Ogni anno il governo italiano presenta la legge di bilancio (o manovra economica), cioè un pacchetto di norme che dovrà essere approvato in Parlamento entro fine dicembre per finanziare lo Stato nel nuovo anno. In genere questo testo tocca anche il tema delle pensioni perché i conti previdenziali sono una grande voce di spesa pubblica e il sistema deve mantenersi sostenibile nel tempo.
Il sistema italiano prevede che l’età per andare in pensione non sia fissa per sempre, ma si adegui nel tempo a quanto viviamo più a lungo. Il principio è semplice: se in media viviamo di più, lo Stato chiede di lavorare un po’ più a lungo prima di andare in pensione. Questo meccanismo è stato introdotto con la riforma Fornero (2011) per rendere il sistema sostenibile nel lungo periodo.
Funziona così: L’ISTAT misura ogni due anni l’aspettativa di vita a 65 anni (cioè quanti anni, in media, restano da vivere a una persona che ha 65 anni). Se l’aspettativa di vita è aumentata, aumenterà (in proporzione 1 = 1) anche l’età pensionabile. È un meccanismo automatico scritto nella legge.
Lo stesso adeguamento riguarda anche la pensione anticipata: quanto più aumenta l’aspettativa di vita tanti più mesi di contributi serviranno per andare in pensione.
L’aumento di pari mesi vale solo se il meccanismo automatico non viene bloccato o modificato da una legge. Negli ultimi anni, infatti, alcuni aumenti sono stati congelati oppure rinviati, oppure ancora, spalmati nel tempo. Ma questa è una scelta politica successiva, non una caratteristica del meccanismo.
Nel testo della legge di bilancio per il 2026 il governo proponeva di Limitare l’aumento automatico dell’età pensionabile: invece dei tre mesi che normalmente sarebbero scattati nel 2027, l’aumento sarebbe stato più contenuto (es. 1 mese nel 2027 e gli altri mesi nel 2028).
Il Governo intendeva anche eliminare quei “pensionamenti particolari” chiamati Quota 103 e Opzione donna e intendeva modificare il riscatto della laurea e le “finestre” di uscita reale dal lavoro. Cosa sono?
Opzione donna è una misura che consente ad alcune donne di andare in pensione prima dell’età di vecchiaia, a condizione di avere almeno 35 anni di contributi, accettando però una penalizzazione importante, che in genere produce pensioni più basse. In origine era pensata come uno strumento di flessibilità per tenere conto delle carriere femminili spesso discontinue, ma negli ultimi anni è stata progressivamente ristretta a categorie specifiche: caregiver, invalide, lavoratrici licenziate o dipendenti di aziende che hanno aperto tavoli di crisi presso il Ministero del Lavoro.
-
Quota 103, invece, è una misura valida per uomini e donne e si basa su una logica diversa: non conta solo l’età o solo i contributi, ma la loro somma. Con Quota 103 si può andare in pensione quando si raggiungono 62 anni di età e 41 anni di contributi. Anche questa opzione prevede il percepimento di un assegno ridotto rispetto allo “standard”.
Dal punto di vista del governo, entrambe queste misure hanno un problema comune: indeboliscono il meccanismo automatico del sistema pensionistico, quello che lega l’età di pensionamento all’aspettativa di vita e che serve a tenere sotto controllo la spesa pubblica. Per questo, nella manovra, l’esecutivo ha cercato di non prorogarle.
La finestra di uscita reale è il periodo che passa dal giorno in cui maturi l’età contributiva necessaria per andare in pensione e il giorno in cui effettivamente riceverai il primo assegno pensionistico. Attualmente questo periodo, detto appunto “finestra”, è di tre mesi; che si traducono, all’atto pratico, in tre mesi di lavoro in più pur avendo maturato il diritto ad andare in pensione. A cosa servono? Costituiscono tre mesi di pensioni che lo Stato non ci pagherà mai; in questi tre mesi l’INPS continua a ricevere i contributi relativi al lavoratore senza pagargli la pensione. È un risparmio per lo Stato.
Nella proposta iniziale della legge di bilancio il governo aveva ipotizzato di rendere queste finestre più lunghe negli anni a venire, in modo da far slittare ulteriormente la data di decorrenza della pensione:
4 mesi di finestra nel 2032–33
5 mesi nel 2034
6 mesi dal 2035 in poi
In altre parole, la finestra mobile passerebbe da 3 mesi a 6 mesi, allungando di fatto il periodo di attesa per ricevere la pensione; è, di fatto, un allungamento occulto dell’età pensionabile.
Il riscatto della laurea è la possibilità di tramutare gli anni di studio all’università – a patto che si sia conseguita la laurea – in anni di contributi versati, dietro pagamento di una certa somma di denaro (attualmente un po’ più di 5.000 euro per ogni anno di università, pagabili anche a rate).
La proposta del Governo prevedeva l’eliminazione di questa formula perché con il riscatto della laurea lo Stato incassa subito una cifra inferiore ai contributi che sarebbero stati versati con un lavoro a tempo pieno, mentre riconosce anni di contribuzione che possono anticipare l’uscita dal lavoro e aumentare la spesa pensionistica futura.
Tutto sembrava pronto per colpire ancora una volta i pensionati italiani, ma poi la riforma si è fermata. Le modifiche alle pensioni, in particolare sulle finestre di uscita, si sono scontrate con un veto politico interno alla maggioranza, guidato dalla Lega, per la quale qualsiasi intervento percepito come una “nuova Fornero” resta inaccettabile. Così il Governo ha preferito arretrare, lasciando intatto l’impianto esistente e rimandando ancora una volta il confronto su un sistema che tutti riconoscono fragile, ma che nessuno vuole davvero riformare.
L’antifascismo non è semplicemente l’opposizione a un’ideologia del passato. In Italia, è il fondamento politico e morale della democrazia repubblicana. Non è un partito, non è un’ideologia autonoma: è il terreno comune su cui forze diverse si unirono per abbattere il regime fascista e gettare le basi della Costituzione del 1948.
Antifascismo significa:
Rifiuto della dittatura e del culto del capo: Mussolini aveva messo fuorilegge tutti i partiti politici.
Rifiuto del razzismo e delle leggi razziali. Promulgate nel 1938, portarono alla deportazione di migliaia di italiani.
Condanna del nazionalismo esasperato e dell’imperialismo: strumenti per legittimare la dittatura e mobilitare le masse in nome di una presunta “superiorità nazionale”.
Difesa dei diritti politici, civili e sociali, della libertà di stampa, di associazione, del pluralismo democratico; tutte cose proibite dal fascismo, che fece incarcerare migliaia di oppositori.
Ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, dato che l’Italia aveva invaso prima l’Etiopia e poi l’Albania e in seguito aveva appoggiato le aggressioni della Germania nazista.
L’antifascismo, quindi, è l’avversione a quello che fu il fascismo; non è “di sinistra”.
La Costituzione italiana, pur non menzionando esplicitamente il termine "antifascismo", ne incarna profondamente i valori, essendo nata dalla Resistenza contro il regime fascista. Ecco una sintesi dei principi antifascisti presenti nella Carta:
L'Italia è una Repubblica democratica che riconosce il pluralismo politico e sociale, in contrasto con il partito unico del fascismo.
La Costituzione garantisce libertà di pensiero, stampa, associazione e religione, diritti negati durante il regime fascista.
Uguaglianza e rifiuto della discriminazione: L'Articolo 3 sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, opponendosi alle leggi razziali e alle discriminazioni del passato regime.
L'Articolo 11 afferma il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, in contrasto con l'imperialismo fascista.
Divieto di ricostituzione del partito fascista: La XII disposizione transitoria e finale vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
Questi elementi delineano una democrazia fondata su libertà, pluralismo, uguaglianza e pace, in netta opposizione ai principi del fascismo.
Nel dibattito pubblico italiano è sempre più frequente sentire affermazioni del tipo: “Non sono fascista, ma nemmeno antifascista.” Oppure: “Il fascismo è finito da tempo, l’antifascismo oggi è solo ideologia.” Frasi che pretendono di suonare neutrali, super partes, distaccate. Ma lo sono davvero? La risposta è no: non dichiararsi antifascisti non è una posizione neutra, è una scelta politica, morale e culturale ben precisa. Se, come riconosce la storia repubblicana, il fascismo è stato un regime dittatoriale, razzista, imperialista, illiberale, allora non dirsi antifascisti significa non prendere le distanze da tutto questo. Significa non assumere un giudizio netto su ciò che ha rappresentato uno dei momenti più oscuri del Novecento europeo e della storia italiana.
Chi rifiuta l’antifascismo, pur dichiarandosi democratico, cerca spesso di separare il fascismo “storico” dai suoi crimini, o peggio ancora, tenta di riscrivere quella storia, proponendo una lettura “equidistante” tra oppressori e resistenti. In questo modo si finisce per minimizzare la natura profonda del fascismo, che non fu solo un’ideologia autoritaria tra le tante, ma un sistema di potere costruito sulla violenza, sulla negazione dei diritti, sull’identità imposta, sulla guerra come destino.
L’antifascismo non è una moda del passato né un tic ideologico: è la condizione minima per riconoscersi nella legalità costituzionale della Repubblica. Chi non è antifascista, oggi, sta consapevolmente scegliendo di non stare dalla parte della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia, così come sono state conquistate e definite nel nostro ordinamento. Non si può essere “un po’ democratici” come non si può essere “un po’ antifascisti”. Di fronte a regimi che hanno negato l’umanità, non schierarsi è una forma di complicità passiva.
Chi rifiuta l’antifascismo come base della democrazia repubblicana mostra, spesso implicitamente, un’altra idea di democrazia. Non più una democrazia nata dalla Resistenza, dal pluralismo, dalla tutela delle minoranze e dai diritti universali, ma una democrazia ridotta a mera procedura elettorale, dove tutto si gioca nel rapporto diretto tra il leader e la maggioranza, senza radici nella storia, senza memoria condivisa, senza vincoli etici. In questa logica, la democrazia non è più un argine contro l’autoritarismo, ma uno strumento che anche l’autoritarismo può usare per legittimarsi. È la visione che svuota di senso le garanzie costituzionali, che guarda con fastidio a media indipendenti, giustizia autonoma, opposizione organizzata. Chi non si riconosce nell’antifascismo non contesta solo il passato: mette in discussione il presente e il futuro delle nostre istituzioni.
Quindi una democrazia con un po' di fascismo dentro? Si potrebbe dire così. O meglio, una democrazia svuotata della sua sostanza antifascista, che conserva le forme (elezioni, partiti, istituzioni), ma non ne rispetta lo spirito fondativo, che è quello del rifiuto di ogni forma di autoritarismo.
Questa idea di democrazia:
tollera o minimizza l’uso della forza contro il dissenso;
vede i diritti civili e sociali come concessioni revocabili, non come diritti inviolabili;
considera la stampa libera, la magistratura indipendente, le ONG, le minoranze come ostacoli al potere, non come garanzie democratiche;
usa il voto popolare come legittimazione per concentrare il potere, non per distribuirlo.
Non è una dittatura classica, ma è una democrazia che ha perso gli anticorpi. Senza antifascismo, la democrazia può degenerare in ciò che il fascismo faceva già: decisionismo, nazionalismo, culto del capo, repressione del dissenso, “noi contro loro”.
In questo senso, il rifiuto dell’antifascismo non è un dettaglio: è la porta d’ingresso per un’altra idea di potere. In sostanza, il politico che non si dichiara antifascista è uno a cui non sta bene la nostra democrazia.
Nato nel 1896 a Stella (Savona), Sandro Pertini fu un socialista e un antifascista, medaglia al valore per la sua attività di partigiano. Iniziò a dedicarsi alla politica nel 1918, subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, iscrivendosi al Partito Socialista.
Pertini si schierò apertamente contro il fascismo fin da quando esso nacque, rifiutando energicamente la retorica antidemocratica che aveva ipnotizzato milioni di persone.
Nel maggio del 1924 il leader socialista Giacomo Matteotti in un suo discorso alla Camera attaccò Mussolini e le sue squadre di picchiatori. Venne barbaramente assassinato da un gruppo di fedelissimi del capo del governo. Pertini a Firenze ricorderà che quell'orrendo delitto riempì d'indignazione la gente, che si staccava dall'occhiello il distintivo fascista e lo gettava via. «Era quello il momento giusto per abbattere Mussolini e il fascismo» dirà Pertini, «ma si perse tempo e non si concluse nulla».
Il 3 giugno 1925 Pertini pubblicò un opuscolo: Sotto il barbaro dominio fascista, per il quale subì la prima condanna a otto mesi di carcere.
Il 31 ottobre 1926 organizzò un comizio di operai a Savona e per tale motivo fu aggredito sotto casa da una squadraccia fascista che lo manganellò selvaggiamente, spezzandogli il braccio destro. Gli squadristi lo bandirono dalla città di Savona, minacciandolo di morte se lo avessero incontrato ancora per strada.
Il 4 dicembre 1926 la Regia Prefettura di Genova ordinò che Sandro Pertini fosse assegnato al confino di polizia per la durata di cinque anni. Pertini vi sfuggì rifugiandosi a Milano. Dal capoluogo lombardo riuscì poi a organizzare la sua fuga e quella di Turati verso la Francia, con un battello che da Savona li portò fino in Corsica. Fin da novembre il regime aveva abolito il rilascio dei passaporti e così Pertini e Turati vennero condannati a dieci mesi in contumacia per espatrio clandestino. In Francia ottenne subito asilo politico e si mantenne facendo soprattutto il muratore.
Il 30 novembre 1929 tornò clandestinamente in Italia e continuò l'azione antifascista; venne riconosciuto da un delatore e arrestato e condannato a undici anni di reclusione. Durante la lettura della condanna urlò: «Viva il socialismo, abbasso il fascismo!». Dopo sette anni di carcere venne inviato al confino, prima a Ponza poi a Ventotene.
Tutte le Sue condanne erano relative a reati per idee e azioni antifasciste e giunse a rifiutare la grazia presentata dalla madre per le sue gravi condizioni di salute. L’episodio del suo rifiuto alla grazia rimase celebre:
Al Presidente del Tribunale speciale
23 febbraio 1933
La comunicazione che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore mi umilia profondamente. Non mi associo, quindi, a simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più di ogni cosa, della mia stessa vita, mi preme.
Il recluso politico Sandro Pertini.
L'8 settembre del 1940 Pertini finì di scontare tutte le sue condanne, ma ancora una volta intervenne Mussolini per prolungare di altri cinque anni l'arresto e il confino, in quanto ritenuto pericoloso per la sicurezza pubblica e per l’ordine nazionale.
Ad agosto del 1943 il fascismo era ormai caduto e il direttore del carcere comunicò a Pertini che era libero. L'8 settembre 1943 si pose alla testa degli ardimentosi civili che a fianco dei soldati dell'esercito regolare contrastarono tenacemente l'ingresso delle truppe tedesche a Roma; Il 10 settembre 1943 Pertini guidò i gruppi di resistenza a Porta San Paolo, tentando di contrastare l'ingresso nella capitale delle truppe tedesche, combattendo a fianco dei granatieri.
Gli avvenimenti incalzarono e l'occupazione tedesca instaurò un nuovo clima di terrore; Pertini fu nuovamente arrestato e condannato a morte (novembre 1943) ma il 14 gennaio 1944 i suoi compagni di resistenza riuscirono a organizzarne l’evasione.
Conclusa la lotta armata, si è dedicò alla vita politica e al giornalismo: parlamentare dalla nascita della Repubblica al 1976, fu eletto due volte presidente della Camera e fu Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985.
I suoi sette anni al Quirinale ricostruirono un senso generale di fiducia nelle istituzioni. Egli interpretava la politica come servizio e non come professione, esaltando il primato della politica con coerenza morale di uomo giusto e rispettoso delle idee altrui. Pertini fu tra i presidenti che scelsero di non abitare nel Palazzo del Quirinale, e mantenne la propria residenza nel suo appartamento romano. Non volle mai conseguire la patente e, escluse le occasioni ufficiali, fu la moglie a fargli da autista con l'utilitaria di famiglia. Era inoltre solito trascorrere le sue vacanze estive a Selva di Val Gardena, alloggiando nella locale caserma dei carabinieri, per non disturbare la cittadinanza con ulteriori misure di sicurezza durante la sua permanenza.
Per Sandro Pertini il socialismo era democrazia e rispetto dei diritti dell'uomo: «Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. La libertà non integrata da una politica che s'ispiri al principio della giustizia sociale, si risolve spesso nella libertà di morire di fame». È questa una dichiarazione fedeltà ad una precisa ideologia di base: che cosa è il socialismo se non altruismo?
La sua lotta fu sempre indirizzata verso il bene comune; per questo non irritava il popolo ma suscitava simpatia, ispirava consensi. Ma la giustizia non era per lui esclusivamente sociale, rigorosissima fu anche la sua richiesta di onestà alla classe politica: «Da noi deve partire l'esempio di attaccamento agli istituti democratici e soprattutto l'esempio di onestà e di rettitudine. Perché il popolo italiano ha sete di onestà. Su questo punto dobbiamo essere intransigenti prima verso noi stessi, se vogliamo poi esserlo verso gli altri. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che la corruzione è nemica della libertà».
Era, senza possibilità di dubbio, un amante dei giovani, e non solamente per una ottimistica attività preferenziale tesa al futuro. Erano, i giovani, la parte di sé più ardentemente scatenata ad oltranza verso il traguardo, e tentata da una intima insofferenza di regole frenanti: «Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite».
«Bisogna che sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino, la disoccupazione è un male tremendo che porta anche alla disperazione. Questo, chi vi parla, può dire per personale esperienza acquisita quando in esilio ha dovuto fare l'operaio per vivere onestamente. La disoccupazione giovanile deve soprattutto preoccuparci se non vogliamo che migliaia di giovani, privi di lavoro, diventino degli emarginati nella società, vadano alla deriva e, disperati, si facciano strumenti dei violenti o diventino succubi di corruttori senza scrupoli».
Un altro punto fermo di Pertini fu quello della pace fra i popoli, insieme alla lotta contro l’oppressione che lui stesso aveva vissuto: «Sono al fianco di chi soffre umiliazioni e oppressioni per il colore della sua pelle. Hitler e Mussolini avevano la pelle bianchissima, ma la coscienza nera. Martin Luther King aveva la pelle color dell'ebano, ma il suo animo brillava della limpida luce, come i diamanti che negri oppressi estraggono dalle miniere del Sudafrica, per la vanità e la ricchezza di una minoranza dalla pelle bianca».
«L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire».
Sandro Pertini fu un patrimonio di storia, di idealismo puro, di cultura, di lotta, di nobiltà, di passione che abbiamo il compito di portare avanti attraverso la concezione nobile del socialismo romantico, a fianco dei bisogni della gente, delle fasce deboli della società, difendendo, la giustizia sociale e la libertà.