Quando si parla di grandi classici della letteratura italiana, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è una tappa obbligata. Pubblicato postumo nel 1958 e accolto inizialmente con diffidenza, è oggi considerato uno dei capolavori del Novecento. Ma perché un libro così legato al passato ha ancora tanto da dire a noi, lettori contemporanei?
Al centro della narrazione c’è il Principe Fabrizio di Salina, aristocratico siciliano che osserva con lucida malinconia il crollo del suo mondo durante il Risorgimento. Mentre Garibaldi sbarca in Sicilia e l’unità d’Italia si avvicina, il Principe si rende conto che tutto sta cambiando ma che, in fondo, nulla cambierà davvero.
La frase simbolo del romanzo, Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi, è diventata il manifesto del cosiddetto “gattopardismo”: il trasformismo politico, l’apparente rivoluzione che serve solo a mantenere intatto il potere.
Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra. Questo dice il Principe riferendosi alla vecchia aristocrazia siciliana, fieramente nobile, elegante e colta, ma ormai decadente e priva di futuro. C’è fierezza, ma anche consapevolezza del declino in queste parole: i nobili verranno sostituiti da una nuova classe dirigente borghese, che si afferma con l’Unità d’Italia. Predatori opportunisti, privi di dignità e ideali, mossi solo da interessi personali. Non c’è speranza in questo cambio di guardia: il potere passa, ma non migliora e non importa chi governa: ognuno, dal nobile decaduto al nuovo arricchito fino al popolo inerte (pecore), è convinto di essere fondamentale, unico, speciale. È una denuncia all’autoinganno collettivo, che impedisce un vero cambiamento.
Il Gattopardo è un libro da leggere almeno una volta nella vita. Non solo per capire meglio il nostro passato, ma anche per riflettere sul presente: cambiano i volti del potere, ma la sostanza resta la stessa. Senza una vera rivoluzione non c'è alcuna vera rigenerazione. La storia si muove in superficie, mentre il sistema resta immobile.
Parco degli stagni del Patriarca, Mosca, anni trenta del 1900. Berlioz e Ivan discutono tra loro. Il primo è editore per un’importante associazione letteraria sovietica, il Massolit. È un uomo colto, razionalista e convinto sostenitore dell’ateismo, perfettamente inserito nell’apparato culturale del regime sovietico. Ivan è incece un poeta giovane, che scrive versi per riviste ufficiali. Sta lavorando a un poema su Gesù, commissionato dal Massolit. Berlioz sta rimproverando Ivan perché il suo poema non raggiunge lo scopo ideologico voluto: egli ha descritto Gesù come una figura reale, seppur negativa, e questo rischia di far credere ai lettori che Gesù sia davvero esistito. Il poema dovrebbe invece dimostrare che Gesù non è mai esistito, che è un'invenzione della religione e della superstizione, non un truffatore.
Nel dibattito tra i due si intromette in maniera discreta un distinto signore di nome Woland, il quale afferma che Berlioz si sbaglia perché Gesù è realmente esistito. Tra il direttore e “lo straniero” nasce uno scambio colto, con diverse citazioni filosofiche da una parte e dall’altra, finché il confronto non cade sul processo che Pilato fece a Gesù e Woland dichiara: «Io ero là, nell’edificio del tribunale. Ero vicino a Pilato, dietro una delle colonne» e inizia a raccontare del processo.
Il famosissimo capolavoro di Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita, è un incantesimo fatto di satira, amore, filosofia e misticismo. Il libro è ambientato in due epoche: la Mosca sovietica degli anni '30 e la Gerusalemme ai tempi di Ponzio Pilato. Nella capitale dell’URSS arriva un misterioso personaggio straniero, Woland (che si rivelerà essere il Diavolo in persona), accompagnato da una combriccola di figure surreali. Con il loro arrivo inizia una serie di eventi grotteschi, assurdi e a tratti esilaranti, che prendono in giro la burocrazia, l’ateismo di stato e la mediocrità della società sovietica.
Nel corso della trama fanno la loro comparsa il Maestro e Margherita. Il primo è uno scrittore distrutto dalle critiche al suo romanzo su Ponzio Pilato, Margherita è invece la sua amante devota e pronta a tutto per salvarlo. La loro storia d’amore è toccante, struggente e dolcemente disperata.
Bulgakov intreccia la realtà grottesca della Mosca stalinista con la spiritualità e la tragedia del processo a Gesù (chiamato Yeshua), portando il lettore in una dimensione quasi onirica. I passaggi sulla Gerusalemme antica sono scritti con una tale intensità che sembrano un libro nel libro; e lo sono, visto che si tratta proprio del romanzo scritto dal Maestro.
Woland non è solo un agente del caos, ma anche una sorta di “giustiziere” che mette alla prova l’animo umano. Non è il male fine a sé stesso, ma piuttosto un catalizzatore di verità scomode. La sua figura è affascinante, ambigua, molto più “umana” di tanti uomini.
Il legame tra il Maestro e Margherita è struggente e simbolico: lei rappresenta la forza dell’amore, della libertà e della ribellione contro l’omologazione. Lui invece è l’artista piegato dalla società, come lo stesso Bulgakov.
L’autore non poteva criticare apertamente il regime sovietico e la società, ma lo fa in modo geniale con l’assurdo, l’ironia, il fantastico. Ogni scena ha una doppia lettura come, ad esempio, il famigerato spettacolo al Teatro di Varietà: Woland e la sua banda mettono in scena uno spettacolo magico davanti a un pubblico moscovita affamato di consumismo e pettegolezzi. I vestiti spariscono, piovono soldi falsi, si rivelano le doppie vite degli spettatori, disposti a tutto per avere qualcosa "gratis". Woland mette a nudo la società, mostrando quanto sia corrotta anche senza il suo intervento. Il pubblico ride, ma non si rende conto di essere lui stesso lo zimbello.
La narrazione parallela del processo a Yeshua da parte di Ponzio Pilato, tormentato dal dubbio e dalla codardia, è il cuore morale del romanzo. Pilato è un personaggio profondamente umano: non è malvagio, ma debole, e per paura sacrifica un uomo giusto. Rappresenta i burocrati sovietici, spesso conniventi per vigliaccheria. Anche la figura di Yeshua è diversa dal Gesù canonico: più umana, quasi filosofica. Rappresenta la verità che non può essere taciuta, proprio come l’arte del Maestro.
Margherita, disperata per la scomparsa del Maestro, accetta di diventare regina del ballo di Woland per ottenere la possibilità di ritrovare il suo amato. Vola nuda sopra Mosca e si trasforma: da donna borghese e ferita diventa una figura potente e libera. La nudità non è erotica ma catartica: è l'abbandono del falso pudore, dell'ipocrisia, delle regole sociali che la opprimono.
Nel finale Woland premia Margherita, acconsentendo a esaudire il suo desiderio: la donna e il suo amato finalmente si ricongiungono, ma in un luogo di pace eterna, fuori dalla storia e dalla società. Non è una salvezza religiosa, ma una liberazione esistenziale; quella che probabilmente cercava Bulgakov. Il Diavolo riconsegna al Maestro il suo manoscritto, che egli stesso aveva gettato nel fuoco. “I manoscritti non bruciano” è la frase più iconica di tutto il romanzo. La verità, l’arte e le idee non possono essere annientate, nemmeno dal potere o dalla censura. È una sfida alla repressione intellettuale del regime. Per molti, è anche una dichiarazione sulla forza immortale della letteratura.