Di nazionalità austriaca, Natascha Kampusch fu rapita da Wolfgang Přiklopil il 2 marzo 1998, all'età di 10 anni, e tenuta prigioniera per circa 8 anni. Reclusa nella casa del suo rapitore la ragazza subiva violenze fisiche e psicologiche. Tuttavia, in questo lasso di tempo, Natascha ebbe più volte occasione di scappare, ma preferì rimanere col sul rapitore in quanto, a suo dire, quest'ultimo non le faceva mancare nulla. La giovane infatti scappò dal suo sequestratore non perchè nutrisse un desiderio di libertà, bensì in seguito a un litigio con lui. Inoltre, in un'intervista successiva, la donna era arrivata a dichiararsi molto dispiaciuta, quasi affranta, per la morte di Wolfgang, avvenuta per suicidio. Una combinazione di paura, stress elevato e indottrinamento hanno indotto la bambina alla totale lealtà e obbedienza al rapitore, Natascha è infatti affetta dalla sindrome di Stoccolma.
La sindrome di Stoccolma è un meccanismo di difesa inconscio legato all' istinto di sopravvivenza e consiste nello sviluppo di un legame emotivo tra vittima e sequestratore. Questa è una situazione psicologica che si instaura solo in seguito a situazioni di estremo stress psicofisico come un rapimento o un sequestro.
Quando la vittima si rende conto razionalmente della gravità della situazione in cui si trova, tenta di proteggere la sua psiche attraverso questa risposta emotiva in modo tale da sopportare l'aumentare del tempo trascorso lontano dai propri affetti e dal mondo esterno in compagnia del proprio secondino. In questo modo l'individuo inizia a sviluppare dei sentimenti positivi nei confronti del rapitore che inizia a concepire come colui che si occupa di soddisfare i suoi bisogni primari e che quindi da’ prova di nutrire affetto nei suoi confronti. La vittima si sente accudita e amata dal proprio rapitore. Parallelamente le vittime sviluppano anche dei sentimenti negativi nei confronti della polizia e delle forze dell'ordine in quanto non sono state in grado di adempiere al loro dovere e di prevenire la situazione cui ora il soggetto in ostaggio si trova a dover far fronte.
Per le vittime che sviluppano la sindrome di Stoccolma diventa impossibile detestare il proprio rapitore perché comporterebbe l'accettazione della drammaticità di una condizione per cui non esiste via di fuga e quindi la demolizione della barriera mentale che si è creata e che permette di non sentirsi totalmente in trappola.
Coloro che si trovano sotto l'effetto di questa condizione psicologica si assoggettano al rapitore e si immedesimano nel suo punto di vista andando così a comprendere le motivazioni che spingono il criminale ad avere una certa condotta, arrivando a giustificare e razionalizzare tutti i suoi comportamenti, anche quelli più intimidatori o violenti, in quanto questi sono tutti finalizzati semplicemente alla buona riuscita del suo progetto. Secondo gli esperti il fattore che maggiormente favorisce lo sviluppo di questa sindrome è la durata prolungata del sequestro. Maggiore è il tempo che sequestratore e sequestrato trascorrono insieme e maggiore sarà la confidenza e l'attaccamento che i due svilupperanno.
La sindrome di Stoccolma non rientra tra le condizioni psichiatriche riconosciute ufficialmente, pertanto non vi sono nè criteri per poter formulare una diagnosi completamente certa, nè un piano terapeutico specifico per queste situazioni. Un ruolo importante per il superamento di questo meccanismo automatico indotto dal trauma, lo svolgono il tempo passato nel ritrovato mondo esterno che gradualmente riporta la vittima a uno stato di equilibrio, e il supporto e l'affetto dei famigliari. Verso la propria famiglia d'origine, durante il periodo di prigionia, la vittima sviluppa una sorta di alienazione genitoriale, ovvero essa va ad attribuire un ruolo sempre più insignificante a tutti quegli affetti che si trovano fuori dal microcosmo in cui si ritrova a vivere quando è segregata; inoltre, spesso capita, soprattutto nei casi di sequestro di minori, che il rapitore si mostri come l'unica figura che si interessa dei bisogni della sua vittima e che provvede a soddisfarli, convince il suo ostaggio di essere stato dimenticato dalla propria famiglia andando a limitare i suoi contatti con l'esterno e esercitando pressioni psicologiche. In questo modo il genitore risulta assente, disinteressato e quindi la figura di riferimento diventa il rapitore che si rende indispensabile per la sua vittima.
- Sophia Masiero, 4^BS