“Il crepuscolo degli idoli”
Nonostante l’omonimo testo nietzschiano sarà pubblicato secoli dopo, nel libro XI dell’Eneide assistiamo a una transvalutazione degli eroi e dei ethos tradizionali. Il valore guerriero puro, incarnato da Camilla e Turno, si scontra con la realtà politica cinica e complessa di Drance. Virgilio, come Nietzsche percuote con il martello la morale tradizionale rivelandone le sue ombre e le sue componenti più basse e sgradevoli.
Il libro XI dell’Eneide si configura come un momento di transizione, dominato da un’atmosfera malinconica e dalla necessità di celebrare i riti funebri. Emerge la stanchezza bellica dai due nuclei tematici prominenti quali la dialettica politica tra Drance e Turno e l’epopea tragica di Camilla.
I libri iliadici celebrano solitamente il valore delle armi, mentre il libro XI dedica ampio spazio al potere della parola. Il confronto tra Drance e Turno (vv. 336-444) rappresenta uno dei momenti di più tensione civile. Drance non è un valoroso guerriero, ma invece un oratore raffinato e tagliente la cui invettiva contro l’orgoglio di Turno sposta il conflitto sul piano etico e politico.
Affascinante è l’asprezza della critica sociale, infatti Drance dà voce a quel popolo stremato che non vuole più morire per l'ambizione di un solo uomo. È un momento in cui l'epica si mostra anche come gestione fallimentare del potere che grava sugli umili.
«Scilicet, ut Turno contingat regia coniunx,
nos animae viles, inhumata infletaque turba,
sternamur campis.»
(Certo, perché a Turno tocchi una sposa reale, noi, anime vili, folla insepolta e piagnucolante, dobbiamo cadere sui campi.) vv. 371-373
In secondo luogo ritengo che l’emozione più profonda del libro scaturisce dalla figura di Camilla. Virgilio dedica alla vergine guerriera uno spazio che rompe gli schemi della tradizione. In un mondo antico dove il ruolo femminile era rigidamente confinato al ruolo domestico e di genitrice, Camilla rappresente un cambiamento verso questa tradizione nonostante epiloghi con la sua fine fatale.
Lei è l'incarnazione di una libertà selvaggia, infatti è stata cresciuta dal padre Metebo in un modo unico, devota a Diana, dea della caccia. Vuole dimostrare la parità con gli uomini, sul campo attraverso la sua destrezza e velocità che fa perire molti avversari. Tuttavia, la sua caduta, provocata da una fatale attrazione per le vesti sgargianti e l’oro del sacerdote Cloreo, ci ricorda la sua caducità di donna.
«[...] simul his dictis linquit habenas,
ad terram non sponte fluens. Tum frigida toto
paulatim exsolvit se corpore, lentaque colla
et captum leto posuit caput...»
([...] insieme a queste parole lasciò le redini, scivolando a terra non spontaneamente. Poi fredda a poco a poco si sciolse da tutto il corpo, e abbandonò il flessuoso collo e il capo vinto dalla morte...) — vv. 827-830
In conclusione, nel libro XI, Virgilio consegna al lettore una riflessione amara sul crepuscolo degli eroi e della loro dimensione integrale, e una preparazione al duello finale con la consapevolezza che ogni vittoria ha un prezzo umano altissimo. Dalle ceneri dei caduti e dalla rappresentazione dell’uomo nei suoi diversi punti deboli e di forza, si spiana la strada della trama verso la risoluzione del conflitto.