Phobia nasce da un’immagine precisa, dalla frattura di un osso e dalla freddezza della sua lastra diagnostica post operatoria. Una figura inclinata, attraversata dalla luce, trascinata dentro una deformazione che consuma il corpo e lo trasforma in qualcosa di incerto. Le molteplici operazioni subite alla spalla destra hanno modificato radicalmente il rapporto con il mio corpo e con la percezione stessa della mia persona, aprendo uno spazio mentale attraversato da dolore, insonnia, allucinazioni emotive e stati di allerta continui. Da quella frattura, poi osteomielite, nasce la necessità di costruire immagini capaci di restituire la consistenza della paura.
La fotografia si sviluppa come un impulso fisico, come una reazione incontrollata prodotta dal corpo stesso. Il mosso assume una funzione centrale e diventa materia viva, capace di alterare la figura fino a renderla incerta, instabile, spesso irriconoscibile. Rimane una traccia, una vibrazione, una forma astratta che sembra emergere dal buio per collassare immediatamente dentro di esso.
Gli autoscatti costruiscono piccole sequenze emotive in cui il panico e i terrori più profondi trovano una nuova forma fisica. 

Phobia was born from a fractured bone and the cold image of its post-surgery X-ray. After multiple shoulder surgeries and osteomyelitis, my body became a space of pain, insomnia, fear, and emotional hallucinations. Through blurred self-portraits, photography turns into a physical reaction where the body dissolves into unstable, abstract forms, giving shape to panic and deep inner terror.

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