Traduzione di Luca Canali
Frattanto l'Aurora sorgendo lascia l'Oceano
Enea, sebbene lo spinga il pensiero di concedere tempo
alla sepoltura dei compagni, ed abbia l’animo turbato dalla
morte, vittorioso sul far dell'alba scioglieva voti agli dei.
5 Erge su un rialzo una grande quercia con i rami tagliati
da tutte le parti, e la riveste di armi fulgenti,
spoglie del condottiero Mezenzio, trofeo a te, o grande
dio della guerra; vi adatta i pennacchi grondanti di sangue,
e le aste spezzate del guerriero, e la corazza colpita
10 e forata in dodici punti, e a sinistra assicura lo scudo
di bronzo, e al collo del tronco sospende la spada eburnea.
Allora cominciando così esorta i compagni trionfanti
- tutta la folla dei capi gli si stringeva intorno -:
Un grande evento è compiuto, o uomini. Fugga per il resto
15 ogni timore; queste sono le spoglie e le primizie
di un re superbo, questo è Mezenzio per mia mano.
Ora rechiamoci dal re e alle mura latine.
Preparate in cuore le armi, pregustate con la speranza la
battaglia, affinché, appena i celesti concedano di muovere le insegne
20 e di trarre i giovani dal campo, nessun indugio v'impacci
ignari, o pigro pensiero per timore vi attardi.
Intanto affidiamo alla terra i corpi insepolti dei compagni,
unico onore che vale nel profondo Acheronte.
Andate, disse, e onorate con l'estremo tributo
25 le anime elette, le quali con il loro sangue ci acquistarono
questa patria, e primo alla mesta città di Evandro
s'invii Pallante; che ricco di valore, un nero
giorno rapì e sommerse in un'acerba morte.
Così dice piangendo, e ritrae il passo alle soglie
30 dove il corpo composto dell'esanime Pallante vegliava
il vecchio Acete, che prima era stato scudiero
del parrasio Evandro, ma con auspici diversamente felici
allora andava come compagno assegnato al caro allievo.
Intorno tutta la schiera dei seni, e la turba troiana,
35 e le meste Iliadi con i capelli ritualmente disciolti.
E quando Enea entrò nelle alte porte,
percuotendosi il petto levano alle stelle un grande
gemito, e la reggia risuona d'un luttuoso pianto.
Egli, come vide il capo poggiato e il volto del niveo
40 Pallante, e nel delicato petto la ferita aperta
dalla punta ausonia, parla tra lo sgorgare delle lagrime:
La Fortuna, o sventurato fanciullo, appena veniva propizia,
ti tolse a me affinché non vedessi il nostro regno,
e non fossi riportato vittorioso alla casa paterna?
45 Quando partii, non avevo promesso questo di te
al padre Evandro, mentre, abbracciandomi nel commiato,
m’inviava a un grande impero, e timoroso ammoniva
che erano uomini aspri, e lotte con un duro popolo.
Ed ora egli, purtroppo ingannato da una vana speranza,
50 forse fa voti e colma gli altari di doni;
noi accompagniamo mesti il giovane esanime, e che nulla
deve più a nessuno dei celesti, con inutile onore.
Sventurato, vedrai la crudele morte del figlio!
Questo è il nostro ritorno, e gli attesi trionfi?
55 Questa è la mia solenne parola? Ma pure non lo vedrai,
o Evandro, respinto da vergognose ferite; né, o padre,
desidererai per il figlio incolume una spietata morte. Ahi,
quale presidio tu perdi, Ausonia, e quale tu, o Iulo!.
Come lo compianse così, ordina di sollevare
60 il misero corpo, e manda mille uomini scelti
da tutta la schiera, che accompagnino le estreme onoranze
e condividano le lagrime del padre, esiguo conforto
di un immenso dolore, ma dovuto ad un padre infelice.
Altri, solleciti, intrecciano il graticcio d’un morbido
65 feretro con verghe di corbezzolo e rami di quercia,
e sopra ombreggiano il giaciglio con una copertura di fronde .
Qui depongono il giovane, alto su agreste fieno:
quale un fiore spiccato dalla mano duna fanciulla,
sia di molle viola, sia di languido giacinto,
70 a cui ancora non svanì lo splendore né la bellezza,
ma la terra madre non lo nutre più, e non gli infonde la vita.
Allora Enea estrasse due drappi ricamati
doro e di porpora, che un tempo gli aveva tessuto
lieta della fatica la sidonia Didone con le sue stesse
75 mani, e aveva distinto le tele con fili d'oro.
Con uno di essi riveste dolente il giovane,
estremo onore, e vela dun manto le chiome
destinate al rogo; accumula molte prede della battaglia
laurente, e ordina di condurre in lunga fila il bottino;
80 aggiunge cavalli e armi che aveva strappato al nemico.
Ed anche aveva fatto legare le mani sul dorso ad alcuni
che inviava vittime alle ombre, per cospargere la fiamma
di sangue sacrificale; e ordina ai capi di portare tronchi
rivestiti di armi ostili, e d'infiggervi nomi di nemici.
85 Viene condotto, stremato dagli anni, il misero Acete
che colpiva ora il petto coi pugni, ora il volto
con le unghie; gettatosi in terra, cade con il corpo disteso;
conducono anche carri bagnati di sangue rutulo.
Poi il cavallo guerriero, spogliato delle insegne, Etone,
90 cammina piangendo e bagna di grandi lagrime il muso.
Altri portano l'asta e l'elmo; infatti il resto lo possiede,
vittorioso, Turno. Seguono, mesta falange,
i Teucri e tutti i Tirreni e gli Arcadi con le armi riverse.
Dopo che tutto il corteo dei compagni procedette lontano,
95 Enea si fermò, e soggiunse con un profondo gemito:
ci chiamano di qui ad altre lagrime gli stessi
orridi destini di guerra; salve in eterno, o magnanimo
Pallante, e addio in eterno. E senza dire altro,
si dirigeva alle alte mura e s'incamminava verso il campo.
100 Vi erano già ambasciatori della città latina,
velati di rami d'olivo, e chiedevano tregua:
rendesse i corpi che giacevano seminati dal ferro
nei campi, e li lasciasse seppellire sotto la terra del tumulo;
nessuna lotta con i vinti e i privi di spirito vitale;
105 risparmiasse coloro che un giorno aveva chiamato ospiti
e suoceri. Ad essi che facevano ragionevoli richieste
l’ottimo Enea accorda la tregua, e soggiunge:
quale così ingiusta sorte, o Latini, vi coinvolse
in simile guerra, da farvi fuggire la nostra amicizia?
110 Mi chiedete pace per i morti e per gli estinti nella vicenda
di Marte? Ed io vorrei concederla anche ai vivi.
Venni perché i fati m'assegnarono il luogo e la sede;
non faccio guerra col popolo; il re ha abbandonato
la nostra ospitalità, e preferito affidarsi alle armi di Turno.
115 Era più giusto che Turno si esponesse alla morte:
se intende finire la guerra con la forza, e scacciare
i Teucri, doveva scontrarsi con me con le armi; sarebbe vissuto
colui al quale avesse concesso la vita un dio o la propria destra;
ora andate, e ardete gli sventurati cittadini.
120 Così disse Enea. Quelli stupirono muti,
e rivolgevano tra loro gli occhi e i volti.
Allora, vecchio e sempre ostile al giovane Turno
con odio ed accuse, Drance ordisce a sua volta
la risposta: o grande per fama, e più grande nelle armi,
125 eroe troiano, con quali elogi eguagliarti al cielo?
Dovrei ammirarti prima per la giustizia, o per le fatiche di guerra?;
riporteremo grati alla patria città le tue proposte,
e se la fortuna offrirà una via, ti riconcilieremo
al re Latino. Turno si cerchi altre alleanze.
130 Anzi ci compiaceremo d’innalzare le fatali moli
delle mura, e di trasportare sulle spalle le pietre troiane.
Disse, e tutti con unanime labbro fremevano assenso.
Pattuirono dodici giorni e, durante la pace temporanea,
i Teucri e i Latini, mischiati senza pericolo, errarono
135 per le selve sui gioghi. Risuonano gli alti frassini
ai colpi del ferro bipenne; abbattono pini protesi alle stelle;
e non smettono di spaccare con i cunei le querce e gli odorosi
cedri, né di trasportare su cigolanti carri gli orni.
E già l'alata Fama, preannunciando un così grande dolore,
140 investe Evandro, e di Evandro la casa e le mura,
lei che poc'anzi riferiva Pallante vittorioso nel Lazio.
Gli Arcadi corsero alle porte, e secondo l'antico costume
afferrarono le fiaccole funebri; riluce la via duna lunga
fila di fiamme, e divide ampiamente i campi;
145 la turba dei Frigi che veniva in direzione opposta
congiunge le schiere piangenti. Dopo che le madri le videro
avvicinarsi alle case, incendiano di grida la mesta città.
Ma nessuna forza può trattenere Evandro;
giunge nel folto, si getta sul deposto feretro
150 di Pallante, e non si stacca, piangendo e gemendo,
e infine la via della voce si schiude a stento per il dolore:
non avevi promesso questo, o Pallante, a tuo padre,
di volerti affidare più cautamente al crudele Marte:
sapevo quanto potere avesse la nuova gloria
155 nelle armi e il dolcissimo onore del primo scontro.
Sventurate primizie del giovane, e duro noviziato
della guerra vicina! e voti e preghiere mie
inascoltate da tutti gli dei! e tu, santissima sposa
felice nella tua morte, scampata a questo dolore!
160 Al contrario io vivendo vinsi i miei fati, per restare
genitore superstite. Se avessi seguito da alleato
le armi dei Teucri, i Rutuli mi avrebbero sommerso di dardi!
Io avrei dato la vita, e il corteo riporterebbe a casa me,
non Pallante. Non accuso voi, o Teucri, e i patti,
165 e le destre che stringemmo nell'ospitalità. Questa era la sorte
dovuta alla mia vecchiaia. Se un'immatura morte
attendeva il figlio, mi consolerà che cadde, uccisi prima
migliaia di Volsci, mentre guidava i Teucri nel Lazio.
Ed io non potrei onorarti con esequie migliori, o Pallante,
170 di quelle che ti rende il pio Enea, e i grandi Frigi,
e i capi tirreni, e l'intero esercito tirreno.
Portano i grandi trofei di coloro che uccise la tua destra;
ed anche tu saresti un tronco immane nell'armi,
se fossero uguali l’età e la forza degli anni, o Turno.
175 Ma perché, infelice, trattengo i Teucri dalle armi?
Andate, e riferite memori al re questo messaggio:
se continuo una vita odiosa, perduto Pallante,
ne è causa la tua destra, lo sai, che deve Turno
al figlio e al padre. Ti manca questo soltanto ai meriti
180 e alla fortuna; non lo chiedo per gioia della vita,
non è lecito; ma per dirlo al figlio tra i profondi Mani.
L’Aurora frattanto aveva portato la vivida luce
ai miseri mortali, riconducendo le fatiche e gli affanni:
già il padre Enea e Tarconte sulla cuna spiaggia
185 avevano eretto i roghi. Qui ognuno portò i corpi dei suoi
secondo il costume dei padri; e appiccati neri fuochi,
L’alto cielo si nasconde per la caligine nelle tenebre.
Tre volte, cinti di fulgide armi, corsero
intorno ai roghi accesi; tre volte galopparono
190 guardando al triste fuoco funebre, e ulularono.
La terra si bagna di lagrime, se ne bagnano anche le armi;
va al cielo il clamore degli uomini e il clangore delle trombe.
Qui alcuni gettano nel fuoco le spoglie strappate
ai Latini uccisi, elmi e belle spade
195 e briglie e fenide ruote; altri le note offerte,
gli scudi dei loro morti e le armi sfortunate.
Intanto si sacrificano con la morte molti corpi di buoi
e setolosi maiali, e, razziate da tutti i campi,
sgozzano bestie sulla fiamma. Allora su tutta la riva
200 guardano i compagni che bruciano, e vegliano i roghi
semi arsi, e non sanno staccarsi, finché l'umida notte
volge il cielo trapunto di stelle lucenti.
In un luogo diverso anche gli infelici Latini
eressero innumerevoli pire; e parte seppelliscono
205 in terra molti corpi di guerrieri, parte li sollevano
e li trasportano nei campi confinanti, e li rimandano nella città;
gli altri, un cumulo enorme di confusa strage,
ardono innumeri e privi di onori; allora le vaste campagne
risplendono a gara dovunque di fuochi frequenti.
210 Il terzo giorno aveva allontanato dal cielo la gelida ombra:
afflitti raccoglievano dai roghi l'alta cenere e le ossa
confuse, e le coprivano con un tiepido mucchio di terra.
E già nelle case, nella città del ricchissimo Latino,
un fragore straordinario e la parte maggiore d'un lungo pianto.
215 Qui madri e infelici spose, e affettuosi cuori
di dolenti sorelle, e fanciulli privi dei padri
imprecano alla funesta guerra e alle nozze di Turno
vogliono che lui con le armi, lui decida col ferro,
se pretendere il regno d’Italia e il primo onore.
220 Drance implacabile aggrava le proteste e afferma
che solo Turno è chiamato e richiesto a duello.
Insieme, al contrario, molti pareri con vari discorsi
in favore di Turno: lo protegge il gran nome
della regina, lo sostiene la molta gloria con i vinti trofei.
225 Tra questi moti, in mezzo all'infiammato tumulto,
ecco, inoltre, gli ambasciatori portano mesti i responsi
dalla grande città di Diomede: nulla di fatto, malgrado
l'impegno, in tale iniziativa; a nulla valsero i doni,
L'oro, e le grandi preghiere; i Latini cerchino
230 altre armi, o chiedano la pace al re troiano.
Lo stesso re Latino si smarrisce per il grande dolore;
l'ira degli dei e i recenti tumuli in vista ammoniscono
che Enea giunge voluto dal Fato e con palese soccorso divino.
Dunque raduna una grande assemblea ed i primi dei suoi,
235 convocati d'imperio all'interno della reggia.
Quelli convengono, e fluiscono per le vie affollate
al palazzo reale. Siede nel mezzo, maggiore di anni
e primo per lo scettro, con mesta fronte, Latino;
qui comanda agli ambasciatori tornati dalla città etola
240 di dire che cosa riportino, e chiede tutti i responsi
per ordine. Allora si fece silenzio, e Venulo,
obbediente all'invito, comincia a parlare così:
Vedemmo, o cittadini, Diomede e il campo argivo,
e percorso il cammino superammo tutte le evenienze,
245 e toccammo la mano per cui cadde la terra di Troia.
Egli fondò vittorioso nei campi iapigi del Gargano
la città di Argiripa dal nome della patria gente.
Dopo che fummo introdotti e ci fu data facoltà di parlare,
porgiamo i doni e diciamo il nome e la patria;
250 chi fu ad assalirci, e quale causa ci spinse ad Arpi.
Egli, dopo avere ascoltato, rispose con placido labbro:
O popoli fortunati, saturnii regni,
antichi Ausoni, quale sorte agita la vostra quiete,
e v’induce a provocare guerre ignote?;
255 Quanti violammo col ferro i campi iliaci
(tralascio le cose sofferte combattendo sotto le alte mura,
e i guerrieri che sommerge il Simoenta), pagammo indicibili
pene, erranti per il mondo, e tutti i castighi dei delitti,
schiera che farebbe pietà persino a Priamo; lo sa l'infausta
260 stella di Minerva e le rocche euboiche e il vendicatore Cafereo.
Da quella milizia, sospinti su spiagge remote,
L'Atride Menelao esula fino alle colonne di Proteo, Ulisse vide i Ciclopi etnei.
Ricorderò il regno di Neottolemo e la casa abbattuta
di Idomeneo? E i Locri costretti ad abitare sulla sponda libica?
265 Lo stesso condottiero miceneo dei grandi Achivi
cadde appena entrato nella soglia per mano dell'empia
sposa; L’adultero si assise sulla vinta Asia.
E dirò come gli dei impedirono che, reso alle patrie are,
vedessi la diletta sposa e la bella alidone?
270 E ancora mi assillano prodigi orribili a vedersi,
i compagni scomparsi volarono in cielo pennuti,
e mutati in uccelli vagano sui fiumi - ahi terribile
strazio dei miei! - e riempiono di lamenti gli scogli.
Questo dovevo aspettarmi già da quel tempo,
275 quando col ferro, folle!, aggredii corpi divini,
e violai con una ferita la destra di Venere.
No davvero, non cercate di spingermi a tali battaglie:
non voglio più guerra coi Teucri dopo la distruzione
di Pergamo, non ho né memoria né piacere degli antichi mali.
280 I doni che portate a me dalle patrie terre,
volgeteli a Enea. Ci affrontammo come due lance tese,
e combattemmo: credete a chi lha provato, quanto
si erga sullo scudo, con che turbine avventi l'asta.
Se la terra dell'Ida avesse generato altri due uomini simili,
285 Dardano sarebbe venuto alle città di Inaco
e, mutati i destini, ora sarebbe la Grecia a piangere.
Quanto s’indugiò sotto le mura dell'irriducibile Troia,
la vittoria dei Greci tardò per la mano di Ettore
e di Enea, e segnò il passo fino al decimo anno:
290 ambedue insigni d'animo e d'armi possenti,
questi primo per pietà. Si stringano le destre in un patto,
se potete; ma evitate che le armi si scontrino con le armi.
Hai udito, ottimo re, quale del re sia stata
la risposta e il suo parere sul grande conflitto.
295 Appena i messaggeri conclusero, corse sui volti turbati
degli Ausonidi un vario fremito: simile a quando macigni
ostacolano un rapido fiume, nasce uno strepito nel chiuso
gorgo, e fremono le rive vicine per le onde scroscianti.
Dopo che si placarono gli animi, e s'acquietarono le trepide bocche,
300 invocati gli dei, il re dall'alto trono comincia:
vorrei avere deciso prima della sorte del regno, o Latini,
e sarebbe stato meglio; radunare l'assemblea
non è di quest'ora, quando il nemico assedia le mura.
Facciamo una guerra sfavorevole, o cittadini, con una stirpe
305 di dei, con uomini indomiti, che nessuna battaglia
strema, ed anche vinti non possono rinunziare al ferro.
Se aveste qualche speranza di allearvi con le armi degli Etoli,
lasciatela. Ognuno, speranza per sé. Ma quanto esigua,
vedete: appare davanti agli occhi, e a portata di mano,
310 come tutto il resto giaccia abbattuto in rovina.
Non accuso nessuno; quanto il valore poteva essere
grande, lo fu. Combattemmo con tutto il nerbo del regno.
Ora rivelerò il parere della mente dubbiosa
- prestate attenzione -, e lo spiegherò in breve.
315 Possiedo un antico territorio prossimo al fiume etrusco,
esteso a occidente fino ai campi sicani;
Aurunci e Rutuli lo seminano, e lavorano con il vomere
i duri colli, e i più aspri di questi adibiscono a pascolo.
Tutta questa regione e la foresta di pini sul monte
320 passi all'amicizia dei Teucri; stabiliamo le giuste
leggi d'un patto, e chiamiamoli alleati nel regno;
vi si stanzino, se lo desiderano tanto, e fondino mura.
Se invece pensano di raggiungere altre terre
ed altre genti, e riescono a partire dal nostro suolo,
325 allestiamo venti navi con legno italico, o più,
se possono colmarle (tutto il materiale giace sulla riva);
ci indichino essi il numero e la foggia delle carene;
noi forniamo il bronzo, L'opera, i cantieri.
Inoltre voglio che vadano cento ambasciatori
330 delle migliori famiglie latine, per recare le proposte
e per stringere i patti, e che protendano con la mano i rami
della pace, portando doni e talenti d'oro e d'avorio,
e il seggio e la trabea, insegne del nostro regno
Deliberate fra voi, e soccorrete la situazione allo stremo.
335 Allora Drance, sempre malevolo e tormentato con obliqua
invidia e con acerbi stimoli dalla gloria di Turno,
largo di mezzi, migliore di lingua, ma destra inetta
alla guerra, ritenuto consigliere autorevole nelle assemblee,
potente nei contrasti faziosi - la superba stirpe materna
340 gli conferiva nobiltà, ma traeva dal padre un'origine incerta -
si alza, e accusa Turno con queste parole e accumula le ire:
ci consulti su una cosa oscura a nessuno, e che non necessita
della mia voce, ottimo re. Tutti dicono di sapere
che cosa richiede la sorte del popolo, ma non osano dirlo.
345 Dia libertà di parlare e abbassi l'orgoglio,
quegli per il cui infausto auspicio e la cui indole sinistra
- Si, lo dirò, anche se minaccia armi e morte -
vediamo caduti tanti fulgidi capi, e tutta la città
sprofondata nel lutto; intanto provoca il campo
350 troiano, fidando nella fuga, e con le armi atterrisce il cielo.
A questi moltissimi doni che ordini d’inviare
e di assegnare ai Dardani, aggiungine un altro soltanto,
ottimo re: e la violenza di nessuno ti costringa
a non concedere, padre, la figlia a un genero egregio
355 e a degne nozze, e a non concludere questa pace in un patto
eterno. Se tanto terrore possiede le menti e i cuori,
scongiuriamo lui stesso e chiediamogli grazia:
ceda, e rimetta il proprio diritto al re e alla patria.
Perché getti così spesso in gravi rischi gli sventurati
360 cittadini, tu, origine e causa al Lazio di tante sciagure?
Nessuna salvezza nella guerra; ti chiediamo tutti la pace,
o Turno, e della pace l'unico inviolabile pegno.
Io per primo, che tu t'immagini ostile, e per nulla
mi preoccupo di apparirlo, ecco, ti supplico. Abbi pietà
365 dei tuoi, deponi l'orgoglio, e battuto ritirati. Sconfitti,
vedemmo abbastanza eccidi, e desolammo vasti campi.
Oppure, se ti spinge la gloria, se accogli in petto
un tale vigore, se desideri tanto la dote regale,
osa, opponi tu, baldanzoso, il petto al nemico.
370 Davvero noi, anime vili, turba insepolta e incompianta,
dobbiamo cadere sul campo, perché a Turno
tocchi la sposa regale? Tu pure, se hai un po’ della forza,
qualcosa del patrio Marte, guarda in faccia colui che ti chiama.
A tali espressioni divampa la violenza di Turno;
375 geme ed erompe dal profondo del petto con queste parole:
o Drance, hai sempre una larga loquela mentre la guerra
richiede l'azione; convocati i padri, sei il primo.
Ma la curia non si deve riempire di parole, che ti volano
grandi stando al sicuro, finché il bastione delle mura
380 tiene lontano il nemico, e i fossati non traboccano di sangue
Dunque tuona con la facondia, a te consueta, e accusami,
tu, Drance, di timore, perché la tua destra
fece tanti mucchi di strage troiana, e dovunque
nobiliti i campi di trofei. Che cosa possa il vivido
385 valore, possiamo provarlo; i nemici non dobbiamo
cercarli lontano: circondano da ogni parte le mura.
Andiamo contro di loro. Perché esiti? Dunque Marte
ti sarà sempre nella lingua ventosa e in codesti piedi fugaci?
Io battuto? e chi, o spudorato, potrà dimostrarmi
390 battuto, vedendo il Tevere crescere tumido
di sangue troiano, e crollata l'intera casa di Evandro
fin dalla radice, e gli Arcadi spogliati delle armi?;
Non così mi provarono Bizia e Pandaro enorme,
e i mille che in un giorno sprofondai vittorioso nel Tanaro,
395 rinchiuso tra i muri e circondato dal terrapieno nemico.
Nessuna salvezza nella guerra! Ciancia così, o folle,
al capo dardanio e alla tua sorte. Dunque non smettere
di confondere tutto con il grande timore e di esaltare
la forza d'un popolo vinto due volte, e al contrario
400 di abbassare le armi di Latino. Ora anche i capi
dei Mirmidoni temono le armi frigie, e il Tidide, e il larisse
Achille, e il fiume Ofanto si ritrae dalle onde adriatiche.
E persino si finge pauroso della mia prepotenza,
presentandola come un delitto, e con il terrore esacerba l’accusa.
405 Non perderai mai tale anima per mia mano, non temere:
dimori con te, e rimanga in codesto petto.
Ora, o padre, ritorno a te e alle tue gravi proposte.
Se non riponi più nessuna speranza nelle nostre armi;
se siamo così derelitti, e ad un solo rovescio
410 perimmo del tutto, e la Fortuna è irrevocabile,
imploriamo la pace, e tendiamo le destre inermi.
Quantunque, oh se vi fosse un poco del consueto valore!
Quegli è per me fortunato più di tutti tra gli affanni,
ed egregio d'animo, il quale, per non vedere tutto questo,
415 cadde morendo, e morse una volta per tutte la terra.
Se invece le nostre forze e la gioventù sono ancora intatte,
e ci restano in aiuto le città e i popoli italici,
se anche ai Troiani la gloria venne con molto sangue
- anch'essi hanno le loro morti, uguale per tutti
420 la tempesta -; perché indecorosi cediamo sul primo limitare.
Perché prima del segnale di tromba un tremore invade le membra?
Il trascorrere dei giorni e la mutevole azione del tempo
migliora molte cose; molti giocò la Fortuna,
ripresentandosi alterna, e di nuovo collocò al sicuro.
425 A noi non sarà d'aiuto l'Etolo e Arpi:
ma ci sarà Messapo, e il fortunato Tolumnio e i capi
che ci mandarono tanti popoli, né piccola gloria
avranno i prescelti dal Lazio e dai campi laurenti;
vi è anche, della nobile stirpe dei Volsci, Camilla,
430 che guida una schiera di cavalieri e torme fiorenti di bronzo.
Se poi i Teucri richiedono me solo al duello,
e volete questo, e tanto sono di ostacolo al bene comune,
la vittoria non odiò e non fuggì le mie mani
a tal punto che io rifiuti di rischiare per tanta speranza.
435 L’affronterò con coraggio, anche se superi il grande
Achille, e impugni armi simili fatte da Vulcano.
Io, Turno, secondo a nessuno degli antichi
per valore, consacro la vita a voi e al suocero Latino.
Enea chiama me solo; e prego che mi chiami.
440 Né invece Drance paghi con la morte, se gli dei sono irati,
mentre, se sono concessi valore e gloria, egli non li ottenga.
Quelli, in contrasto fra loro, discutevano
l'incerto momento: Enea muoveva il campo e le schiere.
Ecco un messaggero irrompe nel palazzo reale
445 fra un enorme tumulto, e riempie la città di un grande terrore.
I Teucri e l'esercito tirreno schierati in battaglia
discendono dal fiume Tevere per tutti i campi.
Sùbito si turbarono gli animi e si sconvolsero i cuori
del popolo, e con duri stimoli si sollevarono le ire.
450 Afferrano trepidi le armi; i giovani fremono armi,
i padri sussurrano e piangono mesti. Da tutte le parti
un grande clamore si leva con vario dissenso nell’aria:
come in un alto bosco quando per caso si posano
stormi di uccelli, e sul pescoso fiume del Padusa
455 strepitano rochi per gli stagni loquaci i cigni.
certo, o cittadini, disse Turno cogliendo l'attimo,
voi radunate l'assemblea, e sedendo lodate la pace:
quelli si gettano sul regno con l'armi. Si alzò in fretta,
null’altro dicendo, e uscì rapido dall'alto palazzo.
460 Tu, Voluso, ordina ai manipoli dei Volsci di armarsi:
conduci anche i Rutuli,disse. Messapo e Cora
con il fratello, lanciate i cavalieri armati nei vasti campi.
Parte presidii le entrate della città e occupi le torri;
il resto della schiera rivolga l'assalto con me dove comando.
465 Subito da tutta la città si accorre sulle mura.
Lo stesso padre Latino lascia l'assemblea e le grandi
decisioni, e le rinvia, turbato dal triste momento,
e molto si rimprovera perché non ha accolto per primo
il dardanio Enea, e non l'ha associato al regno come genero.
470 Alcuni scavano davanti alle porte, o trasportano pali
e macigni; la rauca buccina dà il cruento segnale
di guerra; allora le madri e i fanciulli cinsero le mura
duna varia corona: L'estremo cimento chiama tutti.
La regina sale al tempio, e all'alta rocca di Pallade,
475 accompagnata da una grande turba di donne,
portando doni, e al suo fianco la vergine Lavinia,
causa di tanto male, con i begli occhi abbassati.
Seguono le donne che colmano il tempio di vapori
d’incenso, ed effondono dall’alta soglia meste parole:
480 o potente in armi, guida della guerra, vergine Tritonia,
spezza l’asta nella mano del predone frigio, abbattilo
prono in terra, e riversalo sotto le alte porte.
Turno a gara si arma furente a battaglia;
e già vestito della rosseggiante corazza era irto
485 di squame di bronzo, e aveva serrato in oro i polpacci,
e nude ancora le tempie, cinta al fianco la spada,
rifulgeva aureo correndo dall'alta rocca;
sinebria nell’animo, e già con la speranza pregusta il
vittorioso scontro col nemico: come, spezzati i legami,
490 un cavallo fugge dalla stalla finalmente libero,
e padrone dell'aperta pianura,
o si dirige ai pascoli e alle mandrie delle cavalle,
o avvezzo a bagnarsi in un noto corso d'acqua,
balza, e freme con il capo proteso nell'aria,
495 esultante, e la criniera gli scherza sul collo e sulle spalle.
Gli galoppa incontro, seguìta dalla schiera dei Volsci,
Camilla; proprio davanti alle porte la regina
balzò da cavallo e, imitandola, l’intera torma, lasciati
i cavalli, scivolò a terra; allora dice così:
500 a Turno, se il valoroso ha giustamente fiducia in sé,
oso e prometto di affrontare la schiera degli Eneadi
e di andare da sola contro i cavalieri tirreni.
Permetti che io sfidi i primi pericoli della guerra con la mia schiera,
tu con la fanteria addossati alle mura e difendi i bastioni.
505 Turno rispose, fissando la tremenda fanciulla:
o vergine, onore d'Italia, quali grazie potrei
renderti e ricambiare? Ma ora, poiché il tuo coraggio
supera tutto, dividi il travaglio con me.
Enea, come attestano la fama e gli esploratori,
510 ha mandato dissennatamente innanzi le armi leggere
dei cavalieri, che battessero i campi; egli per le cime deserte
del monte, valicando il giogo, s'avvicina alla città.
Preparo un agguato di guerra in un curvo sentiero del bosco,
così da bloccarne con uomini armati i due sbocchi.
515 Tu, radunate le insegne, sorprendi i cavalieri tirreni;
con te sarà l'aspro Messapo, e le torme latine,
la schiera di Tiburto; assumi la funzione di capo.
Disse, e con uguali parole esorta alla battaglia
Messapo e i capi alleati, e si spinge contro il nemico.
520 Vi è una valle in un curvo anfratto, propizia alle insidie
e agli agguati di guerra: la sovrasta da ambedue le parti
una costa scura di dense fronde, dove conduce uno stretto
sentiero, e portano angusti sbocchi e varchi gelosi.
Sopra di essa, in vedetta, sull’altissima cima del monte
525 giace un’ignota pianura, sicuro rifugio
sia che da destra o da sinistra si voglia attaccare battaglia,
sia incalzare dai gioghi e rotolare grandi macigni.
Qui il giovane giunge seguendo le note strade,
e occupa il luogo e si attesta nella selva insidiosa.
530 Frattanto nelle sedi celesti la Latonia si rivolgeva
alla veloce Opi, una delle vergini compagne
e del sacro stuolo, e diceva tristemente così:
Camilla avanza verso una guerra crudele,
o vergine, e si cinge invano delle nostre armi, lei
535 a me prediletta fra tutte: non giunge nuovo a Diana
questo amore né commuove il suo animo con improvvisa dolcezza.
Scacciato dal regno per invidia e per la forza superba,
Metabo, lasciando l'antica città di Priverno,
in fuga allevò, compagna d'esilio, tra gli urti
540 della guerra la figlia neonata, e dal nome della madre
Casmilla, la chiamò, mutandolo in parte, Camilla.
Egli portandola con sé tra le braccia cercava le lunghe
giogaie dei boschi deserti; dovunque incalzavano armi
ostili, e i Volsci si aggiravano con soldati sparsi all'intorno.
545 Ecco, a metà della fuga, l’amaseno in piena schiumava
a fior delle rive: tanta era la pioggia scrosciata
dalle nubi. Disponendosi a gettarsi a nuoto, è frenato
dall'amore della piccola, e teme per il caro peso: d'un tratto,
tutto meditando tra sé prese questa dura decisione:
550 all'immane lancia che portava con valida mano
guerriero, solida di nodi e di rovere adusto, assicura
la figlia avvolta in corteccia di silvestre sughero
e la lega, agevole al lancio, a metà dell'asta;
vibrandola con la destra possente, così all'etere parla:
555 o benigna, protettrice dei boschi, vergine Latonia,
io, padre, ti consacro quest'ancella; tenendo per la prima
volta le tue armi, supplice fugge a volo il nemico.
Accoglila per tua, o dea, te ne prego, ora che s’affida
agli incerti venti. Disse, e, ritratto il braccio, avventa
560 con forza l'asta: risuonarono le onde; sopra il rapido
fiume l'infelice Camilla vola sul dardo che stride.
E Metabo, incalzandolo già da vicino una grande masnada,
e l’asta e insieme la fanciulla, dono di Trivia.
Nessuna città lo accolse nelle case o tra le mura,
565 ed egli non si sarebbe arreso a causa della sua fierezza;
trascorse la vita sui monti deserti dei pastori.
Qui nutriva la figlia tra i cespugli e le irte tane
con il latte ferino delle mammelle d'una cavalla selvaggia,
spremendone gli uberi sulle tenere labbra.
570 E come la piccola si resse in piedi segnando
le prime orme, le armò le palme d'un acuto dardo
e le appese alle piccole spalle l'arco e le frecce
invece della benda d'oro per la chioma, e della copertura
del lungo mantello, le scende dal capo per il dorso una pelle
575 di tigre. Armi infantili già allora scagliò con tenera mano,
e roteò intorno al capo con cinghia ritorta la fionda,
e abbatté gru strimonie, o bianchi cigni.
Numerose madri nelle città tirrene la desiderarono
invano per nuora; contenta della sola Diana
580 coltivava intemerata un eterno amore della verginità
e dell'armi. Vorrei che non l'avesse afferrata
una tale foga guerriera, osando sfidare i Troiani:
ora, a me cara, sarebbe una delle mie compagne.
Và, poiché la sovrasta un acerbo fato,
585 discendi, o ninfa, dal cielo, e visita i territori latini
dove con infausto presagio comincia la triste battaglia.
Prendi, e trai dalla faretra la freccia vendicatrice:
con essa, chiunque violerà con ferita il sacro corpo
troiano o italico, mi paghi ugualmente la pena col sangue.
590 Poi io in una cava nube porterò al tumulo il corpo.
Disse, e quella discendendo per le lievi brezze del cielo,
sibilò, con il corpo avvolto in un nero turbine.
Frattanto la schiera troiana s'avvicina alle mura,
e i capi etruschi, e tutto lo stormo dei cavalieri,
595 divisi per numero in torme. Nitriscono su tutta la distesa
i cavalli dagli zoccoli sonori al galoppo, e vibrano al freno,
volgendosi di quà, di là; il vasto campo diviene irto
di ferree aste, e ardono le pianure di armi in alto levate.
Messapo, di contro, e i veloci Latini
600 e Cora con il fratello, e la torma della vergine Camilla
appaiono avversi in campo, e ritratte le destre,
protendono le lance e vibrano dardi;
divampa la carica dei guerrieri e il nitrito dei cavalli.
E già gli uni e gli altri, avanzati a un tiro di lancia,
605 s'erano fermati; si avventano con improvviso clamore,
spronano i cavalli furenti, e lanciano da tutte le parti
dardi fitti come neve che offuscano il cielo.
Subito si corrono incontro con violenza e con le lance
in testa Tirreno e l'aspro Aconteo, e per primi s’investono
610 con grande fragore, e rompono e infrangono il petto
col petto dei loro cavalli; Aconteo sbalzato d'arcione,
simile a un fulmine o a un masso scagliato da una balista,
precipita lontano, e disperde la vita nell'aria.
Si confusero all'istante le schiere, e in rotta i Latini
615 gettano all’indietro gli scudi e volgono i cavalli alle mura:
i Troiani inseguono; primo guida le torme Asila.
E già s'avvicinano alle porte e di nuovo i Latini
levano un grido, e voltano i docili colli;
ora fuggono quelli, e si ritirano lontano a briglie sciolte:
620 come il mare, avanzando con alterno flutto,
ora si precipita sulla terra, e balza schiumoso con londa
sugli scogli, e irrora nella baia l'estremo lembo di sabbia,
ora fugge indietro risucchiando rapido i sassi rovesciati
nei marosi che arretrano, e lascia la riva nel riflusso.
625 Due volte gli Etruschi sospinsero i Rutuli in fuga alle mura.
Due volte, respinti dalle armi, si volsero proteggendo
le spalle con gli scudi. Ma al terzo scontro, quando
le schiere si confusero tra loro, l’uomo si scelse l’uomo:
allora gemiti di morenti, e nel profondo sangue
630 armi e corpi, e misti alla strage degli uomini
rotolano cavalli moribondi: sorge una battaglia feroce.
Orsiloco scagliò l'asta contro il cavallo di Remulo
poiché temeva di affrontarlo, e gliela infisse sotto l'orecchio.
Al colpo s'impenna a picco il destriero e, indocile
635 alla ferita, col petto levato, agita in alto le zampe:
Remulo disarcionato rotola in terra. Cafillo abbatte Iolla
e abbatte Erminio, grande d’animo, grande di membra
e di omeri, col nudo capo dalla fulva chioma,
e con le nude spalle; le ferite non l’atterriscono,
640 così vasto si offre ai colpi. Un'asta scagliata
gli trema tra i larghi omeri, e trafitto lo piega per il dolore
Scorre dovunque nero sangue; seminano strage col ferro,
lottando, e cercano tra le ferite una bella morte.
In mezzo agli eccidi Amazzone esulta, scoperto
645 un solo lato del petto per combattere, la faretrata Camilla;
e ora raccoglie nella mano flessibili dardi saettandoli,
ora con la destra, instancabile, impugna la valida scure;
aureo le risuona sulle spalle l'arco, e le armi di Diana.
Inoltre ella, se talvolta respinta indietreggia,
650 volgendosi scocca con l'arco frecce durante la fuga.
Le sono intorno elette compagne, la fanciulla Larina
e Tulla, e Tarpea che brandisce la scure di bronzo,
Italidi, che la ninfa Camilla scelse, onore a sé,
e valide ancelle di pace e di guerra:
655 come le tracie Amazzoni quando percuotono le rive
del Termodonte e combattono con armi dipinte,
o intorno a Ippolita, o quando la marzia Pentesilea
ritorna sul carro, e con grande tumulto ululante
le schiere femminee esultano con gli scudi lunati.
660 Chi abbatti per primo col dardo, o vergine fiera,
chi per ultimo? o quanti corpi morti rovesci in terra?
Per primo Euneo, figlio di Clizio: a lui che le si oppone
apre e attraversa il petto con la lunga asta;
egli cade vomitando fiotti di sangue, e morde
665 la terra cruenta, e morendo si rotola sulla ferita.
Poi Liri, e su lui Pagaso; di essi, Luno
mentre rovesciato dal cavallo trafitto raccoglie le redini,
L'altro mentre accorre e tende la destra inerme al caduto:
crollano insieme. Ad essi aggiunge Amastro
670 Ippotade, e insegue incalzando da lontano con l'asta
Tereo e Arpalico e Demofoonte e Cromi;
quanti furono i dardi che la vergine scagliò con la mano,
tanti caddero guerrieri frigi. Lontano trascorre
Ornito cacciatore con armi ignote e su un cavallo iapige:
675 gli copre le larghe spalle mentre combatte la pelle strappata
a un torello, gli proteggono il capo l’enorme bocca
spalancata e le mascelle d'un lupo dai bianchi denti,
e gli arma la mano un rustico spiedo; saggìra
in mezzo alle torme e di tutto il capo le sovrasta.
680 Ella lo sorprese (non le fu difficile per il volgersi
della schiera), e lo trafisse, e ostilmente parlò:
Pensavi, o etrusco, di cacciare fiere nei boschi?
Venne il giorno che confuta le vostre parole
con armi muliebri; tuttavia riporterai ai Mani dei padri
685 una gloria non piccola: cadesti per il dardo di Carnilla.
Di seguito Orsiloco e Bute, due corpi giganti
fra i Teucri: ma trafisse Bute con l'asta da tergo
tra l'elmo e la corazza, dove traluce il collo di chi siede
in arcione, e lo scudo pende dal braccio sinistro;
690 invece fuggendo in un grande cerchio inganna
Orsiloco con un giro più stretto, e insegue l'inseguitore;
alta levandosi, replica il colpo della robusta scure
sull'armi e sulle ossa dell'uomo che implora e molto prega;
lo squarcio riga il volto di caldo cervello.
695 Si imbatté in lei. e atterrito dalla vista improvvisa
ristette, il figlio guerriero di Auno abitatore dell'Appennino,
non ultimo dei Liguri, finché il fato gli permise
di tramare insidie. Appena vide che ormai con nessuna fuga
poteva evitare lo scontro o sviare la regina incalzante
700 cominciando a tendere tranelli con ingegno ed astuzia,
insinua: Che cè di tanto glorioso se, donna,
confidi in un forte cavallo? Smetti di fuggire, e discendi
con me su un terreno piano, e accingiti a un duello a piedi:
saprai a quale rovina conduca una gloria vana.
705 Disse; quella, furente, e accesa da aspro dolore
affida il cavallo a una compagna, e si pianta con armi pari,
a piedi, con la nuda spada, impavida con lo scudo senza fregi.
Ma il giovane, credendo di avere vinto con linganno, si invola,
e d'un tratto, voltate le briglie, sallontana in fuga
710 e tormenta lo spronato cavallo coi talloni ferrati.
Ligure bugiardo, e invano esaltato con animo
superbo, inutilmente tentasti insidioso i patrii artifici:
la frode non ti ricondurrà incolume al fallace Auno.
Così parla la vergine, e fulminea coi rapidi piedi
715 sorpassa il cavallo, e di fronte, afferrato il morso
lo assale, e prende vendetta dal sangue nemico:
così facilmente lo sparviero, volatile sacro, dal sommo
di una rupe, raggiunge a volo un'altissima colomba
in una nube e l'afferra e la tiene, e la sventra con gli artigli;
720 allora sangue e penne strappate cadono dal cielo.
Ma l'alto genitore degli uomini e degli dei siede in vetta
all'Olimpo, con occhi attenti osservando queste vicende:
il padre sprona il tirreno Tarconte a crudele
battaglia, e gli infonde con aspri stimoli lira.
725 Dunque, tra eccidi e schiere vacillanti, Tarconte
avanza a cavallo, e incita con varie grida le squadre,
chiamando ciascuno per nome, e rincuora a battaglia i vinti.
Quale terrore vi prese, o voi che tutto sopportate,
o sempre inerti Tirreni? Quale grande viltà invase gli animi?
730 Una femmina vi mette in fuga e travolge queste schiere!
Perché impugniamo il ferro e gli inutili dardi?
Ma non indolenti nelle notturne battaglie di Venere,
o quando il ricurvo flauto invita alle danze di Bacco,
aspettate le vivande e le coppe sulla mensa ricolma
735 (questa è la passione, questo è lo zelo), finché l'aruspice
propizio annunzia il sacrificio, e una pingue vittima vi chiama
nei boschi profondi!.Detto così, sprona il cavallo nel folto.
pronto a morire, e torvo si scaglia su Venulo,
e strappa il nemico da cavallo e lo avvinghia con la destra,
740 e lo porta davanti a sé in grembo a galoppo sfrenato.
Si leva al cielo un clamore, e tutti i Latini
volgono gli occhi. Vola fulmineo sul piano
Tarconte, portando le armi e l'uomo; spezza il ferro
dalla punta dell'asta di Venulo, e cerca le parti scoperte
745 dove colpire a morte; ma l'altro lottando trattiene
la destra lontano dal collo e schiva la forza con la forza.
Come in alto volando una fulva aquila porta
un serpente ghermito, e vi avvinghia le zampe e lo artiglia,
mentre il serpente ferito si snoda in anelli sinuosi,
750 e drizza irto le squame e sibila con la bocca
protendendosi in alto; ma l'aquila incalza col rostro
adunco il ribelle, e insieme flagella con le ali il cielo:
così Tarconte rapisce trionfante la preda dalla schiera
tiburte; seguendo l'esempio e il successo del capo,
755 i Meonidi assalgono. Allora il predestinato Arrunte,
con la lancia e con molta maggiore astuzia, insidia la veloce
Camilla, e tenta la via più agevole della fortuna.
Dovunque la vergine furente si porta in mezzo alla schiera,
là Arrunte s'insinua, e silenzioso ne scruta i passi;
760 dovunque quella ritorna vittoriosa e si ritrae dal nemico,
là di nascosto il giovane volge le celeri briglie,
e già percorre questi e quei passaggi e perfido scuote l'asta sicura.
Per caso Cloreo, un tempo sacerdote consacrato
al Cibelo, riluceva lontano nell'armi frigie,
765 e spronava uno schiumante cavallo, coperto di una pelle
con squame di bronzo simili a pinne e con fibbie d'oro.
Splendente di esotica porpora ferrigna,
egli scagliava frecce gortinie con l'arco licio,
aureo l’arco gli pendeva dalle spalle, aureo il veggente
770 aveva l’elmo; aveva raccolto in un nodo la crocea clamide
e le pieghe di mussola fruscianti di fulvo oro,
aveva la tunica ricamata e barbarici schinieri alle gambe.
La vergine cacciatrice, sia per appendere al tempio
armi troiane, sia per incedere adorna d'oro predato,
775 inseguiva cieca lui solamente di tutta
la mischia della battaglia, e incauta per tutta la schiera
ardeva di femmineo amore della preda e delle spoglie:
quando infine dall'agguato, còlto listante,
Arrunte scaglia la lancia, e prega così i celesti:
780 Sommo degli dei, Apollo custode del santo Soratte,
tu che primi tra tutti veneriamo, a cui alimentiamo le
fiamme con cataste di pino, e, fidando nella pietà, camminiamo,
noi tuoi adoratori, tra il fuoco e su molta brace,
concedi, o Padre, di cancellare codesta vergogna
785 con le nostre armi, tu che puoi tutto. Non chiedo
le spoglie e il trofeo della vergine sconfitta; le altre
imprese mi daranno fama: purché la crudele rovina
cada per il mio colpo, ritornerò oscuro nella città patria.
Febo udì, e diede che si avverasse una parte
790 del voto, L'altra parte disperse nelle alate brezze:
consentì al supplice di abbattere con una subitanea morte
Camilla accecata; non permise che lo vedesse reduce
l'alta patria, e le tempeste rapirono la voce tra i venti.
Dunque, appena l'asta scagliata sibilò nell'aria,
795 tutti i Volsci protesero i fervidi animi e posarono
lo sguardo sulla regina. Ella non s'avvide di nulla,
dell'aria, del sibilo, o del dardo che veniva dal cielo,
finché l'asta, arrivata sotto la nuda mammella
vi rimase confitta e bevve profondamente il virgineo sangue.
800 Le compagne accorrono trepidanti, e sostengono la regina
che cade. Fugge atterrito prima di tutti Arrunte,
diviso tra giubilo e timore, e non osa più
affidarsi alla lancia, né esporsi ai colpi della vergine.
E prima che lo raggiungano i colpi nemici,
805 torbido Arrunte si sottrasse alla vista
e contento della fuga si mischiò in mezzo alle armi:
come un lupo, ucciso il pastore o un grande giovenco,
si cela subito sugli alti monti, lontano da ogni sentiero,
consapevole dell'impresa temeraria, e ripiega strisciando
810 la coda tremante al di sotto del ventre, e cerca le selve.
Quella, morente, tenta di strappare la lancia,
ma la punta di ferro sta con profonda ferita tra le ossa
del costato. Cade esangue; cadono fredde di morte
le palpebre; il colore prima purpureo lasciò il volto.
815 Allora spirando parla così ad Acca,
una delle coetanee, tra tutte la più fedele a Camilla,
con cui divideva gli affanni, e le dice così:
Fin qui, sorella Acca, potei; ora un'acerba
ferita mi spegne, e tutto mi si oscura di tenebre.
820 Corri, e riferisci a Turno questo estremo messaggio:
entri in battaglia e difenda la città dai Troiani.
E ora addio. Insieme con queste parole abbandonava
le redini, scivolando involontariamente a terra; a gradi
si sciolse fredda da tutto il corpo e posò il languido
825 collo e il capo preso dalla morte; le armi la lasciano,
e la vita con un gemito fugge dolente tra le ombre.
Allora un immenso grido sorgendo ferisce le auree
stelle; la battaglia si fa più crudele, abbattuta Camilla;
assalgono folti, insieme, tutto l'esercito dei Teucri
830 e i capi tirreni e le arcadi squadre di Evandro.
Ma la scorta di Trivia, Opi, da tempo siede
alta sulla vetta dei monti, e osserva imperterrita la battaglia;
e come scorse lontano, tra il clamore dei giovani
furenti, Camilla colpita da triste morte,
835 gemette, e dal profondo del cuore espresse queste parole:
Ahi troppo, o fanciulla, troppo crudele pena
hai pagato, tentando di provocare a guerra i Troiani!.
A te, solitaria nei boschi, non giovò avere onorato
Diana, o aver recato sospesa alla spalla la nostra faretra.
840 Ma non senza onore la tua regina ti lasciò
nell'estremo momento della morte; la tua fìne non sarà
senza nome tra i popoli, e non soffrirai fama di invendicata.
Infatti chiunque abbia violato il tuo corpo di ferita,
pagherà con giusta morte. Ai piedi di un alto monte levò queste parole.
845 Vi era su un terrapieno il grande sepolcro del re Dercenno,
antico laurente, protetto da un ombroso elce;
qui prima la bellissima dea si posa con rapido
balzo, e spia Arrunte dall'alto del tumulo.
Come lo vide esultante e vanamente orgoglioso:
850 Perché - esclamò - ti allontani? Dirigi qui il passo,
qui, o morituro, vieni per ricevere un premio degno
di Camilla. E tu non cadrai per i dardi di Diana?.
Disse, e la tracia cavò dalla faretra d'oro un’alata
saetta, e la tese minacciosa nell’arco,
855 e la trasse indietro finché le ricurve estremità
si congiunsero tra loro, e le mani toccarono, a pari altezza,
la sinistra la punta del ferro, la destra e il nervo il seno.
Dun tratto Arrunte udì lo stridere del dardo
e il sibilo dell'aria e insieme il ferro gli s’infisse nel corpo.
860 I compagni dimentichi lasciano nell'ignota polvere
dei campi lui che spirava e dava gli estremi singulti;
Opi s’allontana a volo verso l'etereo Olimpo.
Fugge per prima, perduta la sovrana, la lieve
squadra di Camilla; sconvolti fuggono i Rutuli, fugge
865 laspro Atina, e i capi dispersi e i manipoli abbandonati
cercano luoghi sicuri e galoppano in rotta alle mura.
Nessuno vale a trattenere con le armi i Teucri
che incalzano e seminano strage, o a resistere all’urto;
riportano sulle spalle languenti gli archi allentati,
870 e lo zoccolo dei cavalli scuote nella corsa il molle terreno.
Si volge alle mura una polvere torbida di nera
caligine, e le madri dalle rocche, battendosi il petto,
levano un femmineo clamore alle stelle del cielo.
Quelli che irruppero per primi di corsa nelle porte dischiuse,
875 la turba nemica li incalza, mischiate le schiere;
non sfuggono a una misera morte, e proprio sulla soglia,
dentro le patrie mura e tra le case sicure,
trafitti esalano la vita. Altri chiudono le porte;
e non osano aprire la via ai compagni, né accogliere
880 tra le mura gli imploranti; nasce una miserevole strage
di chi difende l’accesso con le armi, e di chi sulle armi si getta.
Gli esclusi, davanti agli occhi e al volto dei genitori
piangenti, parte sospinti dalla ressa precipitano nei fossati,
parte, ciechi al galoppo sfrenato, cozzano con furia
885 contro le porte e i battenti serrati da spranghe.
Anche le madri dalle mura, nell’estremo cimento
(come il vero amore di patria insegna), emulando Camilla,
trepidanti gettano dardi, e con rami di dura quercia
e pali aguzzati al fuoco imitano il ferro e s’avventano;
890 ardono di morire per prime in difesa delle mura.
Frattanto il crudele annunzio investe Turno nei boschi
e Acca riferisce al giovane il grande disastro:
disfatte le schiere dei Volsci, caduta Camilla,
i nemici assalgono minacciosi; col favore di Marte
895 invadono tutto, il terrore dilaga alle mura.
Egli furente (così richiede il crudele volere di Giove)
abbandona i colli occupati, lascia i boschi selvaggi.
Appena uscito dal luogo di vedetta, teneva il campo
quando il padre Enea, penetrato nelle libere gole,
900 supera il giogo e sbocca dall’ombrosa selva.
Così ambedue si dirigono rapidi alle mura
con tutta la schiera, e distano poco tra loro;
e insieme Enea scorse lontano la pianura
fumare di polvere e vide le schiere laurenti
905 e Turno riconobbe Enea terribile nelle armi
e udì l'avanzare dei passi e l'ansito dei cavalli;
subito entrerebbero in battaglia e tenterebbero lo scontro,
se il purpureo Febo non bagnasse già i cavalli stanchi
nell'onda iberica e, cadendo il giorno, non riportasse la notte.
910 Si accampano davanti alla città e trincerano le mura.
Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti
L’aurora intanto, sorgendo, lasciava l’Oceano.
Enea, benché il cuore a dar sepoltura ai compagni
con angoscia lo spinga e sconvolto da tanta morte sia l’animo,
vittorioso nell’alba sorgente scioglieva i voti agli dèi.
5 Tronca di tutti i suoi rami, una quercia gigante
sul tumulo drizza, l’armi splendenti vi appende,
spoglie del gran Mezenzio, a te, Bellipotente, trofeo:
vi adatta i pennacchi stillanti sangue, le aste
spezzate dell’uomo, la dodici volte colpita e dodici volte
10 squarciata corazza; lo scudo di bronzo a sinistra
assicura, e a tracolla la spada dal fodero eburneo.
Quindi i compagni (ché tutta intorno, assiepandosi,
stava la folla dei capi) così incoraggia, festanti:
«Gran fatto, uomini, è questo: ogni timore scompaia
15 per quanto resta: ecco le spoglie d’un sovrano superbo,
le prime!, ecco Mezenzio qui per mia mano.
La nostra meta ora è il re, le mura latine.
L’armi in cuor preparate, sperando affrettate la guerra,
sicché non indugio, ignari, vi tardi, appena le insegne
20 concedano i numi di muovere e fuor dal campo spiegare
i giovani, né vile pensiero, vi ingombri, paurosi.
Ma prima i compagni, corpi ancora insepolti, affidiamo
alla terra: il solo onore che valga nell’Acheronte profondo.
Andate, esclamò, l’anime grandi, che a noi con il sangue
25 questa patria hanno fatta, onorate con gli ultimi
uffici: e primo alla mesta città d’Evandro si mandi
Pallante, che non privo di gloria, ci tolse
un nero giorno e in morte acerba travolse».
Così dice piangendo e il passo porta alla tenda
30 dove, composto, il corpo del morto Pallante vegliava
Acete, vecchio, che del parrasio Evandro era stato
scudiero, ed ora — ahi, con auspici non buoni altrettanto —
il figlio amato seguiva, a lui dato compagno.
E intorno era tutta una schiera, e di servi e di Teucri,
35 e donne d’Ilio, sciolte nel rito del lutto i capelli.
Come entrò Enea per l’alta porta, un gran gemito
battendosi il petto alzano fino alle stelle,
e la reggia echeggiava di cupo singhiozzo.
Egli, poi, come il capo del niveo Pallante riverso
40 vide, e quel viso, e aperto nel liscio petto lo squarcio
dell’itala punta, così con lagrime esclama:
«Te dunque, dice, o misero figlio, venendo ormai lieta
Fortuna mi tolse, invidiosa che tu potessi vedere
il mio regno, e salir vincitore alla dimora del padre?
45 Non questa promessa al padre Evandro, partendo,
diedi per te, quand’egli, abbracciandomi, a un grande
comando inviandomi, forse presago, ammoniva
ch’erano uomini forti, guerra con ben dura gente.
E ora, illuso da vana speranza, purtroppo,
50 forse fa voti ancora, colma gli altari di doni.
Noi morto il giovane, e che più nulla a nessuno
deve dei numi, portiamo con vuota pompa, angosciati.
Misero!, lo strazio crudele del figlio vedrai.
Questo il nostro ritorno, il trionfo sognato,
55 questa la mia gran promessa! Ma non, Evandro, con vili
colpi scacciato dovrai vederlo, né al figlio
vivo bramar tu, padre, spietata morte. Ah sí, quanta
difesa, Italia, quanto tu perdi, Iulo!»
Così lo pianse: poi ordina che il misero corpo
60 trasportino; scelti da tutta la schiera, mille di scorta
manda, che l’ultimo onore accompagnino, siano
al pianto paterno presenti e partecipi, conforto ben piccolo
di tanto strazio, eppure dovuto a quel padre infelice.
Fanno solleciti il feretro, un fresco graticcio,
65 verghe di cornio intrecciate e rami di quercia;
e, sopra, il giaciglio ombreggia un velario di fronde.
Qui pongono il giovane, alto, sull’erba dei campi,
simile a fiore da mano fanciulla reciso,
o tenera viola o giacinto pallente;
70 bellezza e fulgore non l’abbandonano ancora,
ma più non lo nutre la terra madre, né vita gli dona.
Allora due drappi, grevi d’oro e di porpora,
Enea trasse fuori, che del suo lavoro ben lieta,
un tempo gli fece di propria mano Didone
75 sidonia, d’oro sottile cosparse le trame.
Uno di questi sul giovane, dono supremo, distende,
angosciato, copre le chiome, che il rogo arderà, con un velo.
E poi molte spoglie della battaglia laurente
raduna e vuol che si portino, in ordine lungo, le prede:
80 aggiunge i cavalli e le armi, che tolse al nemico, e quei vinti
a cui dietro il dorso aveva legate le mani e che all’ombre
mandava inferie, le fiamme di vivo sangue a irrorare:
ma i tronchi vestiti dell’armi nemiche, vuol che li portino
i capi stessi, e i nomi odiati in cima fa infiggere.
85 Anche Acete conducono, misero, d’anni sfinito,
che ora il petto coi pugni, or graffia con l’unghie le gote;
e in terra si getta con tutto il corpo disteso.
Conducono anche, spruzzato di rutulo sangue, il suo carro.
Etone, dietro, senza ornamenti il cavallo guerriero
90 va e piange, gli rigano grosse lagrime il muso.
Altri portano l’elmo e l’asta: il resto possiede,
vittorioso, Turno. Seguono i Teucri, schiera dolente,
e tutti gli Etruschi, e gli Arcadi, l'aste riverse.
Quando il corteo dei compagni fu ormai tutto lontano,
95 Enea si fermò e soggiunse con un gemito grave:
«Noi di qui ad altre lagrime lo stesso aspro destino
di guerra chiama: addio, grande Pallante,
addio per sempre!» E, senza altro dire, tendeva
all'alte mura, il passo al suo campo portava.
100 E c'erano già ambasciatori, dalla città di Latino,
velati di rami d'olivo, e tregua chiedevano:
i corpi, che seminati dal ferro pei campi giacevano,
rendesse, lasciasse comporre sotto la terra del tumulo:
nessuna lotta coi morti, coi cancellati dal cielo;
105 ne avesse pietà, lui che ospiti e suoceri li aveva chiamati.
E il buon Enea, poiché di rispetto era degna la supplica,
concede la tregua e aggiunge queste parole:
«Quale immeritata sciagura vi ha spinti, Latini,
in guerra sì grande e a non volerci compagni?
110 Pace pei morti, per quelli che la guerra ha travolti
chiedete? Oh che darla anche ai vivi io vorrei!
Non venni, se non perché i fati luogo e sede mi davano;
non faccio guerra col popolo: il re ha tradito i suoi ospiti,
all'armi di Turno ha preferito affidarsi.
115 Era più giusto che Turno a questa morte si offrisse,
lui che vuol con la forza finir la guerra e cacciare
i Teucri, lui con quest'armi doveva duellare con me:
e avesse vita a cui vita desse un dio o la sua destra!
Ma andate, date al fuoco le pire dei cittadini infelici».
120 Così Enea aveva detto: quelli stupivano, muti,
volgevano gli occhi uno all’altro e si guardavano in viso.
Allora, vecchio e sempre al giovane Turno malevolo,
con calunnie odiose, Drance tesse a sua volta
la risposta così: «O grande per fama, con l’armi più grande
125 capo troiano, con quali lodi devo alzarti alle stelle?
e prima per la giustizia t’ammiro o per le fatiche di guerra?
Grati, alla patria città riportiamo queste cose,
e se fortuna darà una via, riunirti vogliamo
al re Latino. Turno si cerchi alleati!
130 Anzi, dei muri fatali innalzare la mole,
portar sulle spalle le pietre troiane, avremo caro».
Parlò così, e questo tutti fremevano, unanimi.
E pattuirono dodici giorni, e mediatrice la pace
i Teucri insieme, pei boschi, e senza timore i Latini
135 percorsero i colli. Suonan, colpiti dal ferro a due tagli,
i frassini alti, i pini cresciuti fino alle stelle si sradicano;
mai di spaccar con cunei querce e cedri odorosi,
non smettono mai di portare su cigolanti carri grandi orni.
Ma ecco alata la Fama, tanto dolore portando,
140 gli orecchi empie d’Evandro, la casa d’Evandro e le mura,
la Fama, che or ora diceva Pallante vincitore nel Lazio.
Già corsi alle porte son gli Arcadi, già, costume antichissimo,
han preso fiaccole funebri: splende la strada d’un lungo
corteo di fiamme, e i campi a perdita d’occhio divide.
145 In faccia i Frigi arrivando, congiungon le schiere
piangenti. Ma come al borgo appressarsi li videro,
incendian le madri di grida la sconvolta città.
Evandro, forza non c’è che lo possa tenere: là corre,
là in mezzo. E depongono il feretro, e lui su Pallante
150 si getta, s’aggrappa, lagrimando, gemendo,
e solo a stento l’angoscia lasciò via alle parole:
«Non era questo, Pallante, che avevi promesso tu al padre,
di cautamente gettarti in braccio a Marte crudele:
ahi, sapevo, sì, quanto la prima gloria nell’armi,
155 quanto possa, dolcissimo, al primo duello l’onore.
Primizia mortale del giovane, scuola ben dura
della guerra alleata, e voti miei, mie preghiere
che nessun nume udì! Felice, santissima sposa,
tu, che moristi, tu, non a tanto strazio serbata!
160 Io, invece, vivendo ho vinto il mio fato, e rimango
orbo padre. Oh me, tra l’armi amiche dei Teucri, dovevano
seppellir d’aste i Rutuli, io dar la vita dovevo,
me in patria portar, non Pallante, doveva il corteo!
Pur non voi, Teucri, accuso, non i patti, non quelle
165 destre, che ospitalmente stringemmo: questa era sorte dovuta
ai tardi miei anni. Ma se toccava al mio figlio
morte acerba, che prima uccise Volsci a migliaia,
che i Teucri portando nel Lazio morì sia conforto.
Né certo io posso onorarti con pompa migliore, Pallante,
170 di questa, che il pio Enea, che i grandi Frigi ti fanno,
e i capi Etruschi e tutto l’esercito etrusco.
Grandi trofei van recando, eroi che abbatté la tua destra:
e tu pure un gran tronco vestito d’armi saresti,
se pari l’età, se era pari la forza degli anni,
175 o Turno. Ma perché, misero, trattengo i Teucri dall’armi?
Andate, e queste parole, memori, al re riportate:
se accetto la vita, che odio, ora che è morto Pallante,
la destra tua n’è motivo: essa al figlio ed al padre,
tu lo sai, deve Turno. Questo solo ai tuoi meriti,
180 alla fortuna tua manca. Non chiedo tal gioia per vivere,
non mi è lecito, no: ma per dirla fra l’ombre profonde al mio figlio».
Ancora intanto l’Aurora alzò sui mortali infelici
la luce divina, fatiche riportando e dolori:
già il padre Enea, già sulla curva spiaggia Tarconte
185 avevano fatto le pire. Qui ognuno i corpi dei suoi
portò col rito dei padri. Fumose le faci accostarono,
e tutto per la caligine il cielo alto fu tenebra.
Tre volte intorno ai roghi ardenti, vestiti dell’armi
fulgide corsero: tre volte del tristo fuoco di morte
190 fecero il giro a cavallo ed alzarono l’ululo.
Bagnan la terra di lagrime, l’armi ne bagnano.
Va al cielo il grido degli uomini e un clangore di trombe.
Altri, ecco, le spoglie strappate agli uccisi Latini
gettano nel fuoco, elmi e bellissime spade
195 e bardature e ruote ardenti: altri le cose ben note,
i propri scudi dei morti, l’armi senza fortuna.
Molti intorno si immolano corpi di bovi alla Morte,
e setolosi maiali; da tutti i campi han rubato
bestiame e sulla fiamma lo sgozzano. Poi lungo la riva
200 contemplano arder gli amici, fanno la guardia alle pire
ormai semiar se, né sanno staccarsi, fin che la notte
umida il cielo prezioso di stelle non gira.
Né meno angosciati in parte diversa i Latini
innumerevoli pire han levato; ma molti dei corpi
205 guerrieri in terra depongono, altri trasportano
nelle regioni limitrofe e alle città li rimandano.
Tutto il gran mucchio che resta, strage confusa,
ardono insieme, senza numero e onore: ovunque le vaste
campagne d’innumeri fuochi a gara risplendono.
210 La terza luce dal cielo fece fuggir l'ombra gelida:
singhiozzando, la cenere alta, l'ossa confuse appianavano
e insieme le braci e v'addossavano, tepido mucchio, la terra.
Entro le case, nella città di Latino il ricchissimo,
grande era il sussurro, del pianger lungo la parte maggiore.
215 Qui madri e misere spose, qui di sorelle dolenti
i cuori amorosi, qui piccoli privi di padre
maledicon la guerra infernale e le nozze di Turno;
che lui solo con l’armi, che lui si batta pretendono,
giacché il regno d’Italia e il primo onore s’arroga.
220 Spietato, Drance aggrava le voci, attesta che solo
Turno è chiamato, che Turno solo s’aspetta in duello.
Molti son anche i pareri discordi, con vario parlare
in favore di Turno: il nome grande della regina lo copre,
in alto la molta sua fama e i trofei vinti lo tengono.
225 Tra questi moti, tra il divampar del tumulto,
ecco, in più, dalla grande città di Diomede, avviliti
portano i messi risposta: nulla s'è fatto, con tutti
gli sforzi, del grande mandato; non doni, non oro,
non tutte le suppliche han valso; altre armi i Latini
230 devon cercarsi, o chiedere al re troiano la pace.
Lui stesso dal molto piangere è sconvolto Latino.
Che Enea, voluto dai fati, forze divine accompagnino
l'ira dei numi dimostra, le tombe recenti, che vedono.
E dunque l'alta assemblea, i maggiorenti dei suoi
235 chiamati con bando solenne, entro la reggia raduna.
Quelli convengono: a piene vie, come un fiume, si portano
al regio palazzo. Siede nel mezzo, più vecchio di tutti,
primo al comando, ma in volto avvilito, Latino.
Egli ai due messi, che d'Arpi Etòla ritornano,
240 comanda di dir cosa portano e tutto per ordine
chiede il responso. Allora si fece silenzio
e così Venulo prende, obbedendo, a parlare:
«O cittadini, vedemmo Diomede e quel borgo d'Argivi,
e tutto il cammino compimmo e superammo ogni ostacolo,
245 toccammo la mano, che d'Ilio fece crollar la città.
Egli Argiripa, dal nome della sua gente avita,
vittorioso, nei campi iàpigi del Gargano fondava.
E quando fummo introdotti, ci fu permesso parlare,
i doni subito offriamo, il nome e la patria diciamo,
250 e chi ci fa guerra, e la causa che ad Arpi ci mena.
Ci ascoltò, quindi questo con voce pacata rispose:
"O tribù fortunate, o regni saturni,
antichi Ausoni, che vostra sventura voi, quieti,
agita a un tratto e vi spinge a provocar guerre ignote?
255 Tutti noi che col ferro violammo le iliache contrade
— tralascio le cose sofferte sotto i muri alti, lottando,
e quali eroi travolga il Simòenta — strazi indicibili
per tutta la terra pagammo e del sacrilegio ogni pena,
folla che a Priamo farebbe pietà: lo sa di Minerva
260 la mala stella, gli scogli d'Eubea, il vendicatore Cafèreo.
Dopo quella milizia, su spiagge remote gettati,
Menelao Atride ancor sugli scogli di Pròteo
esula, e Ulisse ha veduto i Ciclopi dell'Etna.
Il regno dirò di Neottòlemo, la casa distrutta
265 d'Idomeneo? I Locri costretti a emigrare su rive africane?
Lui stesso il miceneo sire dei magnanimi Achei,
al primo entrar dalla soglia, per mano dell’empia sua sposa
è morto: assiso sull’Asia vinta è un adultero!
Dirò come i numi impedirono che reso agli altari dei padri
270 la sposa amata io vedessi, il mio bel Calidone?
Ancora, visioni terribili, m'inseguon portenti;
i persi compagni volarono pennuti alle stelle
e vagano, uccelli, sui fiumi (oh strazio crudele
dei miei!) e riempion di voci luttuose gli scogli.
275 Tutto questo io dovevo aspettarmelo, certo,
dal giorno che, pazzo!, col ferro corpi divini
assalii, violai di ferita la mano di Venere.
Oh no, non spingetemi a tali battaglie:
non voglio più guerra coi Teucri, dal giorno che Bergamo
280 cadde; non voglio, dei mali d’allora, né memoria né gioia.
I doni, che avete portato per me dalle patrie contrade,
offriteli a Enea. Son stato davanti all’aspra sua lancia,
son venuto alle mani: a chi ha provato credetelo,
come gigante balza su con lo scudo, come turbina l’asta.
285 Due altri uomini simili avesse prodotto la terra
dell’Ida, e d’Inaco contro le rocche lui stesso veniva
il Dardano: scambiato destino, piangerebbe la Grecia.
Quanto tempo sotto le mura di Troia gagliarda aspettammo,
Ettore e Enea con la forza del braccio alla vittoria dei Grai
290 furono inciampo, così che a venire tardò al decimo anno.
Grandi uno e l’altro di cuore, in armi potenti:
ma primo questo per la pietà. Nel patto unite le destre,
se v’è dato: ma l’armi che cozzin con l’armi non fate!”
Udisti, ottimo re, quale del re la risposta
295 sia stata, e quale il pensiero sulla nostra gran guerra».
Finivano appena i messi, e subito andò per le bocche
degli Ausoni sconvolti un fremere vario: quasi massi che fermino
rapidi fiumi, e nasca nel prigioniero gorgo un rimbombo,
freman le rive vicine al mugghit delle onde.
300 Calmati gli animi appena, mute le trepide bocche,
invocò i numi e prese dall’alto soglio il re a dire:
«Prima, invero, Latini, discuter le sorti del regno
e volevo ed era assai meglio: non in simile ora
adunar l’assemblea, che intorno alle mura è il nemico.
305 Malaugurosa guerra, contro una razza divina, contro uomini
indomiti, o cittadini, facciamo, che lotte non prostrano,
né possono, vinti, lontano dal ferro restare.
Se mai nell’eoliche armi avevate speranze,
lasciatele: ognuno è speranza per sé. Ma come piccina
310 vedete, come ogni cosa è crollata e giace in rovina,
davanti agli occhi l’avete, potete toccare con mano.
Io non accuso nessuno: fu tanto il valore, fu il massimo
che esser poteva: lottato han tutte le forze del regno.
Quale sia ora del cuore sconvolto il parere,
315 dirò e spiegherò brevemente, prestate attenzione:
ho un territorio antico, prossimo al fiume tirreno,
esteso, a occidente lassù, fino ai campi sicani:
Aurunci e Rutuli seminano e col vomere i duri
colli lavorano, le zone più aspre son pascolo.
320 Tutta questa regione, e il bosco di pini sul monte
ceda ai Teucri alleati, e un patto di pari
diritti facciamo, diciamoli al regno associati.
Qui abbiano stanza, se tanto è l’amore, e alzino mura.
Ma se altre terre, altre genti raggiungere
325 intendono e possono uscire dal nostro paese,
venti navi d’italo legno allestiamo, o se ancora
a riempirne più valgono (tutto è già presso l’onde
il legname): essi numero e modo alle navi
comandino: noi bronzo e opera diamo e cantieri.
330 Inoltre, a portar le proposte e a stringere i patti,
cento oratori latini delle prime famiglie
voglio che vadano, e tendano rami di pace le mani,
doni portando, pesi d’oro e d’avorio,
e il seggio e la trabea, del nostro regno le insegne.
335 Deliberate ora tutti e salvate la patria in pericolo».
Allora quel solito Drance, malevolo, che la gloria di Turno
con torbida invidia, con stimoli amari pungeva,
largo d’averi e migliore di lingua, ma destra in battaglia
inerte, stimato buon parlatore in consiglio,
340 nell’intrigo potente (superba la stirpe materna
gli dava lustro, ma ignoto era il sangue del padre),
s’alza e con queste parole aggrava e rinfocola l’ira:
«Su cosa oscura a nessuno, e che il mio dire non chiede,
tu ci consulti, buon re. Tutti dichiaran che sanno
345 qual è il bene del popolo, ma sottovoce lo dicono.
Ci dia libertà di parlare, e abbassi l'orgoglio
colui, per cui auspicio infausto e il maledetto carattere
(sì, lo dirò, non importa se minaccia armi e morte)
tanto fiore di capi caduto e tutta vediamo
350 la città sprofondata nel pianto, mentre lui stuzzica
il campo troiano, ma pronto fugge, e il cielo spaventa con l'armi.
Ancora una cosa ai tuoi doni, che in gran copia comandi
d’offrir legalmente ai Dardanidi, una sola, re ottimo,
aggiungi, non lasciar che qualcuno con la violenza ti vinca,
355 sicché la figlia a nozze gloriose, a nobile genero
tu non dia, padre, e la pace con patto eterno sigilli.
Ché se menti e cuori così gran terrore possiede,
scongiureremo lui stesso, a lui chiederemo pietà:
ceda, il diritto suo proprio rimetta al sovrano, alla patria.
360 Perché i cittadini infelici in tanti aperti pericoli
getti, o tu, causa al Lazio e principio di queste sciagure?
Non dà salvezza la guerra: pace a te tutti chiediamo,
Turno, e della pace l’unico pegno inviolabile.
Io per primo, che nemico a te fingi (e, sì, d’esserlo
365 volentieri dichiaro), a te m’inginocchio. Pietà del tuo popolo,
giù l’orgoglio, vattene via. Troppi stragi, sconfitti,
abbiamo visto, e desolato vastissimi campi.
Oppure, se pensi alla fama, se tanta forza nel petto
credi d’avere e la dote regale ti sta tanto a cuore,
370 osa, offri il petto al nemico, tu, gran coraggioso.
Davvero, perché s’abbia Turno la sposa regale,
noi vili vite, folla insepolta e incompiuta,
saremo scannati nei campi? Oh, se un po’ di forza, se esiste
un briciolo in te dell’avito valore, anche tu guarda
375 in faccia colui che ti chiama».
Divampa a tali parole la rabbia di Turno,
geme e scoppia dal petto profondo a gridare:
«Larga, Drance, la tua ricchezza di chiacchiere,
mentre braccia chiede la guerra. Se i padri si convocano,
380 tu sei il primo. Ma qui non dobbiamo empir di parole la curia,
parole che grandi al sicuro ti volano, fin che trattengono
i bastioni il nemico e i fossati non traboccan di sangue.
Perciò tuona pure sonoro, (è il tuo solito) e me di timore
accusa, tu Drance, poiché tanti mucchi stragi
385 troiana la tua destra ha fatto e di trofei seminato
le piane. Che cosa possa il tuo vivo valore, t’è dato
cercare i nemici: son qui, tutt’intorno, sotto le mura.
Vogliamo affrontarli? Perché ti ritiri? È dunque il tuo Marte
390 sempre sarà nella lingua ventosa, in cotesti tuoi piedi
pronti alla fuga?
Io battuto? Ma chi, vigliacco, potrà dirmi battuto,
vedendo il Tevere crescere gonfio di sangue
iliaco, crollata fin dalla radice la casa
395 d’Evandro, e gli Arcadi spogli dell’armi?
Non tale m’han conosciuto e Bizia e Pandaro grande,
e i mille che in un sol giorno ho vinto e spedito nel Tartaro,
chiuso dentro nel muro e nel bastione nemico.
Non dà salvezza la guerra! Al Dardano, pazzo!, ricanta
400 questa canzone, e a te stesso: perciò confondi ogni cosa
con grandi terrori, innalza la forza d’un popolo vinto
due volte, abbassa, in confronto, le nostre armi e Latino.
Adesso anche i re dei Mirmidoni treman dell’armi di Frigia,
anche il Tidide, anche Achille di Larissa, e il fiume
405 Ofanto indietro rifugge dall’onde adriatiche!
E si finge pauroso delle mie prepotenze,
e l'impostura e l'accusa con finto terrore esacerba!
Mai, fa' core, una simile anima per questa mia destra
perderai: stia pure con te, viva dentro il tuo petto.
410 A te, padre, ora vengo e alle proposte tue gravi.
Se tu nell'armi nostre nessuna speranza più poni,
e siam così derelitti, se per un solo rovescio
ci abbandoniamo del tutto, non può Fortuna tornare,
allora chiediamo la pace, tendiamo incermi le destre.
415 Quantunque, oh se restasse del solito valore una bruciola!
Quello a me sopra tutti felice in mezzo alle pene
e forte d'animo sembra che, per non veder cosa simile,
cadde e una volta per sempre la terra morse morendo.
Ma se abbiamo ancor forze, se intatto è il fiore dei giovani,
420 se in nostro aiuto e borghi e città italiche restano,
e se anche ai Troiani con molto sangue la gloria
venne (hanno essi pure dei morti, pari su tutti infuriò
la tempesta), perché da vigliacchi vogliamo afflosciarci
al primo passo? e avanti la tromba cominciamo a tremare?
425 Molte cose il passare dei giorni e il travaglio mutevole
del tempo migliora, molti delude e rivede, alternandosi,
e finalmente rimette su solide basi la Sorte.
Non Arpi e non l'Etolo verrà a darci aiuto:
ma Messapo verrà e il fortunato Tolumnio e quei capi
430 che popoli molti mandarono; né avran piccola gloria
gli scelti guerrieri del Lazio e dei paesi laurenti.
E c'è anche, del nobile sangue dei Volsci, Camilla,
che guida schiere a cavallo, torme splendenti di bronzo.
Se poi me solo in duello pretendono i Teucri,
435 se questo voi decidete, se tanto il bene di tutti pregiudico,
non ha certo odiato o fuggito fin qui le mie mani Vittoria,
perché io rifiuti di tutto tentare per tanta speranza.
L'affronterò con coraggio, sia pur più forte d'Achille,
e rivesta armi simili, che gli abbia fatte Vulcano.
440 Questa vita per voi, per Latino mio suocero,
io Turno, a nessuno dei vecchi per valore secondo,
consacro. Solo me chiama Enea? Ma che mi chiami io desidero,
e non Drance piuttosto, se ira è dei numi, l'espii con la morte,
se è gloria e valore, a se stesso l'aggiudichi!»
445 Essi tra loro così del grave momento trattavano
contendendo: moveva Enea il suo campo e le schiere.
Un messo con grande tumulto tra le case reali
ecco passa di corsa, di gran terrore empie il borgo:
schierati a battaglia giù dal Tevere i Teucri
450 e le squadre tirrene per tutte le piane dilagano.
Subito sgomenti son gli animi, sconvolto del popolo
il cuore, rideste l'ire dal durissimo pungolo.
L'armi afferrano trepidi, armi fremono i giovani,
ma piangono mesti i vecchi e sussurrano: d'ogni parte un vocìo
455 grande s'innalza nell'aria, con varia discordia:
come in densa boscaglia, quando schiere d'uccelli
vi prendono stanza, o sulle correnti della Padusa pescosa,
quando schiamazzano rauchi i cigni pei garruli stagni.
«Ma sì, cittadini, gridò cogliendo l'attimo Turno,
460 adunate il concilio, lodate, sedendo, la pace:
e quelli armati pel regno dilagano». Né disse più altro,
balzò in piedi e uscì fuor della reggia di corsa.
«Tu, Voluso, comanda ai manipoli Volsci d'armarsi,
e conduci anche i Rutuli, grida. I cavalieri, tu in armi,
465 Messapo, e tu, Cora, e il fratello, pei vasti campi spiegate.
Guardi un gruppo l'entrate del borgo e i bastioni ne occupi.
Gli altri, dove comando portino l'armi con me!»
E subito sulle mura della città intera accorrono:
lascia il concilio, il padre Latino, le gran decisioni
470 rimanda, nell'ora triste tutto sconvolto,
e molto s'accusa perché non ha subito accolto
Enea dardanio, unendolo come genero al regno.
Chi scava fosse davanti alle porte, chi sassi o bastoni
trasporta. Di guerra dà il segno cruento la rauca
475 buccina. Allora, viva corona, le mura circondano
donne e fanciulli: chiama l'estremo pericolo tutti.
Intanto al tempio e all'alta rocca di Pallade
una gran folla di donne la regina accompagna,
che doni porta, e Lavinia fanciulla ha vicino,
480 causa di tanto male, con i begli occhi abbassati:
dietro salgon le donne, e il tempio d'incenso vaporano,
dall'alta soglia levano grida angosciose:
«Armipotente, sovrana in guerra, Tritonia,
spezza l'asta in mano del frigio predone, distendilo
485 prono a terra, sull'alte porte tu abbattilo!»
S'arma Turno in gran fretta, s'arma furente a battaglia,
e già indossata la rutilante corazza di bronzo
squame irto brillava, chiusi nell'oro i polpacci,
nudo le tempie ancora, ma cinta la spada già al fianco;
490 e tutto d'oro splendeva correndo giù dalla rocca.
Palpita l'animo e anticipa con la speranza lo scontro.
Così quando spezza i legami e fugge via dalla stalla,
libero finalmente il cavallo, del libero piano padrone,
o corre ai pascoli e delle cavalle all'armento,
495 o, avvezzo a lavarsi nell'acqua di nota corrente,
balza alto e nitrisce, drizzando la testa, e galoppa,
la ricca criniera sul petto e sul collo gli scherza.
E incontro, seguita dallo squadrone dei Volsci, Camilla
gli viene, e dal cavallo lei, la regina, alle porte
500 balza giù: allora tutta la schiera imitandola lascia
i cavalli e scivola a terra. E lei così dice:
«Turno, se il forte ha fiducia in sé con diritto,
io oso, e prometto, di tener testa alle torme d'Enea,
di oppormi, da sola, ai cavalieri tirreni.
505 Lascia che della guerra i primi pericoli io tenti;
tu schierati sotto le mura coi fanti e difendi i bastioni».
Sulla terribile vergine gli occhi Turno fissando:
«O decoro d'Italia, vergine, quale il mio grazie,
quale sarà il contraccambio? Ma adesso, poiché superiore
510 a tutto è il tuo animo, dividi il rischio con me.
Enea, come e fama e messi certa notizia ne portano,
l'armi leggere dei cavalieri, insidioso, ha mandato
avanti, a battere i campi: egli, per solitudini impervie,
passando il crinale del monte, marcia sulla città.
515 Ma io preparo un'insidia di guerra fra i curvi sentieri
del bosco: la gola e il doppio suo varco assedierò con armati.
Tu tieni occupati i cavalli etruschi, attaccandoli:
con te sarà l'aspro Messapo e la squadra Latina
e di Tiburte la schiera: tu ne assumi il comando».
520 Così dice, e ugualmente esorta Messapo a battaglia
e i capitani alleati: poi marcia verso il nemico.
C'è, tortuosa, una valle adatta alle insidie
e agli agguati di guerra; denso d'alberi folti
un fianco e l'altro la domina, stretto vi guida un sentiero,
525 in gola angusta e con difficile entrata.
Sopra questa, a vedetta, proprio in vetta del monte,
sta, insospettata, una piana, rifugio sicuro,
se a destra o a sinistra si voglia dominar la battaglia,
o premer dall'alto e rotolar grandi massi.
530 Qui viene il giovane, seguendo vie note, e del luogo
s'impadronisce e s'accampa nella selva insidiosa.
La rapida Opi, frattanto, nelle sedi dei superi,
una delle compagne sue vergini e del sacro drappello,
la dea Latonia chiamava e a lei queste tristi parole
535 diceva: «Muove a guerra crudele Camilla,
o vergine, e invano delle nostre armi si cinge,
lei, che mi è cara tra tutte. Né nasce improvviso a Diana
simile amore e commuove con subita dolcezza il suo cuore.
Cacciato dal regno a motivo d'invidia, per la forza superba,
540 Metabo, mentre lasciava l'antica città di Priverno,
fuggendo, in mezzo agli scontri di guerra, la figlia neonata
volle con sé, compagna d'esilio, e della madre Casmilla
mutando una parte del nome la disse Camilla.
Lui stesso in braccio portandola cercava balze lontane
545 e boschi solinghi. Ma l'armi intorno crudeli premevano,
dispersi, i Volsci a gruppi scorrevano.
Ed ecco, a metà della fuga, l'Amaseno, gonfiatosi,
raso le rive spumava: così a dirotto caduta
giù dalle nubi era pioggia. A nuoto vorrebbe gettarsi,
550 ma della piccola lo tarda l'amore, pel caro peso ha paura.
Tutto tra sé meditando, questo a un tratto decise:
un'asta enorme, che nella mano gagliarda portava,
guerriero, forte di nodi, quercia al fuoco riarsa,
a questa la figlia, fasciata di sughero e corteccia silvestre,
555 lega e in buon equilibrio a metà dell'astile assicura;
poi, con la forte destra a lungo librandola, al ciel così prega:
"A te, divina sovrana dei boschi, Latonia vergine, questa
io, suo padre, voto ancella: all'armi tue prime stringendosi
supplice, fugge a volo il nemico. Te ne scongiuro, ricevila,
560 o dea, per tua, ora che al vento insidioso s'affida".
Disse, e contrasse il braccio e scagliò via l'astile
con forza: scrosciavano l'onde e sul rapido fiume
volò l'infelice Camilla, legata al dardo che stride.
Ma Metabo, mentre lo stringe la turba ormai vicinissima,
565 si getta nel fiume, e l'asta e la verginella, in trionfo,
svelle, dono di Trivia, dalla zolla fiorita.
Nessuna città fra le case, nessuna lui fra le mura
accolse, né, selvaggio com'era, si sarebbe mai arreso:
sulle vette solinghe menò la vita dei nomadi.
570 Qui fra spineti, fra l'irte tane, la bimba
d'una cavalla alle poppe o delle capre col latte
nutriva, stringendo le mamme entro le tenere labbra.
E come la piccola l'impronte segnò dei piedini,
sulle piante reggendosi, d'acuto dardo gravò le sue palme,
575 frecce ed arco sospese a quelle spalle piccine.
Non auree bende ai capelli, non lungo mantello la copre,
ma una pelle di tigre dal capo pende sul dorso;
e con la mano ancor tenera armi puerili scagliò,
580 e abbatté gru strimonia o candido cigno,
roteò intorno al capo con torta correggia la fionda.
Molte, invano, pei borghi d'Etruria furon le madri
che la vollero nuora. Contenta, lei, della sola Diana,
perpetuo amore dell'armi e della verginità serbò sempre,
intemerata. Oh, mai fosse stata afferrata
585 da questa guerra, osando sfidare i Troiani!
Una delle mie fide compagne ora sarebbe, a me cara.
Ma tu presto, quando il destino triste le è sopra,
vola giù, ninfa, dal cielo e cerca i campi latini,
là dove con funebre auspicio trista battaglia s'inizia.
590 E prendi quest'armi, e dalla faretra scegli la freccia che vendica:
per questa, chiunque violato avrà di ferita il suo corpo,
sia teucro o italo, mi paghi col sangue ugualmente la pena.
Poi in cava nube io il corpo suo misero e l'armi
intatte alla patria riporterò, pel sepolcro».
595 Disse, e quella, volando fra i venti leggeri del cielo,
produsse un sibilo, avvolta in un turbine nero.
Ma intanto il drappello troiano si appressa alle mura,
e i duci etruschi, e tutte le truppe a cavallo,
divisi per numero a squadre. Per tutte le piane nitriscono
600 caracollando i cavalli: sonoro zoccolo, al freno ribelli,
di qua, di là rivoltandosi: ferrea è una messe di lance,
irta di punte, ardono al lampo dell'armi alzate le piane.
Messapo, incontro, e i Latini veloci, e con Cora
il fratello e le squadre di Camilla la vergine
605 appaiono in campo, l'aste in resta pretendono
col braccio destro, o palleggian le picche:
avanza ardente la carica, annitrendo i cavalli.
E già a tiro di lancia gli uni e gli altri portatisi,
s'eran fermati: poi ecco ripartono urlando, incitando
610 i furibondi cavalli, da ogni parte rovesciano lance
fitte come la neve, e il cielo oscurano d'ombra.
Addosso a un tratto Tirreno e l'aspro Aconteo si corrono,
asta contro asta con tutte le forze, e per primi rovinano
con gran rimbombo a terra, sfondando dei loro cavalli
615 il petto col petto, benché catafratto. Sbalzato via è Aconteo
a guisa di folgore o sasso che macchina scaglia,
e ricade lontano, dissolve la vita nell'aria.
Le squadre son tutte sconvolte, fuggendo i Latini rigettano
indietro gli scudi, rigirano verso le mura i cavalli.
620 Inseguono i Teucri, e Asila guida per primo le torme.
Già presso le porte arrivavano, e di nuovo i Latini
alzano il grido e i docili colli rivoltano;
gli altri, in fuga, lontano, a tutta briglia ritornano:
come il mar quando alterna, correndo avanti, le ondate,
625 spumeggiando e fin l'ultima arena sale in arco a bagnare;
e ora a terra si scaglia, supera il flutto le punte
or, nel risucchio, trascina e rotola indietro la ghiaia,
e scopre la spiaggia fuggendo, scorrendo pel piano sabbioso.
Due volte gli Etruschi inseguirono i Rutuli in fuga alle mura:
630 due volte indietro respinti si guardano, copron l'armi le spalle.
Ma quando, al terzo scontro, s'attaccarono e tutte
mescolaron le schiere, e scelse ogni uomo il suo uomo,
gemiti allor di morenti e in un mare di sangue
armi e corpi, e in mezzo alla strage degli uomini
635 cavalli morenti si rotolano: aspra la lotta s'esaspera.
Orsiloco, poiché aveva terrore ad affrontarlo, scagliò
l'asta al cavallo di Rèmulo, il ferro gli lanciò nell'orecchio.
La bestia s'inalbera al colpo, s'impenna e nell'aria agita,
ergendo il petto, le zampe, non sopportando il dolore:
640 disarcionato, rotola Rèmulo a terra. Catillo scavalca Iolla
grande d'animo, e, grande d'armi e di corpo
Erminio scavalca, nudo le rosse chiome del capo,
nudo le spalle, né par che paventi ferite
tanto spazio offre all'armi. Ma nelle spalle giganti, vibrando,
645 l'asta si pianta violenta, lo piega in due dallo spasimo.
Scorre nero sangue per tutto, col ferro d'an morte,
lottando, e morte, tra le ferite bella, ricercano.
Ma in mezzo alle stragi, Amazzone, esulta,
scoperta un seno a combattere, la faretrata Camilla,
650 e ora facili dardi spargendo moltiplica,
ora la valida scure impugna con destra instancabile.
Aureo tintinna alle spalle l'arco e l'armi di Diana.
Lei, se talvolta indietro respinta rifugge,
scocca ancora dall'arco fuggenti frecce voltandosi.
655 Intorno a lei scelte compagne, la fanciulla Larina,
e Tulla, ed armata di bronzea scure Tarpea,
Italidi, che Camilla gloriosa lei stessa a suo vanto
scelse, valido aiuto di pace e di guerra:
così le Amazzoni trace, quando del Termodonte
660 batton le rive e con l'armi dipinte guerreggiano
o intorno a Ippolita, o allor che sul carro la marzia
Pentesilea fa ritorno, e in grande ululante tumulto
si esaltan le schiere femminee dagli scudi lunati.
Chi primo col dardo, chi ultimo, o vergine fiera,
665 abbatti? e quanti travolgi, lasciandoli in terra a morire?
Euneo per primo, figlio di Clizio: il petto scoperto
di lui, che incontrò le viene, con l'asta lunga ella sfonda:
vomita quello un fiume di sangue e cade e cruenta
morde la terra, morendo sulla sua piaga si rotola.
670 Poi Liri, e su di lui Pagaso, dei quali il primo le briglie,
caduto giù dall'ucciso cavallo, raccoglieva, e il secondo
correva in aiuto e inerme tendeva la destra al morente:
insieme riversi stramazzano. E dopo questi anche Amastro
Ippotade: poi insegue e minaccia di lontano con l'asta
675 Tèreo e Arpàlico e Cromi e Demofoonte:
quante sono le piche che libra e scaglia la vergine,
tanti i guerrieri frigi che cadono. Lontano, con armi
mai viste, Ornito cacciatore sopra cavallo iàpige corre.
Le larghe spalle gli copre la pelle strappata
680 a un toro pugnace, il capo un gran muso di lupo protegge
con aperte mascelle e bianchissimi denti:
gli arma le mani uno spiedo campestre: così quello s'aggira
in mezzo alle squadre e domina di tutta la testa.
Ella lo coglie (e senza fatica, come le schiere si voltano)
685 e lo trapassa, e questo ancora con odio gli grida:
«Tra i boschi, etrusco, credevi rincorrer le fiere?
Giorno è venuto che i vanti vostri con armi
femminee sbugiarda. Però non da poco è la gloria
che ai mani ti porti, caduto per man di Camilla».
690 E subito dopo Orsiloco e Bute, due gran giganti
fra i Teucri: ma Bute con l'asta trafisse, fuggente,
tra elmo e lorica, là dove traluce di chi siede in sella
il collo, e lo scudo rotondo è appeso alla spalla sinistra.
Orsiloco, invece, fuggendo e in un gran cerchio attirandolo,
695 inganna, ché stringe il giro e insegue lei chi l'insegue;
a un tratto trarrà la valida scure, a sfondar l'armi e l'ossa,
il colpo gli riga di caldo cervello le guance.
In lei si imbatte, e impietra, così a un tratto vedendola,
700 il figlio guerriero d'Auno abitator d'Appennino, non certo
fra i Liguri l'ultimo, finché permesse raggiri il destino.
Costui, come vede che fuga non vale a evitar la battaglia,
né da sé può stornare la già incalzante regina,
prende la via dell'astuzia e le tende un tranello,
705 così dicendo: «Sei donna, e però che gran vanto se a un forte
cavallo t'affidi? Smetti la fuga e su giusto terreno
osa scender con me, a piedi, in duello osa batterti.
Saprai così a chi fa danno una gloria ventosa».
Disse, e lei, furibonda, bruciò d'acuto dolore,
710 alle compagne affida il cavallo, con armi pari è già pronta,
a piedi, nuda la spada, col bianco scudo, imperterrita.
Ma il giovane già con l'astuzia si crede vincente e via subito
vola e volta le briglie, lontano in fuga vien tratto,
e il galoppante cavallo con gli speroni massacra.
715 «Falso Ligure, e inutilmente montato in superbia,
senza frutto hai tentato le pattie arti insidiose,
né salvo potrà questa frode ad Auno il bugiardo portarti».
Questo grida la vergine e con gli agili piedi, fulminea,
sorpassa in corsa il cavallo, ne afferra le briglie, affrontandolo,
720 e assale il guerriero e si vendica nel sangue nemico: così
facilmente da vetta rocciosa sacro sparviero raggiunge
a volo colomba altissima sotto le nubi;
l'afferra, la tiene, la sventra con l'unghie rapaci,
e sangue dal cielo e penne strappate giù cadono.
725 Ma non disattento il gran padre dei numi e degli uomini
siede alto in vetta all'Olimpo, gli eventi osservando.
E desta l'etrusco Tarconte a tremenda battaglia,
con sproni non molli ne stimola l'ira.
E dunque Tarconte, tra stragi e schiere fuggenti
730 cavalca e con varie rampogne rinvigorisce i drappelli,
per nome ciascuno chiamando, i vinti alla lotta animando.
«Ma quale sgomento, o incapaci di fremere, o sempre indolenti
Etruschi, che ignavia folle vi è scesa nell'animo?
V'insegue, dispersi, una femmina e queste squadre disordina?
735 Il ferro perché, perché vane armi impugnan le destre?
Ma non indolenti all'amore, alle guerre notturne,
o quando la curva tibia indice le danze di Bacco,
e pregustate le carni, le coppe e piena la tavola
(qui il vostro amore e la gara), se fausto l'aruspice annunzii
740 sacro banchetto e vittima grassa nei folti boschi vi chiami!»
Così dicendo, il cavallo, pronto lui stesso a morire,
sprona in mezzo alle squadre, torvo si butta su Venulo,
e strappa di sella il nemico e con la destra l'avvinghia,
via, davanti a sé in groppa, lo porta a galoppo violento.
745 Un urlo al cielo si leva e tutti i Latini
han gli occhi su loro. Vola fulmineo pel piano Tarconte
armi e guerriero portando: e spezza la punta di ferro
della sua lancia e tenta con quella le parti scoperte,
dove possa menare il colpo mortale. Ma l'altro, lottando,
750 trattiene quel braccio via dalla gola, sfugge con forza alla forza.
Così rapito serpente un'aquila fulva alto in volo
si porta e l'avvinghia e con le zampe l'artiglia.
E il serpe, ferito, ancora rivolta le spire insidiose
e, gonfio, irte le squame e sibilando la bocca,
755 arduo si leva: né quella meno rimbocca col rostro
adunco il ribelle, flagella il cielo con l'ali:
non altrimenti via dalle file tiburti si porta la preda
Tarconte esultando. L'esempio e il successo del capo
i Meonidi seguono e balzano avanti. Ed ecco, sacro al destino,
760 Arrunte con l'asta, con molta arte, precede la rapida
Camilla e la insidia e tenta il momento migliore.
Dovunque si caccia, furente, in mezzo alle mischie la vergine,
ecco Arrunte che scivola e tacito i passi ne spia;
e se ritorna vincente, o lascia il nemico e indietreggia,
765 ecco il giovane volta furtivo le docili briglie.
E questi e quest'altri meandri e andirivieni percorre,
avanti e indietro: e squassa l'asta sicura, ostinato.
Sacro al Cibelo un tempo e sacerdote, splendeva
Clòreo lontano, vistoso in frigia armatura.
770 Spronava schiumante cavallo: lo copriva una pelle
irta di bronzee squame simili a penne, trapunta con oro.
Bello d'esotico turchino e di porpora, frecce scagliava
cretesi da licio arco: e d'oro era l'arco
agli omeri appeso, d'oro l'elmetto del vate;
teneva raccolte con fulvo oro in un nodo,
775 le pieghe fruscianti di mussola delle clamide crocea
teneva raccolte con fulvo oro in un nodo;
e tunica aveva a ricami e gambiere barbariche.
Questo la vergine, o che armi troiane appender volesse
nel tempio, o per far pompa lei stessa dell'oro predato,
780 della battaglia fra tutte le mischie, qual cacciatrice,
rincorre, lui solo, senza guardarsi, per tutte le schiere,
ardendo di brama femminea per quelle spoglie e la preda.
Ed ecco, l'arma, insidioso, trovato finalmente il momento,
scaglia Arrunte, e i superi così invoca in preghiere:
785 «Sommo fra i numi, Apollo, del sacro Soratte custode,
che noi sopra gli altri onoriamo; per te resinosa la fiamma
la catasta divora, e tra il fuoco, nella pietà fiduciosi,
su molta brace noi, tuoi cultori, poniamo le piante;
dammi, padre, ch'io possa con le mie armi abolir la vergogna,
790 tu che puoi tutto. Non spoglie o trofeo dell'uccisa
vergine, nessuna preda domando, la gloria a me l'altre
imprese daranno: soltanto, dal mio colpo abbattuta, la peste
crudele cada, e tornerò senza onore alla patria città».
Udì Febo, e in cuore concesse che parte del voto
795 fosse compiuta, parte tra i soffi dell'aria disperse:
che, in subita morte travolta, abbattesse Camilla
diede all'orante, che riducesse la nobile patria
non diede, e le procelle rapirono tra i venti la voce.
E dunque, come scagliata sibilò l'asta in aria,
800 animi e sguardi febbrili tutti rivolsero
alla regina i suoi Volsci. Ma lei non di soffio,
non di sibilo è accorta o d'arma che corra per l'aria,
finché l'asta, venuta sotto la nuda mammella,
s'infisse, e fonda entrò e bevve sangue virgìneo.
805 Corrono le compagne atterrite, e la sovrana che cade
sostengono. Arrunte fugge, prima di tutti, sgomento,
misto tra la letizia e il timore, né più confida nell'asta,
né ardisce più esporsi della vergine ai colpi.
Ma come, prima che l'armi nemiche lo colgano,
810 presto, per gli alti monti, fuor d'ogni strada, s'intana
un lupo, che ha ucciso un pastore o un grosso giovenco,
del grave fatto ben conscio; e sotto il ventre la coda
tremante acquatta e già è nascosto tra i boschi;
così, torbido, agli occhi già sottratto s’è Arrunte,
815 scampare gli basta e in mezzo all’armi si mescola.
Lei con la mano, morendo, vorrebbe strappare la lancia,
ma, ferrea, nell’osso, ferita profonda, nelle costole è la punta.
Così, dissanguata vien meno, si perde, freddo di morte,
l’occhio, han perso le guance il loro colore purpureo.
820 Allora, spirando, a una coetanea sua, Acca, parla,
quella ch'era, su tutte, la più fedele a Camilla,
con cui divider gli affanni soleva, e questo le dice:
«Fin qui, Acca, sorella, ho potuto: ma ora la dura ferita
m'uccide e tutto intorno mi si fa nero d'ombra.
825 Salvati e quest'ultimo avviso porta rapida a Turno:
entri in battaglia e difenda la città dai Troiani.
Addio». Con queste parole abbandonava le redini,
a terra, non di sua voglia, accasciandosi. Già fredda, si sciolse
in tutto il corpo e languido il collo e il capo
830 ormai in preda alla morte, posò; e l'armi la lasciano,
e la vita gemendo fugge angosciata tra l'ombre.
Immenso allora levandosi, l'auree stelle colpisce
l'urlo: crudele si fa la battaglia, abbattuta Camilla:
incalzano, stringon le file tutti insieme i Troiani
835 e i capi etruschi e l'arcadi squadre d'Evandro.
Ma, sentinella di Trivia, da un pezzo Opi sui monti
alta siede, e guardava la battaglia imperterrita.
Come, fra grida di giovani sconvolti, lontano,
vide colpita da triste morte Camilla,
840 gemette e dal fondo del cuore le usciron parole:
«O troppo, vergine, troppo crudele pagasti
la pena d'aver osato sfidare in guerra i Troiani!
Non d'aver sempre onorato, sola, fra le radure, Diana
avesti premio, d'avere a spalla le nostre frecce portato.
845 Ma non senza onore la tua regina ti lascia
sul punto estremo di morte: gran nome avrà la tua fine
fra i popoli, non soffrirai d'invendicata la fama.
Poiché colui che ha violato il corpo tuo di ferita,
pagherà giusta morte». Grande sotto l'alta montagna,
850 su un terrapieno s'ergeva del re Dercenno il sepolcro,
antico re di Laurento, protetto da un elce frondoso.
Qui subito, con rapido balzo, la bellissima dea
si portò, e Arrunte dal tumulo alto spiava.
Come lo vide, in cuore esultante e invano superbo:
855 «Perché, disse, fuggi di là? Qui volta i tuoi passi,
qui vieni a morire, un premio a prender, che valga
Camilla. Davvero morrai d'una freccia di Diana?»
Disse, e un'alata saetta la Tracia prescelse
dalla faretra d'oro, e tese l'arco, con odio,
860 lo tese al suo massimo, finché combaciarono, curve,
le punte fra loro e toccò, allineando le mani,
con la sinistra la punta di ferro, il seno col nervo e la destra.
D'un tratto stridere il dardo e sibilar l'aria udì
insieme Arrunte, e il ferro gli si piantò nella carne.
865 E mentre spirando dava l'ultimo rantolo, immemori
l'abbandonarono i suoi, tra polvere ignota, in quei campi.
Opi all'eterio Olimpo rivolò sulle ali.
Fuggì per primo, perduta la sua sovrana, il drappello
di Camilla, leggero; sconvolti fuggono i Rutuli, fugge
870 l'aspro Atina: capi e in disordine abbandonati manipoli
cercan rifugio, voltate le spalle mura galoppano.
Nessuno i Teucri che incalzano e morte minacciano
val più ad affrontare con l'armi, o a fermarsi e a resistere:
sfiancati, gli archi riportano sulle spalle tremanti;
875 batte con tonfo quadruplice la terra del campo lo zoccolo.
Fuma verso le mura, nera caligine torbida,
la polvere e dalle vedette, battendosi il petto, le madri
strida femminee lanciano alle stelle del cielo.
Quegli stessi, che a corsa per primi entrano dentro le porte
880 aperte, ecco già in folla i nemici li incalzano, miste le file,
né sfuggono a misera morte, ma proprio lì sulle soglie
tra le mura dei padri, tra le case fidate,
trafitti spiran la vita. Altri chiudon le porte,
né aprire ai compagni la via, né entro le mura più osano
885 accoglierli, per quanto essi preghino; e nasce tristissima strage
di chi con l'armi difende l'entrata, di chi si getta sull'armi.
Gli esclusi, sugli occhi e sul viso dei genitori piangenti,
parte come valanga nei fossati precipitano,
parte alla cieca, e correndo a galoppo sfrenato,
890 battono contro le porte e i battenti serrati.
Esse dall'alto dei muri con sommo slancio le madri,
(insegna il vero amore di patria) poi che han visto Camilla,
gettan picche con mani febbrili, di quercia robusta,
di pali e tronchi al fuoco appuntiti per ferro si servono,
895 piene d'ardore, morir per la patria per prime bramando.
Intanto Turno, fra i boschi, sconvolge, crudele,
la nuova: angoscia grande Acca al giovane porta,
le schiere dei Volsci distrutte, caduta Camilla,
i nemici incalzanti, accaniti, e col favore di Marte
900 padroni ormai d'ogni cosa, la città stessa sottosopra.
Allora, come impazzito, (così crudelmente vuol Giove)
lascia il passo assediato, i boschi aspri abbandona.
Appena era uscito all'aperto e teneva la piana:
e il padre Enea, entrato nel passo ormai libero,
905 supera il valico e dagli oscuri boschi è già fuori.
Così marciano entrambi, con tutto l'esercito, rapidi,
verso le mura e distano pochi passi fra loro:
insieme, Enea fumar le piane di polvere
vide lontano e scorse le schiere laurenti,
910 e Turno Enea riconobbe, risoluto, con l'armi,
e udì il rombo dei passi e i cavalli ansimanti.
E subito s'attaccherebbero e tenterebbero l'armi,
ma purpureo già Febo nel mar di Spagna i cavalli
stanchi bagnava, e il giorno, finendo, portava le tenebre.
915 Davanti al borgo s'accampano e il campo trincerano.
Traduzione di Alessandro Fo
Sorse frattanto l’Aurora, lasciandosi dietro l’Oceano:
e, pur se indire una pausa per dar sepoltura ai compagni
è un pensiero pressante, e la mente è turbata dal lutto,
al primo Eòo, vittorioso, Enea scioglie i suoi voti agli dèi.
5 Una quercia imponente, tagliati i suoi rami all’intorno,
pose al di sopra di un tumulo, e poi l’avvolse di fulgide
armi: le spoglie del capo Mezènzio, trofeo per te, o grande
bellipotente; vi adatta il cimiero stillante di sangue
e dell’eroe i dardi infranti, nonché la corazza colpita
10 e perforata in dodici punti; e lo scudo di bronzo
lega a sinistra, e alle spalle sospende la spada in avorio.
Quindi i compagni esultanti – a stringerlo, infatti, era fitta
tutta la follia dei capi – così incominciando incoraggia:
«Massima impresa è compiuta, uomini: via ogni timore
15 per quanto resta; son queste le spoglie, e di un re superbo
le primizie; e dalle mie mani qui avete Mezènzio.
La nostra via porta ora sul re e sui muri latini.
Armi apprestate nei cuori, e speranza pregusti la guerra
sí che, appena concedano i Súperi il muover le insegne
20 e il trarre i giovani in campo, non vi raffreni sorpresi
un qualche indugio, o un pensiero indolente vi attardi in timori.
Nel frattempo, affidiamo alla terra i compagni ed i corpi
degli insepolti: è l’unico onore nel fondo Acherónte».
Dice poi: «Andate e le anime egregie, che col loro sangue
25 han partorito a noi questa patria, onorate di estremi
doni, e per primo Pallante alle mura dolenti di Evandro
sia inviato, lui che, di valore guerriero non privo,
il fosco giorno rapí e in esequie precoci sommerse».
Dice così fra le lacrime, e il passo riporta alle soglie
30 dove del morto Pallante il composto corpo vegliava
il vecchio Acète: che armigero fu già, una volta, di Evandro
il parràsio, ma allora, assegnato al diletto fanciullo,
senza altrettanto propizi auspici gli andava compagno.
Tutta la schiera dei servi, d’intorno, e la folla troiana
35 e le Ilíadi, come usa, disciolte le chiome luttuose.
E, come Enea fra le alte porte fece il suo ingresso,
levano un gemito ingente alle stelle, e intanto percuotono
i loro petti: rimugghia di pianto luttuoso la reggia.
Lui stesso, come la testa adagiata del niveo Pallante
40 vide, e il suo volto, e la piaga aperta da cuspide ausònia
sopra il liscio suo petto, affiorate le lacrime, parla:
«Povero giovane, te» dice, «te, già lieta venendo,
tolse a me la Fortuna, perché non vedessi tu i regni
nostri, né fossi condotto glorioso alla casa paterna?
45 Al padre Evandro, partendo, non queste promesse io avevo
fatto su te, quando lui, al momento di andare, abbracciandomi,
mi inviava a un grande comando e, temendo, ammoniva
che avrei incontrato aspri eroi, e con dura gente battaglie.
E, invero, adesso lui, molto illuso da inane speranza
50 forse fa voti, anche, e accumula offerte sopra agli altari;
noi accompagniamo dolenti con vane onoranze un esanime
giovane, che ormai piú niente deve a alcun dio fra i celesti.
O infelice, vedrai le esequie crudeli del figlio!
Questi i nostri ritorni, e questi gli attesi trionfi?
55 Questa la mia parola solenne? Ma, Evandro, non colto
da vergognose ferite di fuga lo avrai, né augurandoti,
padre, le esequie funeste di un figlio che vive a tal prezzo.
Ahi, quale appoggio perdete tu, Ausònia, e quale tu, Iulo!»
Come così lamentò, comanda di alzare quel corpo
60 degno di pianto e, trascelti da tutto l’esercito, mille
uomini manda, che siano compagni all’onore supremo,
e sian presenti del padre alle lacrime: minimo, a immenso
lutto, conforto – dovuto comunque a quel padre infelice.
Non negligenti intrecciano altri il graticcio di un morbido
65 feretro con corbezzolo in verghe e con vinchi di quercia,
al giaciglio allestito fanno ombra con fronde incurvate.
Alto qui pongono il giovane sopra il tappeto campestre:
quale un fiore reciso dal pollice di una fanciulla,
o di tenera viola o di languente giacinto,
70 cui, mentre ancora fulgore o bellezza non sono svaniti,
piú non infonde la madre terra alimento e vigore.
E allora fece portare Enea due drappi di porpora,
rigidi d’oro a ricami, che a lui, lieta delle fatiche,
fece di sua mano un tempo la stessa sidònia Didone
75 e tenui trame di oro aveva intrecciato alla tela.
D’uno di questi, dolente, avvolge il giovane, estremo
dono, e gli vela d’un manto i capelli che il rogo va ad ardere.
Della battaglia laurènte, inoltre, accumula molte
prede, e dispone che siano condotte in un lungo corteo.
80 Dardi e cavalli vi aggiunge, spoglie strappate al nemico.
Per sacrifici alle ombre e spargere il rogo di ucciso
sangue, alle vittime avvince dietro la schiena le mani
e dispone che tronchi ravvolti di armi rivali
rechino i capi in persona, e vi affiggano i nomi nemici.
85 Viene condotto Acète, prostrato, e disfatto dal tempo:
si straziava, graffiando le guance e colpendosi il petto;
ed ecco a terra si abbatte, disteso con tutto il suo corpo.
Portano anche carri perfusi di rútulo sangue.
Quindi Etóne, il cavallo da guerra, spogliato di insegne
90 va fra le lacrime, e grandi gocce gli bagnano il muso.
Altri portano l’asta e l’elmo; il resto lo ha infatti
Turno, che ha vinto. Poi, schiera dolente, i Tèucri procedono
e i Tirreni tutti, e gli Àrcadi, ad armi riverse.
Dopo che tutto il corteo dei compagni sfilò allontanandosi,
95 si fermò allora Enea, e aggiunse con grave lamento:
«Ad altre lacrime noi un eguale destino di guerra
orrido chiama: in eterno il saluto mio, sommo Pallante,
abbi, e in eterno l’addio». Né piú disse, e si volse alle alte
mura, e spingeva i suoi passi verso l’interno del campo.
100 E v’erano già ambasciatori dalla città di Latino,
che, velati di rami d’ulivo, indulgenza chiedevano:
che lui rendesse quei corpi che, stesi dal ferro, giacevano
nei campi, e consentisse che avessero tumulo e terra;
non v’è contesa coi vinti e i rimossi dal lume dell’etere;
105 grazia per chi aveva un giorno chiamato «ospiti» e «suoceri».
Con indulgenza asseconda il buon Enea le preghiere
non indegne, e in piú aggiunge queste sue stesse parole:
«Quale mai ingiusta fortuna, Latini, in un tale conflitto
v’ha trascinato, sí che rifuggiate da noi come amici?
110 Pace a me per i morti e gli spenti da sorti di Marte
siete qui a chiedere? Invero, vorrei accordarla anche ai vivi.
Né sarei qui, non mi avesse il fato assegnato per sede
questo luogo, né assalgo un popolo; il re come ospiti
ci ha rinnegato, scegliendo di darsi alle armi di Turno.
115 Era piú giusto che fosse Turno ad esporsi a una simile
morte; se vuole risolver di braccio la guerra e scacciare
i Tèucri, con queste armi, e con me doveva scontrarsi:
quello a cui un dio o la sua destra l’avesse concesso vivrebbe.
Ora andate, e bruciate i poveri concittadini».
120 Questo ebbe detto Enea. Loro si stupirono, zitti,
e fra di loro rivolti tenevano i visi e gli sguardi.
Quindi l’anziano – e al giovane Turno con odio ed accuse
sempre nemico – Drance questo a sua volta risponde,
e incomincia: «O imponente per fama e piú ancora per armi,
125 con quali lodi, o troiano eroe, potrei al cielo innalzarti?
Prima dovrò la giustizia o le imprese di guerra ammirare?
Grati, invero, noi questo alla patria città riportiamo
e, se avrà dato una via la Fortuna, ti congiungeremo
al re Latino. E Turno si cerchi altrove i suoi patti.
130 Anzi, a noi darà gioia innalzare le moli fatali
dei muri, e sui nostri omeri i massi portare per Troia».
Questo ebbe detto, e su tutte le bocche era assenso in un fremito.
Dodici giorni fu il patto; e, garante la tregua, per selve
Tèucri e Latini frammisti, senza alcun colpo ferire,
135 fra i gioghi errarono. Al ferro della bipenne risuona
l’alto frassino; svellono pini protesi alle stelle,
né di spaccare con cunei querce o cedro odoroso
cessano, né di portare orni su carri gementi.
E già preannunciatrice di un simile lutto, volando,
140 riempie Evandro la Fama, e di Evandro le case e le mura,
lei che Pallante or ora diceva trionfare nel Lazio.
Verso le porte corsero gli Àrcadi e, antico costume,
funebri torce rapirono; splende la via per la lunga
fila di fiamme, e divide i campi per ampia distesa.
145 Viene di fronte la folla dei Frigi e congiunge le schiere
in pianto. E come le videro ai tetti accostarsi, le madri
per la dolente città un incendio di grida diffondono.
E non c’è forza che può trattenere Evandro, ma accorre
fra la folla. Deposero il feretro, e lui su Pallante
150 si accasciò e vi si strinse in gemiti e lacrime, e infine
a mala pena il dolore dischiuse alla voce una via:
«A tuo padre, Pallante, non queste promesse tu avevi
fatto, che a Marte spietato piú cauto volessi affidarti.
Non ero ignaro di quanto la nuova gloria nelle armi
155 e il dolcissimo vanto nel primo scontrarsi han potere.
Ah, sventurate primizie di giovane, e duro iniziarsi
ad una guerra vicina! E non esauditi dai numi
voti e preghiere che feci! O tu, santa sposa, felice
per la tua morte, tu non preservata per questo dolore!
160 Io, al contrario, vivendo ho vinto i miei fati, e ora resto
padre superstite. Ah, se me, unito alle armi troiane,
di dardi i Rútuli avessero oppresso! Io stesso avrei reso
l’anima, e me, non Pallante, il corteo porterebbe ora indietro!
Né voi, o Tèucri, intendo accusare, né i patti né il fatto
165 che congiungemmo ospitali le destre; era questa la sorte
data alla mia vecchiaia. E se morte immatura spettava
a mio figlio, sarà di conforto che cadde guidando
nel Lazio i Tèucri, e dopo che Volsci a migliaia ebbe ucciso.
Né saprei anzi, Pallante, onorarti di esequie piú degne
170 di quanto fanno il pio Enea e i grandi Frigi e i tirreni
capi, e di quegli stessi Tirreni l’esercito intero.
Portano grandi trofei, che la tua destra ha dato alla morte;
e anche tu ora saresti un tronco immenso tra le armi,
Turno, se fossero state uguali l’età e, insieme agli anni,
175 le forze. Ma a che, infelice, attardo le armi dei Tèucri?
Via, andate, e memori questi mandati al re riferite:
se ora, morto Pallante, indugio, odiandola, in vita,
è la tua destra il motivo: lo vedi, ora lei deve Turno
al figlio come al padre. Ai meriti tuoi e alla fortuna
180 questo solo ti manca. Né cerco alla mia vita gioie
(empio sarebbe): le voglio portare fra i Mani, giú, al figlio».
Nel frattempo l’Aurora schiudeva ai mortali infelici
la luce fonte di vita, e imprese e fatiche rendeva:
già il padre Enea, già Tarcóne avevano sul lido ricurvo
185 apprestato le pire. Qui i corpi portarono, ognuno
stando al costume dei propri antenati: e, appostivi foschi
fuochi, caligine cela il cielo profondo fra tenebre.
Tre volte in corsa, fasciati di fulgide armi passarono
intorno ai roghi, tre volte la fila dei funebri fuochi
190 sui cavalli percorsero, emessi di bocca ululati.
Lacrime sparse per terra, lacrime sparse su armi;
van fino al cielo e grida di uomini e strida di trombe.
Altri qui spoglie, strappate a Latini uccisi, nel fuoco
gettano, elmi e spade di rara bellezza, e già fervide
195 ruote, e redini; altri offerte assai note: gli scudi
dei loro stessi caduti, e i non fortunati armamenti.
Molti corpi di buoi sono, intorno, immolati alla Morte;
e setolosi maiali, e bestiame nei campi razziato
per ogni dove, sul fuoco sgozzano. E in tutta la spiaggia
200 guardano ardere i loro compagni e i resti dei roghi
vegliano, né se ne staccano, fino a che l’umida notte
viene a ruotare il cielo trapunto di fulgide stelle.
Non di meno anche, in altra parte, gli afflitti Latini
innumerevoli pire innalzano e in fosse ora interrano
205 molti corpi di uomini, ora, rimossi, li recano
nelle campagne vicine e alle loro città li rimandano.
Tutti gli altri, in un mucchio imponente e indistinto di uccisi
cremano senza specifici onori; e a gara dovunque
splendono le sconfinate campagne di fuochi frequenti.
210 La terza luce scostava la gelida ombra dal cielo:
l’alta cenere e le ossa indistinte, afflitti, smuovevano
dai roghi, per ricoprirle di tiepidi mucchi di terra.
Già allora, nella città di Latino ricchissimo, è immenso
il fragore fra i tetti, e di un gran lutto il culmine massimo.
215 Qui le madri e le misere nuore, qui i petti di amate
e disperate sorelle, e fanciulli ora privi dei padri,
odian la guerra funesta e di Turno i canti imenèi:
lui, sia lui ad appellarsi alle armi e al ferro – richiedono –,
lui che a sé il regno d’Italia e i massimi onori rivendica!
220 Drance spietato inasprisce le voci e protesta che il solo
Turno è chiamato, lui solo è richiesto a uno scontro diretto.
Ma molti sono al contempo, di varia espressione, i favori
per Turno: del grande nome della regina è al riparo
e, per trofei conseguiti, ampia fama sostiene l’eroe.
225 Tra questi urti e nel pieno di quel divampante tumulto
ecco in aggiunta i messi portare avviliti i responsi
dalla grande città di Diomede: un nulla di fatto,
dopo tutti gli sforzi e l’impegno; né doni né oro
erano valsi, né grandi preghiere: altre armi restavano
230 da ricercare ai Latini, o la pace dal re dei Troiani.
E il re, lo stesso Latino, al dolore imponente è prostrato;
l’ira divina e i recenti tumuli sotto lo sguardo
dicono che viene Enea grazie al fato, e con dèi in chiaro appoggio.
Dunque aduna un grande consiglio e i primi dei suoi,
235 a un suo comando chiamati, all’interno delle alte sue soglie.
Quelli convennero: colma le strade il loro fluire
ai tetti della reggia. Al centro, e di tutti il piú anziano
e primo per il suo scettro siede, non lieto, Latino.
E qui comanda che, dalla etòla città ritornati,
240 dicano i messi cosa riportino, e chiede per ordine
tutti i responsi. E allora ogni lingua si fece silente
e obbedendo al comando, Vènulo inizia a parlare:
«Concittadini, vedemmo Diomede e le argive fortezze
e, compiuto il cammino, qualunque imprevisto abbiam vinto
245 e abbiamo stretto la mano che oppresse la terra di Ílio:
lui, vittorioso, fondava al Gargano, nei campi di Iàpige,
la città di Argíripa, nome dal popolo patrio.
Dopo che, entrati, fu data occasione di prender parola,
consegniamo i regali, il nome e la patria illustriamo,
250 chi guerra ci abbia portato, che causa ad Arpi ci attragga.
Ci ascoltò e poi cosí ci rispose con tono pacato:
“O fortunate genti, regni già di Saturno,
o antichi Ausònii, qual sorte voi sempre tranquilli sollecita
e vi persuade a ricorrere a guerre per voi sconosciute?
255 Tutti noi che col ferro i campi di Ílio violammo
lascio quanto affrontammo alle alte mura scontrandoci
o quali eroi il Simoènta sommerga - tormenti indicibili
e pene tutti pagammo, dovunque, dei nostri misfatti,
schiera da fare pietà pure a Príamo; lo sa di Minerva
260 l’astro funesto - e le rocce di Eubèa, e Cafèreo, vendetta.
Dopo l’impresa, sbattuti su opposti lidi, in esilio
va Menelào l’Atríde fin alle colonne di Pròteo
e Ulisse ha conosciuto i Ciclòpi, abitanti sull’Etna.
Ricorderò di Neottòlemo il regno o i Penàti sconvolti
265 d’Idomenèo? O i Locrési stanziati ora al libico lido?
Lo stesso re di Micène dei grandi Achèi condottiero,
per mano della nefanda moglie, trovò morte appena
oltre la soglia: e sull’Asia sconfitta si assise un adultero.
O che non piacque agli dèi che io, reso alle patrie mie are,
270 la bella Calidóne vedessi e la sposa bramata?
E ancora oggi prodigi tremendi a vedersi mi assillano,
e i compagni, perduti, su ali si volsero all’ètere
e per i fiumi, mutati in uccelli - ah, pene nefaste
dei miei! -, vagano e riempiono scogli con voci di lacrime.
275 E questo me lo dovevo aspettare già fin da quel tempo
in cui, insensato, col ferro corpi divini ho aggredito
e profanai con una ferita la mano di Venere.
No, dunque, non cercate di spingermi a tali battaglie.
Né ho piú io con i Tèucri, distrutta Pèrgamo, alcuna
280 guerra; né mi rallegro al ricordo dei mali passati.
Quei doni che dalle patrie regioni mi avete portato,
ora volgeteli a Enea. Ci affrontammo e, armi aspre, venimmo
al corpo a corpo; ne feci esperienza e, credetelo, quanto
s’eleva sopra lo scudo, e in che turbine avventa la lancia!
285 Se due altri eroi di tal genere avesse prodotto la terra
dell’Ida, il Dàrdano primo sarebbe venuto d’Inàchia
alle città, e piangerebbe la Grecia, mutati i destini.
Tutto quel tempo trascorso alle dure mura di Troia,
la vittoria indugiò per le braccia di Ettore e Enea,
290 e fino al decimo anno le orme dovette ritrarre.
Erano entrambi per animo, entrambi per forti armi insigni;
primo Enea per pietà. Si uniscano in patto le destre,
come v’è dato; ma scontro di armi con armi evitate”.
Ottimo re, del re al contempo hai udito i responsi
285 e che opinione egli abbia su questo grande conflitto».
Questo appena i messi, e vario alle labbra turbate
degli Ausònidi un fremere corse; cosí è quando massi
frenano rapidi fiumi, e il gorgo impedito dà un murmure,
e le ripe vicine fremono alle onde scroscianti.
300 Come piú calmo fu il cuore e le bocche irrequiete ristettero,
il re, invocati gli dèi, dall’alto trono incomincia:
«Prima, o Latini, vorrei aver deciso – e certo era meglio –
circa il pubblico bene; e non adunare un consiglio
in un tale momento, in cui sotto i muri è il nemico.
305 Guerra non opportuna, concittadini, con stirpe
di numi, e uomini indomiti, abbiamo, che mai le battaglie
stancano, né – pur se vinti – sanno deporre le armi.
Se una speranza poneste in armi alleate di Etòlia,
ora lasciatela. Ognuno è speranza a se stesso, e vedete
310 quanto piccola. E in quanta rovina colpito ora giaccia
tutto il resto, lo avete negli occhi e toccate con mano.
E non ne incolpo nessuno: il valore si è espresso cospicuo,
piú che poté; si è lottato con tutto il corpo del regno.
Ora però quale sia della mente, già in dubbio, il parere
315 districherò, ed in breve (prestate attenzione) vi spiego.
Fra i miei domini, vicino al fiume etrusco, è un antico
campo esteso a occidente, fin sotto i confini sicàni;
Rútuli e Aurúnci vi spargono i semi e col vomere i duri
colli lavorano, e i luoghi piú aspri riservano al pascolo.
320 Tutta la zona, e la plaga a pinete dell’alta montagna,
passi ai Tèucri da amici; e giusti patti di pace
siano fissati, e chiamiamoli quali alleati a regnare.
Qui, se tanto è l’amore, si stanzino e fondino mura.
Ma se poi di raggiungere altri confini e altre genti
325 hanno in cuore, e dal nostro suolo possono andarsene,
venti navi intrecciamo con ítala quercia; o se possono
loro riempirne di piú, il materiale sta già tutto pronto
presso le onde: il numero e il tipo di navi, lo fissino
loro e, quanto a noi, diamo il bronzo, le braccia, gli attrezzi.
330 Per di piú, cento oratori latini del rango piú nobile
voglio che vadano, e rechino i detti, e stringano i patti
e con le mani porgano rami a emblema di pace,
quali doni portando misure di oro e d’avorio,
e le insegne del nostro regno: il seggio e la trabèa.
335 Per il bene comune scegliete, e alleviate il malessere».
E allora Drance ostile, ancora, roso fra amari
pungoli e obliqua invidia dalla gloria di Turno,
prodigo di donativi e più pronto di lingua, ma in guerra
destra inerte, stimato in consiglio una mente non futile,
340 di sedizioni capace (gli dava una stirpe superba
la nobiltà della madre, ma oscuro era il ramo paterno),
s'alza, e con queste parole aggrava e aggiunge ira ad ira:
«O buon re, ci consulti su un punto non dubbio ad alcuno,
né bisognoso di un mio intervento; ammettono tutti
345 che, ciò che esiga il bene comune, si sa: ma mugugnano.
Dia libertà di parlare, e deponga la boria quell'uomo
per il cui infausto auspicio e il cui perverso carattere –
sí, lo dirò, pur se lui minacci a me armi e la morte –
noi tante luci di capi vediamo cadute, ed intera
350 la città immersa nel lutto, intanto che il campo troiano
stuzzica, pronto alla fuga; e il cielo con le armi atterrisce.
A questi doni che in gran quantità tu inviti a inviare
e ad assegnare ai Dardànidi, ottimo re, ancora uno,
uno aggiungine; e non ti vinca violenza di alcuno,
355 sí che tu, padre, non dia la figlia a un genero egregio
e a degne nozze, e in eterno patto la pace congiunga.
Che, se cotanto terrore possiede le menti ed i cuori,
lui stesso scongiuriamo e chiediamo indulgenza a lui stesso:
si ritiri, e il suo proprio diritto al re lasci e alla patria.
360 Per cosa, o cuore e causa di questi mali del Lazio
i cittadini infelici in aperti pericoli getti?
Non dà salvezza la guerra: la pace a te tutti chiediamo,
Turno, e al contempo quel solo inviolabile pegno di pace:
io per primo – che tu ti figuri nemico (e non esito
365 a divenirlo) –, ecco, supplice vengo. Pietà per i tuoi,
lascia l'orgoglio e, sconfitto, va' via; disfatti, abbastanza
lutti abbiamo veduto e campi imponenti svuotato.
O, se ti spinge la gloria, se tanta forza nel petto
hai concepito, e la reggia dotale ti sta tanto a cuore,
370 osa, e fidente il tuo petto esponi di fronte al nemico.
Ah certo noi, vili anime e folla insepolta e non pianta,
lungo i campi dovremmo cadere affinché una regale
sposa tocchi a Turno! Anche tu, se hai un po' di forza,
se un po' del Marte dei padri ti resta, ora lui che ti chiama
375 a viso aperto affronta».
A tali detti, in fiamme avvampò la violenza di Turno.
Geme e in simili voci prorompe dal fondo del petto:
«Certo, Drance, ti è sempre abbondante la copia di chiacchiere
quando la guerra richiede le braccia; e sei in prima linea
380 a un'assemblea. Ma non c'è da riempire la curia di detti,
che, se al sicuro, ti volano grandi, allorché il terrapieno
dei muri ferma il nemico, né esondano i fossi di sangue!
Tuona dunque a parole, è il tuo solito; e me come vile
tu, Drance, accusa, giacché tanti mucchi di Tèucri ammazzati
385 la tua destra ha lasciato, e ovunque i campi insigniti
di trofei. Ma ci è offerto il dar prova del vivo valore,
di quanto possa; né certo, infatti, lontano i nemici
tocca cercare; da tutte le parti circondano i muri.
Eccoli: andiamo? A che esiti? O forse a te Marte per sempre
390 solo starà sulla lingua ventosa, e in questi tuoi piedi
pronti alla fuga? [No, no: atterriremo in armi il nemico.]
Io "sconfitto"? E qualcuno a ragione, canaglia, sconfitto
dirmi vorrà, pur vedendo il Tevere crescere gonfio
di sangue ilíaco, e la casa di Evandro atterrata con tutta
395 la sua stirpe, e spogliati gli Àrcadi delle armi loro?
Non tale me l'imponente Pàndaro e Bízia conobbero,
né i mille che vincitore in un giorno ho spedito giú al Tàrtaro,
stretto fra i muri e rinchiuso fra i terrapieni nemici.
"Non dà salvezza la guerra"? All'uomo dardànio vaticina
400 questo, insensato, e a te stesso. E avanti, continua a sconvolgere
tutto con grandi terrori e a esaltare le forze di gente
due volte vinta, e a svilire del re Latino le armi.
Ora anche i capi mirmídoni tremano alle armi dei Frigi,
ora perfino il Tidíde e perfino Achille di Làrissa,
405 e il fiume Àufido fugge all'indietro dalle onde adriatiche.
E quando poi si finge per mie aggressioni pauroso
è imbroglio ad arte, e esacerba con quel timore l'accusa.
No, non ti muovere, mai dovrai perdere un'anima tale
per questa destra; con te se ne stia, e viva in simile petto.
410 Ora ritorno, o padre, a te e alle tue gravi delibere.
Se nelle nostre armi non nutri piú alcuna fiducia,
se abbandonati siamo a tal punto, e, battuti una volta,
siamo periti del tutto e non può la Fortuna tornare,
pace allora imploriamo, e tendiamo inermi le destre.
415 Pure se, ah, restasse alcunché dell'antico valore!
Piú d'ogni altro, per me, è nelle imprese felice, e nell'animo
suo egregio, colui che, per non veder cose simili,
cadde morendo, e una volta per tutte ha morso la terra.
Se invece abbiamo ancora risorse e giovani illesi,
420 e città e popoli italici ancora in aiuto ci restano,
se invece anche ai Troiani la gloria è venuta con molto
sangue – hanno i loro lutti, e su tutti un'uguale tempesta
s'è abbattuta –, perché con disdoro al varcar della soglia
cedere, e prima che squillino trombe esser presi dal tremito?
425 Molto un sol giorno, e il vario lavoro del tempo volubile,
mutano in meglio; volgendosi alterna, ha ingannato già molti
la Fortuna, e di nuovo li ha stabiliti al sicuro.
Non ci saranno alleati Arpi e l'eroe dell'Etòlia:
ma sí lo stesso Messàpo, e il beneaugurato Tolùmnio
430 e tutti i capi inviati da tante genti, né piccola
gloria otterranno i trascelti del Lazio e dei campi laurènti;
e v'è, dal popolo egregio dei Volsci, Camilla, che guida
di cavalieri una schiera e torme fiorenti di bronzo.
Che, se me solo i Tèucri reclamano a scontro, e se questo
435 voi volete, e son tanto di ostacolo al bene comune,
non la Vittoria le mie mani ha odiato e fuggito a tal punto
che io ricusi il tentare qualcosa per tale speranza.
Lo affronterò con coraggio, anche se il grande Achille battesse,
o se anch'egli indossasse armi che con le sue mani
440 fece Vulcano. Quest'anima a voi e a Latino mio suocero
voto io, Turno, a nessuno degli avi in valore secondo.
"Chiama me solo Enea"? E son io a pregar che mi chiami:
e non sia Drance piuttosto a pagarla con morte, se è questa
l'ira dei numi, o, se gloria e valore vi sono, a rubarmeli!»
445 Quelli fra loro cosí di dubbie vicende trattavano
in contrasto: Enea muoveva il campo e le linee.
Un messaggero fra i regi tetti, in tumulto imponente,
ecco irrompe e di grandi timori ricolma le mura:
dal fiume Tevere i Tèucri schierati a battaglia e l'esercito
450 dei Tirreni discendono lungo l'intera campagna.
Subito sono turbati gli animi, e il popolo è in petto
scosso, e non deboli pungoli fanno gonfiare le ire.
Trepidi chiedono armi alle braccia, armi invocano i giovani,
piangono mesti e mugugnano i padri. E qui grande clamore
455 di differente dissenso ovunque al cielo si leva,
non altrimenti che quando nel folto di un bosco si posano
frotte di uccelli talvolta, o a Padùsa nel braccio pescoso
rauchi, per stagni loquaci, levano i cigni frastuono.
«Certo, sí, cittadini» urla Turno, cogliendo il momento,
460 «un consiglio adunate, e sedendo lodate la pace:
quelli piombano armati sul regno». Né oltre parlando
se ne andò via, e se ne uscí da quegli alti tetti veloce.
«Voluso, tu di' alle schiere dei Volsci di armarsi» comanda,
«e conduci anche i Rútuli; Cora, e il fratello, e Messàpo,
465 sparpagliate nei vasti campi gli armati a cavallo.
Della città voi guardate l'accesso e occupate le torri;
gli altri, per dove dirò, con me muoveranno all'attacco».
Subito va a riversarsi l'intera città sulle mura.
Lascia il consiglio lo stesso padre Latino, e i propositi
470 grandi, per rinviarli, turbato dal triste momento,
e si rimprovera molto perché da sé non ha accolto
e accettato in città il dardànio Enea come genero.
Altri scavano fosse davanti alle porte o trascinano
pali e macigni. Dà il segno cruento di guerra la rauca
475 tromba. E allora ricinsero i muri, variata corona,
donne e fanciulli: richiama tutti l'estremo cimento.
E ancora viene portata, con grande corteggio di madri,
al tempio la regina e alle somme rocche di Pàllade,
fra molte offerte, e compagna le è accanto Lavinia, la vergine,
480 causa di tanto male, con gli occhi suoi belli abbassati.
Entrano al tempio le madri e vapori d'incenso vi spargono
e, dall'alta soglia, vi effondono tristi parole:
«Armipotente, sovrana di guerra, Tritònia vergine,
spezza di tua mano il dardo del frigio predone, e lui stesso
485 prostra prono a terra, ed alle alte porte distendilo».
Quasi a gara, furente, Turno si arma agli scontri,
e ormai dunque indossando splendente corazza, di bronzee
squame era irto e le gambe aveva serrato nell'oro,
nudo ancora alle tempie, e cinta al fianco la spada,
490 aureo scendendo di corsa dall'alta rocca fulgeva
e nell'animo esulta, e, sperando, già prende il nemico:
quale allorché, rotti i lacci, fugge le stalle un cavallo
libero finalmente e del campo aperto padrone,
o verso i pascoli tende, e delle cavalle alle mandrie,
495 o, abituato a bagnarsi in nota corrente di fiume,
balza, e nitrisce, levata in alto la testa, sfogandosi
e la criniera gli scherza giú per il collo e le spalle.
Viene a lui incontro – la segue la linea dei Volsci – Camilla,
e salta giú di cavallo proprio davanti alle porte,
500 lei regina; il seguito intero la imita e a terra
scende, lasciati i cavalli; e allora in tal modo prorompe:
«Turno, se è giusto che il forte abbia qualche fiducia in se stesso,
oso e prometto l'assalto contro le torme di Enèadi,
e di avventarmi da sola sui cavalieri tirreni.
505 Lascia ch'io vada per prima, coi miei, della guerra ai pericoli,
tu custodisci le mura restando, da fante, ai bastioni».
Turno a sua volta, occhi fissi su quella terribile vergine:
«Vergine, gloria d'Italia, come potrei ringraziarti
o ricambiarti? Ma ora, poiché sta al di sopra di tutto
510 questo tuo animo, insieme con me dividi l'impresa.
Come la fama e, inviati, gli esploratori ci annunciano,
ora, Enea, con malizia, avanti ha mandato gli armati
alla leggera e a cavallo, a scuotere i campi; lui il giogo
varca e le vette deserte del monte, e alle mura s'avanza.
515 Un agguato preparo, a un sentiero in meandri del bosco,
sí da occuparlo con uomini armati all'ingresso e allo sbocco.
I cavalieri tirreni ricevi tu, insegna ad insegna:
l'aspro Messàpo con te e le torme latine saranno,
e di Tibúrto la schiera: e di loro tu assumi il comando».
520 Dice cosí, e con pari parole esorta allo scontro
sia Messàpo che i capi alleati, e va sul nemico.
V'è una valle in un curvo anfratto, propizia all'inganno
e alle imboscate di guerra: da entrambe le parti la stringe
con fitte fronde una fosca fiancata; vi va strada esigua,
525 e anguste bocche e accessi malfidi le fanno da ingresso.
Sopra di essa, a vedetta e in cima alla vetta del monte,
sta sconosciuta una piana che fa da sicuro recesso,
sia che si voglia da destra o sinistra venire all'assalto,
sia rimanere sui gioghi a volgerne giú grandi massi.
530 Qui, ben sapendo la via da seguire, il giovane giunge,
prende possesso del luogo e si apposta nel bosco insidioso.
Nel frattempo lassú fra i celesti la rapida Opi
una delle compagne sue vergini, e del suo corteggio
sacro -, la Latònia con queste parole dolenti
535 interpellava, dicendo: «Alla guerra crudele Camilla
va, o vergine, e invano le nostre armi si cinge,
sopra le altre a me cara: né giunge a Diana recente
questo amore, difatti, o la tocca dolcezza improvvisa.
Per la superba violenza e per l'odio scacciato dal regno,
540 Mètabo, mentre lasciava l'antica città di Privèrno,
lei ancora infante, fuggendo in mezzo agli scontri di guerra,
prese a compagna d'esilio e, dal nome materno Casmilla,
volle chiamarla, mutandone un poco una parte, Camilla.
Lui la portava sul petto, spingendosi ai gioghi infiniti
545 di boschi soli; dovunque incalzavano dardi spietati
e volteggiavano i Volsci, spargendo soldati d'attorno.
Ecco, durante la fuga, in piena schiumar l'Amasèno
sul sommo delle ripe (una tale tempesta dai nembi
s'era abbattuta). Pronto a nuotarvi, è tardato da amore
550 per la bambina, e ha paura per quel caro peso. E, volgendo
tutto fra sé, d'un tratto, a stento, a ciò si decide:
all'asta immensa che, uomo di guerra, appunto portava
con mano forte, per nodi solida e rovere adusto,
ora assicura la figlia, ravvolta in corteccia e silvestre
555 sughero, al centro legandola, sí da poterla scagliare;
poi, con la destra imponente librandola, all'ètere dice:
«Fonte di vita, cultrice dei boschi, latònia vergine,
io, il padre, lei come ancella a te voto: aggrappata ai tuoi dardi,
supplice fugge il nemico la sua prima volta; io t'imploro,
560 dea, per tua accogli colei che all'incerto dei venti ora affido».
Disse e, contratto il braccio, vibrò e scagliò quella lancia;
forte il fragore delle onde: la non fortunata Camilla
sulla corrente impetuosa fuggí nello strale stridente.
E, ormai da presso incalzato da grande caterva, nel fiume
565 Mètabo si precipita, e poi, vittorioso, da erbosa
zolla svelle la lancia e la vergine: un dono di Trívia.
Non lo accolse alcuna città fra i suoi tetti e le mura
né, cosí arcigno, lui stesso per primo lo avrebbe accettato,
e dei pastori sui monti deserti trascorse la vita.
570 Qui nutriva la figlia fra macchie e fra ispide balze,
al seno di una cavalla da branco e con latte selvatico,
quelle mammelle mungendo nelle sue tenere labbra;
e, non appena all'infante le piante dei piedi posarono
le prime tracce, armò le sue palme di dardo appuntito
575 e sulle spalle appese alla piccola l'arco e le frecce.
Non oro per i capelli, né velo di un lungo mantello:
spoglie di tigre dal capo su tutta la schiena le cadono.
Dardi infantili vibrò già da allora con tenera mano,
e volse attorno alla testa la fionda con cinghia ritorta,
580 gru strimònia con essa abbattendo, o candido cigno.
Per le tirrene città, già molte madri la vollero
inutilmente per nuora; lei solo di Diana contenta,
delle armi coltiva in eterno l'amore e, inviolata,
della verginità. Vorrei che da queste battaglia
585 non fosse stata ghermita, tentando la sfida ai Troiani:
cara a me e una sarebbe delle compagne mie adesso.
Ma suvvia, dal momento che fati precoci la premono,
scivola, Ninfa, dal cielo e visita i campi latini,
dove si avvia con infausto presagio una triste battaglia.
590 Prendi queste armi, ed estrai di faretra la freccia che vendica:
con essa, chi di ferita avrà il corpo a me sacro violato,
Ítalo sia o Troiano, mi paghi col sangue la pena.
Poi in una concava nube a lei, povera, io membra e armi,
non depredate, porrò in una tomba, ridate alla patria».
595 Disse. E quella, ravvolto il suo corpo in un turbine nero,
scese, in un suono, leggera lungo le brezze del cielo.
Ma si avvicina ai muri frattanto la squadra troiana
e i capi etruschi e l'intero esercito dei cavalieri,
distribuiti per torme. Su tutta la piana nitrisce
600 il destriero irrequieto, ribelle alle briglie serrate,
di qua e di là volgendosi: e allora, a distesa, sta il ferreo
campo irto di aste, e di armi levate arde il piano.
E ancora sull'altro fronte Messàpo e i veloci Latini,
e Cora con il fratello compaiono opposti sul campo,
605 e l'ala di Camilla, la vergine, e a destre ritratte
tengono inalberate le lance, e vibrano i dardi;
è un pari incendio di avvento di eroi e di nitrir di cavalli.
E già, avanzate a portata di un tiro di freccia, le schiere
s'eran fermate: in un grido improvviso erompono e spronano
610 i cavalli esaltati; e dovunque a un tempo rovesciano
fitti dardi, una neve, e un'ombra si tesse nel cielo.
Ecco che, lance in resta, poggiandovi, corrono a scontro
l'aspro Acònteo e Tirreno, e son loro che primi rovinano
con un rimbombo imponente, e dei quadrupedi petto
615 contro petto infrangono e sfasciano. Acònteo, sbalzato
come un fulmine o un masso che catapulta proietti,
scaraventato è lontano e la vita disperde fra i venti.
Subito sono sconvolte le linee, e i Latini indietreggiano,
volgon gli scudi alle spalle, e verso le mura i cavalli;
620 vengono dietro i Troiani; è Asíla a guidare le torme.
Ed eran quasi alle porte ormai, e di nuovo i Latini
levano grida e i docili colli rigirano; quelli
fuggono e si ritirano a briglie sciolte lontano:
quale il mare, allorché con alterna corrente si avanza,
625 ora si avventa alla terra e spumoso con l'onda si getta
sopra gli scogli e col seno subissa anche l'ultima sabbia,
ora indietro veloce, e nel flusso traendo travolte
pietre, fugge e col flutto che scema abbandona la spiaggia.
Due volte in rotta alle mura gli Etruschi sospinsero i Rútuli;
630 due, con le armi respinti, a schiene coperte ripiegano.
Ma quando giunsero al terzo impatto, e tutte le linee
furono in mischia fra loro e ogni uomo si scelse il suo uomo,
gemiti ecco in punto di morte, e in laghi di sangue
armi e cadaveri e, misti alla strage di uomini, crollano
635 semimorenti cavalli: sorge un'aspra battaglia.
Non osando lo scontro diretto, Orsíloco scaglia
l'asta al cavallo di Rèmulo, e sotto l'orecchio la infigge.
A questo colpo, il destriero s'impenna e col petto drizzato
agita in alto le zampe, dalla ferita stravolto;
640 quello, sbalzato, rotola a terra. Catíllo rovescia
Iolla e – imponente di cuore, imponente di corpo e di spalle –
anche Erminio, che avanza con fulva chioma sul nudo
capo e omeri nudi, né teme ferite; si espone,
tanto grande, alle armi. Gli trema, scagliata alle vaste
645 spalle, un'asta, e confitta lo piega in due dal dolore.
Fosco sangue si effonde dovunque; è massacro di spade
quasi a gara, e si cerca una fine gloriosa fra i colpi.
Ma fra le stragi si sfrena da Amàzzone, un lato del petto
per la battaglia snudato, la faretrata Camilla;
650 e flessibili dardi di mano ora semina e addensa,
vortica ora indefessa, di destra, la forte bipenne;
aureo sull'omero l'arco risuona con le armi di Diana.
E se talvolta, respinta, si gira e indietreggia, anche allora
l'arco rivolge al nemico, scoccandone frecce fuggenti.
655 E intorno a lei ha compagne scelte: Larína, la vergine,
e poi Tulla, e Tarpèa che brandisce una scure di bronzo,
itale giovani, che la divina Camilla a suo onore
scelse, ancelle valenti tanto in pace che in guerra:
quali le Amàzzoni tracie, se del Termodónte percuotono
660 le correnti e combattono in armi dipinte, sia intorno
ad Ippolita, sia quando indietro si porta sul carro
Pentesilèa, la marziale, e con grande tumulto e ululato
quelle schiere femminee con scudi lunati si sfrenano.
Chi col tuo dardo per primo rovesci, chi ultimo, aspra
665 vergine? O quanti corpi stendi a terra morenti?
Primo Eunèo, che ha Clízio per padre, e le viene di fronte:
il petto gli apre e trapassa con lunga lancia di abete.
Lui cade e vomita rivoli sanguinolenti, e la terra
morde cruenta, e morendo sulla sua piaga si vòltola.
670 Quindi Liri, e Pàgaso sopra: il primo sbalzato
mentre tirava le briglie al cavallo inciampato, il secondo
nel subentrare tendendo, inerme, la destra al caduto
e capofitto e insieme rovinano. Amàstro, l'Ippòtade,
loro aggiunge, e insegue incombendo a distanza con l'asta
675 Tèreo e Arpàlico e ancora Demofoònte con Cromi;
e quanti dardi scagliati di sua mano vibra la vergine,
tanti uomini frigi cadono. Órnito avanza,
lui cacciatore, lontano, cavallo iapígio e inconsuete
armi: una pelle strappata a un giovenco gli omeri ampi
680 copre al guerriero, proteggono il capo una gola di lupo
spalancata, imponente, e mascelle dai candidi denti,
e una pertica agreste gli arma le mani; là in mezzo,
fra le torme volteggia, e per tutto il capo sovrasta.
Questo lei coglie e trafigge (la schiera era in fuga, e fu dunque
685 facile), e quindi in aggiunta con cuore ostile gli dice:
«Belve credevi, o tirreno, di stare a cacciare nei boschi?
Giunto è quel giorno che i vostri vanti smentisca con armi
di una donna. Ma gloria non lieve ai Mani dei padri
riporterai: di Camilla è il dardo per cui sei caduto».
690 Subito dopo Orsiloco e Bute, dei Teucri due enormi
corpi: ma Bute, voltato, di cuspide venne a trafiggere
fra la lorica e l'elmo (il collo, a lui in sella, brillava
sulla sinistra, là dove lo scudo era appeso sul braccio);
mentre ripiega, braccata su un arco assai grande da Orsiloco,
695 lo elude in cerchio più stretto, e il suo inseguitore ora insegue;
quindi, ergendosi alta, sulle armi e le ossa dell'uomo
che prega e molto la supplica, replica i colpi di forte
scure, e gli riga il volto di caldo cervello la piaga.
Vi si imbatté, e atterrito alla vista improvvisa ristette
700 il figlio combattente dell'appenninico Auno:
fin che permise a lui il fato i raggiri, eccellente fra i Liguri.
E quando questo si avvide che ormai non poteva evitare
con fuga alcuna lo scontro o stornar l'incombente regina,
con la sua astuzia ingegnosa rivolto a manovre d'inganni
705 questo iniziò: «Dov'è mai tanta gloria se, donna, confidi
in un forte cavallo? Interrompi i volteggi per batterti
con me da presso su uguale terreno e a piedi, in duello:
e saprai allora chi tragga in inganno una gloria di vento».
Disse, e quella furente, e accesa da acuto dolore,
710 dà a una compagna il cavallo e, da fante, a lui opposta, a armi pari
sta, a nuda spada, imperterrita, e privo d'insegne è il suo scudo.
Ma scappa il giovane, certo di averla spuntata col dolo:
non un indugio e, voltate le redini, in fuga s'invola
e il suo veloce quadrupede vessa con sproni di ferro.
715 «Ligure fatuo e invano esaltato per cuore superbo,
senza costrutto le patrie tue arti hai tentato, ingannevole,
né ti darà questa frode incolume ad Auno fallace!»
Questo la vergine dice, e coi piedi veloci fulminea
supera in corsa il cavallo e, afferrate le briglie, lo affronta
720 dritta davanti, e impone la pena al suo sangue nemico:
facile come da alta rupe a un sacro sparviero,
quando volando cattura colomba levata fra nubi
e la trattiene artigliata, e coi suoi adunchi uncini la sventra;
e allora sangue e divelte piume dall'etere cadono.
725 Ma non distratto il seminatore di uomini e dèi
alto sedendo sul sommo Olimpo con gli occhi ciò scruta.
Il genitore spinge il tirreno Tarcone ai feroci
scontri, e gli suscita ire attraverso non deboli pungoli.
Dunque Tarcone in mezzo alle stragi e alle schiere che cadono
730 passa a cavallo, e rincuora con varie parole le ali,
chiama ciascuno per nome e rinfranca allo scontro i respinti.
«O Tirreni mai pronti a soffrire e sempre indolenti,
quale paura o viltà tanto grande vi scese nell'animo?
E una donna a cacciarvi allo sbando, lei ha volto le schiere?
735 A che il ferro, a che portan le destre quei vani proiettili?
Ma non in Venere pigri altrettanto, e alle guerre notturne!
O, quando il flauto ricurvo ha indetto le danze di Bacco,
forza!, vivande aspettate e coppe di mensa imbandita
– questo l'amore, lo zelo –, finché propizio un auspice
740 dia inizio ai riti e una vittima grassa vi chiami a alti boschi!»
Detto ciò, sprona il cavallo nel folto, disposto a morire
e su Venulo, a lui di fronte, si avventa in un turbine
e dal cavallo svelle il nemico, di destra lo serra
e con violenza lo porta via in groppa a galoppo sfrenato.
745 S'alza nel cielo clamore, volsero gli occhi i Latini
tutti. Fulmineo lungo la piana vola Tarcone,
le armi e quell'uomo portando, e dall'asta di lui, dalla cima,
spezza il ferro e ricerca le parti scoperte, là dove
porti la piaga mortale; e quello di contro, lottando,
750 storna la destra dal collo e sfugge con forza alla forza.
E come, in alto volando, si porta un serpente ghermito
aquila fulva, e le zampe lo avvinghiano e artigli lo stringono,
ma ferito dibatte le torte volute quel serpe,
irto è di squame drizzate, e sibila dalle sue fauci,
755 alto levandosi, lei con l'adunco rostro non meno
preme lui che si dimena, e l'etere frusta con le ali:
non altrimenti Tarcone si porta trionfante la preda
tolta ai Tiburti. Seguendo l'esempio e il successo del capo
i Meònidi assaltano. E Arrunte, ai fati dovuto,
760 con molta arte e col dardo insidia Camilla veloce,
vòlto ad anticiparla, e studia il momento più agevole.
Per ogni dove si lanci in furore fra schiere la vergine,
qui silenzioso Arrunte subentra e le tracce perlustra;
là dove torna vincente e il piede ritrae dai nemici,
765 qui piega furtivamente le celeri briglie quel giovane.
Già questi e già quegli accessi esplora, e il suo intero aggirarsi
per ogni luogo, e, maligno, la lancia sicura palleggia.
Sacro al Cibelo, e già sacerdote, Clòreo per caso
da lontano insigne in armi frigie fulgeva
770 e incitava un cavallo schiumante: a coprirlo, una pelle
con un piumaggio di scaglie di bronzo, fermata con oro.
Splendido per straniera ferrugìne e porpora, frecce
lui scagliava di Gòrtina con il suo corno di Licia;
l'arco sugli omeri era dorato, e dorato al veggente
775 l'elmo; e in nodo di fulvo oro raccolte eran cròcea
clàmide e pieghe fruscianti di lino; trapunte le tuniche
di ricami, come le barbare stoffe alle gambe.
E, cacciatrice – mirando o ad affiggere ai templi troiane
armi, o a esibirsi in oro predato al nemico –, la vergine
780 lui solo in tutti gli scontri di guerra andava inseguendo
cieca, e per tutta la schiera, senza prestare attenzione,
per femminile amore di preda e di spoglie ora ardeva,
quando alla fine, colto il momento, dal suo agguato il dardo
agita Arrunte e dà voce a questa preghiera agli dèi:
785 «Sommo fra i Sùperi, Apollo, custode del santo Soratte,
tu che per primi onoriamo, e a cui un fuoco di pino si pasce
di una catasta (e, fidando nella pietà, noi devoti
orme imprimiamo lungo una vasta distesa di braci),
da', padre, tu, onnipotente, che questa vergogna sia tolta,
790 dalle armi nostre. Non chiedo prede o trofeo della vinta
vergine, né spoglie alcune – onore a me le altre imprese
procureranno –; purché di mio colpo la peste funesta
cada vinta, alle patrie città tornerò senza gloria».
Febo lo udì e che una parte di quella preghiera riuscisse
795 diede nel cuore, una parte disperse nell'aria volubile:
che abbattesse con sùbita morte Camilla sconvolta,
al supplicante concesse; il tornare a vedere i suoi monti
non diede, e raffiche vòlsero quella sua voce fra i Noti.
Dunque appena, scagliata, la lancia nell'aria ebbe un sibilo,
800 tutti i Volsci portarono animi e occhi apprensivi
sulla regina: e non era lei conscia di niente, del vento
né del sibilo, né della lancia in arrivo dall'ètere,
fino a che l'asta, condotta al di sotto del seno snudato,
vi si piantò nel profondo e bevve il suo sangue virgineo.
805 Trepide le compagne accorrono a reggere il crollo
della sovrana. E Arrunte, più di ogni altro atterrito,
fugge in un misto di angoscia e letizia, né osa affidarsi
più alla lancia, o affrontare di quella vergine i dardi.
E come, prima che dardi nemici lo inseguano, il lupo
810 subito – dopo che ha ucciso un pastore o un grosso giovenco –
corre a nascondersi via da ogni strada sull'alto dei monti,
conscio di quanto sia audace l'impresa, e la coda tremante
bassa ripiega sotto la pancia e guadagna le selve:
non altrimenti, in un turbine, Arrunte si toglie alla vista
815 e, di salvarsi contento, si mescola al folto delle armi.
Lei, di sua mano, morendo vuol togliere il dardo; ma a fondo
sta nella piaga la punta di ferro, fra le ossa, alle costole.
Illanguidisce esangue; in un gelo di morte son languide
le pupille; il colore di porpora lascia le guance.
820 E allora ad una compagna, ad Acca, spirando si volge,
lei che, prima su tutte, spiccava fedele a Camilla,
lei, con cui spartire gli affanni; e questo le dice:
«Acca, sorella, ho potuto fin qui. Ora acerba ferita
mi finisce, e d'intorno si fa tutto nero di tenebre.
825 Va' via di qui e questo estremo messaggio a Turno riporta:
nella battaglia subentri, a impedire le mura ai Troiani.
E ormai addio». E mentre questo diceva, lasciava le briglie,
senza volerlo a terra fluendo. E poi, poco a poco,
gelida, dall'intero suo corpo si sciolse, e il reclino
830 collo e il capo carpito da morte adagiò: le armi cedono,
e con un gemito fugge, sdegnata, la vita fra le ombre.
Ecco che allora, levandosi, immenso clamore colpisce
le stelle d'oro; incrudisce lo scontro, abbattuta Camilla,
fitti irrompono insieme tutta la massa dei Teucri
835 e i capi dei Tirreni e le arcadi ali di Evandro.
Ma la custode di Trìvia, Opi, da tempo sui sommi
monti siede e imperterrita segue gli scontri dall'alto.
E, come da lontano fra grida e furore di giovani
vide percossa da morte degna di pianto Camilla,
840 e gemette e, dal fondo del petto, ebbe queste parole:
«Ahi troppo, troppo crudele supplizio hai scontato tu, o vergine,
per avere tentato in guerra la sfida ai Troiani!
Né ti giovò che da sola, fra macchie, tu Diana hai onorato
o che hai portato sopra le spalle le nostre faretre.
845 Non tuttavia ti lasciò, la regina tua, priva di onore
già ormai in punto di morte; né priva di gloria fra i popoli
questa tua fine sarà, né ti si dirà invendicata:
e infatti chi di ferita questo tuo corpo ha violato
con una morte appropriata espierà». Vi fu, all'alto monte,
850 del re Dercènno – un antico laurènte – un sepolcro imponente
fatto di terra rialzata e coperto dall'ombra di un leccio.
Qui la bellissima dea dapprima con rapido balzo
viene a posarsi, e osserva Arrunte dall'alto del tumulo.
Come lo vide allietarsi nel cuore e gonfiarsi di boria
855 disse: «Perché ti allontani in disparte? Qui volgi il tuo passo,
qui vieni, a morte votato, per cogliere il degno compenso
di Camilla. Ai dardi di Diana vuoi forse scampare?»
Disse, la trace, ed estrasse dalla faretra dorata
una guizzante saetta, e il corno tese nemica
860 molto traendolo, tanto che s'incontrassero, curvi,
fra loro i capi, e le mani ormai in linea toccassero l'una
la destra, col nervo – il seno, e l'altra la punta del ferro.
Subito Arrunte sentì lo strido del dardo e al contempo
sibilo d'aria: ed il ferro gli stava già infitto nel corpo.
865 Lui, che spirando gemeva allo stremo, i compagni, dimentichi,
in un ignoto punto del campo alla polvere lasciano.
Opi, diretta all'etèrio Olimpo, in volo si leva.
Prima a fuggire, perduta Camilla, è la svelta sua ala,
l'aspro Atina fugge, e in disordine fuggono i Rùtuli,
870 e capi sparpagliati e abbandonati manipoli
cercano scampo e, voltati, a cavallo alle mura dirigono.
Né alcuno riesce coi dardi a far fronte ai Teucri che incalzano
e che dispensano morte, o a star loro contro e resistere;
omeri stanchi riportano archi allentati, gli zoccoli
875 con la quadruplice corsa scuotono il suolo cedevole.
Torbida polvere volge alle mura con fosca caligine,
e dalla rocca le madri, mentre percuotono il petto,
alle stelle del cielo levano grida di donna.
Preme la turba nemica, mischiando le schiere, su quelli
880 che primi irruppero in corsa attraverso le porte dischiuse,
e così a misera morte non sfuggono, e là sulla stessa
soglia, già dentro le mura patrie e al sicuro di casa,
l'anima esalan trafitti. E una parte a serrare le porte,
e a non aprire una strada ai compagni; né osano accoglierli,
885 supplici, in mezzo alle mura, e ne nasce amarissima strage
di chi gli accessi difende con le armi e chi sulle armi irrompe.
Là fuori, agli occhi ed ai volti dei genitori piangenti,
parte, travolta dall'impeto stesso, precìpite rotola
nelle fosse; e, cieca e di slancio, sfrenate le briglie,
890 parte cozza da ariete su porte e sbarrati battenti.
Trepide, le stesse donne col massimo impegno dai muri
– come hanno visto Camilla: lo insegna amor vero di patria –
scagliano di loro mano dardi e, con travi di dura
quercia e pali riarsi, affannate suppliscono al ferro,
895 e in prima fila voglion morire a difesa dei muri.
Nel frattempo, fra i boschi, un annuncio spietato travolge
Turno e, al giovane, Acca riporta quel grande trambusto:
sono disperse le linee dei Volsci, caduta è Camilla
e minaccioso attacca il nemico, e con Marte propizio
900 per ogni dove dilaga, il terrore già giunge alle mura.
Lui furente – lo forza il nume spietato di Giove –
lascia l'assedio dei colli, le aspre foreste abbandona.
E appena fuori di vista era uscito, e teneva la piana,
che il padre Enea fa il suo ingresso nei liberi varchi ed il clivo
905 supera ed è allo scoperto, lasciando l'ombrosa foresta.
Rapidi entrambi così e con tutta la schiera alle mura
giungono, senza distare di molti passi fra loro,
e ad un tempo Enea scorse i campi fumanti di polvere
di lontano e colse con gli occhi le schiere laurènti,
910 e Turno ravvisò lo spietato Enea nelle armi
e l'avvento dei fanti udì, e l'anelar dei cavalli;
subito affronterebbero scontri attaccando battaglia,
se Febo, roseo, gli stanchi cavalli nel mare d'Ibèria
già non tuffasse e, cadendo il giorno, rendesse la notte.
915 Pongono il campo davanti alla rocca e le cinte trincerano.