Le fotografie hanno bisogno di tempo. Di mani. Di peso. Di odori, percezioni e tatto.
Nascono per essere attraversate lentamente, fuori dalla velocità dello schermo, non perché abbiano bisogno di tempo per funzionare, ma perché il loro concepimento, dalla pre alla post produzione, è già parecchio tempo.
Per questo porto con me cartelline costruite gradualmente, una dopo l’altra, come piccoli archivi mobili.
Le stampe portano segni, interventi, materia, errori e passaggi. Toner, carte fotografiche, solventi, derivati acrilici e materiali poveri diventano parte integrante dell’immagine, della sua superficie e della sua trasformazione.
Gli incontri modificano il modo in cui quelle immagini continuano a esistere. Le apro ovunque possa accadere qualcosa. Una stanza. Una libreria. Una scuola. Un tavolo. Una strada. Una birreria. Non cerco più un’esposizione standard. Cerco condivisione e discussione.
Le cartelline viaggiano insieme alle persone, entrano nei luoghi, cambiano luce, assorbono voci, costruiscono nuove relazioni dove necessario.
Tutte le presentazioni sono differenti e in qualche modo si adattano al luogo ospitante, cambiando respiro.
Le fotografie tornano ad avere un’anima analogica e il loro corpo torna a occupare uno spazio tattile verso nuove sembianze comunicative.
Photographs need time. Hands. Weight. Smell and texture.
They are meant to be experienced slowly, away from the speed of the screen.
I carry folders built over time, like small mobile archives.
The prints carry marks, matter, mistakes and transformations.
Toner, photographic paper, solvents and poor materials become part of the image itself.
I open them wherever something can happen.
A room. A bookstore. A school. A table. A street. A brewery.
I no longer look for standard exhibitions.
I look for sharing and discussion.
The photographs return to occupy a tactile space, changing shape through every encounter.