Chiunque abbia dei figli o dei nipoti avrà molto probabilmente visto la serie a cartoni ‘’Masha e l’orso’’ e chiunque abbia visto quella serie avrà sicuramente notato il recipiente di forma più o meno sferica con il quale l’orso prepara il suo thè. Si tratta del samovar, il cui nome si pronuncia 𝐬𝐚𝐦𝐚𝐯𝐚̀𝐫 per via del fatto che in russo tutte le O sulle quali non cade l'accento suonano come A.
Il Samovar è, basilarmente, un contenitore metallico di varia forma dentro il quale si trova un altro contenitore, questo cilindrico. All’interno del cilindro viene messo del combustibile solido, solitamente carbone (ma in caso di mancanza venivano utilizzate le pigne secche) mentre dentro il recipiente si mette l’acqua che viene riscaldata dal calore del combustibile. Sulla parte superiore del samovar si trova un comignolo che ne assicura il tiraggio e nella parta inferiore c'è un rubinetto per far uscire l’acqua.
Il primo scopo del samovar non fu far bollire il thè, bensì riscaldare l’ambiente con materiale a bassissimo costo. Essendo però anche una fonte di acqua calda venne ben presto utilizzato pure per preparare la bevanda calda: si aggiunse attorno al comignolo una sorta di ‘’fornello’’ con lo scopo di reggere la teiera all’interno della quale il thè bolle grazie ai gas in uscita.
Perché allora nel cartone animato si vede l’orso che apre il rubinetto per far uscire l’acqua per il thè? Anche in questo caso si tratta di una questione di natura originariamente economica: il thè costava molto ed allora i russi preferivano farlo bollire in maniera estremamente concentrata all’interno della teiera (era praticamente imbevibile) per poi versarne un po' nella tazza e diluirlo con l’acqua calda del samovar. In questo modo lo 𝐳𝐚𝐯𝐚𝐫𝐤𝐚 (così si chiama il thè preparato in questa maniera) durava molto di più.
Il samovar fa parte a pieno titolo della cultura russa, anche se al giorno d’oggi è chiaramente più che altro un pezzo d’arredamento; tra l'altro molto ricercato dai turisti. La sua funzione originale sopravvive oggi soprattutto nei vagoni di prima classe della Transiberiana, dove i viaggiatori che lo desiderano possono usufruire dell’acqua calda da esso prodotta e del thè preparato attraverso questo strumento generatore di calore.
Tristan de Cunha è un’isola che si trova nel basso Atlantico meridionale, a oltre 2..800km da Città del Capo e a quasi 2.200km da Sant’Elena (quella di Napoleone); insomma è in mezzo al niente.
Politicamente appartiene alla Gran Bretagna, ma malgrado ciò i suoi abitanti non sono considerati cittadini del Regno Unito. Sì, perché questa terra sperduta è abitata, da quasi 300 persone. Hanno internet, hanno l’ospedale, hanno la scuola, ma non hanno nemmeno un porto dove far attraccare le grosse imbarcazioni. L’unica loro possibilità di accedere al mondo esterno è una nave che fa linea da Città del Capo e impiega non meno di cinque giorni per raggiungere l’isola. La nave àncora a largo e il collegamento con Tristan viene completato tramite delle barche.
A Tristan de Cunha esistono solo otto cognomi: Glass, Swain, Green, Rogers, Hagan, Patterson, Repetto e Lavarello. Che ci fanno due cognomi italiani fra meno di 300 anime in un’isola inglese sperduta nell’oceano?
Accadde che nel 1892 su di una nave italiana (chiamata oltretutto Italia) che trasportava carbone dalla Scozia al Sudafrica divampò un incendio in pieno oceano e il capitano riuscì a farla arenare sui fondali dell’isola. Tutti i sedici membri dell’equipaggio si salvarono e furono ospitati dagli abitanti di Tristan per poco più di tre mesi. Quando poi un'altra nave passò a recuperare i naufraghi italiani, due di loro decisero di non far mai più ritorno a casa. Si trattava dei liguri (di Camogli per la precisione) Gaetano Lavarello e Andrea Repetto. I due marinai ebbero numerosi figli e la loro discendenza fa parte della popolazione stabile dell’isola.
Oltre all’estremo isolamento, caratteristica peculiare di Tristan de Cunha è la sua gestione economica, rimasta ancorata a una legge del suo primo governatore (William Glass), datata 1817: le spese e i ricavi vengono tutti distribuiti in egual maniera fra gli abitanti, non esiste la proprietà privata e non esistono persone subordinate ad altre. L’isola esporta aragoste, monete e francobolli; nessuno può acquistarvi appezzamenti di terreno e nessuno può insediarsi come residente stabile se non è originario del luogo.
Tristan de Cunha è nel Guinness dei primati quale luogo abitato più isolato del pianeta.
Ci sono delle spugne che possono vivere fino a 3.000 anni ed esiste un corallo che di anni ne vive 2.000; c’è una conchiglia che può superare i 500 anni d’età. Lo squalo della Groenlandia ha il primato della longevità fra i vertebrati - arrivando a vivere circa 400 anni – mentre tra i mammiferi il più longevo è la balena della Groenlandia, che passa i 200 anni. Fra i rettili è invece la tartaruga delle Galapagos il campione dei matusa, con oltre 170 anni di vita. C’è però chi straccia ogni record, fino al miracolo per noi tanto agognato (…che si sono addormentati nella speranza della resurrezione…).
Si chiama Turritopsis Nutricula ed è una medusa che raggiunge i 5-6 millimetri di diametro. Questo piccolissimo essere è l’unica forma di vita conosciuta in grado di tornare biologicamente indietro una volta arrivata all’apice della sua vita adulta. In parole semplici: invecchia, ma invece di morire regredisce nuovamente fino allo stato di polipo.
Molti lo sanno sicuramente, ma forse non tutti: la maggior parte delle meduse si riproduce sessualmente generando dei minuscoli polipi. La femmina sparge le uova in acqua e il maschio le feconda; dalle uova nascono i suddetti polipi. Questi, dopo un po’ di tempo (variabile da specie a specie) letteralmente si scindono in più animali; meduse che cresceranno in dimensione fino a raggiungere la maturità sessuale e procreare nuovi polipi. Tutte le meduse hanno un ciclo biologico che dura da alcune ore a diversi mesi, l’alieno (come altro definirla?) no: Turritopsis Nutricula diventata vecchia torna bambina. Il deterioramento delle sue particolari cellule la “rigenera”.
C’è comunque da dire che il suo status di animale facente parte del plancton rende estremamente difficile il verificarsi dell’evento. Insomma, la maggior parte di loro vengono mangiate prima del miracolo. A parte questo “leggero inconveniente” il ciclo vitale di Turritopsis Nutricula potrebbe teoricamente ripetersi all’infinito.
Per i cristiani di fede ortodossa la pasqua è la ricorrenza liturgica più importante, quella alla quale le culture dell’Europa Orientale danno più peso (a differenza dell’Occidente che dà più importanza al Natale). Il paese con più fedeli ortodossi del mondo è chiaramente la Russia, che conta oltre 143 milioni di abitanti.
I fedeli di lingua russa non si augurano “buona Pasqua”, bensì dicono“𝑲𝒓𝒊𝒔𝒕𝒐̀𝒔 𝒗𝒂𝒔𝒌𝒓𝒊𝒆̀𝒔”, che significa “Cristo è risorto”, e a tale affermazione non rispondono “grazie, altrettanto” – anche perché non avrebbe alcun senso – ma “𝒗𝒂𝒊̀𝒔𝒕𝒊𝒏𝒖 𝒗𝒂𝒔𝒌𝒓𝒊𝒆̀𝒔!”, che vuol dire “veramente è risorto!”.
Altra differenza culturale caratteristica è che nella tradizione ortodossa non esistono le uova di cioccolato - che per i cattolici rappresentano l’apertura del Santo Sepolcro - ma le uova colorate. Perché? Vuole la leggenda che Maria Maddalena ebbe la possibilità di incontrare l’imperatore Tiberio nel giorno di Pasqua, ma essendo povera e non volendo andare dal sovrano a mani vuote gli fece dono di un uovo colorato di rosso (rosso come il sangue versato da Cristo) dicendogli: “Cristo è risorto!”. Col protrarsi nel tempo della tradizione le uova vennero poi dipinte coi più differenti colori invece che solo col rosso.
Un'ulteriore peculiare differenza è che in Russia non esiste la Domenica delle palme e il motivo è estremamente semplice: in Russia non crescono le palme. Nello stesso periodo però nascono le gemme dei salici, ecco che nella tradizione ortodossa, in ricordo dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, si celebra la Domenica dei salici.
Come molti sanno la pasqua cattolica e quella ortodossa si festeggiano in giorni differenti. Ok, ma perché? La risposta è chiaramente nell’uso dei due diversi calendari, ma a patto di sapere anche perché la Pasqua (in qualsiasi chiesa del cristianesimo) non cade in un giorno fisso, com’è invece per il Natale. Dunque:
1) La Chiesa ortodossa utilizza il calendario giuliano, che è indietro di tredici giorni rispetto a quello gregoriano (si badi bene a scanso di equivoci: solo la chiesa. La società civile in Russia e nei paesi ex sovietici usa il calendario gregoriano dal 1918). Ecco che se per noi oggi è, per esempio, il 16 aprile per la liturgia ortodossa siamo invece al 3 aprile.
2) Il giorno di pasqua, per tutti i cristiani, è la prima domenica seguente il primo plenilunio di primavera. Bisogna cioè aspettare la prima luna piena dopo il 21 marzo e da lì poi la prima domenica. Ecco che potrebbe capitare che il 22 marzo sia sabato e che ci sia luna piena dunque l’indomani sarà già Pasqua. Ma potrebbe capitare che la luna piena ci sia stata il 20 di marzo e bisognerà dunque aspettare tutto un nuovo ciclo lunare (29 giorni) e poi la prima domenica.
3) Stessa identica cosa per gli ortodossi, ma se per noi è il 21 marzo per loro è ancora giorno 8. Dunque accade che non solo non seguiamo lo stesso calendario ma anche i cicli lunari da rincorrere diventano differenti.
4) Esempio pratico:
- il 28 marzo 2021 ci fu la prima luna piena di primavera di quell’anno. Per il calendario ortodosso era ancora il 15 marzo, dunque non conta. La domenica seguente (4 aprile) cadde la Pasqua cattolica.
- Sabato 3 aprile comincia la primavera per gli ortodossi (il loro 21 marzo). Nel 2021 la luna piena seguente fu il 27 aprile; la pasqua ortodossa venne celebrata dunque la domenica successiva, cioè il 2 maggio.