Nel libro XI dell’Eneide traspare come Virgilio elevi la narrazione ad una dimensione di tragica solennità, dove il lutto e la pietas si intrecciano al furore bellico in un equilibrio di tensione patetica.
In seguito alla morte di Pallante, una breve tregua tra le due fazioni permette il compianto dei propri caduti e, per quanto riguarda i Troiani, dà modo ad Enea di tributare l’amico con un ultimo straziante saluto, prima di consegnare il suo cadavere al padre Evandro.
Tuttavia, è nella seconda parte che il libro riesce a raggiungere il suo acme poetico, con la figura di Camilla. La guerriera volsca, devota a Diana, incarna un’aristia selvaggia e abbagliante, quasi un’ultima eroica ombra delle Amazzoni. Nel momento della sua entrata in battaglia lo sguardo di Virgilio diventa più partecipe: mostra un’eroina agile e spietata, ma bellissima nella sua ferocia.
La sua morte, causata dalla freccia di Arrunte, non è semplicemente la perdita di un personaggio, è piuttosto la perdita di una purezza guerriera che sembra quasi appartenere al mondo arcaico, destinato ora a soccombere di fronte alla nuova civiltà troiana. La sua identità di "vergine guerriera" era stata d'altronde già designata da Virgilio nel Libro VII, quando presentandola ne sottolineava la distanza dai costumi tipicamente femminili:
«non illa colo calathisve Minervae / femineas adsueta manus» (Aen. VII, 805-806)
(non lei al fuso o ai cestelli di Minerva aveva abituato le mani femminili).
Questa sua peculiarità, che la vede estranea ai doveri domestici per dedicarsi invece al crudo cimento delle armi, viene portata alle estreme conseguenze proprio nel Libro XI. Qui, la sua natura di donna si manifesta in un ultimo e fatale sussulto: quel «femineo praedae et spoliorum [...] amore» (XI, 782) che la distrae dal pericolo e la consegna al suo destino. E’ proprio qui che si coglie la sensibilità narrativa di Virgilio. Pur narrando la morte di una guerriera della fazione nemica, egli avvolge la scena di un profondo pathos, come partecipasse egli stesso al sacrificio della sventurata Camilla sull’altare del fatum.
Si può forse intravedere un intento più ampio nei versi di Virgilio: una denuncia della crudeltà intrinseca di ogni guerra. Sotto la parvenza di quella che può essere gloria epica, tutto si tinge in realtà del colore del lutto.