di Rosa Cillufo
2C Tecnico
È UNA DI QUELLE VITE CHE NE CONTIENE DENTRO ALTRE, UNA LUNGA ESISTENZA CHE HA ATTRAVERSATO IL NOVECENTO. È LA STORIA DI UNA DONNA PIENA DI QUALITÀ E DI ENERGIE, INSTANCABILE, CORAGGIOSA APPASSIONATA, UNA DONNA CHE SI È DOVUTA LIBERARE PRIMA DI ESPRIMERSI AL CENTO PER CENTO, FACENDO ESPLODERE I SUOI MOLTEPLICI TALENTI
L’INESTIMABILE PREGIO DEI RICORDI ANIMA LE PAGINE DI “QUANDO L’ANIMA SA LEGGERE. STORIE E PERSONAGGI DI SICILIA” DI PEPITA MISURACA, UNA DEI PROTAGONISTI DELLA VITA CULTURALE E ARTISTICA DEL NOVECENTO A CEFALÙ. UN VOLUME SPECIALE IN CUI TROVANO SPAZIO, CON UNO SGUARDO AL TEMPO STESSO ANALITICO E SENTIMENTALE, BOZZETTI DI FIGURE ECCENTRICHE E MEMORIE DI UNA VITA AVVENTUROSA
IL GRANDE ROMANZO CEFALUDESE O CEFALUTANO, SI SA, L’HA SCRITTO VINCENZO CONSOLO CON IL SORRISO DELL’IGNOTO MARINAIO E CON NOTTETEMPO, CASA PER CASA, OLTRE CHE IN QUALCHE SCRITTO MINORE, E IN UN RAPPORTO CON LA CITTADINA CHE ANDAVA OLTRE IL CONFERIMENTO DELLA CITTADINANZA ONORARIA DEL 1993 O ALTRE OCCASIONI FORMALI. COLTO, SCHIVO, INNAMORATO DI CEFALÙ, CONSOLO HA LASCIATO PAGINE CHE DANNO CONTO DEI LUOGHI E DELLA COMUNITÀ CEFALUDESE. MA NON È STATO IL SOLO
CI HA MESSO DEL SUO ANCHE UNA DONNA SINGOLARE E PREZIOSA, UNA GENOVESE DI SICILIA, FINITA NELL’ISOLA PER AMORE, CHE RIUSCÌ A COMPENETRARSI, A SUO MODO CON IMPEGNO CIVILE, CON UNA REALTÀ CHE SCONOSCEVA, SENZA PAURE O PREGIUDIZI. IL NOME DI PEPITA MISURACA, NEGLI ULTIMI DECENNI, ERA STATO OFFUSCATO, STROPICCIATO, NON RISPETTATO IN PROPORZIONE A QUANTO AVEVA FATTO, CON PASSIONE E VERSATILITÀ FUORI DAL COMUNE
È USCITA DAL CONO D’OMBRA GRAZIE ALL’INIZIATIVA DI UN PRONIPOTE, GIORGIO BELLI DELL’ISCA, CHE HA CURATO LA RIEDIZIONE DI DUE DELLE TRE OPERE PUBBLICATE IN VITA DA PEPITA MISURACA, RADUNATE SOTTO UN UNICO TITOLO, QUANDO L’ANIMA SA LEGGERE. STORIE E PERSONAGGI DI SICILIA (246 PAGINE), E NE FIRMA ANCHE LA PREFAZIONE. LA VESTE EDITORIALE È DELLE PIÙ ELEGANTI, UN VOLUMETTO BIANCO DELLA CASA EDITRICE PALERMITANA IL PALINDROMO, CON UN DISEGNO DI BRUNO CARUSO IN COPERTINA: UN’OPERAZIONE AGEVOLATA ANCHE DA UN CONTRIBUTO DEL COMUNE DI CEFALÙ LA COLLOCAZIONE NELLA COLLANA KALISPÉRA È UN RICONOSCIMENTO AUTENTICO, VISTO CHE IL NOME DI PEPITA MISURACA SI AFFIANCA A GENTE COME GIUSEPPE ANTONIO BORGESE, NINO SAVARESE, SELMA LAGERLOF, ALEXANDRE DUMAS E ANGELO PETYX.
PEPITA MISURACA (COGNOME ACQUISITO, ALL’ANAGRAFE ERA GIUSEPPINA BARBAROSSA), CHE APPENA DICIOTTENNE, NEGLI ANNI VENTI SI TRASFERÌ IN SICILIA AL SEGUITO DEL MARITO SALVATORE, È STATA A LUNGO CALAMITA E PROMOTRICE DELLE ATTIVITÀ CULTURALI DI CEFALÙ, INTRECCIANDO AMICIZIE E RAPPORTI EPISTOLARI CON I MAGGIORI INTELLETTUALI, A COMINCIARE DA SCIASCIA E DALLO STESSO CONSOLO. GIOVANISSIMA E INCOSCIENTE SI TRASFERÌ, RIUSCENDO AD «ACCETTARE CON DEVOZIONE I MITI DELLA SICILIA MILLENARIA, E PIÙ TARDI NELLE AVVERSITÀ DELLA VITA AVREBBE SAPUTO MUOVERSI NELLO SFONDO DI TRAGEDIA CHE DELLA SICILIA È IL PIÙ NATURALE UMANO SCENARIO».
CON ENERGIA E PASSIONE SI È DEDICATA A CEFALÙ (CHE RECENTEMENTE HA RICAMBIATO, CON L’INTITOLAZIONE DI UNA STRADA), INCORAGGIANDO TALENTI, TRACCIANDO STRADE INEDITE, ESPONENDOSI COME ANTESIGNANA DI INIZIATIVE ARTISTICHE E ARTIGIANALI (INAUGURÒ UNA BOUTIQUE ESCLUSIVA, CHE DIVENNE CENACOLO DI AMABILI CONVERSAZIONI PER UNA CLIENTELA DI LIVELLO, ANCHE INTERNAZIONALE), REGALANDO, SPECIE IN ETÀ MATURA, IDEE E BRACCIA IN CHIAVE ORGANIZZATIVA ALL’ASSOCIAZIONE AMICI DELLA MUSICA E ALLE MANIFESTAZIONI PIÙ RIUSCITE E DISPARATE, DALLO SPORT ALLA MODA, AL FOLKLORE, INCORAGGIANDO RESTAURI E INIZIATIVE, ARTISTI E MUSICISTI.
FREQUENTAVA A SUA VOLTA RITROVI CULTURALI ALTROVE, A COMINCIARE DALLA LIBRERIA FLACCOVIO, DOVE ENTRÒ IN CONTATTO CON GUTTUSO E SCIASCIA, FRA GLI ALTRI E, IN BARBA A REGOLE E IPOCRISIE, SI AVVENTURAVA ANCHE IN CERTI “TEMPLI” A LUNGO RISERVATI SOLO AGLI UOMINI, PRIMO FRA TUTTI IL CIRCOLO UNIONE DI CEFALÙ RAFFINATA, POLIEDRICA, TENACE, PIÙ MERIDIONALE DEI MERIDIONALI, PEPITA MISURACA – SCOMPARSA POCO PIÙ DI TRENT’ANNI FA – COLTIVÒ CON SUCCESSO ANCHE LA SCRITTURA, CON MEMORIE E RACCONTI, LIBRI VIVIDI.
NEL RECENTE VOLUME DEL PALINDROMO SONO RIUNITI I PERSONAGGI (PRIMA EDIZIONE NEL 1973) E QUANDO L’ANIMA SA LEGGERE (CHE RISALE AL 1982): I NOVE ANNI DI DIFFERENZA SI FANNO SENTIRE, NELLA MISURA IN CUI LE PROVE DEGLI ANNI SETTANTA SI RISOLVONO IN BOZZETTI, SCHIZZI NARRATIVI INCENTRATI SU FIGURE PITTORESCHE, QUANDO NON PROPRIO ECCENTRICHE DELLA CEFALÙ DEGLI ANNI VENTI, QUELLA CHE LA ACCOLSE; MENTRE IL VOLUME SUCCESSIVO (CHE OLTRE ALLA PRIMA SEZIONE EPONIMA, OFFRE LA PERSONALISSIMA UNA GENOVESE IN SICILIA, CHE SI CONCLUDE CON LA MORTE DEL MARITO, E, INFINE, QUINDICI ANNI DOPO) È RICCO DI PROSE PIÙ COMPIUTE, PIÙ PENSATE E MATURE.
NON MANCA LA NOSTALGIA («NEL 1920 VI ERANO ANCORA MOLTI ANALFABETI IN SICILIA E OGGI MI DOMANDO SE FORSE NON FOSSERO PIÙ FELICI»), MA C’È ANCHE UNA CONVINTA ATTENZIONE AL PRESENTE E AL FUTURO, SPECIE NELLE ULTIME PAGINE. IL CULTO DELLA MEMORIA («L’INESTIMABILE PREGIO DEI RICORDI»), UN PIZZICO D’IRONIA MAI MALMOSTOSA E UNO SPIRITO D’OSSERVAZIONE ALLO STESSO TEMPO ANALITICO E SENTIMENTALE SONO I CARDINI DELLE PAGINE DI PEPITA MISURACA
IL SUO SGUARDO AMOREVOLE E MAI STRANIERO SI POSA SU UN CIABATTINO TUTT’ALTRO CHE ESOSO, SULLA BIZZARRIA DI UN COLTO FARMACISTA – CHE PORTA A SPASSO PER IL CORSO UNA CAPRETTA – SU UN MEDICO, SU CONTADINO, SU UNA POETESSA E SU UN CANONICO. TUTTI TIPI SPECIALI CHE CONTRIBUISCONO A FARLE «CAPIRE MEGLIO IL SIGNIFICATO DELLA VITA». ESISTENZA CHE SCORRE TUMULTUOSA PRINCIPALMENTE FRA PALERMO E CEFALÙ, CON UNA PARENTESI AFRICANA AL SEGUITO DEL MARITO, COMPONENTE DELLA MILIZIA NAZIONALE IN MISSIONE ALL’ESTERO. DEL SUO PAESE SUL MARE, CHE LUNGO I DECENNI SCOPRE LA VOCAZIONE TURISTICA, PEPITA MISURACA CUCE ASSIEME CURIOSITÀ E PREGI, LIMITI E TRADIZIONI.
Pepita e la cultura siciliana
2C Tecnico
La vita di Pepita Misuraca
La storia di Pepita Misuraca inizia nel 1901 a Varazze dov’era l’unica non siciliana nata in quel posto, ma da sempre fu affascinata dalla Sicilia, in particolare ebbe un forte senso di appartenenza a Cefalù. Lei ebbe una di quelle vite che ne contiene dentro altre, una lunga esistenza che ha attraversato il Novecento. È la storia di una donna piena di qualità e di energie, instancabile, coraggiosa appassionata, una donna che si è dovuta liberare prima di esprimersi al cento per cento, facendo esplodere i suoi molteplici talenti
Pepita e la cultura siciliana
Pepita fondò pure, nel 1977, un Centro di Cultura che vide la confluenza di illustri nomi come Vincenzo Tusa, Amedeo Tullio, Giusto Monaco, Henri Bresc, Wolfang Kroenig e molti altri, insieme ai quali si fece portavoce di improrogabile necessità di dare avvio alle opere di restauro della Cattedrale.
di Manuel Mogavero e Giuseppe Peri
2c Tecnico
Dalla scrittura limpida di Pepita Misuraca riemergono volti e storie che accarezzano con nostalgia le corde della memoria di quanti certe stagioni le hanno vissute, ma che affascinano ancor di più l'immaginario di chi cede con piacere alla seducente forza del racconto. Un mondo perduto restituito al lettore per quadri e personaggi attraverso lo sguardo sensibile della narratrice, che è anche protagonista assoluta della storia. Una vita straordinaria, la scoperta della Sicilia, gli anni in Africa con la famiglia durante la guerra e l'instancabile impegno culturale rientrata a casa, a Cefalù. Questa edizione, frutto di un rinnovato editing filologico a cura di Giorgio Belli dell'Isca, riunisce insieme le opere originali "I personaggi" (1973) e "Quando l'anima sa leggere" (1982). Pepita Misuraca (cognome acquisito, all’anagrafe era Giuseppina Barbarossa), che appena diciottenne, negli anni Venti si trasferì in Sicilia al seguito del marito Salvatore, è stata a lungo calamita e promotrice delle attività culturali di Cefalù, intrecciando amicizie e rapporti epistolari con i maggiori intellettuali, a cominciare da Sciascia e dallo stesso Consolo. Giovanissima e incosciente si trasferì, riuscendo ad «accettare con devozione i miti della Sicilia millenaria, e più tardi nelle avversità della vita avrebbe saputo muoversi nello sfondo di tragedia che della Sicilia è il più naturale umano scenario».
di Antonino Di Simone
2c Tecnico
Dalla scrittura limpida di Pepita Misuraca riemergono volti e storie che accarezzano con nostalgia le corde della memoria di quanti certe stagioni le hanno vissute, ma che affascinano ancor di più l’immaginario di chi cede con piacere alla seducente forza del racconto. Un mondo perduto restituito al lettore per quadri e personaggi attraverso lo sguardo sensibile della narratrice, che è anche protagonista assoluta della storia.
I suoi personaggi escono d’un tratto dalla memoria dove si erano depositati con le impressioni della giovinezza. Su tutte queste figure, su tutti questi angoli di paese e di campagna, l’occhio affettuoso dell’autrice torna a passare con la stessa intensa curiosità e partecipazione con cui li scopriva ed amava la prima volta, quando a lei forestiera che ci veniva a vivere da sposa e da madre, questo ambiente siciliano di apriva. Questi personaggi sono testimonianze di adesione affettuosa, realtà illuminate da un flash, momenti di vita che si svela quasi di scorcio, sotto un occhio non disposto ad indagarne l’essenza, pago solo di rivelarne la presenza
Pepita Misuraca (Genova 1901- Palermo 1992), è stata una grande protagonista della vita culturale cittadina e non solo. Trasferitasi giovanissima in Sicilia, a Cefalù, dopo aver sposato Salvatore Misuraca, intrattenne corrispondenze letterarie con i più importanti intellettuali dell'epoca, tra cui Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo. Nel ‘66 fonda “l’Associazione degli Amici della Musica di Cefalù, attiva ancora oggi, riconosce e promuove nuovi talenti anche in ambito musicale. Agli inizi del ‘76, fonda il Centro di Cultura di Cefalù, che la introduce nel mondo universitario palermitano; nel ‘78 istituisce il ”Premio Culturale Cefalù”.
Nel 1985 il Centro di Cultura organizza una serata in suo onore ed è qui che le viene assegnato l’appellativo di “Pasionaria di Cefalù”. Muore nel dicembre del 1992 ed oggi, il Comune, riconoscendone la grande statura e l’inestimabile operato per il progresso culturale della città, le intitola ufficialmente una strada (dicembre 2023).
La sua produzione narrativa è composta da tre opere: I personage (1973), I miei racconti africani (19 e Quando l'anima sa leggere (1982 Ma prima e l'ultima sono raccolte in questo volume. Ancora inediti i Diari e le Poesie
di Andrea Peri
2C Tecnico
La vita di Pepita
Pepita Misuraca nasce nel 1901 a Varazze, da sempre affascinata dalla Sicilia ed in particolare con un forte senso di appartenenza a Cefalù. Lei ebbe una di quelle vite che ne contiene dentro altre, una lunga esistenza che ha attraversato il Novecento. Una donna piena di qualità e di energie, instancabile, coraggiosa e appassionata, una donna che ha esibito i suoi molteplici talenti e qualità.
La sua instancabile voglia di fare la spinse a partecipare in vari convegni, ad incontri scolastici, in progetti per il coinvolgimento delle donne nella vita civile e, molto altro.
di Andrea di Vincenzo, Christian Napolitano e Daniele Provenzano
2C Tecnico
QUANDO L'ANIMA SA LEGGERE
INTRODUZIONE
"Quando l'anima sa leggere" è un libro scritto da Pepita Misuraca. È una raccolta di riflessioni che esplorano il mondo interiore dell'anima umana attraverso la spiritualità, la consapevolezza e la crescita personale. L'autrice condivide esperienze, insegnamenti e suggestioni per sviluppare una maggiore comprensione di sé stessi e del mondo circostante.
PERSONAGGI CHE MI HANNO COLPITO DI PIÙ IN QUESTA OPERA
❑ Il matematico
❑ Mastro agostino
❑Ciccio Lorbu
❑Padre Don Zulu
IL MATEMATICO
Questa è una storia intrigante che descrive la vita di un matematico eccentrico e solitario. Il suo ritorno al paese natale, la sua vita reclusa sulla terrazza e il mistero che circonda la sua morte aggiungono un tocco di suspense e curiosità. La sua ultima richiesta di far recapitare le sue scoperte matematiche a Parigi e in America aggiunge un elemento di grandezza alla sua figura, dimostrando che, nonostante la sua vita isolata, il suo lavoro era di valore internazionale.
MASTRO AGOSTINO
Agostino, il ciabattino, è ricca di dettagli e trasmette un senso di umanità profonda. La sua dedizione al suo lavoro, il suo amore per le scarpe che ripara e il suo modo unico di interagire con le persone intorno a lui lo rendono un personaggio affascinante. La tua riflessione sull'analfabetismo e la felicità è profonda e offre spunti interessanti sulla complessità dell'esperienza umana.
CICCIO LORBU
chiedeva l'elemosina cantando e avvolte suonando col violino suonava male di giorno ma la sera verso mezzanotte suonava meglio dopo che usciva dall'osteria raramente si vedeva di giorno era vestito sempre di nero in modo quasi sempre elegante aveva i capelli bianchi irregolari e la pelle rossastra e portava un paio di occhiali neri aveva una bella voce baritonale che usava quando la sera passava nel corso cantando accompagnato dal violino la mattina prima dell'alba indonavauna sorta di preghiera non si sa a chi fosse dedicata questa preghiera dato che tutto il paese dormiva ma anche se da qualche finestra veniva lanciata qualche moneta che lui raccoglieva qualche volta suonava in chiesa per le grandi occasioni dove faceva eseguire ad una donna "l'Ave maria" che accompagnava con il violino in quei giorni portava la camicia bianca in onore della sposa e qualche volta suonava al tavolo dopo il brindisi le anime per il quale invocava le sue preghiere non ebbero mai una messa e forse le avrà ricordate bevendo alla loro salute
PADRE DON ZULU
nella cattedrale di quel paese si svolgevano cerimonie con la massima autorità con presente il vescovo che adornava l'altare con decorazioni prese dal tesoro della chiesa . i documenti per i sacramenti erano ancora scritti in latino e le cariche religiose erano portate affinate alle persone più colte in queste cerimonie anche i preti si vestivano in modo elegante con vestiti bianchi mantelli e cappelli non so come di questa parte del clero potesse far parte DON ZULU con scarpe rovinate e con l’abito chiuso da bottoni tutti diversi il cappello sporco . portava un bastone nodoso che lo usava per difendersi dai delinquenti qualche volta si vedeva con una bottiglia in mano andando a prendere il vino. tutti in paese si erano abituati a vederlo così sporco e trasandato . ogni essere a il suo destino che spesso è diverso dalle vesti indossate e alla classe di appartenenza negli abitanti del paese e rimasta impressa di questo prete senza meriti ed era tra quei uomini che qualsiasi cosa facciano verranno sempre perdonati
di Miriam Cicero
2A Liceo Linguistico
Una coppia di turisti girava per le strade più belle della città di Cefalù. Fotografavano ogni piccolo dettaglio, così appena sarebbero ritornati nella loro Ginevra, avrebbero potuto ricordare quella bella cittadina.
Decisero di andare in una tappa un po’ inusuale, un vecchio palazzo davanti a cui passavano ogni giorno: era molto diverso stilisticamente rispetto agli altri palazzi, più moderni o con uno stile caratteristico del paese; questo si presentava grezzo e quasi sporco, ecco perché risaltava tra gli altri, tanto da incuriosirli. Sicuramente non era un luogo particolare, ma era come se, per tutte le volte che si erano soffermati a guardarlo, si ci fossero affezionati e meritasse di essere visto.
Ogni parete sembrava mantenere un ricordo della famiglia che un tempo abitava in quell’edificio.
Curiosando da una parte all’altra di quella casa, uno di loro trovò una scatola di metallo arrugginita, probabilmente per la troppa umidità, talmente forte che sembrava irrompere dalle pareti alle carni dei presenti.
Aprendo con forza la scatola, all'interno trovarono degli oggetti particolari, dei ricordi: un medaglione con una rappresentazione sacra; due fedi dorate; due fazzoletti di stoffa con due iniziali, rispettivamente una “T” e una “I”; un gruppo di lettere tenute insieme con dello spago; un foglio piegato diviso da tutto il resto.
Fu proprio quest’ultimo oggetto a risaltare agli occhi dei due sposi. Il mio nome è Turi.
Per tutta la mia vita sono stato povero e ho sempre lavorato molto, anche quando impossibilitato dalla mia vecchiaia. A stenti e con sacrifici sono riuscito a permettermi una casa da condividere con la mia cara moglie, Ignazia, ormai volata in cielo.
Quando era in vita, credevo che fosse il lavoro a mandare avanti la nostra quotidianità, che grazie ai soldi che guadagnavo riuscivamo ad avere un posto dove stare, dove vivere. In realtà era il suo solo amore che mi faceva sentire vivo, adesso senza di lei ormai la mia vita è triste, vuota. Lei è morta e io ho perso quella luce che illuminava il mio cammino. Era come se per tutta la vita avessi faticato nel lavoro, come quei tanti marinai che da lontano vedevo ogni volta che passavo nella riva del mio paese. Fatica e lavoro, questo pensavo fosse il senso della mia vita. In realtà, come quei marinai, avevo bisogno del mio faro, che illuminasse l’immensa oscurità e tristezza della mia vita, e questo era proprio mia moglie.
La mattina mi svegliava sempre con l’odore di caf è, con un piatto di biscotti (preparati come suo solito in grandi quantità qualche giorno prima) e un sorriso, per poi lasciare casa per sbrigare le sue solite commissioni mattutine. Mi faceva trovare sempre un piatto caldo quando tornavo a casa dopo una giornata stancante, mi sorrideva e mi porgeva sempre quelle solite domande che sul momento mi infastidivano. Che hai fatto oggi, sei stanco, ti piace il mio stufato. In realtà era piacevole avere qualcuno interessato a queste cose, ora non parlo più tanto.
Lei pregava continuamente, forse sperando che tutta la fatica che facevamo per tirare avanti avesse un senso, o forse perché le mancavano i nostri nipoti, o temesse di non essere ammessa in Paradiso per qualche suo peccato. Infatti la sua salute non era delle migliori, la bronchite accompagnava continuamente le sue giornate, forse aveva sempre la paura che avrebbe dovuto lasciarmi troppo presto. Infatti così è stato.
Ora i miei pensieri vagano, riempiono la mia testa.
I miei nipoti credono che io abbia bisogno di aiuto, sono preoccupati per me e per la mia salute. Per questo, qualche settimana fa, hanno scritto una lettera ad una giovane che abita qui vicino, chiedendole di prendersi cura di me. A lei non interessava davvero di me, infatti faceva solo lo stretto necessario: rifare il letto e cucinare della pasta, e poi in cambio pretendeva del denaro da parte dei miei nipoti americani. A stento mi dava il buongiorno, o, se era in vena di chiacchiere, mi raccontava le storielle più banali che si potessero sentire in piazza. In realtà, non credo fosse una persona tanto amorevole, criticava tutti e pensava di avere ragione su tutto. Si occupava di me solo perché era una persona avida e voleva usare i soldi per soddisfare ogni capriccio che il marito, molto più razionale di lei, non le concedeva. Non era
nemmeno tanto adatta a svolgere un ruolo del genere: avevo abbastanza accortezza per capire che non erano queste le cure fisiche e soprattutto psicologiche che si riservano ad una persona anziana.
Ciò lo dimostra il fatto che lei abbia deciso di abbandonarmi adesso che la mia salute è peggiorata.
Mi sento debole, non più quell’uomo forte d’animo che mia moglie conosceva, amava e stimava. Ovviamente non posso rifugiarmi nel lavoro per non fare questi pensieri. Sono vecchio, malato, e so che presto, tra giorni, mesi o non troppi anni, verrà anche la mia ora. L’unica cosa che mi consola è che presto sarò pronto per rivedere il volto di mia moglie, l’unico volto di cui mi sono innamorato e sarò innamorato fino al concludersi della mia vita.
Proprio questo è il senso di questo scritto: che il ricordo mio e di mia moglie non svanisca nel nulla.
La nostra casa un giorno verrà abbandonata, oppure vi abiteranno inquilini, però quelle mura ci manterranno vivi per sempre.
I discendenti dei miei nipoti forse neanche ricorderanno il nostro nome, forse nemmeno che siamo esistiti. Quei vecchietti della Sicilia, chissà se li ricorderanno.
Non abbiamo ottenuto ricchezze materiali dalla vita, certe volte pensavo che mia moglie meritasse di più di quello che potevo of rirle, pensavo che fosse arrabbiata con me per questo. In realtà lei non era quel tipo di persona attaccata al desiderio di avere tutto, lei amava la vita in tutte le sue sfaccettature, anche quelle peggiori, e mi trasmise questo amore. Anche ora che non c’è più, sono contento di aver vissuto felice con lei per gran parte della mia vita.
Entrambi avevano gli occhi lucidi quando finirono di leggere quella lettera. Come avrebbero potuto far si che quel ricordo di due sconosciuti, che loro avevano appena ripescato dal passato, non finisse nel dimenticatoio, come già stava facendo? Non aveva senso che prendessero quella lettera e la portassero con loro, non gli apparteneva. Se avessero mostrato ciò che avevano trovato a qualcuno del posto, avrebbero buttato tutto come se fossero cianfrusaglie. Era meglio lasciare le cose come stavano; quella casetta, un po’ lugubre e dall’odore di muffa, era pur sempre la loro. Questo sarebbe stato sicuramente il loro volere.
di Daniele Studiale
2A Liceo Linguistico
In una città sulla costa della Sicilia vi erano un dottore e un farmacista che vivevano e lavoravano fianco a fianco da anni. Il dottore era un uomo giovane, alto e austero, pur conducendo la vita dello studioso, egli era elegante e mondano.
In paese egli aveva delle amanti, frequentava l’ opera e dipingeva molto bene. Inoltre, la gente del paese pensava che avesse avuto una straordinaria avventura da medico in Olanda.
Il farmacista invece era un uomo alto, allampanato, sempre sorridente con un viso espressivo e sempre con la testa fra le nuvole. Egli portava quasi sempre una cravatta nera, larga e svolazzante, vestito con dei vestiti che esprimevano un’elegante trascuratezza. Chiunque lo incontrava lo scambiava per un’artista, e in realtà egli lo era davvero dietro il banco da farmacista.
di Daniele Studiale
2A Liceo Linguistico
In una città sulla costa della Sicilia vi erano un dottore e un farmacista che vivevano e lavoravano fianco a fianco da anni. Il dottore era un uomo giovane, alto e austero, pur conducendo la vita dello studioso, egli era elegante e mondano.
In paese egli aveva delle amanti, frequentava l’ opera e dipingeva molto bene. Inoltre, la gente del paese pensava che avesse avuto una straordinaria avventura da medico in Olanda.
Il farmacista invece era un uomo alto, allampanato, sempre sorridente con un viso espressivo e sempre con la testa fra le nuvole. Egli portava quasi sempre una cravatta nera, larga e svolazzante, vestito con dei vestiti che esprimevano un’elegante trascuratezza. Chiunque lo incontrava lo scambiava per un’artista, e in realtà egli lo era davvero dietro il banco da farmacista.
Egli preparava sciroppi e cartine come si faceva un tempo e il suo studio somigliava più ad una officina.
Un giorno, un'epidemia misteriosa colpì la città, portando con sé una malattia devastante che mise a repentaglio la vita di molte persone.
Il dottore e il farmacista si trovarono costretti a fronteggiare una sfida senza precedenti, con un numero crescente di pazienti che affluiva nelle loro strutture.
Nonostante la paura diffusa tra gli abitanti, il dottore e il farmacista non persero mai la loro determinazione. Lavoravano senza sosta, studiando casi, cercando cure innovative e confortando i malati e le loro famiglie con parole di speranza e supporto.
La collaborazione tra il dottore e il farmacista si rivelò fondamentale in questa situazione critica. Mentre il dottore prescriveva trattamenti e monitorava da vicino i pazienti più gravi, il farmacista si assicurava che le medicine necessarie fossero sempre disponibili, coordinando gli ordini e mantenendo le scorte in magazzino.
Le lunghe giornate si trasformavano in notti senza fine, ma il dottore e il farmacista non si arresero mai. Il loro impegno e la loro compassione ispirarono gli altri membri della comunità a unirsi tra loro nella lotta contro l'epidemia. Molti si offrirono per dare aiuto, donando il loro tempo e le loro risorse per sostenere gli sforzi del dottore e del farmacista.
Dopo settimane di duro lavoro e sacrifici, finalmente l'epidemia iniziò a diminuire. Grazie alla determinazione, alla competenza e alla generosità del dottore e del farmacista, la città riuscì a superare la crisi. Gli abitanti li celebrarono come eroi, riconoscendo il loro coraggio e la loro umanità in un momento di disperazione.
Il dottore e il farmacista assistevano, adesso, alla felicita’ di uomini, donne e bambini , e anche se le cicatrici dell'epidemia sarebbero rimaste, la forza della loro collaborazione e la solidarietà della comunità avevano reso la città più forte e più unita di prima.
di Miriam Cicero
2A Liceo Linguistico
Il mio nome è Turi
Una coppia di turisti girava per le strade più belle della città di Cefalù. Fotografavano ogni piccolo dettaglio, così appena sarebbero ritornati nella loro Ginevra, avrebbero potuto ricordare quella bella cittadina.
Decisero di andare in una tappa un po’ inusuale, un vecchio palazzo davanti a cui passavano ogni giorno: era molto diverso stilisticamente rispetto agli altri palazzi, più moderni o con uno stile caratteristico del paese; questo si presentava grezzo e quasi sporco, ecco perché risaltava tra gli altri, tanto da incuriosirli. Sicuramente non era un luogo particolare, ma era come se, per tutte le volte che si erano soffermati a guardarlo, si ci fossero affezionati e meritasse di essere visto.
Ogni parete sembrava mantenere un ricordo della famiglia che un tempo abitava in quell’edificio.
Curiosando da una parte all’altra di quella casa, uno di loro trovò una scatola di metallo arrugginita, probabilmente per la troppa umidità, talmente forte che sembrava irrompere dalle pareti alle carni dei presenti.
Aprendo con forza la scatola, all'interno trovarono degli oggetti particolari, dei ricordi: un medaglione con una rappresentazione sacra; due fedi dorate; due fazzoletti di stoffa con due iniziali, rispettivamente una “T” e una “I”; un gruppo di lettere tenute insieme con dello spago; un foglio piegato diviso da tutto il resto.
Fu proprio quest’ultimo oggetto a risaltare agli occhi dei due sposi. Il mio nome è Turi.
Per tutta la mia vita sono stato povero e ho sempre lavorato molto, anche quando impossibilitato dalla mia vecchiaia. A stenti e con sacrifici sono riuscito a permettermi una casa da condividere con la mia cara moglie, Ignazia, ormai volata in cielo.
Quando era in vita, credevo che fosse il lavoro a mandare avanti la nostra quotidianità, che grazie ai soldi che guadagnavo riuscivamo ad avere un posto dove stare, dove vivere. In realtà era il suo solo amore che mi faceva sentire vivo, adesso senza di lei ormai la mia vita è triste, vuota. Lei è morta e io ho perso quella luce che illuminava il mio cammino. Era come se per tutta la vita avessi faticato nel lavoro, come quei tanti marinai che da lontano vedevo ogni volta che passavo nella riva del mio paese. Fatica e lavoro, questo pensavo fosse il senso della mia vita. In realtà, come quei marinai, avevo bisogno del mio faro, che illuminasse l’immensa oscurità e tristezza della mia vita, e questo era proprio mia moglie.
La mattina mi svegliava sempre con l’odore di caf è, con un piatto di biscotti (preparati come suo solito in grandi quantità qualche giorno prima) e un sorriso, per poi lasciare casa per sbrigare le sue solite commissioni mattutine. Mi faceva trovare sempre un piatto caldo quando tornavo a casa dopo una giornata stancante, mi sorrideva e mi porgeva sempre quelle solite domande che sul momento mi infastidivano. Che hai fatto oggi, sei stanco, ti piace il mio stufato. In realtà era piacevole avere qualcuno interessato a queste cose, ora non parlo più tanto.
Lei pregava continuamente, forse sperando che tutta la fatica che facevamo per tirare avanti avesse un senso, o forse perché le mancavano i nostri nipoti, o temesse di non essere ammessa in Paradiso per qualche suo peccato. Infatti la sua salute non era delle migliori, la bronchite accompagnava continuamente le sue giornate, forse aveva sempre la paura che avrebbe dovuto lasciarmi troppo presto. Infatti così è stato.
Ora i miei pensieri vagano, riempiono la mia testa.
I miei nipoti credono che io abbia bisogno di aiuto, sono preoccupati per me e per la mia salute. Per questo, qualche settimana fa, hanno scritto una lettera ad una giovane che abita qui vicino, chiedendole di prendersi cura di me. A lei non interessava davvero di me, infatti faceva solo lo stretto necessario: rifare il letto e cucinare della pasta, e poi in cambio pretendeva del denaro da parte dei miei nipoti americani. A stento mi dava il buongiorno, o, se era in vena di chiacchiere, mi raccontava le storielle più banali che si potessero sentire in piazza. In realtà, non credo fosse una persona tanto amorevole, criticava tutti e pensava di avere ragione su tutto. Si occupava di me solo perché era una persona avida e voleva usare i soldi per soddisfare ogni capriccio che il marito, molto più razionale di lei, non le concedeva. Non era
nemmeno tanto adatta a svolgere un ruolo del genere: avevo abbastanza accortezza per capire che non erano queste le cure fisiche e soprattutto psicologiche che si riservano ad una persona anziana.
Ciò lo dimostra il fatto che lei abbia deciso di abbandonarmi adesso che la mia salute è peggiorata.
Mi sento debole, non più quell’uomo forte d’animo che mia moglie conosceva, amava e stimava. Ovviamente non posso rifugiarmi nel lavoro per non fare questi pensieri. Sono vecchio, malato, e so che presto, tra giorni, mesi o non troppi anni, verrà anche la mia ora. L’unica cosa che mi consola è che presto sarò pronto per rivedere il volto di mia moglie, l’unico volto di cui mi sono innamorato e sarò innamorato fino al concludersi della mia vita.
Proprio questo è il senso di questo scritto: che il ricordo mio e di mia moglie non svanisca nel nulla.
La nostra casa un giorno verrà abbandonata, oppure vi abiteranno inquilini, però quelle mura ci manterranno vivi per sempre.
I discendenti dei miei nipoti forse neanche ricorderanno il nostro nome, forse nemmeno che siamo esistiti. Quei vecchietti della Sicilia, chissà se li ricorderanno.
Non abbiamo ottenuto ricchezze materiali dalla vita, certe volte pensavo che mia moglie meritasse di più di quello che potevo of rirle, pensavo che fosse arrabbiata con me per questo. In realtà lei non era quel tipo di persona attaccata al desiderio di avere tutto, lei amava la vita in tutte le sue sfaccettature, anche quelle peggiori, e mi trasmise questo amore. Anche ora che non c’è più, sono contento di aver vissuto felice con lei per gran parte della mia vita.
Entrambi avevano gli occhi lucidi quando finirono di leggere quella lettera. Come avrebbero potuto far si che quel ricordo di due sconosciuti, che loro avevano appena ripescato dal passato, non finisse nel dimenticatoio, come già stava facendo? Non aveva senso che prendessero quella lettera e la portassero con loro, non gli apparteneva. Se avessero mostrato ciò che avevano trovato a qualcuno del posto, avrebbero buttato tutto come se fossero cianfrusaglie. Era meglio lasciare le cose come stavano; quella casetta, un po’ lugubre e dall’odore di muffa, era pur sempre la loro. Questo sarebbe stato sicuramente il loro volere.
di Paola Ernesta e Dominick Portera, 2B Liceo Linguistico