C’è un video che si trova facilmente su Youtube; è un video in bianco e nero in cui si vede Villa Fiorito, estrema e povera periferia di Buenos Aires. Su un campetto in terra battuta c’è un ragazzino che palleggia con un pallone malconcio. Con i piedi, con la testa… palleggia e il pallone non tocca mai il suolo. Papà Diego e Mamma Dalma lo hanno tirato su in povertà, assieme alle cinque sorelle e ai due fratellini.
L’inquadratura riprende poi il ragazzino in primo piano, sta dicendo ai reporter che lui ha due sogni: il primo è giocare il campionato del mondo di calcio, il secondo è vincerlo. Beh, tante grazie, verrebbe da dire. Non è forse il sogno di tutti i ragazzini che giocano al calcio? Solo che non tutti i ragazzini hanno il destino infilato dentro le scarpette, ed entro pochi anni quel giovanotto sentirà gridare il suo nome per tutto il pianeta, facendo vedere cose che prima di lui si credevano impossibili. Il destino lo ha scelto per fare una magia: accendere i sogni della gente.
I sogni della gente, certo, ma non di tutta la gente. Quei pochi anni sono già passati e alcuni suoi illustri colleghi mandano in brodo di giuggiole i giornalisti e rendono la domenica uno spettacolo di lusso. Michel, Arthur, Karl-Heinz… loro sì che sono l’élite del calcio! Lui invece veniva da Villa Fiorito e quella genuina, sporca rozzezza tipica dei bassifondi gli sarebbe rimasta addosso, nonostante le ricchezze che avrebbe accumulato. Allegro, rozzo e sbruffone come un eterno ragazzino di quartiere, non ci riesce proprio a prendere quella galassia dorata sul serio. È privo di ogni diplomazia, innatamente allergico al politicamente corretto. Il mondo di cui sta per diventare il re pretende invece vestiti gessati e seriosità. Quel mondo non vedrà mai di buon occhio un re plebeo.
I sogni della gente cozzano con i piaceri dell’élite. Probabilmente lui non ne sa nulla ed è solo l’istinto a guidarlo. A vent’anni lo aveva voluto il ricchissimo River Plate, squadra piena di ottimi giocatori, la squadra argentina “vincente” per antonomasia. Ma che senso avrebbe avuto? Ai migliori lui aveva dunque preferito il Boca, all’epoca quasi al tracollo finanziario. A dire il vero in seguito ci aveva pure provato, per un paio di anni, a giocare per “quelli che contano” e non si era rivelata un’esperienza felice. Che diavolo ci faceva uno come lui a Barcellona? Chissà quante volte se lo era chiesto. Lui deve partire dal basso, il destino infilatosi dentro le scarpette gli ha riservato altro: deve prendere per mano i piccoli e farli diventare grandi, deve far sognare gli scugnizzi.
Ancora bene finché gli scugnizzi si limitano a sognare e restano lontani dalla cima. Accade però che lui in cima glieli porta davvero ed è una festa mai vista prima: gli eterni perdenti che si riversano per le strade, i plebei che ottengono la loro rivincita, il sogno di essere primi in qualcosa che diventa realtà. Il re comincia a dare fastidio ai quartieri alti, che il riscatto dei reietti se lo legano al dito.
Passano tre anni e arriva la resa dei conti. Gianna Nannini ed Edoardo Bennato cantano le notti magiche dei campioni con la casacca azzurra; Italia 90. I padroni di casa in semifinale contro la sua nazionale, tanti campioni contro qualche buon giocatore più il re. C’è un però, quella partita si gioca nel suo regno e il re parla per il suo popolo: «andare a giocare al nord significa spesso andare in terra straniera, significa ritrovarsi spesso di fronte a cartelli con su scritto “benvenuti in Italia”, “terroni lavatevi”, di Napoli ci si ricorda solo quando fa comodo». Ha detto la verità e null’altro, ma quanto fa arrabbiare la verità e quanto può far arrabbiare una semifinale persa ai rigori?
Finale, Roma. ultimo atto del nostro mondiale che l’Argentina ci ha tolto dalle mani. Migliaia e migliaia di persone sommergono di fischi l’inno nazionale della squadra sudamericana, ma il bersaglio è lui, il Belpaese gliela sta facendo già pagare. Le sue labbra pronunciano solo “hijos de puta”, ma novanta minuti dopo sono le lacrime a mostrare la disperazione per il furto della coppa, subito tramite il fischio dell’arbitro su un rigore inesistente. Ma è solo l’inizio.
Lo scandalo esiste solo se lo si rende tale. Per anni si è taciuto su ciò che tutti sapevano, adesso tacere non giova più: la squalifica piomba sulla sua testa come una mannaia. Nessuno dice che lui è il re “nonostante” la cocaina e non “grazie” alla cocaina, nessuno. Lo abbattono, ma non lo distruggono completamente.
Quattro anni dopo è di nuovo a calcare il palcoscenico più importante del mondo, stavolta negli USA. Ha forse imparato la lezione? Quei tatuaggi dicono il contrario, le sue idee politiche pure.
Efedrina, la più assurda delle squalifiche. Una sostanza che si trova comunemente dentro le bibite energetiche. La squalifica è definitiva, il sipario è calato, il re è deposto. I quartieri alti lo sanno bene che non ne verrà un altro come lui, l’ordine è ristabilito.
Ci si ammala e si muore, da vecchi o molto prima, a lui è toccato a 60 anni. Ma è la carne che muore, non la legenda. Da dove cominciare a raccontarla ai giovani? Dalle parole di un telecronista argentino. Città del Messico – 22 giugno 1986: «... la tocca per Diego, ecco, ce l'ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale, e lascia lì il terzo e va a toccarla per Burruchaga… sempre Maradona... genio, genio, genio… c'è, c'è, c'è... goooooooooool... voglio piangere… Dio Santo, viva il calcio! Golaaaaaazooo… Diegooooooool… Maradona… c'è da piangere, scusatemi… Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi… aquilone cosmico… Da che pianeta sei venuto per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l'Argentina... Argentina due, Inghilterra zero... Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona... Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina due, Inghilterra zero».
La conoscete la Canzone del Piave'? Una canzone di propaganda militare che recita ‘’l’esercito marciava per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera… il Piave mormorò non passa lo straniero’’. Non c’era alcuna barriera da fare e non c’era alcuno straniero da non far passare poiché era l’Italia il paese attaccante. Tra parentesi ci siamo anche presi una zona di terra talmente straniera che ancora dopo più di cento anni parlano tedesco e vorrebbero tornare in Austria.
La Prima Guerra Mondiale fu una guerra assurda, combattuta in un periodo nel quale trionfava il nazionalismo (e a causa del nazionalismo scatenata), che oggi si vorrebbe far tornare di moda. Nel nome del trionfo delle sovranità sui pezzi di terra si mandarono a morire 650.000 italiani ai quali di combattere contro l’Austria non gliene fregava proprio niente.
Fu la guerra della vergogna e dell'infamia per diversi episodi di giustizia sommaria e decimazioni, ne ricordo quattro fra i più importanti.
Il 30 maggio 1916 un gruppo di soldati e ufficiali dell’89° Battaglione della Brigata Salerno rimase intrappolato nella terra di nessuno: quarantotto ore senza viveri, senza bere; c’erano dei feriti gravissimi. A un certo punto gli ufficiali di questo nutrito gruppo dissero: “Arrendiamoci”. Aspettando un contrattacco italiano che non avvenne, i soldati iniziarono ad arrendersi un po’ alla volta. Dalle trincee italiane gli ufficiali superiori decisero, per colpire questo comportamento ignominioso, di colpire l’area con i cannoni e con le mitragliatrici e ne uccidono tantissimi per evitare l’infamia di questa resa. Sempre dalle trincee italiane alcuni militari esortano i compagni intrappolati ad arrendersi. Non riuscendo a individuare i soldati colpevoli di aver dato tale consiglio, i comandi ordinano la fucilazione di due militari per ognuna delle quattro compagnie che compongono l’89° Battaglione. Così otto uomini sono messi al muro senza processo.
Davanti al muretto del cimitero di Cercivento (UD), un paesino di circa seicento anime della Carnia, il 1º luglio 1916 quattro alpini della 109a Compagnia del Battaglione Monte Arvenis furono fucilati perché si opposero a un ordine del comandante. La Compagnia si sarebbe rifiutata di fare un ennesimo attacco suicida sul Monte Cellon, a duemila metri di altezza, con valanghe e neve. Ottanta alpini vennero accusati di rivolta; quattro di loro (che non erano nemmeno presenti al momento dell’ammutinamento) vennero condannati alla pena capitale.
Nel marzo del 1917 i soldati della Brigata Ravenna vennero portati in seconda linea, sul Carso, per un turno di riposo. Dopo due giorni gli ufficiali li vollero rimandare avanti, loro protestarono, spararono qualche colpo in aria, il loro generale li convinse a partire. Il giorno generale di divisione, non è soddisfatto, ordinò una decimazione: vennero fucilati otto soldati e, quando la protesta era ormai del tutto rientrata, ne vennero uccisi altri cinque.
Nel luglio 2017 I soldati della Brigata Catanzaro, dopo aver combattuto in prima linea sul Carso isontino, sull'Altopiano di Asiago e poi nella zona del Monte Ermada, furono trasportati nelle retrovie a riposare. Gli uomini erano stremati: da molto tempo le licenze erano state sospese e la difficile vita in trincea li aveva provati notevolmente. Dopo pochi giorni, anziché essere trasferiti in un settore più tranquillo, fu ordinato loro di riprendere la strada verso il terribile Monte Ermada. A quel punto scoppiò la rivolta: 9 soldati e due ufficiali vennero colpiti a morte e solo l'intervento dei blindati e dell'artiglieria leggera fermò l'ira della Brigata Catanzaro. Ristabilita la calma, i comandi militari decisero di dare un messaggio esemplare: 12 soldati, scelti a caso, vennero giustiziati e 123 furono mandati davanti al Tribunale Militare.
Il 14 luglio del 1789 è la data della presa della Bastiglia; è la data che segna convenzionalmente l’inizio della Rivoluzione francese. Tale giorno venne dichiarato festa nazionale francese nel 1880.
La Bastiglia era una fortezza costruita con lo scopo di di difendere la città di Parigi contro possibili attacchi provenienti da nord-ovest, ma veniva saltuariamente usata anche come luogo di detenzione per i condannati a morte. Fu sotto il regno di Luigi XIV che la fortezza divenne stabilmente prigione di stato per ogni cittadino accusato di avversare la monarchia. I prigionieri venivano detenuti in condizioni disumane perfino per l’epoca: le celle dei sotterranei erano umide e malsane e tanti vi morivano dopo aver contratto delle malattie. Quelle delle torri non erano da meno, essendo luoghi dove si gelava in inverno e si cuoceva in estate. La detenzione aveva una durata indefinita e i prigionieri non avevano diritto alla difesa. Ciò che avveniva all’interno della fortezza era tenuto scrupolosamente segreto, tanto che perfino le guardie dovevano girarsi con la faccia contro il muro quando arrivava una carrozza con un nuovo prigioniero.
La Bastiglia era per la popolazione simbolo d’odio verso la monarchia e non solo per le condizioni in cui versavano i detenuti: i cannoni contenuti all’interno delle torri erano costantemente puntati contro le strade di Parigi per sparare verso eventuali rivolte del popolo.
Il 12 luglio la gente scese in piazza a manifestare contro la destituzione del ministro delle finanze Jacques Neker, che aveva dimostrato delle aperture politiche nei confronti del Terzo Stato. L’esercito ricevette l’ordine di caricare la folla e ciò accese ulteriormente gli animi dei manifestanti: durante la giornata e per tutto il giorno seguente la gente diede fuoco alle porte d’ingresso della città e saccheggiò i magazzini. Alla rivolta si unirono presto le milizie della borghesia che difendevano i diritti costituzionali e i rivoltosi cominciarono a fare barricate per strada e cercare armi.
La mattina del 14 luglio i rivoltosi assaltarono l’Hotel des Invalides (complesso militare destinato a ospitare invalidi id guerra), riuscendo con tale azione a procurarsi quasi 30.000 fucili. Mancava però la polvere da sparo e fu per questo motivo che decisero di attaccare la Bastiglia: volevano la polvere da sparo dei cannoni. Il governatore della prigione (il marchese di Launay) puntò i cannoni contro i rivoltosi, ma acconsentì a ricevere una loro delegazione per parlamentare. Non avendo il marchese intenzione di cedere agli insorti la polvere da sparo si passò poi ai combattimenti. La folla riuscì a spezzare le catene del ponte levatoio e a entrare nei cortili della fortezza, ma dopo quattro ore di scontri si contarono già un centinaio di morti fra gli attaccanti. Fu l’intervento di una sessantina di disertori del reggimento delle Guardie Francesi che ribaltò la situazione: armati di 6 cannoni fecero fuoco contro la fortezza portando le difese al collasso. Il marchese Launay non volle tuttavia arrendersi e minacciò di far saltare in aria tutta la guarnigione se gli assaltatori non si fossero ritirati. Questi ultimi ignorarono la richiesta e continuarono l’assalto, preferendo morire piuttosto che ritirarsi a vittoria conseguita. A quel punto le guardie della Bastiglia, di loro iniziativa, aprirono le porte della guarnigione al popolo.
Fu in seguito alla presa della Bastiglia che avvenne il famoso dialogo fra il re e il suo servo:
«Cos’è, una rivolta?»
«No sire. È la rivoluzione!»
Il re fu dunque costretto a scendere a patti con l’Assemblea Nazionale: Jaques Neker tornò al suo posto di ministro, l’esercito lasciò la città, il generale La Fayette divenne comandante della neonata Milizia di Parigi e Jean Bailly (l’astronomo che pronunciò il Giuramento della Pallacorda) divenne sindaco della capitale francese.