranno crescere.
In seguito al successo della saga letteraria, Warner Bros ha poi prodotto dei film, che sono amati dai fan della saga e vengono definiti una coccola invernale.
Intelligenza ed intelletto: due parole che hanno le prime sei lettere identiche, due parole che hanno entrambe un significato profondo, che va oltre ciò che noi pensiamo e che dall'antichità fino ad ora hanno sempre costituito un grande argomento di dibattito e confronto tra studiosi.
Spesso, purtroppo, il loro vero significato è poco conosciuto e quindi la tendenza è quella di confonderli o considerarli sinonimi, forse perché entrambi tendono verso un obiettivo comune.
In questo articolo si cercherà di fare quanta più chiarezza possibile in modo semplice e riportando anche differenti teorie.
Innanzitutto, partiamo da alcune definizioni generali e “neutre”. Come si legge nel Dizionario Treccani, per intelligenza si intende l'abilità di risolvere problemi, di adeguarsi ad un determinato contesto e di ricavare da una situazione insegnamenti positivi ed utili. Capiamo il suo significato profondo perché è composta da due parole latine, ”inter” e “lego”, che significano letteralmente “tra” e “scegliere”.
Sempre dal Dizionario, per intelletto, invece, si intende la capacità di instaurare rapporti ideali in un ordine più che altro razionale, cogliendo gli spunti in modo immediato e pensando in modo astratto. In sostanza, è la facoltà di intendere e di volere.
Entrambi dipendono dalla persona interessata e per questo sono molto variabili, quindi non seguono un unico grado o modello.
Questi concetti sono sempre stati oggetto di studio nel corso della storia, studi che hanno rivelato diversi aspetti e che, talvolta, sono anche stati criticati da altri. Sono tutte teorie sulle quali è possibile discutere molto, ed infatti faremo alcune considerazioni.
Si è occupato del concetto di intelligenza per lungo tempo Bergson ( filosofo francese dell’Ottocento/Novecento), sostenendo che fosse solo una formalità senza uno scopo preciso. O meglio, senza uno scopo preciso solo se è l’uomo a non averne uno “in tasca”. Quindi, se abbiamo un obiettivo, l'intelligenza diviene un mezzo per raggiungere quello scopo e non è più solo una formalità senza scopi. Ad esempio, potremmo utilizzarla per adattarci al metodo di un insegnante per studiare meglio ed ottenere buoni risultati.
L'intelletto, che è stato oggetto di studio per molto più tempo, ci permette di confrontare una teoria antica con una più recente.
La prima è quella di Platone: secondo lui, l'intelletto è la capacità di raggiungere il massimo grado della conoscenza. Andando in contrasto con questo modello passivo, Kant stabilì che l'intelletto è la capacità di sintetizzare e selezionare i fenomeni in base alla nostra sensibilità.
Ora, la differenza tra il modo di pensare di Platone e di Kant sta nel fatto che, siccome Platone riteneva l’intelletto uno strumento di conoscenza che entra in gioco quando occorre comprendere qualcosa, la sua è una visione passiva rispetto all’uomo, vale a dire che l’intelletto entra in gioco automaticamente senza che necessariamente sia l’uomo a volerlo. Kant, invece, ritiene l’intelletto una forma attiva, perché opera su evidenze che generano poi conoscenze. Spiegato il motivo dei diversi modi di pensare di Platone e di Kant, possiamo dire che entrambi, intelletto e intelligenza, sono strumenti che ci permettono di agire, perché stimolano un’azione attiva: ad esempio, scrutando il carattere di una determinata persona riusciamo a capirne qualche aspetto generale e ci comportiamo di conseguenza. Prendendo in considerazione l’intelletto , grazie ad esso sappiamo riconoscere e risolvere un’equazione, in virtù delle conoscenze e della sensibilità sviluppate.
Entrambi i concetti, inoltre, sono i costituenti della nostra libertà, perché con l’intelligenza possiamo scegliere il miglior modo per comprendere una situazione ed adattarci ad essa nel miglior modo possibile, cercando di non creare danni a noi stessi e agli altri e non necessita di particolari conoscenze o requisiti oggettivi. L’intelletto è altrettanto collegato: con la capacità di comprendere e conoscere le realtà, dalle più piccole e astratte alle più grandi e concrete, siamo in grado di scegliere la strada migliore da seguire e di non credere, a qualsiasi cosa ci venga detta, perché si possiedono delle conoscenze base che ci aiutano da subito a capire ciò che è possibile fare da ciò che non lo è. In questo caso, ci devono essere delle conoscenze di base oggettive. Intelletto e intelligenza ci permettono poi di superare le prove che la vita ci pone da affrontare tutti i giorni, e che riusciamo a risolvere per mezzo di un ragionamento. Perciò, sono concetti simili e sovrapponibili, ma che hanno una leggera differenza negli elementi di partenza; cioè l’intelletto necessita di alcune conoscenze di base universali per operare, mentre l’intelligenza dipende soprattutto da abilità soggettive.
Dunque, cosa accadrebbe senza intelletto e intelligenza?: innanzitutto, moltissimi dei progressi che l’uomo ha fatto finora col tempo andrebbero persi, ci sarebbe quindi una regressione di tutto, e, cosa più importante, il singolo individuo rischierebbe di essere vittima di soprusi ed ingiustizie del mondo esterno.
Per concludere, visto che ognuno di noi possiede queste caratteristiche con un diverso grado di sviluppo le deve utilizzare nella maniera migliore che possa fare; sia per se stesso che per gli altri e per stabilire un benestare comune e duraturo perché, come è già accaduto spesso, basta soltanto un mattoncino fuori posto per fare crollare un’intera costruzione.
“Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne
In questo libro ci si può immergere in un’avventura coinvolgente, ma è anche un’occasione per capire qualcosa in più circa il periodo successivo alla Guerra della Secessione; che è uno dei temi. Scritto verso la fine dell’Ottocento, è un romanzo che contiene moltissime tematiche incorniciate dal mistero, come tematiche storiche, la paura del futuro, la fragilità e l’avventura. Essendo un classico d’avventura, non vogliamo fare ulteriori anticipazioni e lasciamo a voi il testimone.
“Coraline” di Neil Gaiman
Questo libro è uno dei classici della narrativa horror più conosciuti e recenti. Viene apprezzato da molti, soprattutto dai piu’ giovani. Le tematiche sono molteplici, ma tutte molto attuali e riconducibili al tema della paura e dell’angoscia non solo per chi legge, ma anche per la protagonista che subisce tutto ciò. La parte piu’ avvincente ed è anche il momento di massima tensione si presenta quando Coraline, andando in cucina, vede una donna che somiglia molto a sua madre mentre stava cucinando. Appena la donna si gira, però, lei subito si accorge che c’è qualcosa che non va: la donna non era sua madre, dato che aveva dei bottoni al posto degli occhi. Questo ci fa riflettere molto sulla questione delle apparenze e sul non dare mai nulla per scontato.
"Frankenstein" di Mary Shelley
Il romanzo è ambientato a Ginevra verso la fine del 1700.
Questo capolavoro della letteratura Horror ci racconta di Victor Frankenstein, un ragazzo malato di scarlattina distrutto dalla recente morte della madre. Il nostro protagonista, addolorato dalla perdita, decide di dedicarsi alla sua passione per la medicina e così inizia a studiare le caratteristiche di un essere perfetto. Il risultato, però, sarà completamente differente dal progetto di Victor e si rivelerà disastroso. Il mostro creato dallo scienziato è di fatto qualcosa di mai visto prima, che terrorizza le persone intorno a lui e compie atti crudeli senza mai rendersi conto dei danni che causa.
Questo romanzo tratta le tematiche del dolore umano, che spesso ci porta ad agire in maniera impulsiva, tratta del concetto di vendetta e della ricerca dell’irraggiungibile perfezione. Tutto questo è circondato da un’atmosfera di inquietudine che suscita paura e sconforto nei lettori.
“Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati
Questo libro è una classica rappresentazione del racconto fantastico degli anni ‘30 del secolo scorso. Scritto da Dino Buzzati, uno dei più grandi scrittori e giornalisti italiani che ha anche fatto parte della redazione del Corriere della sera, parla di due personaggi molto influenti nella storia; ovvero il Colonnello e suo nipote, che venne inserito con la forza in un collegio del paesino da suo zio. Tutta la storia ruota attorno alla voce che il Colonnello stesse pianificando un abbattimento del bosco, dove era anche situata la sua casa. Il nipote, però, inizia ad addentrarsi in una serie di esperienze ed avventure caratterizzate da numerosi discorsi con alberi, animali ed altri elementi che nella realtà sono inanimati. Questi fanno di tutto per evitare l’abbattimento e sono anche aiutati dal vento, che poi si scontrerà con un altro vento nemico. La fine è molto commovente e, tuttavia, verosimile e ci fa riflettere su tematiche attuali, quali la questione ambientale, il disboscamento e la solidarietà verso gli altri.
“L’enigma della camera 622” di Joel Dicker
Durante una serata di festa all’hotel “Palace de Verbier” sulle Alpi svizzere per celebrare la banca di Ginevra, un misterioso omicidio viene compiuto nella stanza 622. L’omicidio è molto strano e desta subito moltissimi sospetti, soprattutto tra coloro che avrebbero avuto tutte le ragioni per uccidere la vittima. Iniziano una serie di indagini, che però vengono spesso depistate e non portano a nessuna conclusione. Molti anni dopo, uno scrittore verrà ospitato proprio in quell’hotel e subito si riaccende in lui la voglia di portare a galla la verità.
“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee
Un interessante romanzo ambientato nella società americana degli anni ‘30, durante la grande depressione, che parla della dinamica della discriminazione sotto diversi punti di vista.
Ciascuno dei personaggi affronta diverse vicende, che si intrecciano tra loro nella piccola città di Maycomb, in Alabama.
Il romanzo parte raccontandoci le vicende di Jem e Scout, i due figli dell’avvocato Atticus Finch; Atticus è un avvocato d’ufficio che si ritroverà a difendere Tom Robinson, un uomo afroamericano accusato di aver violentato Mayella Ewell, una ragazza bianca. Gli abitanti di Maycomb saranno i primi a puntare il dito contro Tom, data la reputazione della comunità afroamericana di quel periodo. In seguito, anche la piccola Scout si ritroverà a subire dei pregiudizi, nonostante sia solo una bambina, si ritrova già obbligata ad adattarsi agli standard che la società di quel periodo imponeva alle donne. Troviamo poi il personaggio di Boo Radley, una persona fragile sul quale girano voci negative. A voi scoprire di piu’.
“Il tempio della Fenice” di Serena Neves
Questo libro parla delle vicende del protagonista Ryan, ragazzo molto giovane che intraprende una serie di viaggi per cercare il padre scomparso in modo improvviso. Prima di partire, sceglie una persona con cui affrontare il viaggio: Nala, una ragazza della sua età. Li attende una serie di enigmi da risolvere e varie avversità, che però faranno capire a Ryan che il padre non è scomparso senza motivo e che il suo ritrovamento è ormai prossimo. La tematica che più ci colpisce è l’inversione del ruolo padre e figlio: di solito, è il genitore che si occupa del figlio, mentre qui il tutto è ribaltato.
“David Copperfield” di Charles Dickens
E’ un romanzo ambientato nella prima metà del 1800, ispirato dalla vita dell’autore che ci racconta la cruda realtà dello sfruttamento minorile e della perdita dei propri cari.
Il protagonista, David, nasce nella contea di Suffolk. Il protagonista, dopo la perdita dei genitori, si ritrova a lavorare in una fabbrica, dove viene sfruttato e privato di ogni dignità umana.
Questa novella si può considerare una denuncia allo sfruttamento e un mezzo per riflettere sui diritti umani e Dickens la utilizza anche per raccontare la sua storia personale sotto il profilo di un altro individuo. Una storia che parte da condizioni di vita disumane, cioè quelle a cui Dickens venne sottoposto da piccolo a causa dello sfruttamento minorile; e termina con condizioni di vita caratterizzate da grande prosperità, ovvero la grande fama con cui Dickens è conosciuto da tutti.
“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo
Un romanzo psicologico ambientato nella prima metà del 1900 che ci racconta la vita di Zeno Cosini, stesso protagonista e narratore. Il libro è diviso in una serie di capitoli che ci permettono di vedere Zeno affrontare differenti dinamiche ed esperienze.
Le vicende sono raccontate direttamente dal protagonista, che con la sua versione dei fatti tende a modificare il resoconto degli eventi, attuando così una sorta di meccanismo di autodifesa del suo inconscio.
La particolarità di questo capolavoro letterario non è solo la capacità dell’autore di rappresentare un personaggio in tutte le sue sfaccettature, ma anche quella di permettere al lettore di guardare dentro di sé. Inoltre, compaiono tematiche attuali, come la lotta contro il fumo di cui Zeno è vittima da anni e che lo fa pentire nel corso della vecchiaia per alcuni problemi che lo affliggono.
“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman
Un romanzo ambientato durante il periodo della dittatura nazista, ispirato dalla vita dello stesso autore, che ci porta a riflettere sulle complessità e sulle differenze nella società di quel tempo.
Il libro racconta l’amicizia tra Hans e Konradin, un ragazzino ebreo e un nobile; il rapporto tra i due nasce tra i banchi di scuola, insieme si ritrovano a conversare riguardo ad argomenti leggeri e temi impegnativi, malgrado il loro rapporto sia messo a dura prova dalle leggi razziali e le differenze delle loro classi sociali.
Il commovente finale porta i lettori ad un’ampia riflessione su tematiche che ricorrono anche attualmente, come le guerre e questioni circa le differenze.
Racconto speciale: “Nausicaa della Valle del vento” di Hayao Miyazaki
Questa opera è molto recente ed è stata realizzata in collaborazione con lo Studio Ghibli. La possiamo trovare sia come libro cartaceo sia come film noleggiabile su piattaforme come Netflix, Raiplay. Nausicaa è la principessa della Valle del vento, che è molto fragile nel suo essere e può essere solo protetta da persone molto sagge, come l’anziana signora del villaggio. Una notte, un aereo della flotta nemica sta precipitando e Nausicaa insieme ad altri fanno di tutto per salvarlo. Il giorno dopo, però, moltissimi altri aerei giungono al villaggio e distruggono tutto ciò che incontrano, portano come prigionieri Nausicaa ed altre persone e, siccome non si prendono cura della Toxic Jungle, le spore velenose cominciano a riversarsi sulla popolazione, provocando enormi danni alla salute di tutti. L’unico modo per mettere fine a tutto ciò è liberare gli insetti a cui hanno fatto del male ed ottenere la pace. Alla fine, Nausicaa riuscirà a fare tutto ciò e questo ci fa riflettere su alcune tematiche ambientali ed altre tematiche, come il rispetto verso la persona considerata come parte importantissima del mondo e la solidarietà verso gli altri.
Fatti questi suggerimenti, ci auguriamo che questi libri vi possano appassionare e vi auguriamo una buona estate (letteraria) !
*tutte queste immagini sono state prese da foto di copertine messe a disposizione dalla casa editrice “La Feltrinelli” , da cui abbiamo adottato e rivisitato alcune trame per avere maggiori chiarimenti.
La distorsione cognitiva
di Giuseppe Schetter - 15 maggio 2024
<<Non vediamo le cose come sono; vediamo le cose come siamo>> (citazione dal testo sacro ebraico del Talmud). Mai fu scritta una cosa tanto vera e palese quanto incredibilmente complicata da individuare nella nostra vita.
Nasciamo e siamo convinti per natura di essere i protagonisti della storia del mondo, di poter governare tutto ciò che c’è fuori di noi e che le altre persone siano solo dei personaggi secondari aventi la nostra stessa medesima visione delle cose. I massimi filosofi del millennio scorso come Kant e Jung si sono interrogati circa il concetto di realtà, lasciandoci in eredità un’ottica fortemente “ego-decentrata”: Kant sostiene che la realtà fenomenica sia per l’appunto determinata dalle nostre rappresentazioni mentali e che quindi sia composta, per come si presenta ad ognuno di noi, da apparenze e illusioni; Jung invece, dall’alto delle sue ricerche in ambito psicologico, afferma che la realtà che ogni individuo si crea esiste prima sotto forma di immagini, date dalla ricezione dei dati pervenuti dall’ambiente circostante in una determinata condizione e in un dato momento di evoluzione psichica, e solo dopo anche nella realtà esterna.
Pensiamo alle volte in cui ci è capitato di parlare o, meglio, giocare con un bambino piccolo: avremo notato che il suo atteggiamento tanto quanto il suo linguaggio è caratterizzato da un certo egocentrismo; i bambini vogliono tutto per sé, pretendono le cure dei loro caregiver interamente per sé, e quando più bambini si relazionano tra di loro (nei limiti imposti dalle loro capacità), ciò determina una rottura nel loro ego che si scontra con l’imporsi dell’ego altrui, instillando nella psiche quello che poi sarà l’idea “dell’altro”, il confine entro il quale “esisto io” e oltre il quale “esistono gli altri”, con i propri bisogni, la propria identità e il proprio spazio.
La percezione personale della realtà determina lo sviluppo della personalità, del proprio modo di essere, e l’ambiente circostante influenza inequivocabilmente la costruzione della visione del mondo di ciascuno.
La nostra realtà si muove con noi e siamo portati a valutare tutto ciò che si presenta alla nostra mente con una logica valida solo secondo se stessa; così, se un essere extraterrestre venisse sulla terra da un altro universo e ci parlasse della quarta dimensione, non riusciremmo a comprenderlo, perché siamo in grado di pensare esclusivamente a cose tridimensionali. La nostra logica ci impone di rimanere in essa: non possiamo utilizzare due logiche, due ragioni d’essere differenti allo stesso tempo.
Esiste uno stadio dello sviluppo della vita umana nel quale la percezione della realtà comincia ad acuirsi: in certi individui in forma maggiore, in altri minore, ma in ogni caso questa capacità che si affina modifica anche aspetti della personalità stessa e non solo. Sto parlando del periodo dell'adolescenza, momento di crisi per definizione.
Gli adolescenti si trovano nell'intermezzo tra la fine dell'infanzia e l’inizio dell’età adulta, un periodo in cui prendono (prendiamo) coscienza di sé come mai prima d’ora e diventano consapevoli del mondo in cui vivono. Tale presa di coscienza apre gli occhi dell’adolescente in maniera determinante, poiché ci si comincia a chiedere chi si è davvero e chi si vuole diventare. Inizia così un percorso di creazione caratterizzato da una serie di tentativi per aggrapparsi ad un qualcosa che possa costituire la propria identità. Questo è uno dei principali obiettivi dell’adolescenza, nonché uno dei più importanti della vita psichica, e in questo processo, la percezione delle cose può incorrere in errori di calcolo, distorcendo la propria visione.
Le distorsioni cognitive, identificate dallo psicologo Statunitense Aaron T. Beck, sono un meccanismo psicologico che, come suggerisce il nome, deforma i nostri pensieri, ma ciò come avviene?
È curioso osservare come tale processo sia comune a tutti se non a molti, poiché è dovuto ai cosiddetti “pensieri automatici”, che si presentano alla mente e appaiono come istantaneamente validi, che però non vengono vagliati da un effettivo processo di valutazione consapevole. Per comprendere meglio il concetto, occorre introdurre però un altro termine tecnico, quello di “schema cognitivo”, che è essenzialmente una struttura immaginaria della nostra psiche organizzata in una data maniera (ognuno ha il suo schema) attraverso la quale percepiamo sensazioni, analizziamo informazioni e ragioniamo in un preciso modo. Nel momento in cui lo schema cognitivo di un adolescente va incontro a disfunzionalità, ecco che i pensieri automatici vengono alterati dalle distorsioni cognitive.
Avete presente le volte in cui vi è capitato di fare una brutta figura in mezzo a molte persone? Sicuramente sì, e vi sarà anche capitato di credere almeno una volta che qualcuno abbia pensato di voi qualcosa di negativo. Ecco, questo è il punto a cui voglio arrivare: immaginandoci che cosa abbia pensato un osservatore esterno, l’idea che ci creiamo, alcune volte si basa unicamente sul nostro pensiero; così, il parere che crediamo l’altra persona abbia su di noi, non è altro che il nostro, ma proiettato sugli altri. Questa è una distorsione cognitiva e si chiama personalizzazione.
Ancora: quante volte presi dalle situazioni negative che incombono su di noi, come ad esempio un voto insoddisfacente dopo l’altro, un’incomprensione con un’amica o un amico, un litigio con un genitore, un insuccesso nello sport, prevediamo un futuro poco roseo oppure siamo poco inclini a credere che i prossimi eventi saranno migliori. Questa è la distorsione cognitiva della visione catastrofica.
Occorre però sottolineare che questi meccanismi non sono sintomo di patologie psichiatriche o disturbi della personalità, perciò non bisogna allarmarsi e correre da uno specialista, ma sono solo un campanello del nostro inconscio che suggerisce di prestare attenzione a queste situazioni. Nei casi più estremi però, si rischia di interrogarsi davanti allo specchio e ricevere risposte non congrue alla realtà, che sono causa di sofferenza e possono essere l’inizio di un qualcosa di ben più preoccupante. Il titolo stesso di questo articolo vuole richiamare con ironia e un filo di amarezza quei momenti in cui non sono lo specchio o un paio di occhiali a renderci più magri, più grassi, più alti, più bassi, più belli o più brutti e così via ma i nostri stessi occhi.
Pertanto, quando si incontrano tra loro più realtà individuali, ovvero quando più individui, profondamente immersi nella loro particolare ottica, entrano in contatto, lo scontro è inevitabile, perché se nessuno è disposto ad osservare il mondo come realmente si presenta, né tanto meno a comprendere l’idea degli altri, persino il potente mezzo del dialogo si dimostra inutile. Non credo che si possa affermare che tra i giovani, gli adulti e tra le varie generazioni ci sia un dialogo funzionale, e una delle motivazioni che possiamo ravvisare penso sia contenuta proprio nell'egocentrismo umano.
Attraverso le poche lezioni di cui la storia si fa maestra, sappiamo che la crisi genera cambiamento e in questa prospettiva la speranza di un margine di miglioramento non è del tutto assente; allo stesso modo, per limitare le distorsioni che influenzano i nostri schemi cognitivi, è necessario sostituire quei pensieri automatici di cui parlavo prima con altri più vicini alla realtà; le conseguenze di certo saranno assai più positive del destino che di tanto in tanto siamo noi stessi a tracciare nel fango con i nostri pensieri; la via per la bellezza, la stiamo già percorrendo.
di Nicolò Elia - 09 maggio 2024
Ho solo tredici anni quando la mia professoressa di italiano annuncia alla classe di voler realizzare uno spettacolo teatrale sulla figura di Giuseppe Impastato. Nessuno sa chi sia purtroppo, ma la ragione è presto detta: infatti, questo storico antagonista della mafia viene assassinato nella notte tra l'otto e il nove maggio 1978, mentre l'Italia sta per svegliarsi con il tragico ritrovamento del corpo morto del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, e di conseguenza la sua storia passa in secondo piano, ma non per noi studenti del secondo anno delle scuole medie.
La sua vita ci travolge ed appassiona perché è tanto umana quanto straordinaria. L'approfondimento della figura inizia con la lettura estiva del libro “I cento passi”(2001) di Monica Zapelli, Claudio Giorgio Fava e Marco Tullio Giordana; come già il titolo suggerisce, racconta la genesi di un ragazzo che vive a cento passi dalla tenuta dello spietato boss Gaetano Badalamenti, il quale solo nel 2002 verrà condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio dalla Corte d'assise. L'audacia di Peppino, come viene chiamato nella sua città natale Cinisi(PA), sta nel ribellarsi alla propria famiglia che appartiene a Cosa Nostra: nato nell'epicentro del terremoto mafioso, in particolare dopo l'uccisione dello zio Cesare Manzella nel 1963, riesce a non farsi manipolare dalla propaganda malavitosa, a comprendere i meccanismi malati su cui si regge il sistema criminale e a decidere di dedicare l'intera vita a combatterli per sradicarli, mostrando un coraggio sublime. Inoltre, per ribadire la sua scelta drastica si iscrive a “Democrazia Proletaria”, ossia un movimento della sinistra radicale extraparlamentare, con cui si candida alle elezioni comunali del 1978, in quanto nota che tutti i maggiori partiti sono collusi con il potere mafioso: si tratta di una vera e propria voce fuori dal coro silenzioso dell'omertà, che governa nel piccolo paese a suon di ricatti, intimidazioni e mazzette.
Al fine di indebolire questa sovrastruttura ben radicata nella terra siciliana, egli imbraccia un'arma non violenta, ma altrettanto letale, ossia l'ironia: nel 1977 a Terrasini, a tre chilometri da Cinisi, inaugura “Radio Aut”,che in latino significa “Oppure”, per tentare di offrire una voce veritiera e,soprattutto, in netto contrasto con quella corrotta dei mezzi di comunicazione convenzionali. A far leva su quest'ultimo punto è la trasmissione “Onda pazza”, che commenta le norme approvate dalla Giunta comunale, strettamente legata a “Zu Tano”(Gaetano Badalamenti), con un tono satirico e sarcastico, in modo da mettere in evidenza la degenerazione immorale dell'apparato decisionale e sminuire il velo di onorabilità di cui si tinge la Mafia in modo ipocrita; il suo metodo di indagine e di denuncia, in modo particolare dell'abusivismo, è scientifico, tanto da fornire le foto delle prove incriminanti e da pronunciare i nomi e i cognomi dei diretti interessati.
Un'ulteriore conferma della dilagante piaga della collaborazione delle istituzioni con la burocrazia criminale emerge dopo lo scellerato assassinio, nel momento in cui le forze dell'ordine promuovono la tesi del suicidio senza percorrere in alcun modo la strada del delitto mafioso, probabilmente su ordine della gerarchia criminale stessa; però, per quanto concerne l'evidente depistaggio, nel 2018 le accuse di favoreggiamento, omissioni e anomalie investigative nei riguardi del generale Antonio Subranni e dei suoi collaboratori cadono in prescrizione.
D'altro canto, il popolo manda un forte segnale di dissenso, eleggendo Peppino Impastato alle elezioni del 15 maggio 1978 con 260 voti: questo evento accende il lume di speranza in quanto indica la direzione che le persone comuni, stremate dall'asfissiante potere mafioso, vogliono intraprendere per liberare la propria terra dalle ingiustizie, dalla corruzione e dalla violenza.
In conclusione, il 9 maggio del 2018, in occasione dei 40 anni dall'assassinio di Peppino, la mia classe si esibisce a teatro davanti ai professori e ai genitori; non potrò mai dimenticare l'emozione di interpretare un simbolo della lotta alla criminalità organizzata.
Il legame indissolubile con i suoi ideali prescinde dalla ricerca della gloria personale e lo conduce a sposare un'idea in favore del bene comune: avrebbe potuto accettare la realtà mafiosa, consacrare la propria vita al facile crimine e arricchirsi a detrimento della comunità, ma tutto ciò non aveva alcuna valenza per il suo grande animo.
Fin dall'inizio è stata l’insaziabile sete di conoscenza e di verità di Peppino a impressionarmi; in particolare, il suo meticoloso modus operandi giornalistico di ricerca e di diffusione di informazioni verificate continua ad ispirarmi e mi sprona ad imbarcarmi nell'avventura dell'analisi e della scrittura.
Da un punto di vista storico, Impastato rappresenta una svolta rivoluzionaria nelle modalità di contrasto, fino a quel momento incentrate esclusivamente sulle punizioni carcerarie: infatti elabora una strategia basata sullo sviluppo culturale, sulla costruzione di un'efficiente presenza statale e sulla lotta all'ignoranza, ossia il seme che permette all'illegalità di germogliare senza ostacoli, con cui minare le solide fondamenta della struttura mafiosa.
Per queste ragioni hanno deciso di assassinarlo prima di poter ricoprire una carica istituzionale, tramite la quale avrebbe potuto mettere in serio pericolo la reputazione di Cosa Nostra locale; tuttavia, le sue idee sono vive e resteranno per sempre attive grazie ai gesti di chi non volta le spalle davanti a un sopruso.
In questa situazione il nostro compito è quello di ricordare le gesta ,non solo di Peppino, ma di tutti coloro che si sono spesi per la lotta all'illegalità al fine di promuovere una cultura della legalità che riesca ad essere più desiderabile rispetto a quella della scorrettezza; d'altra parte, tutti noi ogni giorno abbiamo l'opportunità di combattere il sistema criminale attraverso le piccole scelte della vita quotidiana che,unite tra di loro, formano un enorme ostacolo alla diffusione dell'illegalità, che si nutre soprattutto dei nostri impercettibili gesti.
Per questo motivo dobbiamo prestare molta attenzione ai nostri comportamenti, ritenuti erroneamente ininfluenti, in quanto la mentalità malavitosa si espande tramite i silenzi omertosi oppure gli atteggiamenti prevaricatori a cui, in maniera inconsapevole, rischiamo di attenerci a scuola, al lavoro o a casa.
Abbiamo la possibilità di crogiolarci tra le vane luci di un apparente ordine oppure di spegnere definitivamente le fiamme che rovinano le nostre terre con la sconfinata potenza delle parole.
“La Mafia uccide, il silenzio pure"
Fonti dell'articolo:
https://www.storicang.it/a/peppino-impastato-unonda-pazza-contro-mafia_16156
di Sofia Mauri - 01 maggio 2024
Non è facile trovare le giuste parole per definire un concetto come libertà. Pur usando frequentemente questo termine, ciascuno di noi ne ha una visione unica. Tuttavia, tutti concordiamo sul fatto che la libertà è essenziale per l'essere umano. Ogni individuo sente il bisogno profondo di esprimersi, fare scelte autonome, determinare il proprio percorso lavorativo e sentimentale, scegliere in che cosa credere e a quale partito politico aderire. Si tratta infatti di scelte fondamentali, per le quali non si dovrebbe mai smettere di lottare.
In passato sono state numerosissime le persone che hanno lottato per questo, sacrificando la propria vita per tramandare alle nuove generazioni un mondo migliore di quello in cui la libertà rimaneva soltanto un concetto astratto. Eppure non sempre ci rendiamo conto di ciò che abbiamo il privilegio di avere e spesso lo diamo per scontato.
Per questa ragione, è importante sottolineare che nonostante in molti ritengano impossibile che la nostra società diventi anche solo simile a quella descritta da Orwell nel suo romanzo “1984”, nel quale l'autore ci offre uno spaventoso scenario di ciò che può accadere quando il potere assoluto si fonde con la mancanza di umanità, è tristemente corretto affermare che questo romanzo è più attuale di quanto si possa credere.
Winston Smith è un uomo come tanti, cresciuto in una società che rinchiude le persone in gabbie mentali impossibili da rompere. Una società basata su un sistema politico che promuove l’odio, la violenza e l’egoismo. A capo di questa si trova una figura, il Grande Fratello, della quale non si conosce l’identità, ma che è in grado di sorvegliare chiunque tramite dei cosiddetti teleschermi, presenti in ogni luogo, persino all’interno delle abitazioni.
Winston lavora presso il Ministero della Verità, all’interno del quale si occupa di modificare articoli del New York Times, uno tra i giornali più conosciuti. Tuttavia il suo ruolo non è quello di un normale giornalista, bensì egli ha il compito di diffondere notizie false, alterando così la realtà e ricreandone una più adatta ai desideri del Grande Fratello. Così facendo, conduce la popolazione verso l’ignoranza e l’incapacità di analizzare gli episodi contemporanei, confrontandoli con avvenimenti simili verificatesi nell’arco della Storia. Infatti, è decisamente più facile ingannare e controllare chi non sa, piuttosto che qualcuno che ha studiato e conosce come stanno realmente i fatti.
Personalmente, ritengo che uno dei mezzi di comunicazione che ci permette maggiormente di comprendere il mondo che ci circonda, tramite l’esposizione di fatti, analisi e opinioni, sia il giornalismo. Grazie ai giornalisti, abbiamo accesso a informazioni cruciali per prendere decisioni consapevoli e partecipare attivamente al dibattito pubblico. Tuttavia, ciò è possibile solo se il diritto di parola è garantito e rispettato. Il diritto di esprimere le proprie opinioni, critiche e preoccupazioni è fondamentale all’interno di una società libera e aperta. Quando questo diritto viene negato o anche solo limitato, la democrazia rischia di essere in pericolo.
Infatti, una delle conseguenze più gravi della negazione del diritto di parola è la limitazione della libertà di stampa. Se i giornalisti sono soggetti a censure, minacce o intimidazioni, diventa difficile per loro svolgere il proprio lavoro in modo efficace e imparziale. Le informazioni cruciali potrebbero essere nascoste al pubblico, portando alla creazione di un ambiente in cui la corruzione e gli abusi possono prosperare indisturbati.
È dunque essenziale proteggere questa libertà, alzare la voce e difendere i valori fondamentali della società nella quale crediamo perché solo così potremo garantire un futuro in cui la verità e la giustizia prevalgono.
Nella società totalitaria descritta da Orwell, i diritti fondamentali vengono strappati via dagli individui e la libertà di parola, di pensiero e persino di privacy sono solo un ricordo sbiadito, sostituito da un regime di terrore e controllo. Questo scenario, per quanto estremizzato, non è completamente estraneo alla nostra storia.
Tra gli anni ‘20 e ‘40 del Novecento , ad esempio, il Fascismo ha dato vita a un periodo in cui alcune libertà fondamentali sono state brutalmente negate e la democrazia è stata soffocata sotto il peso di regimi autoritari.
In Italia, sotto il regime di Mussolini, la libertà di parola e di stampa fu annientata, così come furono sciolte le organizzazioni politiche e i partiti d'opposizione che criticavano il regime. Inoltre, la polizia politica, l’OVRA, vigilò su ogni aspetto della vita dei cittadini, instaurando un clima di terrore e repressione.
Negli stessi anni, simili orrori sono stati presenti anche in altre nazioni europee, come in Germania, con il regime nazista che proprio reprimendo brutalmente ogni forma di dissenso ha permesso il realizzarsi di atrocità inimmaginabili contro ebrei e altre minoranze..
Proprio per questo, ritengo che si debba chiarire che essere antifascisti non significa necessariamente abbracciare un'ideologia politica specifica. Significa piuttosto condividere i valori fondamentali della democrazia, della libertà e della dignità umana. Significa rifiutare qualsiasi forma di autoritarismo e discriminazione. Significa lottare per un mondo in cui ogni individuo ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni senza timore di venire perseguitato, senza il terrore di essere discriminato per il proprio colore della pelle, religione, genere o orientamento sessuale.
Essere antifascisti significa impegnarsi per costruire una società basata sul rispetto reciproco e sull'uguaglianza di fronte alla legge. È un impegno per una democrazia inclusiva, in cui la diversità, invece che discriminata, venga celebrata.
In un'epoca come la nostra, penso che sia più importante che mai conoscere e comprendere il passato perché da esso possiamo trarre insegnamenti preziosi per il presente e il futuro. Gli orrori che sono stati commessi nel corso della storia ricordano l'importanza di non ripetere gli stessi errori e di lottare contro l'oppressione. Non possiamo permettere che le atrocità del passato si ripetano: abbiamo il dovere di imparare dai nostri errori e impegnarci a costruire un mondo migliore.
Inoltre, è cruciale non smettere mai di lottare per i nostri ideali e le nostre libertà. Dobbiamo essere vigili, informarci sui temi di attualità e prendere posizione contro qualsiasi forma di ingiustizia. Come ci può insegnare il romanzo di Orwell, la lotta per la verità è un'impresa continua, ma è anche la chiave per preservare la nostra umanità e difendere il nostro diritto alla libertà di pensiero e di espressione.
Di conseguenza, in un mondo in cui le minacce alla libertà sono sempre presenti, dobbiamo rimanere uniti e determinati nel nostro impegno per un futuro migliore. Dobbiamo essere pronti a combattere per ciò in cui crediamo, senza mai arrenderci di fronte all'oppressione o alla tirannia. Quindi, anche se il futuro può apparire ai nostri occhi come spaventoso ed incerto, non dobbiamo mai smettere di credere in un mondo più equo e giusto.
di Nicolò Elia - 13 marzo 2024
Avete mai visto il giardino dell'Eden all'Inferno? Questa è la storia della famiglia Hoss che, durante la Seconda Guerra Mondiale, vive in una sfarzosa villa situata nella cosiddetta “zona d'interesse”, ossia un'area di circa 40 chilometri quadrati attorno al campo di concentramento di Auschwitz utilizzata per nascondere le angherie naziste al mondo esterno.
Non avrei mai immaginato che un essere umano potesse essere tanto impudente da accettare di vivere a fianco ad un Lager, ignorando completamente le urla strazianti dei prigionieri e i freddi colpi delle esecuzioni; d'altro canto, Rudolf Hoss, primo comandante del campo, e sua moglie Hedwig Hensel, la quale prova piacere nel chiamarsi “La regina di Auschwitz”, non esitano minimamente nel crescere i propri figli in un bucolico angolo di Paradiso a poche centinaia di metri dai forni crematori.
La pellicola cinematografica intitolata “La zona d’interesse”, ripresa dall'omonimo romanzo di Martin Amis, in maniera del tutto originale ritrae la quotidianità della famiglia Hoss,per esempio nei momenti di svago dei fanciulli o di riposo per il padre, al fine di umanizzare figure che sono state sempre dipinte come bestie: la disumanizzazione serve solo a soddisfare la nostra primordiale sete di vendetta e, soprattutto, a tracciare un distacco netto tra noi, i buoni, e loro, i cattivi, verso cui puntiamo il dito per tentare di pulire la nostra coscienza. A causa di ciò, l’impiego incondizionato di questa lettura dei fatti non ha permesso al pubblico di ieri di intraprendere un vero percorso di autocritica nei riguardi del passato e, inoltre, ha diffuso il comune pensiero per cui sarebbero stati immuni al fascino dittatoriale negli anni Venti e Trenta.
A questo proposito, il regista britannico Jonathan Glazer decide di invertire la dialettica consueta allo scopo di trasmettere un potente avvertimento per il presente e per il futuro: spesso consideriamo questi avvenimenti troppo lontani da noi per poter ripetersi,però è doveroso ricordare che la libertà politica di cui godiamo adesso non è intrinsecamente indistruttibile ed eterna, di conseguenza dobbiamo sempre prestare un rigoroso livello di attenzione alla vita del nostro Paese e mantenere viva la memoria, senza esercitare i nostri diritti in modo passivo.
In aggiunta, un'altra peculiarità del film è la decisione di riportare le barbarie consumate all'interno del campo soltanto sullo sfondo, dando origine ad un contrasto scomodo con l'ambientazione idilliaca della residenza della famiglia Hoss: prestando molta accortezza ai dettagli, sono visibili i fumi provenienti dai crematori e dai treni in arrivo oppure sono udibili le grida atroci dei prigionieri, in quanto l'opera cinematografica si basa sulle sensazioni uditive e visive, talvolta quasi impercettibili. Questo metodo ci lascia immaginare le tragedie della Soluzione finale, senza palesarle davanti ai nostri occhi, al fine di potenziare il messaggio di denuncia, in quanto costringe lo spettatore a compiere lo sforzo di evocazione del Male nella mente, e di assumere una focalizzazione non convenzionale sul tema.
La scelta narrativa non scende a compromessi con i perpetratori del Male, ma neanche con noi stessi, generando una patina di inspiegabile disagio, difficile da sostenere e digerire, nello spettatore per l'intera durata. Da questo punto di vista, la costruzione di un muro tra la casa e il campo per celarlo alla vista dei membri del nucleo familiare potrebbe essere letto anche in chiave moderna: infatti, tra noi e il dolore altrui il mondo dei social network erige una barriera blu che rischia di squarciare il velo di compassione e di delicatezza tipico delle situazioni critiche, scadendo nella maggior parte dei casi nell'indifferenza, esacerbata a sua volta dal bombardamento costante di notizie.
Per questo motivo ci trasformiamo in vittime e colpevoli all'interno di un circolo vizioso che si nutre di ingiustizie e di disuguaglianze: per esempio, giriamo il volto dall'altra parte del muro quando acquistiamo l'ultima versione del telefono in voga oppure nel momento in cui compriamo un capo di abbigliamento del fast fashion ad un prezzo irrisorio sebbene non ci servano, diventando insensibili alle sofferenze patite dai lavoratori sfruttati rispettivamente nelle mine di litio e nelle fabbriche.
È difficile sottrarsi, se non impossibile, a questa spirale, tuttavia ritengo sia necessario permeare la nostra realtà di consapevolezza e di responsabilità nei confronti delle dinamiche sociali: da un punto di vista etico, ciò potrebbe condurre ad un livello generale più alto di coscienza e di partecipazione che permetterebbe, da un lato, di combattere il gelido disinteresse e, dall'altro,di plasmare cittadini attivi e scrupolosi nelle loro scelte, per il bene personale e collettivo. Questo percorso si dimostra tortuoso in quanto la conoscenza è la cassa di risonanza del dolore, come asserisce il filosofo tedesco Schopenhauer ne “Il mondo come volontà e rappresentazione”(1819): di conseguenza il sapere è direttamente proporzionale alla sofferenza che, comunque, non può e non deve dissuadere dalla ricerca curiosa e appassionata.
Per queste ragioni “La zona dinteresse” non è una semplice riproduzione cinematografica, bensì una vera e propria esperienza artistica, che unisce allo stesso tempo il suono, la vista e l'udito in un lavoro in tal misura raffinato da ottenere il premio di miglior suono al Bafta(British Academy of Film and Television Art 2024) e quello come miglior film internazionale agli Oscar 2024; questa indimenticabile commistione di differenti propagazioni sensoriali trasporta l'intera platea dalla comoda sala alla zona di interesse, tanto da sembrare di assistere al susseguirsi delle scene in prima persona, nella sua sconfinata potenza evocativa.
In conclusione, il mio invito è di andare a vivere questo esperimento al cinema, dove è possibile apprezzare l'opera nella sua totalità, per immergersi direttamente nella caverna dell'umana mediocrità del male e, in secondo luogo, risalire l'oscura grotta per accogliere la luce e il buio esterni con una maggiore cognizione.
Fonti dell'articolo:
https://www.ilpost.it/2024/02/25/la-zona-d-interesse-rudolf-hoss-storia-vera/
di Nicolò Elia - 13 febbraio 2024
All'inizio la fattoria era di tutti gli animali.
Alla fine la fattoria è solo dei maiali, "gli animali piú uguali degli altri".
In questa tragica storia gli animali partono dal Paradiso, per poi essere gettati all'Inferno senza commettere alcun peccato, se non di essere la preda nella catena alimentare. Nonostante l'atmosfera fiabesca, il romanzo distopico dello scrittore inglese George Orwell è tragicamente calato nella realtà storica: tramite la metafora della fattoria racconta la degenerazione assolutista assunta dalla Rivoluzione d'Ottobre. Cosí, viene spontaneo domandarsi se l'autore abbia subito paragonato l'intera vicenda ad una diatriba tra animali, intuendo l'essenza selvaggia dei protagonisti, o se si sia sforzato di creare un'immagine monumentale nella sua mente.
Ho amato questo libro, tanto da raccomandare la lettura a chiunque, per la sua essenza satirica: la pungente penna orwelliana non schernisce solo l'atteggiamento ipocrita del potere, ma anche l'aspetto all'apparenza piú innocuo, ossia il nostro atteggiamento nei confronti del potere. Infatti, se gli animali non si fossero rinchiusi tra le sbarre dell'ideologismo, essi avrebbero avuto l'onestà intellettuale di opporsi alle manovre in contrasto con l'Animalismo, come nel caso del cambiamento dei sette sacri comandamenti: questa dinamica viene raccontata dal linguista statunitense Noam Chomsky tramite l'allegoria della “rana bollita” che descrive la tendenza umana a accettare situazioni deleterie senza reagire, se non quando è troppo tardi.
Per quanto concerne l’attualità, questa chiusura mentale spesso riduce lo scambio di opinioni ad un misero scontro ideologico tra due fazioni opposte che desiderano solo imporsi sull’avversario, e mai porsi in dubbio. Fin dalla tenera età nel rapporto tra i nostri genitori osserviamo tali dinamiche che assorbiamo e riproduciamo nel corso della nostra esistenza in maniera del tutto inconsapevole: questa tendenza nociva si riflette inevitabilmente sul piano politico e sociale, minando la qualità e l'efficacia del dibattito pubblico.
Grazie a numerosi personaggi eterogenei il libro offre diverse prospettive sull'ascesa al potere da parte di Stalin, rendendo digeribile a chiunque una vera e propria lezione di storia con un linguaggio semplice e esplicito. Si tratta di una gigantesca prova di democrazia per due motivi coincidenti: da una parte, l'opera attua un processo di democratizzazione encomiabile della Storia, mentre, dall'altra, enfatizza l'importanza di supportare idee democratiche e di diffidare da quelle estremiste.
In più, un'altra caratteristica peculiare è la sua capacità di risultare attuale, sebbene sia stato scritto durante la Seconda Guerra Mondiale: infatti, il moderno e arretrato 2023 è ancora affetto dalla malattia del totalitarismo che si sta propagando a macchia d'olio. Come dimostra il “Global State of Democracy 2023”, ossia un report redatto dall’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (International IDEA) atto a verificare lo stato di salute della democrazia nel mondo, “il governo del popolo” è in netto declino da sei anni in tutti i continenti: questa spaventosa tendenza, figlia dei biechi nazionalismi, rischia di destabilizzare anche i capisaldi democratici, come l'area europea, favorendo le persone sbagliate nel momento giusto.
Inoltre, il monito dell’autore di non abbassare mai la guardia è diretto anche ai cittadini dei Paesi liberi, e non solo agli oppressi dalle dittature: la Storia ci mostra come sia possibile invertire l'ordine democratico di un Paese, pur mantenendo un'apparenza liberale.
Nell'opera vengono descritte varie categorie sociali tipiche di una società totalitaria, per esempio i cani, che simboleggiano le scellerate forze dell'ordine sfruttate dai regimi per mantenere il potere attraverso la coercizione fisica. In aggiunta, descrive gruppi presenti in qualsiasi società, come le pecore: questa chiara metafora indica il conformismo a cui la maggior parte delle persone aderisce per via dell'incapacità di pensare autonomamente, finendo per accodarsi al gregge che, a sua volta, segue in processione un pastore, senza conoscere la direzione del suo cammino.
Fin dalla sua origine, il mondo soffre di autoritarismo in ogni suo angolo.I governi totalitari causano vittime, portano interi Paesi nel baratro e scatenano numerose guerre, non in nome degli ideali di cui si dipingono portavoce, bensí per i meschini interessi delle cleptocrazie che guidano; al contrario di quanto si potrebbe pensare, risulta estremamente semplice rimanere attratti dall'eloquio di un leader e, di conseguenza, riporre la propria fiducia in lui, in particolare nei momenti di crisi. In questo modo, durante gli anni Venti del ventesimo secolo il fascismo mussoliniano e il comunismo staliniano diventano realtà di potere consolidate: partendo dall'aizzamento delle folle nelle piazze, crocifiggono il loro Cristo, che diventa il capro espiatorio a cui addossare le colpe dei problemi nazionali, in modo da distogliere l'attenzione pubblica dai veri grattacapi.
In virtú della loro capacità di incarnare e sfruttare lo spirito scellerato che si cela in ogni essere umano, “l'allerta dittatura” non può mai essere nulla.
In conclusione, questa riflessione, tratta dalla lettura de “La fattoria degli animali”, vuole far pensare al valore delle scelte individuali e collettive che impattano su noi stessi e, soprattutto, sugli altri: per questo motivo, non bisogna mai svalutarsi a tal punto da vanificare la potenza delle nostre azioni quotidiane. Non è piú tollerabile che l'impulso vitale dei popoli venga sopraffatto dalle pulsioni di morte: proprio quando l'oscurità sembra annebbiare l'intera realtà circostante dobbiamo seguire il piccolo spiraglio di luce proveniente dalla fine del tunnel.
In merito al pericolo dispotico, la “comunità animale” deve pulire le strade dal fango, nel quale i maiali amano rotolarsi, per poter pascolare liberamente e, soprattutto, per evitare che la fattoria venga controllata da un'avida élite, un'altra volta ancora.
di Sofia Mauri - 5 dicembre 2023
“Hai mai pensato di andare via e non tornare mai più? Scappare e far perdere ogni tua traccia, per andare in un posto lontano e ricominciare a vivere, vivere una vita nuova, solo tua, vivere davvero. Ci hai mai pensato?”
Credete sia possibile agire come Mattia Pascal, il protagonista dell’omonimo libro “Il fu Mattia Pascal”, e partire, scappare lontano dalla quotidianità, ricominciando tutto da capo alla ricerca di una vita migliore, che vi appartenga di più? Nuova famiglia, nuova casa, nuovi amici, nuova scuola: insomma, ripartire proprio da zero e ricrearsi una nuova identità. Vi pare tutto estremamente inverosimile? Eppure centinaia di ragazzi hanno vissuto e continuano a vivere quest’esperienza sulla propria pelle grazie a programmi di interscambio culturale. Tuttavia, è impossibile non domandarsi cosa li spinga a prendere una simile decisione. Come fanno a mettere da parte la paura e a intraprendere un percorso che stravolgerà la loro vita?
Forse posso provare a rispondere a queste domande raccontandovi una storia, la storia di una sedicenne spaventata e infuriata con il mondo che, forse inconsciamente, ha trovato il coraggio di riscrivere la propria storia.
Immaginate di avere un quaderno che vi è stato affidato alla nascita. Si tratta di un quaderno completamente bianco, privo di qualsiasi segno e dal giorno in cui siete venuti al mondo, qualcuno si è occupato di scrivere la vostra storia. Tra scarabocchi a bordo pagina e segni di cancellatura, dopo sedici anni la penna del destino vi ha condotti ad una vita monotona, fatta di ansie e preoccupazione, alleggerita da qualche successo nelle pagine migliori. Ad un certo punto, però, mentre vi trovate lì, incerti sul da farsi, un quaderno nuovo di zecca compare sulla vostra scrivania e accanto ad esso trovate una penna. Finalmente avete la possibilità di scrivere in prima persona la vostra storia e, per quanto questo vi spaventi perché significherebbe riscriverla dal principio, l’idea di essere padroni del vostro destino vi affascina terribilmente. Dopo tanta attesa, potrete allontanarvi da quella vita che non sentite completamente vostra, che tante volte vi ha fatto sentire in trappola e le cui pagine accartocciate provocano ancora un dolore insopportabile.
Così proprio come Adriano Meis alias Mattia Pascal decise di impugnare quella penna e scappare, anche quella sedicenne fece lo stesso scegliendo di diventare un’exchange student e prendendo un aereo diretto a Vancouver, in Canada.
Passò mesi a prepararsi, compilando una serie interminabile di documenti, scrivendo lettere di accettazione per la scuola e per trovare una famiglia disposta ad ospitarla; salutò amici e parenti, la sua stanza, la sua realtà… ma si rese conto della scelta che aveva preso soltanto una volta sui sedili di quell’aereo, mentre era completamente sola. Quella sensazione la spaventava, ma d’altra parte le permise di realizzare che questo viaggio l’avrebbe aiutata a ritrovare se stessa.
Ad un tratto, poi, senza accorgersi del passare delle ore, quando si mise ad osservare l’immagine sempre più definita che si stava formando fuori dal finestrino, la vide: scorse per la prima volta quella città che nel giro di pochi mesi sarebbe diventata la sua nuova casa.
Adattarsi non fu subito facile: i primi mesi furono una scuola di vita intensa, ma ogni giorno portava con sé una nuova lezione, un'opportunità di crescita personale. Le sfide diventavano trampolini di lancio per nuove prospettive, mentre il suo bagaglio culturale si arricchiva di conoscenze e esperienze inaspettate. Il tempo passato con la famiglia ospitante le permetteva di scoprire nuove tradizioni, la rendeva più indipendente e consapevole della realtà che la circondava.
Il primo giorno a scuola fu come entrare in un mondo parallelo. Volti sconosciuti la scrutavano con curiosità mentre cercava di decifrare il flusso frenetico delle lingue che parlavano intorno a lei. L’inglese era stato per molto tempo uno degli scogli più alti che aveva dovuto affrontare e che l’aveva spinta a credere di non potercela fare. Tuttavia, era servito solo un giorno perché si rendesse conto che parlare una lingua non era come svolgere una verifica di grammatica. All'inizio, capitava che questa difficoltà la penalizzasse, ma, passati sei mesi, la soddisfazione di essere notevolmente migliorata non aveva pari.
A scuola oltre alla lingua, aveva appreso anche metodi di insegnamento innovativi e, grazie alle differenti attività proposte, ebbe la possibilità di conoscere un sistema educativo completamente diverso da quello al quale era abituata, ma con il quale si trovò fin da subito a suo agio. L’attenzione per le minoranze e l’accettazione di ogni genere di identità, evidenziavano quanto la comunità canadese avesse a cuore l’accettazione sociale che si sposava con gli ideali della ragazza.
Ogni tanto, capitava di ricevere qualche messaggio da chi faceva parte della sua “vecchia vita” e nelle notti più tranquille, la nostalgia si faceva sentire come un'ombra silenziosa. Proprio per questo i primi legami affettivi, costruiti con fatica, si rivelarono preziosi in questo mare di novità. Le risate con gli amici e le confidenze con la famiglia ospitante divennero i fili del tessuto emotivo di questo capitolo straordinario.
Tuttavia, come ogni cosa, anche le pagine di quel quaderno, ormai consumato e pieno di ricordi, erano destinate a terminare e il passare così veloce dei giorni, non aiutava affatto a combattere quella sensazione di malinconia che si stava formando. Lasciare alle spalle una città così frenetica e culturalmente diversificata come Vancouver fu parecchio difficile, ma al contempo, il ritorno a casa portò con sé una serie di sentimenti misti.
Rivedere la famiglia e gli amici e condividere con loro le esperienze vissute, raccontando delle avventure quotidiane e mostrando le foto scattate, suscitò emozioni inspiegabili che legavano la gioia di potersi riconnettere con le persone care e il profondo dolore causato dalla la forte mancanza. La tranquillità della vita a casa e il ritorno alle solite abitudini, in contrasto con l'energia frenetica di Vancouver, alimentò profonde riflessioni sul significato della propria identità e sulla ricchezza della diversità culturale.
Ciò che rese più difficoltoso il rientro, però, fu realizzare che dopo tutti quei mesi, l’unica a cambiare era stata lei: grazie al viaggio che aveva compiuto, era cresciuta moltissimo e si era abituata ad uno stile di vita completamente diverso, ma ora, tornata a quella che meno di un anno prima definiva normalità, si sentiva fuori posto, forse ancor di più rispetto a quando era partita perché tutto era rimasto esattamente come l’aveva lasciato, mentre lei si era trasformata in un’altra persona.
Se non si fosse ancora capito, questa è la mia storia. Sono certa che poche righe non basteranno per far comprendere anche solo in minima parte quanto questa esperienza abbia significato per me e quante cose io abbia imparato durante i mesi trascorsi lontana da casa. Tuttavia confido nel fatto che il mio racconto possa aver incuriosito qualcuno al punto da volersi informare e prendere in considerazione l’idea di partire. Mi rendo conto che si tratta di una decisione ardua, poiché implica uno sforzo immenso sotto parecchi punti di vista e spesso la paura potrebbe avere la meglio. Inoltre, so di essere solo una diciottenne, ma qualcosa sulla vita penso di averla imparata anch’io: spesso gli anni dell’adolescenza possono essere pesanti, colmi di emozioni contrastanti che il più delle volte tendono a destabilizzare e spaventare. Sommare tutto questo all’aver vissuto una pandemia globale, dove l’obbligo di stare chiusi in casa si era protratto nella mente anche una volta terminato il periodo di quarantena, può far comprendere cosa abbia spinto milioni di ragazzi a voler uscire, scappare dalla gabbia della monotonia, trovare la forza di impugnare la penna e scrivere da capo la propria storia.
Vancouver mi manca ogni minuto di ogni giorno. Mi manca svegliarmi tardi la mattina e correre a scuola passando per i fitti boschi, mi mancano le lezioni, i pranzi alla disperata ricerca di un tavolo e persino le lunghissime code alla mensa. Mi manca la pioggia che certi giorni si faceva pesantissima e altri ricopriva la città di uno strato di leggerezza. Mi mancano le amiche conosciute lì e i loro abbracci; mi manca cenare in compagnia della mia host mum, parlando di quante differenze ci siano tra una cultura e l’altra. Mi manca esplorare il mondo, senza limiti, senza preoccupazioni: prendere il pullman 232 o 246, mettere le cuffie e non avere un meta precisa, arrivare fino al capolinea e tornare indietro, giusto il tempo di lasciare spazio ai pensieri. Mi manca la vista del porto di Lonsdale, le luci della città illuminate di notte. Mi manca camminare per downtown con gli occhi fissi sugli alti grattacieli; andare in bicicletta a Stanley Park e fare a gara con il solito ragazzo che correva con i pattini. Mi manca sedermi sulla panchina rivolta verso l'oceano e scrivere o leggere. Mi manca il tramonto sulla spiaggia di English Bay, vedere il sole che si scioglie nell'oceano, lasciando che si formi uno strato rosato nel cielo. Mi manca sciare lungo le piste di Grouse Mountain, sulle quali andavo ogni volta che stavo male o desideravo sfogarmi. Sci in spalla, due fermate di pullman, ovovia, cuffie alle orecchie e finalmente libera.
Ecco Vancouver per me è libertà: libertà di essere chi si vuole, di trascorrere il tempo coltivando i propri interessi, esplorando ciò che ci circonda; libertà di sbagliare e rialzarsi senza venire costantemente giudicati, libertà di vivere la propria vita con una leggerezza mai provata prima.
Non sono qui per convincere chi sta leggendo a partire, ma vorrei che chi si sente intrappolato nella propria vita o avesse paura di non trovare il proprio posto nel mondo, sappia che quest’ultimo è immenso e i luoghi da visitare sono infiniti. Perciò, forse, tutto ciò di cui avete bisogno è non aver paura di cambiare prospettiva.
(invito inoltre chi è interessato all’argomento, ad ascoltare il podcast che uscirà a ‘dicembre nel quale io e altre studentesse che come me sono state exchange students, parleremo in modo più approfondito della nostra esperienza)
di Sara Hadif, Iris Daniele e Giulia Casero - 28 novembre 2023
Il 15 Novembre nelle sale di tutta Italia, con anticipo di ben due giorni rispetto a quelle americane, è stato trasmesso per la prima volta sui grandi schermi il prequel della famosa saga cinematografica di Hunger Games, diretti dal regista statunitense Francis Lawrence. “Hunger games: la ballata dell’usignolo e del serpente”, tratta delle vicende dei decimi Hunger Games narrate dal punto di vista del celeberrimo antagonista della storia: Coriolanus Snow. Il film non solo descrive le dinamiche dei primi Hunger games, ma presenta anche nuovi personaggi, come ad esempio Lucy Gray (protagonista femminile del film ), e approfondisce le conoscenze dello spettatore sui personaggi già conosciuti nelle precedenti pellicole, soffermandosi, in particolare, sulla loro psicologia.
Ma in cosa consiste veramente il successo del film?
Ogni anno Capitol City organizza un evento chiamato “Hunger Games”. I Giochi consistono in un combattimento tra ventiquattro ragazzi di una fascia d’età che va dai 12 ai 18 anni, pescati a sorte tra i distretti in cui è divisa l’intera popolazione. Tra di loro, un solo tributo sopravvive ai giochi. In questa decima edizione, il luogo in cui si svolge il programma non ha le stesse caratteristiche delle arene ben strutturate ed efficienti presentate nella trilogia principale, infatti, nella nuova pellicola, ci viene presentato uno stadio ancora primitivo e in via di sviluppo. Lo scopo dell’evento inizialmente sembra solo quello di punire i distretti a causa della guerra conclusa anni prima, ma durante la saga, viene subito resa chiara la vera ragione dell’esistenza degli Hunger Games: quella di intrattenere tutti i cittadini di Capitol City. In questo nuovo film, allo spettatore viene spiegato come il protagonista realizzi l’idea degli sponsor, un modo per creare un rapporto tra i tributi e Capitol City, e come ciò porti ogni cittadino a inviare aiuti al tributo che avrà catturato maggiormente la sua attenzione.
Durante il film la domanda che maggiormente ogni fan della saga si pone è:”Chi è Coriolanus Snow?”.
Coriolanus Snow è un ragazzo bramoso di potere e nella pellicola viene descritta la sua ascesa come antagonista della trilogia.
Nel prequel, Coriolanus viene scelto come mentore del tributo Lucy Gray del distretto 12 e sin dall’inizio si può osservare la sua ipocrisia infatti, il protagonista prova a conquistare la fiducia del suo tributo, riuscendo inizialmente a ingannare anche lo spettatore; tuttavia, nel corso della storia, il protagonista abbandona la sua maschera di gentilezza e dimostra che, nonostante l’affetto nei confronti di Lucy Gray, nulla per lui conta più del potere. Per tutta la durata del film, possiamo notare la crescita personale del protagonista: da ragazzo ingenuo che comprende solo superficialmente lo scopo dei giochi, a giovane che riconosce il vero obiettivo degli Hunger Games: avvertire la capitale del potere dei distretti e ricordare ai cittadini che tutto il mondo è un’arena e che Capitol City trionferà contro chiunque le si metta contro se sotto il comando della casata degli Snow.
A seguito di questa analisi, noi della voce del Crespi vogliamo anche capire cosa ne pensi il pubblico della storia di Coriolanus Snow. È stato davvero apprezzato questo nuovo film? Vale veramente la pena guardarlo sui grandi schermi?. Leggiamo l’intervista di una fan!
-“Ti è piaciuto prequel di Hunger Games?”
-“L’ho trovato davvero interessante” risponde con entusiasmo l’intervistata.
-“Qual è stata la tua scena preferita?”
-“Mi è piaciuta molto la scena in cui Reaper ricopre le persone morte con la bandiera di Capitol City; mi ha commosso molto il rispetto per gli avversari che hanno perso la vita e il modo in cui ha sfidato Capitol”.
-“Il personaggio che ti ha colpito di più?”
-“Credo Tigris, lei era una dei pochi a dimostrare affetto verso Coriolanus e voleva solo impedire che lui diventasse come il padre”
Tigris è la cugina di Coriolanus Snow, troviamo questo personaggio anche nella trilogia originale; per un lungo periodo è stata la stilista di molti tributi degli Hunger Games.
-“Lo consiglieresti agli amici?”
-“Si, a mio parere è un film ben realizzato; la scenografia e i costumi erano fatti con cura”.
In conclusione possiamo dire che il nuovo prequel è stato apprezzato molto dal pubblico, noi lo consigliamo a pieni voti se desiderate una trama coinvolgente, dei personaggi dalla storia complicata e uno scenario apocalittico.
“Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente” vi aspetta sul grande schermo!
Il bene che non sempre vediamo
di Sofia Ferro - 4 giugno 2023
Il mondo è condannato dall’uomo e dai suoi sbagli. Questo è un pensiero condiviso ma, sebbene possa sembrare veritiero, non lo è del tutto. Infatti, oltre a ciò che di negativo vediamo, c’è un mondo pieno di persone pronte a fare del bene e ad aiutare il prossimo. È impossibile conoscere personalmente ciascuna di esse, ma alcune sono particolarmente in vista nella società: attori, cantanti, sportivi e artisti di ogni genere, individui che si impegnano ogni giorno per garantire a tutti i propri diritti battendosi per delle giuste cause, utilizzando la loro popolarità per influenzare positivamente la gente.
Il primo, tra quelli da citare, è Harry Styles, cantante, cantautore e attore che ha debuttato per la prima volta nel mondo della musica come membro della boy-band “One Direction”.
La maggior parte di noi lo vede solamente da questo punto di vista, ma c’è dell’altro: Harry è anche un forte sostenitore della pace e dell’uguaglianza.
Negli ultimi anni ha portato avanti una lunga battaglia per la parità di genere e per far sì che ognuno si senta bene con se stesso e il proprio corpo, indossando abiti femminili e sostenendo di essere a suo agio con quest’ultimi. Secondo il cantante, il modo di vestirci non determina chi siamo e non è precluso dal nostro genere, quindi ciascuno ha il diritto di stare bene sentendosi se stesso. Ne è un esempio la canzone “Treat People With Kindness”, che spinge a un sentimento di accettazione verso noi stessi, oltre che alla gentilezza.
In seguito troviamo Lewis Hamilton, un famoso pilota di Formula 1, vincitore di sette mondiali.
Proviene da una famiglia umile e ciò l’ha spesso spinto a mettersi nei panni dei più bisognosi.
Essendone stato lui stesso vittima, Hamilton è molto sensibile al tema del razzismo e cerca da sempre di combatterlo. Ha spesso indossato magliette dedicate alla lotta contro il razzismo e a chi è stato ucciso ingiustamente.
Durante il periodo di pandemia ha contribuito alla causa con delle donazioni, come quella ricavata dalla messa all’asta di guanti, sneakers, tuta e la sua McLaren MP4-24, con cui difese il Titolo di Campione del Mondo 2008. Ha inoltre partecipato al Concerto di beneficenza organizzato dall’OMS nell’Aprile 2020.
Lewis Hamilton è anche un attivista per il rispetto dell’ambiente, che sostiene prendendo meno aerei, seguendo una dieta vegana e con un progetto con Tommy Hilfiger per produrre vestiti solo con materiali ecologici.
Un altro importante esempio è Millie Bobby Brown, una giovane attrice e produttrice cinematografica, nota per aver recitato nella famosissima serie TV “Stranger Things” interpretando Undici.
In passato Brown è stata vittima di bullismo a tal punto da scegliere di cambiare scuola, quindi oggi si impegna affinché nessuno, in futuro, debba più subire le ingiustizie che ha sopportato lei. Uno dei suoi obiettivi è anche rendere i social network un posto sicuro e felice, dove nessuno venga attaccato.
Inoltre è stata nominata a soli quattordici anni Goodwill Ambassador dell’UNICEF, diventando la più giovane di sempre ad avere questa nomina. La sua campagna di sensibilizzazione sui social è diretta principalmente ai bambini e ai giovani e cura situazioni spiacevoli di cui sono protagonisti, come la povertà, la violenza e la mancanza di un’adeguata istruzione.
Infine è bene ricordare non una singola persona, ma un’intera associazione: la Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport Onlus.
È stata fondata nel 2004 da Gianluca Vialli e Massimo Mauro e ha come obiettivo il perseguimento di finalità di solidarietà sociale in due ambiti principali: la cura e la prevenzione del Cancro e il finanziamento della ricerca di eccellenza sulla SLA, ovvero la Sclerosi Laterale Amiotrofica, che con il tempo immobilizza una persona e ne compromette le funzioni vitali. Di questa malattia non si conoscono le cause e non esiste ancora una terapia, ma la Fondazione Vialli e Mauro si occupa di raccogliere fondi per finanziare la ricerca e riuscire a trovare una cura.
Inoltre, la Fondazione ha a cuore la promozione e lo sviluppo di attività per la diffusione dello sport, in particolare il calcio, come fenomeno storico culturale. Ciò perché lo sport trasmette dei valori come la correttezza, la solidarietà e il rispetto.
Questi erano solo pochi personaggi, ma bisogna sapere che al mondo ce ne sono moltissimi altri che combattono costantemente per ciò che è giusto.
Per citare Harry Styles, “We have a choice, every single day that we wake up, of what we can put into the world, and I ask you to please choose love every single day”.
“L'Ambasciatore del Futuro”: sentirsi parte di un tutto
di Elisa Bianchi - 4 aprile 2023
A partire dal 7 marzo si è tenuto a New York il NHSMUN 2023 (National High School Model United Nations), una simulazione diplomatica in cui ragazzi dai 14 ai 19 anni, provenienti da tutto il mondo, si sono confrontati in dibattiti e discorsi, incarnando il ruolo di delegati delle Nazioni Unite. Io ho avuto l’onore e la fortuna di prenderne parte.
Dopo essermi iscritta e aver seguito lezioni in preparazione alla simulazione e riguardanti la geopolitica attuale, è giunto il momento di indossare veramente la veste di delegato. A gennaio mi erano stati assegnati una compagna di delegazione, il paese che avremmo dovuto rappresentare e la commissione ONU a cui avremmo partecipato: nell’ordine, una ragazza di Padova, come paese la Slovenia e commissione LEGAL. È quindi iniziato il mio lavoro, che mi ha portata a studiare la storia della Repubblica Slovena, la sua economia, la sua relazione con gli argomenti che avremmo affrontato in commissione e i suoi possibili alleati. Armata di diplomazia, tanta voglia di fare e un poco di paura, sono giunta al momento della partenza.
Dopo un paio di giorni in cui abbiamo visitato New York, è iniziata l’attività delle commissioni, e fin da subito mi sono resa conto della responsabilità che avevo sulle spalle, nonostante fosse solo una simulazione: fare le veci di un paese, riportando le opinioni, gli interessi e le necessità di innumerevoli individui, non è stato affatto facile.
Il primo “topic” di cui si è trattato è stata la regolamentazione delle sanzioni per l’appropriazione di artefatti culturali e delle procedure della loro successiva restituzione, un argomento delicato, con cui la Slovenia non ha molto a che fare, ma è stato assolutamente stimolante ed entusiasmante discuterne e trovare soluzioni efficaci, facendomi coraggio e aprendomi al dialogo e alla collaborazione con completi sconosciuti. Si è poi anche discusso della regolamentazione dell’operato delle aziende multinazionali, tema più vicino alla situazione in Slovenia e che mi ha stuzzicata particolarmente, nonostante fosse di carattere economico e più lontano dai miei interessi abituali.
A turno, ognuno dei delegati si è anche cimentato in alcuni “speech”, ovvero discorsi in cui veniva esposto il punto di vista del proprio paese, stando in piedi davanti a tutti e facendo sentire la propria voce, a volte un po’ tremante. Tenere questi discorsi è stato per me estremamente emozionante, poiché ho colto l’occasione per superare la paura di espormi di fronte a tante persone e ho potuto sperimentare ciò a cui aspiro nel mio futuro. Immedesimandomi in un delegato dell’ONU, ho realizzato quanto chiunque sia importante nella nostra società e come certi temi, che ci possono sembrare lontani, interessino in realtà ognuno di noi: spesso capita di sentirsi minuscoli, irrilevanti e fuori dal mondo, e rappresentare la Slovenia, un paese non molto esteso e poco considerato, è stata la prova che anche uno stato simile gioca un ruolo fondamentale ed è coinvolto in tutte le questioni attuali, come ogni individuo.
Il momento in assoluto più commovente ed elettrizzante, però, è stato visitare la sede delle Nazioni Unite e sedermi nello stesso posto dove i delegati di tantissimi paesi lavorano per il nostro mondo e per il nostro futuro. L’attimo in cui sono entrata nella sala ho provato una sensazione di piccolezza e stupore che mi ha lasciata senza parole, ma camminando sulla moquette verde insieme ai miei “compagni di avventura”, in completo elegante, con i piedi doloranti per i tacchi e la targa del mio paese in mano, questa piccolezza si è trasformata nella consapevolezza di essere parte di qualcosa, di un tutto. Le poche ore che abbiamo passato nella sede ONU sono state come un salto nel futuro, poiché non è escluso che coloro che hanno partecipato a questo progetto saranno i prossimi delegati, seduti su quelle stesse sedie dove abbiamo finto di rappresentare i paesi del mondo.
A rendere questa esperienza ancora più indimenticabile sono state le persone che ho conosciuto durante i giorni a New York: più di 600 italiani sono partiti tra il 6 e il 7 marzo, divisi in gruppi di circa quaranta persone. Nel mio gruppo, il numero 17, ho avuto la fortuna di incontrare ragazze e ragazzi molto affini a me, con cui ho creato legami che spero di portare con me per sempre e con cui ho condiviso dei momenti di pura felicità, che mi sono rimasti impressi nell’anima.
Il progetto “L'Ambasciatore del Futuro” mi ha dato l’occasione di mettere in pratica le mie capacità e conoscenze, di capire come desidero che sia il mio futuro e di sentirmi parte integrante del mondo. Credo che sia fondamentale per la nostra generazione cimentarsi in un’esperienza del genere: la sensazione di pienezza, di gioia e di realizzazione del proprio potenziale che mi ha regalato è davvero incommensurabile. E forse da ora in poi il numero 17 non mi farà più paura!
Ucronia
di Pietro Silvestrini - 20 marzo 2023
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Il termine deriva dal greco (οὐ = "non" e χρόνος = "tempo") e indica un genere narrativo che mostra la direzione che poteva prendere il corso degli eventi se un avvenimento storico si fosse sviluppato in maniera diversa rispetto a quanto effettivamente accaduto.
L’autore della prima opera ucronica fu Tito Livio, storico romano, che scrisse “Ab Urbe Condita” (dalla fondazione dell’Urbe) dove l’avanzata del regno macedone di Alessandro Magno è rivolta a ovest anziché verso est.
Il filosofo francese Charles Renouvier coniò il neologismo “uchronie” in un saggio apparso nel 1857: egli immaginò di aver trovato un manoscritto elaborato da un monaco vissuto nel XVI secolo, contenente la storia dell’Impero romano dal 180 d.C. (anno di morte dell’imperatore Marco Aurelio).
Qui l’avvenimento che scatena l’ucronia è la successione di Avidio Cassio al seggio imperiale, quando nella realtà fu Commodo. Nella nuova svolta presa dagli eventi, il cristianesimo non si sarebbe diffuso nell’Impero, ma a trionfare sarebbe stata la filosofia, costitutrice di uno stato fondato sulla ragione, libertà e giustizia, promotore di una duratura federazione europea.
Un celebre romanzo ucronico è la Svastica sul sole, pubblicato nel 1962 dallo scrittore statunitense Philip K. Dick, vincitore del Premio Hugo come miglior romanzo nel 63’.
Dal libro è tratta una serie tv chiamata L’uomo nell’alto castello: la vicenda prende le mosse dalla vittoria di Adolf Hitler e del Giappone nella Seconda guerra mondiale grazie all’uso di un ordigno atomico sganciato su Washington D.C. nel 1945.
Il Reich ha conquistato gran parte dell’Europa e dell’Africa, mentre l’Impero giapponese ha occupato l’Oceania e l’Asia orientale.
L’america è stata divisa in tre aree: gli Stati Giapponesi del Pacifico a ovest, gli Stati delle Montagne Rocciose (Zona Neutrale) e il Reich a est.
La vicenda racconta, fin dai primi episodi, il rischio di un conflitto nucleare tra le due potenze vincitrici, alla morte dell’ormai anziano Adolf Hitler. A combattere contro le due dittature è la resistenza, come nel corso della Seconda guerra mondiale nella nostra timeline. Il nome della protagonista è Juliana Crain: la giovane donna vive con il suo ragazzo a San Francisco, negli Stati Giapponesi del Pacifico, ed entrerà nella trama una volta scoperto il coinvolgimento della sorella nei combattenti per la libertà, dopo averla vista morire.
Un personaggio descritto approfonditamente è l’Obergruppenfuhrer John Smith, ex soldato dell’esercito americano prima della sconfitta. Inizialmente, egli si unirà al Partito Nazista per proteggere la moglie Helen e le figlie, ma poi il potere che poteva ottenere nell’esercito tedesco, lo renderà una persona sempre più crudele che utilizza il bene della sua famiglia come giustificazione per compiere atti spregevoli.
Nell’ultimo episodio l’uomo, avendo perso la moglie per la sua smania di grandezza, si toglierà la vita, non avendo altro che un enorme e inutile potere. Comprende troppo tardi che era diventato la versione peggiore di sé.
La serie ci insegna che il possesso di ogni cosa non è nulla se le persone che amiamo ci hanno abbandonati. Un elemento importante nella vita dell’antagonista è il desiderio di ricongiungersi con il figlio, morto di distrofia muscolare, e incapace di lasciar andare.
Le vicende finali riguardano l’abbandono della costa ovest in America da parte dell’impero giapponese: la BCR (Black Communist Rebellion) sostituirà al governo i vecchi occupanti e, successivamente al suicidio di Smith, il suo successore Bill Whitcroft riunisce l’America e pone fine al Reich Americano.
L’importanza di quest’opera televisiva risiede nel mostrare al pubblico ciò che poteva accadere, sottolineando la debolezza delle persone, che, spesso, si uniscono a ideali in cui non credono pur di aver salva la vita.
Altro messaggio potrebbe essere rivolto a chi è troppo desideroso di maggior prestigio, poiché rischia di perdere la via…
Cosa ne pensate dell’ucronia? Scopritelo dopo la visione della serie!
Perché i videogiochi Pokémon sono "decaduti"
di Ruben Gianzini - 278 febbraio 2023
Nell'ormai lontano 1996, l'emergente software house GAME FREAK pubblica (tramite Nintendo) sul mercato giapponese i suoi primi titoli videoludici per Gameboy Pokémon Rosso e Pokémon Verde, dall'idea del Game Designer Satoshi Tajiri, e nel 1998-99 sbarcano in occidente. Questi due titoli storici saranno i pionieri di quello che oggi è il brand più redditizio al mondo: Pokémon.
Chi non ne ha mai sentito parlare? Carte collezionabili, pupazzi, zaini, cappelli, vestiti, film, animazione ma non solo; è probabilmente un marchio conosciuto da tutti, da chi lo segue attivamente e ne è appassionato a chi ha solo visto la sua gialla e carina mascotte in giro. Il colosso The Pokémon Company, organo formatosi da un'unione tra GAME FREAK, Nintendo e Creatures Inc. si è diffuso ormai in tutto il globo.
Nonostante il grandioso successo del merchandise, la parte del brand che ha dato inizio a tutto questo, e che sta davvero a cuore a tanti fan, durante gli ultimi anni ha visto un evidente calo di qualità dei prodotti: sto parlando della saga di videogiochi.
Iniziamo da un po' di tempo fa, 2011: escono sul mercato internazionale i bestseller Pokémon Nero e Pokémon Bianco. Escono nello stesso momento in tutto il mondo e sono gli undicesimi titoli della saga, ma anche i più acclamati dalla critica e dalla community, ricevendo alti punteggi da recensori come Metacritic, IGN o The Official Nintendo Magazine. Anche i sequel diretti Pokémon Nero 2 e Bianco 2 ebbero la loro dose di successo chiudendo la quinta generazione.
Balziamo nel 2013, quando escono Pokémon X e Y, titoli che dovrebbero essere quasi rivoluzionari, che portano Pokémon su Nintendo 3DS ma che, soprattutto, ora ci fanno vedere i nostri amati mostriciattoli tascabili in un mondo totalmente tridimensionale. Ebbene, nonostante gli alti punteggi della critica, X e Y sono considerati dalla community tra gli "zimbelli" della saga, data la trama poco convincente, la difficoltà quasi inesistente e una durata troppo breve del walkthrough. L'anno successivo escono Rubino Omega e Zaffiro Alfa (remake di Pokémon Rubino e Zaffiro), generalmente apprezzati sia dalla critica che dalla community.
Ed eccoci nel 2015, quando accadde quello che io chiamo "L'incidente dell'Anno senza giochi"; d'ora in poi, inizia la discesa nel baratro.
Nel 2016 escono Pokémon Sole e Luna, titoli apprezzati ma comunque criticati per motivi principalmente legati al game design. L'anno dopo, nel 2017, escono Pokémon Ultrasole e Ultraluna, che non furono affatto amati dalla community: infatti riprendevano le caratteristiche dei "terzi titoli" che di solito GAME FREAK produce, ovvero “versioni deluxe” che riprendono quasi tutti gli elementi della coppia di giochi della loro generazione, racchiudendoli in un unico gioco ma pur sempre cambiando qualcosa e introducendo nuovi dettagli (anche se, tuttavia, sono differenti da ciò che possiamo chiamare remake) producendo un quasi copia-incolla dei precedenti Sole e Luna e aggiungendo pochissimi elementi di trama e gameplay. Essendo usciti subito dopo i loro "padri", non hanno dato l’impressione del remake o della versione deluxe, solitamente prodotta dopo un po’ di tempo probabilmente per riflettere sulle cose da aggiungere e anche per diminuire la sensazione di “già visto". Si possono definire i capitoli più pigri della saga? Assolutamente sì.
Per finire la settima generazione, GAME FREAK pubblica un gioco acchiappa-nostalgici, col solo fine di attirare persone che avevano vissuto gli eventi della regione di Kanto anni e anni prima riproponendoli in altri remake: Pokémon Let's go, Pikachu! e Pokémon Let's go, Eevee!, non molto apprezzati dai fan vista la loro funzione puramente volta a fare tornare comprare i vecchi appassionati ad interessarsi al brand, ed il fatto che sono il secondo remake di Pokémon Rosso e Verde, dopo Rosso Fuoco e Verde Foglia, con forti critiche al gameplay e di nuovo alla scarsa difficoltà.
Nel 2019, dopo anni sulla nuova console, Pokémon sbarca finalmente su Nintendo Switch con i titoli Pokémon Spada e Pokémon Scudo, aprendo l'ottava generazione; Spada e Scudo furono però tra i titoli più criticati e attaccati, principalmente per il "Dexit" (Pokédex+Exit, storpiatura di Brexit vista l'ispirazione dell'ambientazione dei giochi in Gran Bretagna), ovvero la scelta di GAME FREAK di non includere nei giochi tutti quanti i Pokémon finora appartenenti al "Pokédex nazionale", scatenando l'ira dei fan. La scelta fu presa per il piccolo lasso di tempo che si presero per sviluppare il gioco. Ci furono soprattutto grandissime e forti lamentele riguardo alla trama, alla grafica e al level design (mi permetto anch'io di dire che, personalmente, trovo che ogni percorso di quel gioco assomigli semplicemente a un corridoio e che gli alberi paragonabili a quelli dei giochi per Nintendo 64 non siano molto belli da vedere su un gioco per Nintendo Switch); ciò scatenò un review bombing da parte di quasi tutta la community sulla coppia di giochi.
Dopo un altro anno (sia mai che si decidano a prendersi del tempo per fare giochi fatti bene) escono i remake di Pokémon Diamante e Pokémon Perla, Pokémon Diamante Splendente e Pokémon Perla Lucente. Stavolta però non sono sviluppati da GAME FREAK, bensì quest'ultima ha incaricato un'altra software house, ILCA, di farsi carico del lavoro. Anche questi giochi sono stati un mezzo disastro: esprimendo soprattutto la mia opinione ma anche quella di molti fan della saga, penso che questi giochi siano stati ancora più pigri di Ultrasole e Ultraluna, e che GAME FREAK non abbia semplicemente pensato a un design per i nuovi remake in stile Rubino Omega e Zaffiro Alfa, che avevano aggiunto molte funzionalità ed elementi di trama ai giochi precendenti, oltre ad aver rinnovato la grafica: la storia è rimasta totalmente invariata, così come i personaggi e la maggior parte del gameplay, senza neanche l'introduzione di Pokémon arrivati dopo la quarta generazione. Ma forse non è perché non avevano idee, ma perché semplicemente non potevano pensarci: infatti, poco dopo Diamante Splendente e Perla Lucente, GAME FREAK fa uscire un altro nuovo gioco, Leggende Pokémon: Arceus. I remake di Diamante e Perla sono "nati zoppi" perché GAME FREAK non aveva avuto il tempo per dedicarvisi visto il carico di lavoro che si era auto assegnata, e ILCA ha semplicemente preso istruzioni creando un gioco che non si spingesse oltre all'originale se non nella grafica e pochi altri elementi, deludendo molto la community che da tempo desiderava ardentemente giochi che l'avrebbero fatta tornare nella regione di Sinnoh, partorendo anche molte teorie e piccoli progetti fanmade. E dopo Ultrasole, Ultraluna e questo, direi che abbiamo appurato che farsi carico di fare un gioco all'anno cercando di vendere ed accontentare una quantità colossale di fan non è proprio una buona idea.
Ora si arriva alla parte diciamo un po' più calda; infatti, nel recente fine 2022, sono stati rilasciati gli ultimi giochi Pokémon che hanno aperto la nona generazione: Pokémon Scarlatto e Pokémon Violetto. Questi due titoli sono stati i giochi della serie principale della saga valutati con i voti più bassi di tutti, principalmente per un motivo: il gioco è fatto coi piedi!
Soffre significativamente di una grafica veramente povera e che non va di certo tanto oltre a quella di Spada e Scudo, ha un codice fatto male che va ad intaccare cose come il framerate mentre si gioca, ma soprattutto presenta una quantità innumerevole di glitch.
Se da un lato possiamo magari farci una risata guardando uno dei tanti video sui social media dove vengono mostrate compilation, dall'altro lato abbiamo motivo di piangere; questa è una riconferma del fatto che ormai, vista la fretta continua nel pubblicare giochi su giochi, la qualità sta completamente venendo meno.
In tutto questo, dopo aver fatto un'approfondita analisi della situazione, non rimane che arrivare alla parte più dolente della questione e farci una semplice domanda, la più semplice di tutte: perché? Come mai tutta questa fretta nel voler pubblicare giochi di bassa qualità, pur di farlo? La risposta è anche lei abbastanza semplice: denaro. Pokémon Scarlatto e Violetto, nonostante abbiano avuto punteggi più bassi rispetto al resto della saga, hanno venduto 60 milioni di copie in una settimana; perché? Perché ormai, se c'è il marchio "Pokémon", la gente compra. E questo The Pokémon Company lo ha capito. Basta semplicemente mettere pressione su GAME FREAK, che nonostante gli incassi grandi e l’ottimo budget per i propri progetti ha solo circa 200 dipendenti totali, per fargli fare un gioco all'anno fatto di fretta e vendere comunque moltissimo perché il marchio è quello che vende. E in questo modo non si corrono rischi, perché anche se di punto in bianco nessuno comprasse più i nuovi giochi Pokémon in uscita, The Pokémon Company non morirebbe di certo di fame, visto che il merchandise Pokémon frutta più del triplo degli incassi rispetto ai videogiochi.
La qualità dei videogiochi in sé non è l'unico allarme giallo della situazione, ma anche il circuito competitivo ufficiale dei videogiochi gestito da Play! Pokémon presenta molti problemi: i premi in palio ai tornei poco adeguati, il sistema utilizzato per le fasi eliminatorie abbastanza ingiusto, il numero insufficiente di posti per l'internazionale oceanico, la cancellazione di alcuni viaggi premio e molte altre situazioni scomode; Play! Pokémon è un organo gestito direttamente da The Pokémon Company ed è evidente che quest'ultima non ha molto interesse riguardo la questione.
È davvero un dispiacere vedere come una saga, anzi un universo con un potenziale altissimo, uno spessore così grande e che può raggiungere picchi altissimi come già fece in passato, cada a pezzi così. Potremo mai farci nulla? Probabilmente no, e dipenderà tutto da The Pokémon Company e come vorrà andare avanti.
Una caduta di stile "all'inglese"
di Carolina Chionna - 14 febbraio 2023
Sembra di avere un déjà vu: è il 1995 e la BBC manda in onda un’intervista televisiva alla principessa di Galles, Lady Diana Spencer. È scandalo per la corona inglese.
A distanza di ventotto anni la famiglia reale britannica non sembra aver imparato dai propri errori e, ancora una volta, vede tra i suoi componenti una pecora nera che vuota il sacco: il principe Harry.
Dal 10 gennaio 2023, Spare, la sua autobiografia, occupa uno spazio negli scaffali di tutte le librerie del mondo; in poco tempo ha già raggiunto le vette delle classifiche di otto Paesi, tra cui l’Italia. D’altronde, è pur sempre figlio della stessa che, nel 1992, autorizzò e promosse la pubblicazione del libro Diana. La vera storia dalle sue parole scritto da Andrew Morton, una delle tante mosse astute messe in atto dall’ex consorte di Sua Maestà il Re Carlo.
Il titolo, tradotto in italiano Il minore, la dice lunga: la frustrazione di chi non potrà mai essere l’erede al trono d’Inghilterra fa da sfondo all’intera narrazione; è la sorte infelice di chi è destinato a rimanere nell’ombra del primo figlio, come fu quella di Margaret, contessa di Snowdon, sorella minore dell’ormai defunta regina Elisabetta II.
Il contenuto? Un attacco ad un sistema che non lascia spazio alle obiezioni, una vendetta studiata dalla A alla Z per stare qualche mese in più sotto i riflettori; evidentemente, gli insegnamenti della moglie Meghan Markle, attrice della serie tv ‘Suits’, hanno dato i loro frutti.
Ma fino a che punto una famiglia di reali può spingersi oltre i confini di riservatezza, moderazione, aplomb che l’hanno sempre caratterizzata? Probabilmente, essa ha sottovalutato l’importanza dell’aura di sacralità che si porta dietro da oltre 100 anni e che, purtroppo, ora è sull’orlo della catastrofe. Infatti, la pubblicazione del libro è stato l’ultimo di una serie di smacchi a cui la corona inglese ha dovuto far fronte a partire da quello che l’ex Regina d’Inghilterra definì ‘Annus Horribilis’ e, sicuramente, il pensiero che a capo del Casato di Windsor adesso ci sia un uomo privo di pugno di ferro non è di conforto. È impossibile negarlo: la corona è, ormai, in balia del disordine e dell’incertezza, e il colpo di grazia è stato, senz’altro, il decesso della Regina.
Molti diranno: “Ma che ci importa della Corona!”, considerando il danno inflitto alla Monarchia una normale crepa che potrebbe segnare qualsiasi famiglia, al di là della condizione sociale. La verità è che, seppur questo dimostri che non esiste nulla di perfetto, cosa che, invece, Sua Maestà ha voluto far credere per anni, la corona inglese non può permettersi cadute di stile di tal genere… Ci aspettiamo altro da una Casata che ha avuto per anni un ruolo costituzionale.
Resta da chiedersi, a questo punto, come verrà risollevata la situazione. Nel frattempo ce ne stiamo seduti sul divano a sentir parlare tutti i telegiornali di intrighi di palazzo, nella speranza che il Principe Harry non abbia già in mano, per la seconda volta, penna e calamaio!
Ladri di biciclette: il cinema della realtà
di Anna Vittoria Pascarella - 14 febbraio 2023
“Il tempo è maturo per buttare via i copioni e per pedinare l’uomo con la macchina da presa”
Cesare Zavattini
È proprio in questa frase che risiede l’essenza più profonda del cinema neorealista.
Il cinema popolare post-bellico che racconta con schiettezza una società lacerata dalla Seconda Guerra Mondiale, nella quale sono la povertà e la lotta di classe a regnare sovrane.
Il cinema che si prefigge l’obiettivo di “pedinare l’uomo” e di “buttare via i copioni”, spogliandosi dunque da ogni sorta di decorativismo e di banale retorica.
Il cinema di denuncia, il cinema della “nuova realtà”.
È questa la materia lavorata da importantissimi e da me stimati registi quali Roberto Rossellini, che ha firmato nel 1945 “Roma città aperta” manifesto neorealista, Luchino Visconti, Pietro Germi, il Fellini degli esordi e, in piccola parte, anche Antonioni.
Ma, in particolare, in questo articolo vorrei soffermarmi sul sodalizio che vede protagonisti due grandi maestri del cinema elogiati da critici e registi e le cui opere sono pezzi di storia che non verranno mai dimenticati: mi sto ovviamente riferendo al regista Vittorio De Sica e allo sceneggiatore Cesare Zavattini.
A quattro mani hanno infatti firmato capolavori come “Umberto D.”, “La ciociara”, “Miracolo a Milano” e, ovviamente, la celeberrima pellicola “Ladri di biciclette”.
Con “Ladri di biciclette” inizia a prendere corpo la poetica zavattiniana del “pedinamento”: sono dunque una trama semplice e dei personaggi tristemente realistici a caratterizzare la pellicola, conferendo drammaticità e trasmettendo allo spettatore le angosce dell’epoca.
De Sica e Zavattini, in linea con la poetica neorealista, rifiutano infatti l’allettante proposta hollywoodiana di affidare all’allora famosissimo Cary Grant il ruolo di Antonio Ricci. Il duo cinematografico è infatti alla ricerca di volti realmente stanchi e realmente segnati dalla guerra: è così che Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola arrivano a vestire i panni di Antonio e del figlioletto Bruno.
La trama, scarna e lineare, percorre la vicenda di un disoccupato (Antonio) che, dopo aver ottenuto l’incarico di attacchino e aver recuperato una bici al banco dei pegni, viene derubato di quest’ultima e si lancia in una disperata ricerca attraverso le strade della Roma post-bellica che si presenta lacerata, divisa e ingiusta.
È a parer mio degna di menzione e di analisi una delle scene iniziali del film in cui Antonio e la moglie si recano al banco dei pegni per impegnare le lenzuola e rimediare così la bici.
Quei pochi minuti sono stati per me struggenti ed estremamente esemplificativi della totale miseria in cui versava la gran parte della popolazione all’epoca: persone costrette a privarsi di materassi e lenzuola per una bici, persone costrette a privarsi di un tavolo per delle lenzuola, persone costrette a privarsi di vestiti per un tavolo e persone costrette a frugare tra panni rattoppati e miseri stracci per rimediare un abito decente.
Queste sono immagini forti, immagini che non lasciano indifferenti e ci accompagnano, se così si vuol dire, verso un lungo processo di autoanalisi in cui siamo tutti chiamati a prendere consapevolezza della nostra fortuna e della futilità più assoluta di certe lamentele.
Il furto della bici è da percepirsi come la selva dantesca.
È infatti il punto di partenza di una progressiva e drammatica discesa agli inferi in cui il Caronte dagli occhi di bragia è la Roma sporca di sangue innocente: dal misero e mal frequentato mercato delle biciclette al suicida trovato nel Tevere, passando per Porta Portese e per la mensa dei poveri /in cui un potente affondo anticlericale è operato dal duo De Sica/ Zavattini), si arriva alla drammatica scena finale nella quale Antonio, mosso da istinto di sopravvivenza, ruba a sua volta una bici e viene umiliato davanti al figlioletto Bruno, come fosse il Lucifero della situazione.
Dopo la caotica scena della mensa dei poveri in cui è posta in risalto l’ipocrisia della carità cristiana, la cinepresa riprende il suo “pedinamento” dei personaggi che giungono davanti ad una pizzeria: Antonio, carpendo la tristezza che vela il volto del figlio, è deciso a spendere quelle poche lire che possiede per sfamarlo con una buona pizza.
Arriviamo qui ad una emblematica scena del cinema italiano, la scena di più chiara denuncia nei confronti della lotta di classe e del perbenismo borghese.
Bruno infatti, dopo essersi seduto al tavolo, vede dietro di sé un impomatato ragazzino borghese dal fare antipatico mangiare una mozzarella in carrozza. Bruno è deciso: anche lui vuole una mozzarella in carrozza.
È incredibile e quasi fa sorridere quanto sia potente il cinema; quanto una banalità come un po’ di mozzarella fritta possa rappresentare con una semplicità disarmante il virus delle disparità sociali radicato nella cultura.
Dopo varie peripezie Antonio riesce finalmente a trovare il ladro della sua preziosa bici, ma un’amara verità lo aspetta: il ladro è un poveraccio che vive di stenti con la madre ed è forse in gravi condizioni di salute.
Emerge dunque verso la fine della pellicola un altro tema tipicamente neorealista: la futile e drammatica lotta tra poveri che acuisce il senso di impotenza di ognuno nei confronti di una società spaccata in due.
Ed eccoci arrivati alla scena finale, la più triste e significativa.
Antonio, sul teso motivo in crescendo del compositore Alessandro Cicognini, è alla ricerca di una soluzione avendo ormai abbandonato ogni speranza di recuperare la propria bicicletta: rapidi movimenti di camera lo ritraggono in tutta la sua tensione che sembra scemare solo nel momento in cui vede una bici appoggiata ad un portone.
È ormai deciso a rubarla ma non vuole che Bruno, che lo guarda con occhi puri ma ben avveduti, lo veda nell’atto del furto: gli lascia frettolosamente nelle mani qualche lira per prendere il tram e tornare a casa ma Bruno, inaspettatamente, rimane lì fermo.
Appena Antonio ruba la bici viene preso, umiliato e assalito verbalmente e fisicamente da un gruppo di uomini che sono decisi a denunciarlo: sarà il pianto struggente del piccolo Bruno a salvare il padre dalla galera.
Ladri di biciclette è molto più di un film, è uno spaccato di storia italiana raccontato in tutta la sua crudezza, è un eccellente manifesto di denuncia contro lo squilibrio sociale ed è soprattutto un monito per la società: non reiteriamo sempre gli stessi errori, impariamo qualcosa da un disperato attacchino romano e da un bambino curioso che si ciondola per le strade della capitale.
Non chiudiamo gli occhi, osserviamo.
Il labirinto, specchio della nostra vita
di Beatrice Galli - 29 gennaio 2023Foto di myblog.it
Il simbolismo del labirinto ha subito nel corso della storia numerose trasformazioni: il confine tra l’umano e il divino, il bivio tra la vita e la morte, la contrapposizione tra il finito e l’infinito.
Il più famoso labirinto è sicuramente quello raccontato e descritto nel mito del Minotauro: la mostruosa creatura, nata dall’unione della moglie di Minosse ed un toro, che venne rinchiusa nell’enorme dedalo.
I graffiti dell’età preistorica, ritrovati in Valcamonica, raccontano di labirinti utilizzati come rappresentazione del passaggio dalla vita alla morte se percorsi in un senso e dalla morte alla rinascita se attraversati in senso inverso.
Anche nei mosaici delle grandi domus patrizie della Roma antica e soprattutto nelle “danze labirintiche”, nelle quali giovani fanciulle si esibivano in onore del defunto, i labirinti erano associati ai riti funebri che accompagnavano il defunto nell’aldilà.
Nel medioevo il labirinto perde la propria funzione di collegamento del mondo terreno con quello divino, per divenire rappresentazione del cammino dell’uomo peccatore verso Dio, il centro del labirinto: trovare il centro significa trovare la propria redenzione; il cammino è il percorso interiore che porta alla rinascita spirituale.
Durante il rinascimento il labirinto perde il proprio valore spirituale, si svincola dall’idea di uomo peccatore e rifiorisce come passatempo ornamentale nei giardini di palazzi nobiliari per divertire dame e cavalieri come “luogo d’amore”.
In età moderna assume, agli occhi di molti, la funzione di puro intrattenimento.
Allo sguardo attento e profondo di pochi, il labirinto è rimasto però un luogo magico, talvolta tenebroso ma salvifico, un percorso dove potersi perdere, guardarsi dentro, ascoltare le proprie emozioni e controllare le proprie paure, per poi ritrovarsi.
È possibile ritenere il labirinto come miglior metafora della nostra vita. È pieno di ostacoli e vicoli ciechi, che però possono essere superati con astuzia, pazienza, dedizione e mettendosi in gioco. Il percorso che si compie al suo interno è profondo, radicante, quasi introspettivo: come nella vita, prima di comprendere il complesso meccanismo dell’opera, occorre conoscere sé stessi.
L’uomo non può trovare un’assoluta verità ed è per questo sempre in evoluzione, nel tentativo di cercare e ricostruire. La crescita interiore è continua e si aggrega alla consapevolezza della possibilità di poter compiere sempre un’altra scelta, grazie all’apertura di altri percorsi ammissibili. Nel disorientamento, se si crea e sperimenta, se si interiorizzano le difficoltà senza lasciarsi da queste travolgere, nasce uno spazio del possibile e del realizzabile, un volto anonimo, nuovo e imprevedibile.
All’idea di labirinto si associa sempre inconsciamente la possibilità di percorrere due o più strade differenti. È proprio la facoltà di scegliere, intrinseca nel labirinto, che porta ad immaginarlo come un affascinante, misterioso e rigoglioso percorso, esteso lungo un’ampia pianura e caratterizzato da infinite possibili svolte da percorrere.
Cosa succederebbe se, invece, in un labirinto la scelta fosse negata? Se non si potesse fare altro che seguire una strada irregolare e cupa, con mura grigiastre e smunte proiettanti ombre tetre lungo il sentiero? E se privati della possibilità di cambiare la via si fosse costretti ad avanzare nell’oscurità sentendo ad ogni passo le pareti attorno restringersi fino ad arrivare a togliere il fiato per la mancanza d’aria?
Sono le sensazioni che durante la Seconda Guerra Mondiale devono aver provato i prigionieri dei lager nazisti nel cammino che li conduceva ai forni crematori, abbandonati senza riguardo nelle viscere della violenza disumana. Proprio per questo uno dei monumenti costruiti “per non dimenticare” è un labirinto.
Il memoriale di Gusen è una struttura concepita in modo labirintico, così da destabilizzare i visitatori durante il percorso: l’ingresso è un angusto vano d’entrata che concede l’accesso ad una sola persona per volta e immette i visitatori in corridoi obbligati racchiusi da muri che si innalzano e si restringono con l’avanzare del percorso, creando un senso di angoscia e di prigionia. Superate tutte le svolte ad angoli acuti, gli imponenti muri lasciano spazio ad un grande spiazzo al cui centro si trova il forno crematorio. L’immedesimazione nei deportati è totale, confusione e smarrimento uniti alla cruda visione finale, sono da brividi.
Il monito del memoriale di Gusen aiuta ad accettare il nostro personale labirinto. Quest’ultimo può essere più o meno grande, più o meno complesso e più o meno enigmatico, ma tutti i nostri labirinti hanno un’unica verità: il libero arbitrio.
Di fronte a Gusen, devono passare in secondo piano le parole scritte da Gabriel Garcia Marquez alludendo alle difficoltà della vita: “Come farò ad uscire da questo labirinto?”. Anche il gesto di Alaska, protagonista del romanzo “Cercando Alaska” (di John Green), non deve avere albergo nel nostro mondo.
La ragazza, solare e positiva agli occhi di tutti, camminava da tempo all’interno di un labirinto buio, fatto di strade uguali e indefinite, sperando di vedere la fine di quell’incubo dietro ogni svolta. Soffocando nel dolore e cercando morbosamente una via d’uscita per abbandonare tutte le difficoltà che non riusciva a superare, una notte decide di compiere un atto estremo: non svoltare più ad ogni bivio sperando in una strada nuova, ma andarci a sbattere con tutta la forza possibile, ponendo fine alla sua vita.
Non trovando risposta alla domanda di Marquez, e di fronte all’incapacità e all’angoscia di non scorgere una via di fuga dal labirinto di sofferenze della vita, si compiono decisioni talvolta drastiche. Cambiare l’orizzonte, non già trovare una via di fuga, ma imparare a muoversi all’interno del proprio labirinto, potrebbe essere l’obiettivo per raggiungere l’equilibrio: convivere con le difficoltà che si incontrano sul cammino e affrontare la svolta successiva, consapevoli che ci sarà comunque un’altra possibilità.
Dopotutto ogni emozione, straziante o raggiante che sia, permette di sentirsi vivi.
Addio Vivienne Westwood, il mondo della moda ti deve tanto
di Beatrice Ferretti - 8 gennaio 2023Foto di Vogue
Se vi dico “Punk” chi vi viene in mente? A me viene in mente Vivienne Westwood, una delle più importanti stiliste della moda britannica che ci ha appena lasciati il 29 dicembre 2022 all’età di 81 anni.
Vivienne Westwood nasce nel 1941 in Inghilterra. Figlia di fruttivendoli, sviluppa fin dalla giovane età di 11/12 anni una passione per l’arte e il design, disegnandosi da sola i vestiti. Una figura che l’ha particolarmente colpita durante il corso della sua infanzia è quella del cavaliere, da sempre fonte di ispirazione nei suoi modelli. Sotto consiglio dei suoi professori si iscrive a una scuola d’arte: Harrow School of Art, dove frequenta corsi di oreficeria e moda, che però non completerà mai. Così, per guadagnare insegna per un po’ arte in una scuola elementare, fino a quando, nel 1962, incontra e sposa il ballerino Derek Westwood, dal quale prende il cognome e da cui ha il suo primogenito Benjamin. Il legame tra i due, però, non è destinato a durare, in quanto Vivienne Westwood non si sente realizzata a interpretare lo stereotipo della moglie ideale, con i capelli ben fatti e il grembiule. Dopo la rottura inizia a frequentare Malcolm Mclaren, un produttore discografico. Il loro negozio di dischi preferiti è il Mr.Freedom, al 430 di Kings Road, dove il proprietario, a seguito di problemi finanziari, dà ai due una metà del negozio; inizia così una nuova attività: rivendere dischi e produrre abiti. Il negozio viene ribattezzato “Let it rock”, anche se il nome cambia ogni volta che lo stile dei modelli si evolve. Gli indumenti Westwood e Mclaren sfidano la società con frasi come “I’m an anarchist”: hanno inventato il punk. Il loro stile ha un forte impatto sulla moda: il loro motto è di non pensare all’identità sessuale, ma solo al godimento della vita, per questo la maggior parte degli abiti è unisex.
Anche la relazione con Malcolm, però, termina e Vivienne si mette con Andreas Kronthaler, che diventa “l’amore della sua vita”, come lei stesso lo definisce, fino al suo ultimo giorno di vita.
Nonostante tutto, raggiungere il successo non le è stato affatto facile, anzi, l’industria della moda le è spesso andata contro, non comprendendo la sua arte. Tutto questo però non l’ha mai scoraggiata, e alla fine è riuscita a vincere per due anni consecutivi il premio come miglior stilista dell’anno, prima nella storia.
Ma Vivienne Westwood è stata solo una stilista? La risposta è no; Vivienne è stata anche un’attivista per la protezione del nostro pianeta; per questo ha sempre cercato di puntare alla massima ecosostenibilità dei suoi capi
Ma differenzia tanto il suo design da quello degli altri marchi? La risposta sta senza dubbio nel desiderio di Vivienne Westwood nel distinguersi: non a caso una delle sue più celebri frasi è: “Nel dubbio, meglio esagerare”
In conclusione, possiamo dire che il mondo ha perso una vera e propria artista, che di certo non verrà dimenticata.
Van Gogh e il giallo
di Laura Fontana - 3 gennaio 2023
Vincent Willem Van Gogh è uno dei principali esponenti dell’impressionismo, nato a Zunbert il 30 marzo del 1853. Già da bambino si dedica all’arte e in particolare al disegno e, nonostante le critiche del padre, pastore protestante, continua la sua passione finché non decide di diventare un vero e proprio pittore. Approcciatosi tardi alla pittura, realizza i suoi dipinti negli ultimi anni di vita. I suoi soggetti principali sono gli autoritratti - ricordiamo, uno per tutti, il famoso autoritratto con l’orecchio bendato - i paesaggi, le nature morte di fiori, i dipinti con cipressi e le rappresentazioni di campi di grano e girasoli.
Muore a soli 37 anni il 29 luglio del 1890.
Il giallo domina i suoi dipinti, ma per quale motivo Van Gogh amava così tanto questo colore?
La risposta è più semplice di quel che si possa pensare. Van Gogh amava così tanto il giallo perché abusava di assenzio, liquore particolarmente in voga fra gli artisti del tempo, e tra gli effetti di questa sostanza c’è la xantopsia, una disfunzione della percezione che fa vedere il mondo molto più giallo di quello che è realmente.
All’utilizzo eccessivo del colore giallo è connessa anche una leggenda: si diceva che Van Gogh fosse talmente tanto ossessionato da questo colore da arrivare al punto di mangiare la pasta gialla del tubetto poiché credeva che infondesse felicità, dal momento che il colore giallo è il colore della felicità che rispecchia ottimismo ed energia.
Van Gogh era un animo sensibile, destinato alla sofferenza. Vedeva e sentiva come il resto del mondo non può. I suoi dipinti sono un entrare in contatto con la natura fuori di noi e dentro di noi.
“Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali.”
Vincent Willem Van Gogh
Bellum fuit, est, erit
di Edoardo Campari - 6 dicembre 2022
Guerra, spedizione militare, assalto. Qualunque cosa essa sia, sta mettendo in gravi condizioni di vita molte persone. Sono ormai mesi che si parla sui giornali o in televisione della situazione in Ucraina (anche il nostro giornale ha voluto scrivere circa questo argomento) e diversi Stati si stanno schierando per evitare un conflitto che molti definiscono già “terza guerra mondiale”. In questa situazione, però, qualcuno, o meglio, qualcosa, può aiutarci a chiarire la situazione: la storia. Ma come può una serie di eventi ormai avvenuti e, nel peggiore dei casi, dimenticati aiutarci a comprendere l’origine di questo scontro e a trovare anche un rimedio?
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I grandi storici ci vengono in aiuto. Tucidide, ad esempio, ci ha insegnato che la storia è uno ktema es aiei, un “possesso per sempre”; pertanto, ci basta apprendere la storia dell’uomo per conoscere il suo futuro, perché le vicende umane sono ripetitive a tal punto che è possibile prevedere cosa avverrà negli anni a seguire.
Considerando l’argomento della guerra, pensiamo, ad esempio, al caso di due grandi potenze che in un certo momento si trovano in una certa situazione tale per cui gli interessi di entrambi si scontrano: vogliono detenere il potere assoluto, lottano tra di loro e finisce che una delle due si impone sulla perdente. Se ci pensiamo, molte volte è capitata nel corso degli anni questa situazione: Greci e Persiani, Sparta e Atene, Papa e Imperatore nella lotta per le investiture, Francia e Inghilterra nella guerra dei Cent’anni, le grandi potenze al tempo delle guerre mondiali…
In base a quanto detto, quindi, la storia ci dimostra la ripetitività delle cause scatenanti della guerra. Per capire meglio la portata dei conflitti è opportuno fare riferimento al pensiero di due figure che hanno raccontato i grandi avvenimenti bellici del passato: Erodoto e lo stesso Tucidide. Erodoto, ne “Le storie” riconosce la concezione di una “guerra giusta”, ossia una guerra combattuta per la difesa dei propri costumi e della libertà, e quella che è sempre riconosciuta come una punizione divina compiuta contro un uomo che ha osato superare i limiti imposti dalle divinità (il peccato di ybris). Tucidide, ne “La guerra del Peloponneso”, afferma invece che la guerra è la conseguenza delle azioni umane, rinnegando la concezione dell’intervento divino tipica della società greca; inoltre, la volontà di combattere è vista da lui come una caratteristica intrinseca dell’uomo.
Riguardo le conseguenze della guerra, inoltre, Tucidide scrive tali parole:
«Ma la guerra, togliendo le comodità della vita quotidiana, è un maestro che ama la violenza e rende gli umori degli uomini conformi alle circostanze»
(La guerra del Peloponneso, libro III, cap. 82)
Egli però non è l’unico ad affermare che il periodo che segue un conflitto non è per niente facile: a proposito delle guerre persiane, il filosofo Senofane scrive come queste ultime siano state sconvolgenti nella vita di un greco, tanto che esse rappresentano un “anno zero” per la comunità. Ecco i famosi versi:
«Tali sono le domande da porre quando si sta accanto al fuoco nella stagione invernale, stesi su un tenero giaciglio, dopo aver mangiato a sazietà, bevendo vino dolce e sgranocchiando ceci: “Chi sei? Da qual paese vieni? Quanti anni hai, amico caro? Quanti ne avevi quando arrivò il persiano?»
(Senofane, fr. 22 Diels-Kranz)
È possibile dunque capire che il problema della guerra si sia perdurato nel corso dei secoli fino al presente: l’uomo dei giorni d’oggi si trova in situazioni però molto più pacifiche grazie anche all’operato di numerose organizzazioni per la pace, come la NATO o l’ONU. Nonostante ciò, l’uomo continua ad inciampare nei propri errori: il 24 febbraio, la dichiarazione dell’inizio di una cosiddetta “spedizione militare” (che presto si rivelò essere una guerra) ha sconvolto l’intera Europa che era riuscita dopo numerosi periodi di guerra a trovare una pace stabile. Il presidente russo Putin, però, si rifiuta (e continuerà a rifiutarsi) di definire questo assalto una “guerra” e afferma che il suo obiettivo è quello di riconquistare i territori una volta appartenenti alla Russia. “La leva militare riguarderà i cittadini che fanno già parte delle riserve” ha dichiarato il presidente il 24 febbraio all’annuncio dell’inizio della spedizione militare “e quelli che hanno svolto servizio militare nelle forze militari e hanno esperienza. I richiamati, prima di essere richiamati al fronte, svolgeranno ulteriore addestramento”. La NATO si è mobilitata in difesa dell’Ucraina ed alcuni Paesi annessi hanno persino minacciato la Russia con armi nucleari, di cui però Putin non ha paura, affermando invece, con tono provocatorio, che “coloro che cercano di ricattarci con armi nucleari dovrebbero sapere che le abbiamo anche noi” (cfr. Il Primato Nazionale, edizione del 21/12/22)
In questo momento le sorti del conflitto sono pressoché sconosciute e il rischio dello scoppio di una terza guerra mondiale si avvicina ogni giorno. Nessuno sa come andrà finire e numerose ipotesi sono state fatte su siti e social network: c’è chi dice che la guerra finirà appena la Russia avrà ciò che desidera con la diplomazia e non con le armi, e chi invece si dispera all’idea del possibile scoppio di una nuova guerra mondiale. Anche se non dovesse iniziare, già il conflitto ha lasciato dei segni indelebili su tutta l’Europa, in particolare gli Ucraini: è possibile pensare che, proprio come per i Greci con la guerra persiana, la guerra in Ucraina sia un “anno zero” per loro? Può dunque la storia aiutarci a fermare in tempo questa guerra, che rischia di aggravarsi a tal punto che un qualche storico del futuro si troverà a trattarla in una sua opera?
di Aurora Cerqua - 23 novembre 2022
Da poco tempo è passato il 4 Novembre, la giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, conosciuta anche come l’anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale.
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Un'occasione importante per riflettere sulla guerra e sulla vita in trincea.
Ma cosa sono le trincee?
La trincea è un tipo di fortificazione militare difensiva, costituita da un fossato lineare scavato nel terreno per ospitare al suo interno le truppe. Ed è stata, purtroppo, protagonista del primo conflitto mondiale, insieme alle pene e ai dolori che hanno dovuto patire i soldati.
Gli inverni erano gelidi, più volte capitava che la neve si insediasse nelle trincee, congelando quasi a morte i soldati, e anche le estati erano insopportabili tanto quanto le stagioni fredde: il caldo diventava intollerabile per i corpi costretti nelle divise e schiacciati l’uno contro l’altro.
La monotonia diventava inoltre devastante, la guerra di posizione logorava dall’interno, causando problemi psicologici gravissimi.
E purtroppo, la malattia non intaccava solamente il cervello, compromettendo la sanità mentale.
La sporcizia e il fango accumulato in quei fossati, dove l'igiene personale praticamente inesistente, favorivano la comparsa di patologie fisiche molto gravi, difficili da curare con la medicina dell’epoca. Ad esempio, i reumatismi articolari erano quasi all’ordine del giorno e impedivano ai soldati anche i movimenti più semplici, rendendo difficoltoso anche il solo nutrirsi.
Gli ufficiali e i generali dell’esercito a volte peggioravano la situazione, non curanti delle conseguenze delle loro azioni, vessavano i soldati al punto da essere portati a gesti estremi: alcuni si sparavano sui piedi, altri nuocevano alla propria salute bevendo la polvere d’innesco mescolata all’acqua, altri ancora fingevano d’impazzire (da qui nasce l’espressione scemi di guerra).
Una testimonianza diretta delle emozioni provate dai combattenti è stata offerta dal poeta Giuseppe Ungaretti. Nella poesia “Soldati” paragona i commilitoni a foglie sugli alberi, che vivono una condizione di assoluta precarietà, potendo cadere da un momento all'altro.
In “Mattina”, invece, esprime la gioia di svegliarsi ancora una volta, riscoprendosi vivo e felice di vedere vedere l’alba, simbolo di vita e speranza.
La nostalgia di casa era altrettanto micidiale e pericolosa. Spedire e ricevere lettere non era affatto semplice e tutte le comunicazioni erano sottoposte a una fortissima censura, che modificava tutto, poiché non si voleva dare un’idea negativa della guerra. Nemmeno l'efficienza degli uffici postali era delle migliori: le lettere venivano consegnate mesi dopo rispetto a quando venivano scritte, e ciò probabilmente implicava che, quando una lettera veniva consegnata alle famiglie, il soldato era già morto, rendendo il messaggio quasi futile.
I primi mesi della guerra furono caratterizzati da un fortissimo sentimento nazionalista, che però si affievolì pochi mesi dopo, perché ormai s’era capito che si stava consumando solo un inutile massacro, che aveva fatto precipitare le nazioni in un baratro: la situazione economica divenne sempre più precaria, la mancanza di uomini si faceva sentire, il lavoro era sempre meno e i morti crebbero a dismisura.
Ma forse non tutti si odiavano per davvero e si guardava con compassione al lato opposto della barricata. I soldati non erano lì per volontà loro, non avevano deciso loro di combattere, non avevano deciso loro di perdere la vita e la spensieratezza in quell’inutile conflitto. Si ritrovarono lì, circondati da volti sconosciuti, dalle armi, dalla tristezza, dalla morte.
Gli studenti del Liceo da Vinci di Torino, scrivono della vita del fante in guerra: “Il principale protagonista della guerra di trincea è il fante che dev’essere plasmato per diventare quello che lo psicologo e medico Agostino Gemelli, definisce come il soldato senza qualità: <<...l’essere rozzo, ignorante e passivo. Solo così è possibile appieno quella trasformazione della sua personalità che lo rende capace di adattamento alla trincea e all’assalto, che fa di lui un materiale altamente manipolabile, un perfetto pezzo della macchina bellica. Un soldato automatizzato, inebetito, che si è assuefatto al pericolo per una sorta di caduta della coscienza è uno strumento malleabile nelle mani degli ufficiali ma, ancor più, un ingranaggio docile di un grandioso meccanismo in cui egli ignora tutto, in primo luogo la logica e le finalità, ma che ha bisogno di lui.>>”.
Le guerre, ancora oggi purtroppo, vengono dichiarate dai governi, ma combattute dai poveri uomini che chiamati al fronte, hanno poche possibilità di opporsi all'orrore.
Autore: K.u.k. Kriegspressequartier
Foto di: Pixabay
<<La vostra società violenta e caotica, anche quando finge di cercare la pace, porta con sé la guerra, proprio come le nubi cariche di pioggia portano tempesta.>> Jaurès.
di Gaia Cavaliere - 5 giugno 2021
Il tema della violenza sulle donne è uno degli argomenti più discussi sin dall’antichità. Una curiosità che in pochi sanno è che, nelle prime forme di civiltà umana e prima della scoperta delle prime tecniche di coltivazione, era la donna a comandare sull’uomo. Con invece lo sviluppo dell’agricoltura, della quale si occupavano le donne, la società si trasformò in “patriarcale”. Ciononostante, la donna era già esaltata nelle prime forme di arte, ad esempio con le prime Veneri paleolitiche, statuette in terracotta, selce o osso di donne senza volto, che rappresentavano la fertilità ed il culto della madre terra.
Nell’antica grecia la situazione femminile era ben diversa: le donne non avevano diritti ed erano considerate, nella maggior parte dei casi, inferiori alla figura maschile. Ciò è evidente nella filosofia, soprattutto la filosofia politica di Aristotele, nella quale si giudicava la donna biologicamente inferiore e pertanto incapace di governare. Platone invece sosteneva che l’anima degli uomini codardi si reincarna nel corpo della donna. Nella letteratura invece, Semonide da Amorgo, scrisse un vero e proprio manifesto misogino, nel quale descriveva 10 tipi di donna, 9 dei quali erano negativi. Diverso era però quanto riguardava la mitologia: le Dee erano tanto importanti quanto gli Dei, talvolta anche più importanti. Un esempio è proprio una delle figlie di Zeus, Atena, la dea guerriera, oppure Afrodite, dea della bellezza, che è stata capace di scatenare una delle guerre più famose della storia, o ancora Artemide, dea vergine della caccia; figure che si contrappongono invece ad Dei mostrati nelle loro fragilità, come lo zoppo Efesto, cui moglie era proprio Afrodite. Erano anche celebrate nell’arte: uno degli esempi più rappresentativi di ciò, che è purtroppo andato perduto, è la statua Atena Parthenos, che un tempo si trovava all’interno del Partenone. L’opera, realizzata da Fidia, rappresentava Atena in tutta la sua magnificenza, in piedi con addosso le sue armi e la corazza. Portava una lancia ed uno scudo, sul quale erano rappresentate le Amazzoni, le donne guerriere per antonomasia. Ciononostante, anche nei miti greci non mancano esempi di episodi nei quali l’uomo, avvalendosi della sua presunta supremazia, si è imposto sulle donne. Questi sono raccontati da un artista barocco, Gian Lorenzo Bernini, che, attraverso la scultura, ha raccontato del mito della nascita delle stagioni, dietro alle quali sta il rapimento di una fanciulla, Proserpina, che nell’Antica Grecia era chiamata Persefone. Il mito racconta che Ade, dio dell’oltretomba, si fosse innamorato di lei e, con il consenso di Zeus, l’avesse rapita per farne la regina degli Inferi. L’opera del Bernini rappresenta la brutalità con la quale Ade sta rapendo la fanciulla, che cerca con tutta la sua forza di liberarsi dalla presa del Dio. Simile, ma non uguale, è il racconto di Apollo e Dafne, nel quale la fanciulla, pur di non concedersi ad Apollo, chiede agli Dei dell’Olimpo di trasformarla in un albero, dando vita così all’alloro, che diventerà simbolo dello stesso Apollo. In questa opera si mostra invece il tentativo di Dafne di sfuggire al suo inseguitore, che la sta già afferrando. Bernini la rappresenta quasi in volo, mentre i suoi piedi si stanno già trasformando nel tronco e le sue dita e i suoi capelli in rami. L’obiettivo del Bernini non era però quello di denuncia della violenza su queste fanciulle, che hanno perso tutto per il volere di un Dio, ma semplicemente di rappresentare un mito per come greci lo raccontavano. È interessante però come, anche nei miti classici, la violenza sulle donne inizi da un amore, che si trasforma poi in possesso: per citare ancora un altro esempio Cassandra, di cui Apollo si era innamorato; al suo rifiuto, le concesse un dono che non le sarebbe mai tornato utile: poteva prevedere il futuro, ma mai nessuno le avrebbe creduto.
Nel Medioevo e nel Rinascimento invece la donna non aveva libertà personali, non aveva diritto all’istruzione e, a volte, era addirittura considerato un disonore avere una bambina, siccome non avrebbe portato avanti la dinastia. Ciononostante, era profondamente legata alla figura maschile, del padre o del marito. Lo si può vedere nel dipinto fiammingo Ritratto dei Coniugi Arnolfini, dove la donna è rappresentata incinta e ai piedi della coppia è rappresentato un cane, simbolo della fedeltà coniugale. Verso la fine del Rinascimento, pittori come Leonardo da Vinci iniziarono a ritrarre giovani dame, come Cecilia Gallerani, rappresentata come La dama con l’ermellino, o Lisa Gherardini, rappresentata come la famosissima Gioconda. Entrambe le donne avevano origini nobiliari, come si può notare dai preziosi vestiti e dal copricapo di Cecilia. Ciò che aveva però reso famose le due era proprio la loro relazione con gli uomini: Cecilia Gallerani era amante di Ludovico Sforza, Lisa Gherardini era forse amante di Giuliano de’ Medici. Alcuni studiosi sostengono che il rispetto che aveva Leonardo per le donne e i numerosi ritratti che realizzò derivavano proprio dalla sua natura di omosessuale. Non avendo quindi desiderio di possedere le donne, non le rappresentava come simboli di bellezza, come invece avveniva per le Muse o per le Veneri, ma come persone con un carattere, enigmatiche e regali, risaltando le stesse figure, per esempio con un semplice sfondo nero. Una delle grandi donne del Rinascimento, considerata anche la prima donna al governo di uno stato, tale Isabella d’Este, aveva per lungo tempo chiesto un ritratto a Leonardo, anche se egli non gliel’aveva mai concesso.
Durante il periodo del Barocco, la pittrice Artemisia Gentileschi realizzò diverse opere in cui raccontava storie di violenza sulle donne ma, a differenza di Bernini, il suo obiettivo era anche di denuncia. La donna, considerata da alcuni la prima femminista, aveva però una triste storia alle spalle. Nel 1611 fu violentata dal suo insegnante di prospettiva, Agostino Tassi. All’epoca vigeva la legge del “matrimonio riparatore”, secondo la quale poteva essere evitato un processo e l’umiliazione pubblica se la fanciulla avesse sposato il suo aggressore. La genesi di questa legge è dovuta al fatto che lo stupro era considerato un reato contro la morale, non contro la persona; dopo secoli e innumerevoli, in Italia solamente nel 1994 fu considerato reato contro la persona. Agostino Tassi era già sposato, quindi non poteva essere applicata questa legge, e per questo motivo fu processato. Durante il processo, Artemisia si mostrò molto coraggiosa, sottoponendosi a torture ed umiliazioni per dimostrare la colpevolezza del suo maestro, riuscendo a vincere la causa. La violenza che subì, sia fisica che psicologica, la segnò profondamente, portandola a dipingere Giuditta e Oloferne, la storia biblica di una ragazza che si è ribellata al assassino dei suoi genitori. Oloferne, generale assiro, si era invaghito della giovane Giuditta che, utilizzando la propria bellezza a proprio favore, riuscì ad attirare il guerriero ubriaco nelle proprie stanze e, con l’aiuto della sua serva, lo decapitò. Nel dipinto rappresenta Oloferne che si dimena, per sfuggire al proprio destino. Giuditta invece non è disgustata dal sangue, anzi è decisa e determinata: con una mano tiene ferma la testa di Oloferne, con l’altra tiene invece il pugnale. La serva ha un ruolo secondario intenzionalmente; l’attenzione dello spettatore si focalizza sull‘espressione di Giuditta, che mostra tutto il suo desiderio di vendetta.
Simile intenzione ma opposto significato ha il dipinto del 1935 di un’altra pittrice donna, Frida Kahlo, chiamato Qualche piccolo colpo di pugnale. L’ispirazione le venne da una notizia di cronaca di un uomo che, dopo essere stato arrestato per aver pugnalato ripetutamente la compagna, affermò che le aveva dato solo “qualche punzecchiata” (“unos cuantos piquetitos”). Il dipinto mostra la donna, esanime, nuda sul letto, con una sola scarpa e completamente ricoperta di tagli. Il sangue è sparso sulle lenzuola, per terra, sulla camicia dell’uomo, fino a sporcare la stessa cornice. L’uomo ha un’espressione soddisfatta, per nulla colpevole, e tiene in una mano il pugnale, nell’altra il fazzoletto con il quale ha pulito l’arma. La donna invece è in una posizione scomposta, come fosse una bambola buttata sul letto dopo aver finito di giocarci: la Kahlo voleva infatti evidenziare come i femminicidi spesso si basino sulla disumanizzazione della figura femminile, che non è più un essere indipendente ma un burattino nelle mani del marito, che si sente costretto ad uccidere la compagna per “ristabilire l’ordine”, spesso incolpando la stessa vittima. Nel dipinto si focalizza sul femminicidio come un vero massacro, evidenziato anche dal sangue abbondante. Frida stessa aveva avuto una difficoltosa relazione con il pittore Diego Rivera; il loro era un amore caratterizzato da innumerevoli tradimenti da entrambe le parti (per ogni donna con cui Diego la tradiva, lei lo tradiva a sua volta), che si ruppe definitivamente con il tradimento di Rivera con Cristina Kahlo, sorella di Frida. Nonostante il marito l’avesse fatta soffrire molto psicologicamente, i due nutrivano un profondo rispetto reciproco. Forse è stato anche grazie a questo rispetto che la loro relazione non è mai sfociata in episodi simili a quello di “Qualche piccolo colpo di pugnale”. Fino al Novecento, epoca in cui la Kahlo viveva, la donna non poteva ribellarsi ai tradimenti del marito; non avrebbe mai potuto fare una “scenata”, come si dice oggi, altrimenti sarebbe stata rinchiusa in un primitivo ospedale psichiatrico, classificata come paziente isterica e sottoposta a torture quotidiane, siccome si credeva fosse una malattia legata a cause biologiche che andavano eliminate.
Nella contemporaneità, la violenza di genere e il femminicidio sono ampiamente denunciati e sono riconosciuti nella loro gravità. Grandi donne, anche italiane, hanno combattuto per tutta la loro vita per l’emancipazione femminile, a partire da Oriana Fallaci e Giovanna Coletti, conosciuta con il suo nome d’arte Jo Squillo. Quest’ultima ideò un’opera di denuncia contro ogni tipo di violenza sulle donne e mirata alla sensibilizzazione sul tema, ovvero il Muro delle Bambole, che si trova a Milano vicino alle colonne di San Lorenzo. Questo è ricoperto da decine di bambole molto diverse tra loro, insieme a frasi di donne che non sono state ascoltare dal loro assassino e dei pannelli che riportano nomi e foto di donne che sono state picchiate, maltrattate ed infine uccise dal proprio compagno. L’installazione può apparire anche un po’ inquietante, tanto quanto è orribile il significato delle bambole. Tra le numerose scritte, una è particolarmente importante; dopo i numerosi atti di vandalismo, apparve un piccolo cartello bianco con scritta nera che recitava:
“Quelli che danneggiano queste bambole sono gli stessi che maltrattano le donne?”
Come tutti sappiamo sempre più donne sono entrate e stanno entrando tutt’ora nel mondo della moda, da Jeanne Lanvin, creatrice di abiti per ragazzine e costumi da bagno, fino a Donatella Versace, sorella del famoso Gianni. Sicuramente una delle stiliste più importanti fu Coco Chanel, che non solo rivoluzionò il concetto di femminilità a partire dal ‘900, ma contribuì anche all’emancipazione della donna.
La vita di Coco non fu sempre rose e fiori in quanto, come quella di tutti, caratterizzata dalla presenza di delusioni sia in amore sia in famiglia, che i soldi che possedeva non poterono attenuare.
Gabrielle Bonheur Chanel, in arte Coco Chanel, nacque il 19 agosto 1883 a Saumur, un comune francese situato nel dipartimento del Maine e Loira, da Henri-Albert Chanel e Jeanne Devolle.
In seguito alla morte prematura della moglie, Henri abbandonò i suoi figli e i fratelli di Gabrielle, Lucien e Alphonse, iniziarono a lavorare in un’azienda agricola. Chanel e le sue due sorelle, invece, vennero affidate alle suore di un orfanotrofio. Fu proprio in questo orfanotrofio che la piccola Gabrielle incominciò la sua carriera da stilista cucendo abiti per le bambole con delle stoffe degli abiti monacali.
All’età diciotto anni Gabrielle iniziò a lavorare come commessa in un negozio di biancheria e maglieria dove perfezionò le nozioni di cucito. Negli stessi anni iniziò a cantare presso un caffè-concerto. Infatti il soprannome Coco deriva dalla canzone qui qu’a vu coco? che lei cantava nei locali.
Il primo punto di riferimento per Coco fu il suo primo amante Étienne de Balsan, conosciuto nel 1904 all’età di 21 anni, poiché fu il suo primo finanziatore.
Quando Chanel si trasferì nel castello di Balsan si ritrovò a passare le sue giornate nelle stalle dei purosangue del suo amante, ed è dalla vita in mezzo ai cavalli che prese ispirazione per la sua linea di pantaloni da cavallerizza e le cravatte lavorate a maglia.
Durante gli anni al castello, Coco conobbe Boy Capel, considerato “l’amore della sua vita”, che, al contrario di Balsan, incoraggiò e finanziò Chanel, tant’è che grazie a lui Coco aprì la sua prima boutique in Rue Cambon 31.
Nel 1913 la stilista aprì un nuovo negozio presso la località balneare di Deauville, sempre grazie all’aiuto finanziario di Capel, dove Chanel prese spunto dagli abiti dei marinai per una nuova collezione.
Quando nel 1914 scoppiò la guerra, Chanel Modes decollò poiché le famiglie più nobili trascorrevano l’estate a Deauville e compravano cappellini e abiti leggeri di Chanel. Per un certo periodo Chanel Modes fu in crisi, perché la clientela iniziava a tornare nella capitale, ma quando la Germania dichiarò guerra alla Francia e l’Inghilterra alla Germania, le mogli dei soldati che si erano arruolati fecero ritorno a Deauville dove il negozio di Chanel era l’unico che offriva abiti adatti alle loro esigenze.
Negli anni Venti debutta il suo profumo più famoso, “Chanel N°5”, che venne realizzato con molecole sintetiche. Venne scelto il numero 5 perché corrispondeva al numero della fragranza scelta da Coco.
Fino agli anni Trenta la stilista propose nelle sue collezioni gioielli adornati da pietre finte o perle di imitazione, dopo l’incredibile successo raggiunto grazie ai suoi abiti, Chanel nel 1932 lanciò una linea di gioielleria utilizzando principalmente diamanti.
Dopo il crollo di Wall Street e lo scoppio della depressione Chanel, risentendone molto, partì per Hollywood dove trovò lavoro come costumista. Nel 1934 fece ritorno in Francia ed iniziò a vendere gioielli veri.
Gabrielle Bonheur Chanel esalò il suo ultimo respiro il 10 gennaio 1971 in una camera dell’Hotel Ritz, all’età di 87 anni.
Nel corso della sua vita Chanel conobbe molte persone assai celebri, come Pablo Picasso, Igor Stravinskij e Christian Dior; quest’ultimo fu un rivale per Chanel, poiché lei non accettò il ritorno delle gonne lunghe e del busto della Belle Epoque che caratterizzarono invece le linee di moda dello stilista.
Coco non creò una linea di abbigliamento ma uno stile rivoluzionario per quegli anni e creò una nuova idea di donna libera, indipendente e non necessariamente legata ad un uomo. Non volle mai definirsi femminista, ma la sua rivoluzione del concetto di femminilità coincise con il movimento femminista.
Nel XXVI canto del Purgatorio, il Sommo Poeta, tramite le parole di Guido Guinizzelli, parla del provenzale Arnaut Daniel definendolo il “miglior fabbro del parlar materno”. E il poeta d’Oltralpe era davvero un grande per Dante, tanto da chiamarlo, nel De vulgari eloquentia, il miglior poeta d’amore. Nel Novecento, l’espressione “miglior fabbro” la ritroviamo nella dedica che il poeta T.S. Eliot, in The Waste Land, fa all’amico poeta e dantista, Ezra Pound. L’epiteto è stato poi utilizzato da altre illustri penne per designarne altri, ma come è possibile che non sia stato mai definito così colui che quelle parole le ha coniate?
A 700 anni dalla morte a Ravenna, avvenuta tra il 14 e il 15 settembre 1321, Dante Alighieri continua ad essere, senza ombra di dubbio, il “miglior fabbro del parlar materno”, il padre della nostra lingua. La Vita nova, il Convivio e la Commedia sono “semplicemente” le fondamenta dell’italiano che parliamo oggi giorno. Dante o, meglio, Durante di Alighiero degli Alighieri, era un uomo come noi, con i suoi sogni, i suoi problemi, le sue preoccupazioni e i suoi amori.
Il Dante più umano, sicuramente, lo troviamo nella Vita nova e quel piccolo libro lo possiamo considerare un’autobiografia degna dei bestseller moderni. Fa strano che già nella letteratura tra il Duecento e il Trecento si parli dell’amore di un ragazzino di nove anni per una fanciulla di otto. E quell’amore per Beatrice, figlia di Folco Portinari, un banchiere fiorentino, è stato una fiamma che ha bruciato per tutta la vita nel cuore del Sommo Poeta, ma quella dolce passione non è stata l’unica descritta nel prosimetro! Dante apre il suo cuore e ci mostra come abbia amato Bice (diminutivo di Beatrice), come l’abbia protetta dagli sguardi dei curiosi, come abbia sofferto quando gli ha tolto il saluto e, a fine libro, promette di “dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna”.
E se vogliamo ancora parlare di Beatrice, allora non possiamo non fare riferimento al 25 marzo, data cruciale. Se è stata scelta come data del Dantedì ci sarà un motivo? È la data che segna l’inizio del cammino che Dante compie dalla Selva Oscura all’ amor che move il sole e l’altre stelle. Quello di Dante è un viaggio alla scoperta dei peccati del mondo e della loro espiazione, della ricerca della pace dell’anima e, perché no, anche di Beatrice. È in questo capolavoro della letteratura mondiale che la donna amata viene elevata ad angelo, quasi a divinità. Beatrice, che negli “occhi suoi ardeva un riso/ tal, ch’io pensai co’miei toccar lo fondo/ de la mia gloria e del mio paradiso”, è diventata materia dell’opera, la buona stella del poeta che ha mantenuto la promessa fatta alla fine della Vita nova. La Divina Commedia non è un semplice poema, né un complesso trip mentale - come alcuni di noi direbbero oggi - ma una Summa di conoscenze dell’epoca. Dante ci ha donato un dizionario del medioevo italiano, una summa di personaggi storici celebri e comuni popolani, battaglie epiche, storia romana, cristiana, filosofia scolastica e chi più ne ha, più ne metta. C’è davvero di tutto in questo capolavoro universale. E c’è anche tanto di sé stesso, ovviamente: anche qui, il Sommo Poeta ci racconta della sua vita, ad esempio l’esilio da Firenze, degli amici e del suo pensiero politico.
Dante Alighieri non solo ha dato a noi uomini del XXI secolo una testimonianza del passato, ma ci ha donato un’opera ricca di testimonianze, di consigli per non cadere in tentazione, di insegnamenti validi anche oggi e di versi indimenticabili. Dante, l’uomo che con la fantasia ha forgiato una lingua. Colui che, da un punto di vista culturale, ha unito una penisola divisa in centinaia di principati e signorie è il “miglior fabbro”, il poeta che ci ha insegnato a non perdere di vista la retta via, il maestro che ci ha portato insieme a lui “a riveder le stelle”.
4 curiosità:
Dante era sposato con Gemma Donati, di cui, purtroppo, sappiamo poco e niente, nè ci sono pervenute poesie o dediche scritte per lei. È curioso, però, il fatto che sua figlia Antonia, divenuta monaca in quel di Ravenna, prese il nome di Beatrice: la memoria dell’amata immortale, allora, è stata forse raccontata ai propri figli e a discapito della moglie? Chi lo sa, ma credo che curiosità e supposizioni del genere ci facciano vedere con occhi differenti il Padre nella nostra lingua.
Avete mai pensato al fatto che l’Inferno possa essere stato il Death Note del Trecento? Anche Dante, da essere umano, ha odiato qualcuno nella sua vita e quindi cosa poteva desiderare di più se non spedirlo in uno dei gironi dell’Inferno? È il caso di papa Bonifacio VIII, ancora vivo mentre Dante scriveva la Commedia, o di Filippo Argenti, odiato vicino di casa che aveva preso a schiaffi il nostro amico dal naso adunco. (Su Filippo Argenti, il rapper Caparezza ha scritto una canzone).
Dante è stato un politico ed è sorprendente come la vita politica fosse, già allora, complessa come quella contemporanea: scambi di denaro, nomine, inciuci, cambi di bandiera. E il Sommo Poeta non ha fatto una bellissima fine: quando il suo partito venne cacciato dai Guelfi neri, Dante venne accusato di guadagni illeciti e condannato all’esilio. E in esilio, il poeta fiorentino si era avvicinato allo schieramento politico avversario dei guelfi: i ghibellini, tanto che un altro poeta in esilio, Ugo Foscolo, nell’opera Dei sepolcri, lo definirà “il ghibellin fuggiasco”.
In tutta la Divina Commedia nome di Dante non appare mai se non una sola volta in un canto: il XXX del Purgatorio, verso 55. E indovinate chi chiama il poeta per nome? Già, proprio Beatrice.
Guida alla musica di oggi, lezione 1
Approcciarsi con il pluralismo discografico e il nuovo linguaggio della musica di oggi risulta spesso complesso a primo acchito, non solo per i nati prima del 2000, ma anche per i miei coetanei. In questa breve guida vorrei parlare di alcuni fenomeni musicali tutti da scoprire, ma difficili da decodificare senza un po’ di attenzione e, lo ammetto, anche un po’ di fantasia. I miei non sono consigli musicali (non sono assolutamente la persona giusta per dispensarli), ma piuttosto guide alla comprensione di ciò che a tutti capita di ascoltare passivamente senza sentirne il significato poichè spiazzati o infastiditi dal suono e dal linguaggio.
Prima tappa del nostro viaggio nella musica è un gruppo romano, anzi un duo maschile composto da Drast (Marco De Cesaris) e Kaneki (Alessio Aresu): gli Psicologi.
Sono una via di mezzo tra indie e rap; i loro testi sono forti, azzardati e pieni di paroline magiche poco gentili: è per questo che sconsiglio l’ascolto ai deboli di cuore e intimo agli altri di liberarsi dal gusto del politicamente corretto proponendosi di intraprendere un’esperienza di scoperta senza pregiudizi.
Infatti, oltre il filtro della parola usata con cattiveria e del linguaggio giovane e dirompente, si nascondono temi di denuncia, aspetti dell’adolescenza complessa che si districa fra aspettative genitoriali e ricerca di un’identità personale:
“Mio padre ha paura che diventi un fallito
Vorrebbe un figlio con le Hogan e il viso pulito
Fumogeni in strada per dare voce al disagio
Fiumi di pianti, fumi dell'alcol
Noi le cicatrici in faccia, i tagli sulle braccia
Nessuno che ti ascolta mentre il mondo intero parla”
Polvere da Sparo, Psicologi
Tema ricorrente nei testi sono le manifestazioni e le occupazioni o semplicemente il tentativo di esprimere un’idea “rivoluzionaria” anti establishment che passa dall’essere una necessità reale alla forzatura di dimostrare qualcosa di empirico: il discorso sfocia quindi nell’autoironia, che evidenzia la lontananza tra le proteste studentesche della scorsa generazione e le rivendicazioni un po’ nostalgiche e mainstream che ci coinvolgono oggi:
“E do la colazione a un barbone perché
Mi ricordo le notti passate in quella panchina
Per sembrare un po' più rivoluzionario
Ma alla fine dormivo solo un po' scomodo.”
Polvere da Sparo, Psicologi
“All'occupazione della scuola ci sentivamo un po' tutti a casa
In fondo siamo un taglio generazionale
Siamo fatti d'acqua e adesso tira un temporale
E il futuro ci spaventa più di ogni altra cosa
E la fine ci spaventa più di ogni altra cosa
Il fallimento ci spaventa perché i vincitori
Sono gli unici che scriveranno la storia
[...]
La televisione non trasmette valori
Siamo cresciuti con le botte alle manifestazioni
E il mio bagaglio culturale non lo riempie la scuola
Ti ho vista all'Orientale che piangevi sola
Se ti penso troppo penso al '68.”
Futuro, Psicologi
Al di là dei temi legati alla giovinezza e all’adolescenza, troviamo tra i testi del duo una forte condanna al conformismo e alla massificazione. Il testo di “Non mi piace” sembra richiamare, anche se da lontano, un epigramma del poeta ellenistico Callimaco (professori di greco, perdonatemi per il sacrilegio):
“Non mi piace apparire
Mi piace essere
[...]
Non mi piace ballare affianco a ragazze ubriache
Che hanno poco ritegno e lo vogliono perdere
[...]
Mi piacerebbe stare tranquillo per leggere
[...]
Non mi piace stare zitto quando il mondo parla
Non mi piace mollare ma solo per un lascia”
Non mi piace, Psicologi
“Detesto la poesia di consumo, non mi piace
una strada percorsa da molti, in su e in giù.
Odio un amante buono per tutti, non bevo alla fontana
della piazza: ció che è pubblico mi fa ribrezzo.
Tu sei bello Lisania, bello davvero - ma non ho finito
di dirlo, che l’eco risponde: “È il bello di un altro””
Epigramma 43, Callimaco
In entrambi i testi vediamo una lista di cose odiate, attraverso le quali gli autori rivendicano una originalità di pensiero che si allontana dai gusti della massa. Gli autori, anche se in termini diversi, usano l’immagine dell’amante non esclusivo che rimane senza valore perché a disposizione di tutti.
Ultimo tema, ma non meno importante, è la presa di posizione politica, molto rara nei testi attuali. Infatti il duo, pur dichiarando il proprio disinteresse e la sfiducia nei confronti delle istituzioni, non si sottrae dal toccare argomenti come l’antifascismo: ad esso è dedicata la canzone “Alessandra”.
“Al padre di Alessandra manca suo padre
Che indubbiamente ha fatto la storia
Ma fatti due domande se per un uomo così grande
Non c'è il giorno della memoria”
Alessandra, Psicologi
L’Alessandra citata nel testo è Alessandra Mussolini, nipote di Benito Mussolini. La canzone, a primo ascolto, sembra banalizzare il totalitarismo che ha tenuto sotto scacco la nostra nazione per vent’anni; tuttavia mostra il punto di vista di una generazione che è ormai estranea ai fatti accaduti nel primo Novecento, ma che allo stesso tempo ne è ancora influenzata: il fascismo pare un ricordo perso nelle generazioni passate ma il dibattito è ancora vivo anche se si stenta a crederlo e prendere una posizione rimane un atto importante, un pretesto per, come dice il testo, “farsi due domande”.
Spero di aver suscitato un po’ di interesse in questo giovane duo: scrivete alla redazione per raccontare le vostre impressioni.
Alla prossima puntata!
Il pittore che ha interiorizzato la sofferenza umana
Pablo Diego José Francisco de Paola Juan Nepomuceno Maria de los Remedios Cipriano de la Santìsima Trinidad Ruiz y Picasso, noto come Pablo Picasso, è stato un pittore e scultore spagnolo vissuto tra il 1881 e il 1973. Rimase nella storia per aver fondato il cubismo insieme a Georges Braque e per essere sempre stato un artista poliedrico ed innovativo in ogni sua opera.
Ebbe un’adolescenza ed infanzia burrascose, caratterizzate da problemi economici e continui trasferimenti da una città all’altra, che generarono in lui sentimenti contrastanti che vennero espressi nelle opere appartenenti al periodo blu. In esse Picasso riuscì ad esprimere al meglio la sofferenza che era ormai radicata in lui. I dipinti di questa fase erano inizialmente caratterizzati dai toni del blu e del verde che successivamente si trasformarono in una monocromia blu: secondo l’artista questo colore rappresenta una dimensione mistica e malinconica. Infatti l’uso del blu aumentò con il peggiorare della sua condizione psicologica. Le opere erano caratterizzate, inoltre, da temi dolorosi di drammatiche condizioni umane, come prostituzione, povertà ed alcolismo. Picasso riferisce di aver iniziato a dipingere in blu dopo il suicidio di un suo caro amico, Carlos Casagemas, nel 1901. Gli storici dell’arte riportano invece che la causa di questo stile pittorico sia una grave depressione che egli sviluppò verso la fine di quell’anno. Le figure solitarie dominano i quadri di quell’epoca, figure caratterizzate inoltre da sconforto e desolazione. Tale carattere si nota particolarmente in “Nudo blu”: opera del 1902 che raffigura una donna, nuda, seduta di spalle con le ginocchia al petto. La posizione esprime chiaramente sconforto e malessere che il pittore stesso provava nella sua quotidianità. Pablo rappresenta la donna senza vestiti perché il dolore è capace di “spogliarti” di tutto il bello che ognuno ha in sé: gioia, amore, pazienza, curiosità e resilienza. Il dolore sa togliere la luce ed il calore che ognuno di noi “emana” ed il blu, in quanto colore freddo e scuro, serve a rappresentare proprio questa assenza
Nelle sue opere era molto frequente, inoltre, il tema della cecità; così, ad esempio, ne “Il vecchio chitarrista cieco” e “Il pasto del cieco”. I Dipinti rappresentano due uomini non vedenti, magri e soli, che faticano persino a reggersi dritti sulla schiena. I soggetti sembrano, agli occhi dell’osservatore, quasi morti, tanto ceree sono le loro figure. Essi vengono rappresentati in questo modo per dimostrare la drammaticità della situazione e la sofferenza che li sta logorando sin dal profondo dell’anima. Avendo l’artista affrontato temi che all’epoca venivano semplicemente ignorati, viene definito come “il pittore che ha interiorizzato la sofferenza umana”. Picasso fu un artista rivoluzionario che non si curò del denaro, era dedito solamente all’arte e teneva solamente a rappresentare ciò che provava e che lo ispirava. Fu noncurante del fatto che il pubblico non apprezzasse le sue opere “blu” e non le acquistasse, continuò a dipingerle fino a che non ne sentì più il bisogno, fino a che la sua condizione mentale non migliorò.
Il suo atteggiamento è, a mio parere, un esempio da seguire. Infatti spesso tendiamo a preoccuparci troppo del giudizio degli altri e pur di compiacerli arriviamo a mettere da parte i nostri gusti e il nostro vero io. Forse dovremmo imparare a essere meno dipendenti dal pensiero degli altri e fare ciò che ci rende felici, piuttosto che arrivare ad annullare noi stessi, rendendoci infelici solo per avere l’apprezzamento delle altre persone.
E a te è mai capitato di sentirti come Picasso nel periodo blu? Faccelo sapere su @lavocedelcrespi!
Daniele Crespi, colui a cui è stato dedicato il nostro liceo, fu un importante pittore attivo all’inizio del XVII secolo in Lombardia. Nonostante la sua breve carriera artistica, interrotta dalla peste di manzoniana memoria, è considerato uno dei maggiori esponenti della pittura lombarda del Seicento. Di origine bustocca, visse e operò per la maggior parte della sua vita a Milano. Il suo stile mostra di essere ispirato al manierismo di pittori a lui abbastanza vicini, come il Cerano (1573 – 1632) e Camillo Procaccini (1561 – 1629), soprattutto nelle prime opere e negli affreschi, ma risente anche del tenebroso naturalismo caravaggesco.
Nonostante i natali bustocchi, il pittore non ha lasciato alcuna sua testimonianza diretta nella città, eppure essa conserva all’interno della Basilica di San Giovanni una serie di opere di Crespi raffiguranti episodi della vita del santo patrono cittadino. I quadri vennero ceduti nel 1930 alla basilica per concessione dell'allora cardinale Schuster, in seguito alla demolizione dell'edificio dove erano conservate, ovvero la chiesa di San Protaso ad Monachos di Milano. Le tele giunte a Busto erano quattro: la grande Predica di S. Giovanni, le due tele più piccole raffiguranti il Santo bambino insieme ad un angelo e il Battista indicante Gesù, e il Cristo morto. Tutti i dipinti vennero sistemati all'interno della prima cappella, a destra dell'altare maggiore.
Il Cristo morto, mostra il corpo dal colorito pallido e cadaverico, adagiato su un telo biancastro, emergere dallo sfondo tetro. Ai piedi del corpo di Gesù, un santo, identificato come Domenico di Guzmán, contempla la salma. La Predica, posizionata in una cornice marmorea al di sopra di quella del dipinto precedente che le fa da predella, raffigura in primo piano due vecchi. Dietro di loro si staglia la figura di San Giovanni, con gli occhi al cielo e in gesto di predicazione. Sullo sfondo si scorgono altri personaggi di età diverse che assistono accorti al discorso. Come nelle altre scene, il quadro mostra un forte chiaroscuro e si nota una grande attenzione al dettaglio, come dimostrano i particolari della muscolatura e le venature percepibili nelle due figure senili in primo piano. Ai due lati della pala d'altare vennero posizionate l'angelo che guida S. Giovannino e il San Giovanni indica il Cristo.
Tutti i dipinti mostrano già lo stile più maturo del pittore, riscontrabile nelle opere più tarde come il Digiuno di San Carlo o la Pietà conservata al Museo del Prado. Le influenze stilistiche tardo manieristiche degli artisti più prossimi vengono stemperate da composizioni meno elaborate ma più naturalistiche e dall'influsso dei caravaggeschi.
Attualmente però la maggior parte dei teleri è stata rimossa a seguito di un recente cambiamento di dedica della cappella. Le opere rimangono tuttora a Busto ma non sono visibili in quanto collocate all'interno del Battistero, raramente aperto al pubblico. Solamente il Cristo morto si trova ancora nella sua posizione.
Si spera che le altre opere possano tornare ad essere visibili presto.
“Tutte le città più belle sorgono su dei fiumi”: Roma sul Tevere, Parigi sulla Senna, Londra sul Tamigi,… e quale onore hanno Legnano, Olgiate, Fagnano e tante altre città a sorgere sull’Olona!
Sin da piccola sentivo scherzare sul fatto che l’Olona fosse come il ragno di Spiderman, ci cadi dentro per sbaglio ed esci coi super poteri (o un paio di braccia in più). Ma, cari lettori, quanti di voi si sono mai chiesti perché?
Il termine Olona deriva dalla radice celtica OL, che significava magnus, e ciò lascia intendere l’importanza di questo piccolo fiume tra Ticino e Adda. Sebbene più corto di questi due, l’Olona attraversa due province (Varese e Milano), per poi sfociare nel Lambro Morto, uno dei canali milanesi più sporchi. Non è un fiume adatto alla navigazione ma, ciononostante, ha sempre unito i paesi della Valle Olona; nel 1610 nasce infatti il Consorzio del Fiume Olona, il più antico consorzio irriguo d’Italia, nato appunto per tutelare e gestire l’uso delle sue acque.
Con la rivoluzione industriale sorsero i primi problemi: i mulini presenti vennero riqualificati come forze motrici per le attività proto-industriali e poi sostituiti da turbine idrauliche, con il crescente sviluppo delle industrie. Quando cessò lo sfruttamento della sua forza idraulica, con la diffusione delle macchine a vapore, l’Olona divenne ben presto scarico dei residui e liquami derivanti dalle stesse fabbriche che avevano rinunciato allo sfruttamento del fiume come fonte di energia. Il massimo periodo di inquinamento venne dopo la seconda guerra mondiale, quando iniziarono a riversare sostanze acide e residui del petrolio, che causarono anche diverse infezioni tra la popolazione e la morte di decine di animali.
“Così i destini si annodano, mia tigre, e intanto tu
dietro le lenti affumicate spii
nugoli pigri e sull’Olona putrido
l’efflorescenza dei disinfettanti”,
diceva Eugenio Montale nel 1963, nella sua opera La casa di Olgiate.
Grazie all’impegno del Consorzio, negli ultimi 10 anni l’Olona ha fatto passi da gigante, riuscendo a passare il titolo di “fiume più inquinato d’Europa” al Sarno, fiume campano. Il corso d’acqua ha circa 80 impianti di depurazione distribuiti province di Varese e Milano, con una spesa pubblica di centinaia di milioni di euro.
È vero quindi che l’Olona ci rende supereroi? Per un certo verso sì. L’Olona è una donzella in pericolo, mentre noi siamo il supereroe che può salvarla. Alla regale Olona, “ci inquiniamo ai tuoi piedi!”.
Di libri nella mia breve, ma intensa, carriera da lettrice ne ho letti tantissimi che, in un modo o in un altro, mi sono entrati nel cuore: mi ricordo l’impegno con cui ho letto, con voce incerta, la prima fiaba sdraiata sul divano di nonna, o ancora, ricordo quando, in un’afosa mattina di metà agosto, ho chiesto emozionata a mamma se potessi prendere il mio primo libro “da grandi” (così l’avevo soprannominato in quarta elementare).
Ma se c’è un libro che più di tutti mi è entrato nel cuore, questo è senza dubbio "Orgoglio e Pregiudizio" di Jane Austen: "Orgoglio e Pregiudizio" è uno di quei libri che ti tengono incollato per ore suscitando ad ogni pagina sfogliata una curiosità sempre maggiore, ma soprattutto è uno di quei rari libri in cui ti immedesimi talmente tanto nei personaggi da riuscire a guardare la tua vita sotto una luce diversa. In particolar modo il personaggio di Elizabeth, detta Lizzie, per me è da qualche anno fonte di ispirazione.
Lizzie mi è parsa sin dalle prime pagine un personaggio intrigante, con quel sarcasmo che da subito la contraddistingue e fa trasparire la sua intelligenza e il suo carattere scherzoso, è anche vero però che Elizabeth è un personaggio complesso, con un sacco di sfaccettature, che ha bisogno di tempo, e magari anche di qualche rilettura, per essere compreso a pieno.
La secondogenita di casa Bennett mi ha colpito quando, noncurante del fatto che sarebbe arrivata a destinazione sporca e malandata, ha camminato per tre miglia nella brughiera per andare a trovare la sorella malata che si trovava a casa di un ricco e importante gentiluomo. Elizabeth facendo in questo modo ci ha fatto capire il suo vero punto di forza: la capacità di non badare ai giudizi altrui e alle regole, a volte assurde, che impone la società; questa caratteristica la contraddistinguerà anche qualche capitolo più avanti, ossia quello in cui rifiuta seccata la proposta di matrimonio del signor Collins, suo lontano cugino nonché futuro erede della tenuta di famiglia Longburn. Elizabeth dimostra in questo caso di non essere come tutte le altre: non accetta di scendere a compromessi, sacrificando la sua felicità per godere di una vita tranquilla con un marito che le garantirebbe una buona stabilità economica e la garanzia che, alla morte del padre, di rimanere nella sua casa. Lizzie decide di rifiutare quello che la società ritiene normale (e che sua madre cerca di imporle), per fare ciò che ritiene sia la scelta migliore per sé.
Trovo che “scegliere ciò che è meglio per sé” sia una delle capacità più importanti della vita, in particolare della nostra che, in questi anni, dobbiamo o dovremo in qualche modo scegliere chi vogliamo essere in futuro, per questo sono convinta che “Orgoglio e Pregiudizio” sia uno dei romanzi più attuali che esistano, nonostante sia stato scritto più di duecento anni fa.
Un altro aspetto della vicenda su cui vorrei soffermarmi è il rischio che corre Elizabeth rifiutando Collins, un rischio che a molti di noi fa paura, quello di restare soli. Sì, perché Lizzie rischia per davvero di rimanere sola e di finire ben presto per essere considerata una “zitella” come la sua migliore amica Charlotte, ma questo non le impedisce di rifiutare categoricamente una vita condannata all’infelicità, forse perché, per citare il grande Robin Williams, la cosa peggiore nella vita non è rimanere solo, ma circondarsi di persone che ti fanno sentire solo.
La paura di restare soli è forse la più radicata nell’uomo, proprio per questa paura a volte si costruiscono false amicizie e false relazioni che, al posto di essere basati sulla stima e sull’affetto reciproco, sono basati sul terrore di non avere più nessuno con cui condividere la vita. Lizzie invece ci insegna ad affrontare questa paura a testa alta, armati di coraggio e fiducia in noi stessi.
C’è un altro aspetto di questo magnifico personaggio che mi ha colpito: Lizzie non è bellissima come lo è invece sua sorella Jane, non ha la stessa grazia, non possiede i suoi lineamenti dolci o il fare angelico, eppure Elizabeth è capace di stregare tutti, persino un cinico orgoglioso come Darcy, grazie ai suoi occhi che fanno trasparire tutta la bellezza della sua anima. Questo negli anni mi ha davvero aiutato a superare i momenti difficili, e spero possa aiutare anche te che sei arrivato a leggere fin qui, mi ha reso consapevole del fatto che molto spesso siamo così concentrati ad apparire bellissimi in foto inespressive, che ci dimentichiamo che la vera bellezza a volte non si trova soltanto in un corpo scolpito o nei lineamenti dolci, ma si trova soprattutto negli sguardi, nei sorrisi e negli atteggiamenti.
Per concludere credo che dovremmo essere tutti un po’ più Elizabeth Bennet, dovremmo lasciarci ispirare dal suo coraggio e scegliere sempre con il cuore, dovremmo rischiare ogni tanto e non lasciarci vincere dalla paura come spesso succede, dovremmo ridere, ridere tanto e di tutto, anche delle cose che a volte nascondiamo perché ci fanno soffrire e infine, dovremmo guardarci allo specchio e riconoscere la bellezza nascosta dentro ognuno di noi.
Nella letteratura studiata nel corso del nostro percorso scolastico siamo di solito abituati a leggere di personaggi femminili passivi, sottomessi, le cui sorti sono decise da altri, o vittime di amori dalla fine cruenta, che sembrano non aver alcuna voce in capitolo all’interno delle loro stesse relazioni o, ancora, leggiamo di contesti in cui la ribellione di queste donne, nata dall'infelicità della loro condizione sociale, non porta certo ad un finale positivo della storia. Come sappiamo, la letteratura è lo specchio della società e per anni la donna ha rivestito nella maggior parte delle civiltà occidentali, e non solo, un ruolo privo di individualità e indipendenza. Insomma, l'emancipazione femminile sembra una conquista dell'ultimo secolo e per questo, quando in quarta liceo inizi a leggere La Locandiera, commedia scritta da Carlo Goldoni e rappresentata per la prima volta nel 1753, ti stupisci di fronte al personaggio di Mirandolina.
Chi è Mirandolina? Farò un piccolo spoiler a chi ancora non ha letto l'opera accennando la trama. Mirandolina è la proprietaria di una locanda di cui nel corso della commedia conosciamo tre principali clienti: il marchese di Forlipopoli, il conte d'Albafiorita e il cavaliere di Ripafratta. I primi due sono innamorati di lei e litigano per potersi contendere l'amore di Mirandolina; la donna accetta volentieri i loro doni, nonostante non sia interessata a loro se non dal punto di vista economico. Come si suol dire, fra due litiganti il terzo gode: il cavaliere di Ripafratta diventerà oggetto delle attenzioni di Mirandolina; non per un vero interesse amoroso da parte della locandiera, ma per una sorta di sfida che la donna intraprende con sé stessa; il cavaliere, infatti, è scettico nei confronti del genere femminile e considera le donne solo come ingannatrici, quindi non vuole innamorarsi: Mirandolina vorrà quindi fargli cambiare idea. Alla fine il cavaliere si innamorerà perdutamente, ma la nostra locandiera sceglierà, a sorpresa, di sposare Fabrizio: il cameriere che la aiuta nella gestione della sua locanda.
Un personaggio inusuale, e molto complesso Quando si conosce per la prima volta la trama de La Locandiera, si rimane un po' confusi: perché Mirandolina si comporta così? Ella non si lascia infatti abbandonare alle emozioni e all'interno dell'opera si figura come un personaggio freddo, calcolatore, scaltro. Usa le sue doti, fra cui un abilissimo utilizzo della parola e la sua naturalezza nel recitare (simbolo della nuova Commedia!), per sedurre il cavaliere: le attenzioni a lui rivolte sono solo un gioco, un mettersi alla prova, ma lei ha già la certezza che ne uscirà vincitrice. La critica ne sottolinea infatti inizialmente il gusto malizioso e il divertimento di stampo settecentesco. Inoltre, viene spesso paragonata a un "don Giovanni in gonnella", poiché seduce e abbandona, e al personaggio mitologico di Paride, che si era ritrovato a scegliere fra tre dee (lei si ritrova infatti a scegliere fra tre corteggiatori).
Un ribaltamento Perché ci piace tanto La Locandiera? Goldoni, nella sua opera, ribalta la visione sociale dell'epoca. Innanzitutto a livello di classi sociali: Mirandolina sceglierà di sposare un borghese e non un nobile, quindi la commedia vuole essere una sorta di "rivalsa sull'aristocrazia". Soprattutto, però, si può notare un ribaltamento della figura femminile che da sottomessa diventa dominatrice e sottomette gli altri e che, da oggetto della scelta altrui, si fa soggetto che sceglie. A livello psicologico, infatti, Mirandolina brama potere: vuole comandare tutti, ma nasconde questo suo desiderio sotto la maschera della vanità femminile.
Un personaggio machiavellico L'unico vero interesse che Mirandolina possiede è nei confronti della sua locanda. Rappresenta infatti il ceto mercantile avido di guadagno e pronto a tutto per ottenerlo. Mirandolina usa i suoi clienti e i loro sentimenti per attirarli e farli rimanere alla Locanda, usa il cavaliere per pura soddisfazione personale e userà anche il suo futuro marito: non lo sposa per amore, ma perché potrà aiutarla a raggiungere il suo unico scopo, ovvero portare avanti la Locanda. A me questa caratteristica è apparsa come un’eco dell'etica effettiva del Principe di Machiavelli: idealmente il principe dovrebbe essere buono, amorevole, pietoso fedele...ma deve porre il bene dello stato, e quindi il suo unico scopo, davanti a tutto ed effettivamente essere pronto a sfruttare tutti i mezzi possibili, compresi l'egoismo, il tradimento e la ferocia, per riuscire nel suo intento.
Mirandolina una femminista? No! Si potrebbe pensare che Mirandolina rappresenti l'antenata della donna indipendente e socialmente accettata della civiltà europea dell'ultimo secolo e che quindi l'opera possa avere un risvolto femminista. Dobbiamo però soffermarci sulla definizione di femminismo:
femminismo s. m. [der. di femmina]. – Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne. (Enciclopedia Treccani)
Dobbiamo infatti sottolineare un aspetto che non è sempre chiaro a tutti: il femminismo vuole l'uguaglianza fra i sessi e non la supremazia del sesso femminile. In questo senso non possiamo dire che Mirandolina sia una femminista, perché nonostante la sua figura non si collochi nel ruolo passivo di sottomissione riservato alle donne nel corso della storia e anzi, ella dimostri di essere una donna indipendente, vuole comunque esercitare un potere sul sesso opposto e rivestire un ruolo in qualche modo "superiore" rispetto ad esso. L'opera di Goldoni rimane comunque un'opera, dal mio punto di vista, rivoluzionaria: la stessa definizione sopra riportata ci dice che il femminismo affonda le sue radici nel Settecento (io non lo avrei mai detto!) e quindi può essere che con la Locandiera si iniziasse a respirare un'aria di "cambiamento", ma dall'altra parte io personalmente non sono portata a credere che essa abbia portato grandi cambiamenti a livello sociale nei confronti delle donne e che tantomeno questo fosse lo scopo di Goldoni.
E voi? Cosa ne pensate? Siete d'accordo con me? Vi è piaciuta La Locandiera e consigliereste ai vostri amici di leggerla? Fatecelo sapere su Instagram! @lavocedelcrespi
In questi giorni, in televisione, ho visto più volte uno spot bellissimo. Un discorso mozzafiato, in lingua inglese, è accompagnato dalla melodia leggera di un pianoforte (il brano si intitola “Rain, In Your Black Eyes” di Ezio Bosso) e da varie immagini di luoghi e, soprattutto, di uomini. Persone di etnie e popoli diversi, con la proprie caratteristiche e i propri difetti. Persone a contatto con la bellezza della natura: una ragazza con un vestito bianco che corre in mezzo a un campo di tulipani rossi al tramonto, persone a contatto con le nostre creazioni, abbandonate e deserte in questi tempi, una ballerina in tutu nero che danza su una strada vuota e grigia. E, a questo punto, la musica rapisce e fa venire la pelle d’oca. Sullo schermo continuano a susseguirsi immagini di persone che lavorano, di giovani e anziani che si amano, anche nei momenti più difficili, di bambini che si vogliono bene senza preoccuparsi della provenienza dell’altro, senza discriminazioni. L’ultima è quella di tante mani di colori diversi, simbolo di unità nella diversità.
E tutto mentre la voce di un uomo fa un discorso che entra nella mente e nel cuore. Una voce che inizialmente è debole, che fa poco rumore, ma l’intensità cresce via via fino a diventare così forte da coinvolgere inevitabilmente lo spettatore. A chi appartiene? È impossibile non chiederselo e la risposta si trova alla fine del video: è la voce di Charlie Chaplin che pronuncia il famoso “discorso all’umanità” tratto da “Il grande dittatore”. Il film, uscito negli USA nel 1940, in piena seconda guerra mondiale, è una parodia del nazismo e dell’operato di Adolf Hitler. Il celebre discorso è tenuto da un barbiere che, a causa della somiglianza con il dittatore Adenoid Hynkel, viene scambiato per il gerarca. Nel suo maestoso discorso all’umanità intera invita gli uomini ad amarsi e a godere della felicità altrui, ad apprezzare la natura, ad utilizzare la tecnologia per il bene di tutti, non solo per l’avidità di pochi. Critica la realtà del regime nazista che vede l’uomo come una macchina e non come un corpo con un’anima. Elogia l’umanità intera perché può rendere bella la vita, incita gli uomini a combattere per un mondo migliore, un mondo dove l’umanità sia unita.
Un discorso che, in questo triste periodo per l’umanità, è attuale; è un invito che, oggi, possiamo riassumere con la frase “distanti ma uniti”. Quella musica, quelle immagini, la voce di un immenso Chaplin ci dicono di sperare, di farlo fino all’ultimo, ci offrono conforto. Questo spot riesce a far desiderare di vivere in un mondo migliore, di far parte di un’umanità unita, di fare qualcosa perché questo sia possibile. Lo fa attraverso un messaggio che ogni uomo vorrebbe sentirsi recapitare, anche se a inviarlo non è un capo politico ma un'industria di caffè!
A pochi passi dal nostro Istituto, in piazza Vittorio Emanuele II, si trova Palazzo Marliani-Cicogna, sede sia della biblioteca di Busto Arsizio sia delle raccolte d’arte comunali.
Si tratta di una piccola struttura museale, a ingresso gratuito, che si accresce quasi interamente con donazioni di privati e nel 2007 ha ottenuto il riconoscimento della Regione Lombardia che ha inserito Palazzo Cicogna nel Sistema Museale Lombardo, finalizzato alla valorizzazione e promozione di un bene culturale al servizio della comunità.
Il palazzo attuale risale al periodo compreso tra il XVII secolo e l’inizio del XVIII secolo quando venne ampliato dai conti Marliani, proprietari del feudo di Busto. Nell’Ottocento la proprietà passò ai Cicogna che verso la seconda metà del diciannovesimo secolo lo donarono al Comune che vi trasferì il Municipio e il Tribunale.
L’esterno è bianco, le finestre hanno cornici curvilinee tipicamente barocche, si sviluppa su due corti una interna e una esterna. L'ingresso principale è costituito da una porta ad arco che mette in collegamento le due ali del palazzo e su cui, in origine, oltre ai vasi decorativi in pietra si trovava la statua di un leone, emblema dei Marliani.
Il museo ha due ingressi, uno a destra, dove sono presenti le stanze in cui si allestiscono le mostre temporanee, e uno a sinistra che porta alla collezione permanente. Entrando da sinistra si è accolti da una scalinata col soffitto affrescato da Mario Chiodo Grandi (1872-1937) dove sono esposte piccole opere di artisti bustocchi. Entrando nella prima sala si può ammirare la collezione don Marco Rossi che comprende opere dalla fine del Cinquecento agli inizi del Settecento, mentre in quella successiva sono presenti opere devozionali provenienti da chiese e cascine di Busto.
Il percorso espositivo prosegue in ordine cronologico con gli ambienti dedicati al sedicesimo e diciassettesimo secolo, dove si trovano opere di grandi protagonisti del barocco lombardo quali Giuseppe Nuvolone e il Morazzone insieme a quelle del bustocco Biagio Bellotti (1714-1789), e all’Ottocento dove sono conservati dipinti di Giuseppe Bossi e al Ritratto del Conte Ambrogio Nava dipinto da Hayez (in deposito dalla Pinacoteca di Brera).
La sala successiva ospita la donazione Crespi Legorino che raccoglie un corpus di opere del pittore Enrico Crespi e dello scultore omonimo Ferruccio, mentre quelle successive raccolgono lavori di Emilio Magistretti e Arturo Tosi insieme a dipinti di artisti attivi localmente. Il percorso del museo termina con una raccolta d’arte contemporanea di cui una parte proviene dal Premio di Pittura della Città di Busto Arsizio e dalla donazione dell’artista Federica Giglio che comprende due sue installazioni.
Passando da un ambiente all’altro si possono ammirare i soffitti in legno dipinti che testimoniano i fasti di un tempo. Il museo, nonostante non sia grandissimo, possiede opere interessanti e anche di rilievo.
Con quest’articolo s’intende continuare a diffondere la cultura nonostante la chiusura delle principali strutture dedicate a questo settore per via dell’attuale emergenza Covid-19, sperando in una prossima riapertura, sostenuta anche dalle amministrazioni locali e dallo Stato.
L’Italia è sempre stata un reticolo di centri culturali e creativi, connessi all’identità e alla storia delle sue città: se si sapranno risvegliare di nuovo tutti i diversi punti di riferimento, piccoli e grandi, l’immagine del nostro Paese tornerà a splendere insieme ai suoi saperi, prodotti, economie e alle sue opere.
È l’11 febbraio 2016 e in una conferenza stampa congiunta con LIGO (Laser Interferometer Gravitational Wave Observatory) e VIRGO viene annunciato un grande evento: la prima rilevazione delle onde gravitazionali.
Ma che cosa sono le onde gravitazionali?
Per poterlo spiegare bisogna fare un “passo” indietro di 120 anni, in un’epoca in cui decenni di scoperte scientifiche e tecniche stanno per portare a una rivoluzione nella scienza al pari di quella, forse più celebre, del ‘600. È infatti agli inizi del ‘900 che Max Planck, seguito poi da Niels Bohr, Arnold Sommerfeld, Louis De Broglie, Werner Heisenberg e tanti altri, dà i natali alla meccanica quantistica.
Questo stravolgimento della scienza viene messo in atto anche grazie al contributo di un giovane impiegato all'ufficio brevetti di Berna, Albert Einstein.
Il lavoro di Einstein è molto vasto, ma particolarmente notabili sono le sue ricerche sull’effetto fotoelettrico, il moto browniano e soprattutto la teoria della relatività ristretta, esposta nell'articolo del 1905 “Zur Elektrodynamik bewegter Körper” (sull’elettrodinamica dei corpi in movimento).
La teoria della relatività speciale di Einstein nasce da una grande incongruenza in quella che oggi chiamiamo fisica classica, ma che al tempo era l’unica chiave di lettura della natura, che oggi sappiamo non essere concettualmente corretta. Tale incongruenza consiste nell’incompatibilità tra le equazioni di Maxwell, baluardo dell'elettrodinamica, e le trasformazioni di Galileo, essenza della relatività galileiana ed elemento fondamentale in meccanica classica.
Difatti, secondo l’elettrodinamica classica, la velocità delle luce nel vuoto è assoluta, mentre le trasformazioni di Galileo postulano la relatività del moto. Ad esempio: se vi trovate a bordo di un'autovettura che viaggia alla velocità di 50 km/h e un altro mezzo si muove nella vostra medesima direzione e nello stesso verso alla velocità di 60 km/h, la velocità del mezzo n. 2 rispetto al mezzo n. 1 è di 10 km/h, mentre è di 60 km/h per un viaggiatore che è fermo sul ciglio della strada.
Ciò non succede con la luce. La luce corre sempre a 300.000 km/s e tra l’altro non la si può neanche superare.
Einstein per risolvere il dilemma sostituisce alle trasformazioni di Galileo le trasformazioni di Lorentz, che implicano la dilatazione del tempo e la contrazione dello spazio nell’asse di direzione del moto. Ciò significa che per un corpo in movimento il tempo è più “lento” rispetto a quando è fermo e la sua lunghezza, se si muove sull’asse x (in un sistema di coordinate cartesiano x, y, z), si riduce. Ovviamente tutto ciò può apparire bizzarro, poiché le velocità che noi possiamo sperimentare non sono neanche lontanamente prossime a quella dei fotoni, perciò gli effetti della relatività ristretta sono impercettibili; tuttavia in particolari situazioni si possono facilmente notare questi effetti, per esempio negli acceleratori di particelle.
Dopo la pubblicazione dell’articolo sulle relatività ristretta, Einstein trascorre dieci anni cercando di completarla. Di certo non si può dire che la relatività speciale sia incorretta, anzi, ma tratta un unico caso particolare che è quello di corpi che si muovono a velocità costante, ma sappiamo tutti che il mondo non è così. La relatività ristretta è così chiamata proprio perché si occupa di una serie “ristretta” di situazioni.
E la gravità? Di certo Einstein non era riuscito a dare una spiegazione alla forza di gravità, che tanto aveva occupato i fisici e che tutt’oggi continua a farlo. Sì, è vero che Isaac Newton aveva scoperto la legge di attrazione gravitazionale, ma si tratta “solo” di una formula che ci permette di calcolare l’attrazione tra masse, che ha funzionato alla perfezione finché Mercurio non ha deciso di rovinare la festa. Ma nonostante ciò, Newton stesso è consapevole della sua incapacità di comprendere i meccanismi dell’attrazione gravitazionale. In che modo il Sole attrae la Terra?
Il primo presupposto per risolvere i problema è l’unione di spazio e tempo attuata dalla relatività speciale. Secondo questo modello lo spazio e il tempo non sono più due entità distinte ma costruiscono una realtà quadridimensionale. Il concetto può sembrare decisamente estraneo alla nostra quotidianità ma Brian Green, professore di matematica e fisica alla Columbia University, propone un esempio alquanto efficace per aiutarci a comprendere il concetto
“Quando fissiamo un appuntamento comunichiamo a chi dobbiamo incontrare il luogo in cui ci troveremo, ad esempio al nono piano dell’edificio all’angolo tra la Cinquantatreesima e la Settima. I tre numeri (piano 9, strada 53, avenue 7) determinano un particolare punto dello spazio nell’universo. Ma è altrettanto importante stabilire quando ci incontreremo, ad esempio alle 15,00. Questo nuovo numero fissa un «punto» del tempo. Gli eventi sono dunque specificati da quattro diverse informazioni, tre spaziali e una temporale. Si dice che il punto così individuato è un punto dello spazio-tempo, per brevità. In questo senso, il tempo non è che un’altra dimensione.” .
Lo spazio-tempo, o più precisamente spazio-tempo di Minkowski, è dunque il “palcoscenico” in cui prendono luogo tutti fenomeni fisici secondo precise leggi. E da questo presupposto e attraverso numerosi esperimenti mentali e una vera e propria Odissea matematica Einstein giunge a formulare la celebre equazione di campo, il coronamento della carriera scientifica del fisico tedesco. Secondo l’equazione di campo di Einstein, l’attrazione gravitazionale non sarebbe altro che l’effetto delle geometrie dello spazio tempo che si curva e si deforma, a causa della presenza di massa o energia: l’equivalenza tra massa ed energia è una conseguenza della relatività ristretta ed è espressa dall’equazione E=mc².
E dunque cos’è un’onda gravitazionale? Un’onda gravitazionale è una perturbazione dello spazio tempo che si propaga come onda trasversale. Come quando facendo cadere un sasso su una superficie d’acqua si notano delle onde generate da quella perturbazione, così massa e energia perturbano lo spazio tempo generando onde gravitazionali, aventi velocità pari a quelle della luce (se dunque scomparisse il Sole sarebbero necessari 8 minuti per non vederlo e per uscire dall’orbita).
È il 1916 quando le onde gravitazionali vengono previste come conseguenza della relatività generale e nonostante quest’ultima venga dimostrata, oltre che matematicamente, con un brillante esperimento, tuttavia al tempo si era ben lungi dal disporre dei mezzi e delle tecnologie per poterle rilevare.
Solo nel 2015, quasi cent’anni dopo, si giunge ad una prima osservazione diretta di onde dalle caratteristiche corrispondenti con quelle previste un secolo prima da Albert Einstein, attraverso l’impiego di due grandi interferometri : VIRGO e LIGO.
Nel 2004 LIGO e VIRGO iniziano la loro ricerca delle onde gravitazionali prodotte da grandi masse in accelerazione come l’esplosione di una supernova, la collisione tra stelle di neutroni o tra due buchi neri. Proprio quest’ultimo evento, avvenuto a circa 1,3 miliardi di anni luce, ha permesso il 14 settembre 2015 di rilevare per la prima volta un’onda gravitazionale, la quale ha comportato un’interferenza con il laser dell’interferometro.
L'interferometro ad avere effettivamente rilevato per primo le onde gravitazionali è stato lo statunitense LIGO, mentre l'interferometro VIRGO, situato nel comune di Cascina (PI) , quel fatidico giorno di settembre era spento per una aggiornamento. Ed ecco perché ad aggiudicarsi il premio Nobel per la fisica furono i tre fondatori del progetto LIGO: Reiner Weiss, Barry C. Bearish e Kip Thorne. E pensare che tra questi ci sarebbe potuto essere un italiano…
In altre due occasioni è stato possibili rilevare onde gravitazionali anch’esse originate dalla fusione di due buchi neri, permettendo così la definitiva conferma sperimentale della rilevazione.
Neppure Einstein, nonostante fosse capace di grande immaginazione, credeva sarebbero state mai rilevate, ma una scoperta di così grande portata è stata possibile grazie alle innovazioni tecniche, scientifiche e l’intraprendenza dei molti fisici e scienziati che si sono susseguiti sin da quando Galileo puntò per la prima volta verso il cielo il suo “ammirabile stromento”.
Un film coreano che non sia Parasite
La recente serie di vittorie durante la cerimonia del premio Oscar 2020 della pellicola sudcoreana “Parasite” di Bong Joon-Ho non solo ha scritto la storia del cinema mondiale, ma ha anche fatto conoscere al pubblico mainstream che grandi capolavori del cinema possono essere non solo di produzione hollywoodiana o europea, ma anche del nord-est asiatico, comprendendo non solo l’ormai internazionale animazione giapponese, ma anche pellicole in live-action, ossia realizzate con un cast di attori in carne ed ossa.
L’area del nord-est asiatico infatti – pressappoco quella comprendente Cina, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, e in più la dislocata Tailandia – ha sviluppato un filone cinematografico piuttosto peculiare, sia nelle scelte di sceneggiatura sia nelle tecniche di regia. Si tratta di un cinema spesso più impegnato e simbolico, con un cast di personaggi la maggior parte delle volte ridotto a pochi protagonisti principali, ognuno dei quali ricopre un preciso ruolo.
In Sud-Corea, in particolare, il cinema d’autore ha raggiunto la maestria nei generi del thriller psicologico e del drammatico, e proprio a quest’ultimo genere appartiene la pellicola del 2003 di Kim Ki-Duk "Ferro 3 – La Casa Vuota", il cui numero tre nel titolo non sta ad indicare un sequel, come di primo acchito si potrebbe pensare. A conti fatti, si tratta di un film poco distante dall’essere di nicchia in Europa e in Nord America, nonostante sia stato decorato con il premio speciale per la regia all’edizione del 2004 del Festival Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e al Festival di San Sebastián in Spagna.
Il cast, anche in questo caso è ridotto: i nomi degli interpreti dei due protagonisti – Lee Seung-Yeon e Jae Hee – sono poco noti anche nella madrepatria Corea del Sud, infatti "Ferro 3" è l’unica pellicola di successo in cui abbiano recitato entrambi gli attori.
Come mai un film tanto acclamato dalla critica ha riscosso così poche attenzioni dal pubblico? Principalmente, per alcune sue peculiarità: in primo luogo, il film, in tutta la sua ora e mezza di svolgimento, è quasi completamente privo di dialoghi, le cui battute non sono mai pronunciate dai due protagonisti, bensì dai personaggi secondari; in secondo luogo, motivazione forse più forte, l’intera trama è una sottile allegoria e il regista fornisce allo spettatore pochi indizi simbolici per ricavarne l’interpretazione, il che può risultare pesante da seguire, o addirittura richiedere più di una visione.
Il titolo trova la sua spiegazione nei primi secondi di film: Te-Sok, il protagonista maschile, viene inquadrato mentre scaglia delle palle da golf contro una rete. La mazza utilizzata è proprio una ferro 3, una delle meno utilizzate dai golfisti professionisti.
La vicenda vera e propria ha però inizio dopo un breve titolo di testa. Te-Sok è un giovane uomo che svolge attività di volantinaggio porta a porta e che vive in modo del tutto particolare: si avvale infatti dei volantini per capire quali case siano in quel momento occupate dai padroni, e, nel caso in cui non lo siano, si stabilisce in esse e vive come se fosse in casa sua, prendendosi cura degli ambienti domestici, per esempio annaffiando le piante, oppure lavando biancheria e piatti.
A pochi minuti dall’inizio, capita nella casa di Son-Hwa e di suo marito Min-Kyu, e crede erroneamente di essere solo. Ben presto però si accorge che non solo i padroni sono in casa, ma assiste ad una terribile scena: Sun-Hwa subisce violenza fisica dal marito, il quale poco dopo tenta anche di abusare sessualmente di lei.
Te-Sok, fortunatamente, interviene e trae in salvo la donna, conducendola lontana dalla sua vita infelice e coinvolgendola nella sua vita errante. Descrivere nel dettaglio la trama della pellicola sarebbe inutile: le premesse sono quasi banali, e le vicissitudini che attraversano i protagonisti sono in realtà poche. Ciò che è davvero determinante ai fini del racconto è il percorso interiore dei due, le cui tappe sono scandite da simboli e suggerimenti che vengono forniti dal regista continuamente: Sun-Hwa impara non solo ad amare Te-Sok, ma anche a rispettare sé stessa; mentre Te-Sok impara a controllare sé stesso, e ad amare Sun-Hwa in modo più protettivo che possessivo.
Le uniche raccomandazioni da fare allo spettatore prima di approcciarsi alla visione è quella di osservare cautamente i luoghi e gli oggetti, di non interpretare ogni avvenimento come accadimento nel mondo reale della vicenda, ma soprattutto, di porsi la domanda: cosa vuole comunicarmi il regista con questa scena?
Un disegno, una scritta, un simbolo, un'immagine, persino un'onda sonora o impronta: che sia colorato o non, significativo o semplicemente con un fine estetico, appariscente o più nascosto, chi non ha mai sognato di farsi un tatuaggio?
Avere per sempre quella traccia di inchiostro sulla pelle e farla diventare parte di sé, fino a rendere il proprio corpo un'opera d'arte: questo attira le persone che si tatuano, molto spesso di giovane età, ma non solo; in Italia il 12,8% della popolazione fra i 18 e i 44 anni ha un tatuaggio. Mi sono chiesta perché essi piacciano così tanto, soprattutto a noi giovani e facendo qualche ricerca su Internet, ho scoperto che questa pratica fa veramente parte della nostra storia ...Pensate un po'? Questa usanza non proviene solo da una lontana tradizione tribale. Il tatuaggio affonda le sue radici anche nell'antica Roma, fra i cristiani perseguitati!
Basta farsi un giretto su Wikipedia per saperne di più sulla storia del tatuaggio. L'origine della parola non è molto chiara: sembrerebbe provenire da una lingua orientale, in cui "tatau" significherebbe "incisione". Tutti noi abbiamo in mente gli indiani d'America o le tribù africane e i loro tatuaggi particolari che rappresentano una caratteristica importante della loro società. La verità è che già gli egiziani usavano tatuarsi; gli schiavi romani, poi, venivano marchiati con l'iniziale del loro nome e anche i soldati dipingevano i propri corpi. Più avanti nella storia di Roma troviamo i primi Cristiani: pare si tatuassero in segno della loro fede. Quando Costantino si converte al Cristianesimo, proibisce i tatuaggi: era il 325 d.C. e l'imperatore non voleva che la pratica si diffondesse in quanto considerata responsabile di "rovinare il corpo umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio".
Nel Medioevo il tatuaggio verrà proibito completamente da Papa Adriano I. In realtà alcune persone continueranno a tatuarsi di nascosto, per esempio i pellegrini, i cui tatuaggi erano spesso dedicati ai luoghi sacri visitati, oppure nel caso delle vedove, le quali si tatuavano le iniziali del morto o memento mori.
Lo avreste mai detto? Beh, io no.
In ogni caso, non vi sembra che tatuarsi voglia essere, in certi casi, quasi un'esigenza, che a questo punto non è solo contemporanea ma radicata in noi?
Chiaramente, non a tutti piace questa pratica e non tutti trovano necessario farsi almeno un tatuaggio nella vita, inoltre esso rappresenta qualcosa di estremamente personale e soggettivo. Ognuno attribuisce ad esso il significato che più ritiene adatto. Per alcune persone il tatuaggio si limita alla valenza estetica, altri si concentrano più sul significato e per altri ancora deve possedere entrambi. Per tutti, però, vuole essere una forma di espressione.
Per questo io mi sento di definire il tatuaggio una forma d'arte (la quale chiaramente può non essere adottata da tutti, ma deve, per la sua stessa definizione, implicare una certa libertà).
E, ditemi, cosa sono l'arte, la bellezza e l'esternazione del proprio io, se non le prime necessità dell'anima umana? Farlo sul proprio corpo significa far sì che quella parola incisa sulla propria pelle, quel disegno o simbolo (che spesso si ricollegano a qualcosa di più grande) siano parte di noi per sempre...se ne andranno con noi quando il nostro corpo cesserà di esistere.
Io desidero moltissimo farmi un tatuaggio per questo motivo, ma mi ferma il mio essere indecisa. Voi cosa ne pensate? Vi piacciono i tatuaggi? Ne avete uno? Se sì, siete d'accordo con me o vi piace l'idea di averlo e basta? Se non l'avete, qual è il tatuaggio dei vostri sogni? Scriveteci su Instagram! @lavocedelcrespi
In questo ultimo periodo, per passare il tempo, ho deciso di iniziare a leggere Delitto e Castigo, grande classico per ampliare la mia cultura letteraria. Mentre lo cercavo disperatamente nello stanzino, mi sono imbattuto in un libro dalla copertina veramente accattivante. Sono corso velocemente da mia madre per trovare informazioni su questo misterioso titolo e lei mi ha detto che è un best seller che l’aveva colpita profondamente anche se adesso non ricorda nulla dell’opera. Ho deciso di superare i miei limiti iniziando a leggerlo e devo ammettere che è stata un’esperienza veramente interessante che mi ha lasciato molti spunti di riflessione.
Il libro in questione è “Va’ dove ti porta il cuore” di Susanna Tamaro, autrice conosciuta in tutta Italia che con questo libro ha raggiunto addirittura una fama internazionale, grazie alla quale ha trasformato quest’opera in una pellicola cinematografica. Dopo la dedica al suo migliore amico Pietro, morto suicida, il romanzo si apre con un verso tratto da un testo sacro dello shivaismo kashmiro dove vengono poste delle domande esistenziali alla divinità ed il narratore è bramoso di risposte.
La trama è molto semplice; Olga, vecchia ormai in procinto di morire, decide di scrivere a sua nipote una serie di lettere molto intime che non invierà mai che raccontano della sua vita e delle sue esperienze per confessarle tutti i suoi scheletri nell’armadio e per tentare di rafforzare il legame con lei che è molto volubile e vacillante. La nonna ha cresciuto la nipote fin dalla tenera età a causa della scomparsa della madre e in questo periodo la nipote è in America per ritrovare sé stessa.
Il romanzo è di carattere epistolare, scelta che mi ha sorpreso molto, che all’inizio mi ha fatto sentire un intruso, come se avessi rubato le lettere alla nipote scoprendo tutti i segreti di questa anziana signora. Questa scelta ha anche permesso a noi lettori di conoscere pienamente la vita di Olga. Il libro mi ha fatto provare diverse emozioni anche contrastanti verso la protagonista; all’inizio mi è sembrata solamente una vecchia insoddisfatta della sua vita, piena di errori e contraddizione ma con il susseguirsi delle lettere ho cambiato molto l’opinione che avevo all’inizio nei suoi confronti; questo si potrebbe riassumere con una citazione del libro che in realtà è un proverbio originario degli indiani d’America:
“Prima di giudicare una persona cammina nei suoi mocassini per tre lune”.
Il romanzo è ricco di metafore molto semplici che rispecchiano la quotidianità della signora e un aspetto che mi ha incuriosito è il fatto che sono presenti riferimenti mistici e soprannaturali, i quali evidenziano l’aspetto spirituale della protagonista. Una piccola nota negativa è che il libro è sommerso da ripetizioni, ma fortunatamente non sono fastidiose.
Per tirare le somme, il romanzo mi è piaciuto molto e devo ringraziare infinitamente mia madre per avermi consigliato questa lettura profonda, intima e mai scontata.
Nonostante il fatto che io adori il romanzo su cui è basato il film e nonostante il mio amore incondizionato per Timothée Chalamet, sono uscita dalla sala con un po’ di amaro in bocca.
Il remake di Piccole Donne, diretto da Greta Gerwig, è uscito nelle sale italiane il 9 Gennaio ed io sono riuscita ad andare a vederlo qualche settimana dopo.
Mi ha inizialmente attratto il cast: spiccano, tra gli altri, i nomi di Emma Watson (Meg), Saoirse Ronan (Jo), Meryl Streep (zia March) e Timothée Chalamet(Laurie).
Gli attori non hanno deluso le mie aspettative e, nonostante la scelta della voce doppiata per Friedrich mi abbia fatto rabbrividire e, di conseguenza, odiare il personaggio, non ho commenti negativi da fare sul cast.
Anche la fotografia, a cura di Yorick Le Saux, e l’ambientazione tipicamente british sono state formidabili e gli abiti dei personaggi, scelti da Jacqueline Durran, sono splendidi e adatti al racconto.
Tuttavia la regia mi ha parzialmente deluso: il continuo uso di flashforward difficili da distinguere dal racconto in linea cronologica hanno reso la storia inutilmente complicata, soprattutto per chi non la conosce bene.
Alla fine delle mie considerazioni rimane sono una perplessità: Piccole donne necessitava la sesta replica cinematografica? E questa è davvero migliore delle precedenti?
Mi rendo conto che i due film muti intitolati “Little women” del 1917 e 1918 siano un po’ troppo datati e che anche i film il bianco e nero del 1933 per alcuni possa aver perso il suo fascino, tuttavia la penultima versione, quella del 1994, è davvero splendida e assolutamente attuale.
Film diretto da Gillian Armstrong, si vanta di avere come protagoniste attrici come Winona Rider (nei panni di Jo) e la fantastica Susan Sarandon nei panni della signora March.
Se dovessi scegliere quale tra i due film riguardare, quello del 1994 o quello del 2020, sceglierei il primo, poiché ne ho preferito la scorrevolezza della narrazione e la caratterizzazione dei personaggi che mi paiono più verosimili rispetto al periodo di riferimento e all’estrazione sociale.
Il nuovo non è sempre meglio del vecchio… ma se non volete sbagliare, leggete il libro: quello non delude mai!
“Tolo Tolo” è il nuovo film di Checco Zalone uscito nelle sale il primo gennaio, guadagnando circa trentacinque milioni di euro in una sola settimana dalla sua uscita.
Pierfrancesco Zalone, detto Checco, rifiutandosi di percepire il reddito di cittadinanza in quanto disoccupato, apre nel suo paese, Spinazzola, un improbabile ristorante giapponese ma dopo appena un mese dall'apertura viene travolto dai debiti, il fisco gli pignora il locale e lo costringe alla chiusura: per sfuggire ai creditori decide di scappare in Africa, dove trova lavoro come cameriere in un lussuoso villaggio turistico del Kenya. Lì fa amicizia con Oumar, un altro cameriere, appassionato di cinema neorealista italiano, e si innamora di Idjaba, una dipendente del resort. Ma nel paese scoppia una guerra civile, che costringe Checco a emigrare in Europa insieme a Oumar e una compagnia di profughi e migranti, nella quale c’è anche Idjaba e Doudou, che Checco crede figlio della sua amata. Checco si ritrova così a intraprendere un lungo viaggio, pieno di pericoli e disavventure, insieme a veri migranti che partono pieni di speranza in una vita migliore.
Il film è, di per sé, una grande svolta per Checco Zalone (pseudonimo di Luca Medici) in quanto nel film è anche sceneggiatore, oltre che interprete, ma anche perché la pellicola inserisce nel racconto un argomento di forte attualità. “Tolo Tolo”, rispetto ai precedenti film di Zalone, appare più sofisticato e ambizioso, offre numerosi spunti e citazioni di altre opere cinematografiche italiane. Anche le inquadrature sono diverse rispetto ai suoi altri lungometraggi, infatti in “Tolo Tolo” sono più larghe, orizzontali inclusive. Il tema di fondo è trattato abbastanza bene e in modo realistico, forse un po’ leggero in certi punti, ma probabilmente è perché si tratta di una commedia che deve cercare di far sorridere gli spettatori anche se tratta di argomenti drammatici.
Il film nel complesso mi è piaciuto, la visione è stata molto gradevole e per nulla pesante. Le risate sono garantite, forse in misura minore degli altri film, grazie all’abilità di Checco Zalone nell’interpretare personaggi la cui ignoranza è la principale fonte di intrattenimento e di ilarità. Le canzoni non le ho trovate un granché: la maggior parte erano principalmente poco orecchiabili mentre altre le ho trovate al limite del sessismo e del razzismo. In sostanza “Tolo Tolo” è un buon film, impegnato socialmente ma comunque abbastanza spiritoso, che consiglio di vedere.