Fare un archivio sui contesti socio-culturali e storici delle poliritmie africane e delle rispettive danze dell’area mandè è un’impresa veramente ardua e rischiosa. Alle difficoltà di ritrovare fonti scritte attendibili e ai relativi problemi di traduzione dello stesso, si aggiungono quelle legate alla natura di trasmissività orale della cultura africana tradizionale ad opera dei griot o djeli, vale a dire, coloro che ancora oggi sono considerati i custodi più autentici della cultura tradizionale africana. Oralità, che è anche sinonimo di dinamicità e varietà delle sfumature, onde per cui la tradizione africana, soprattutto a noi occidentali, ci perviene soltanto in maniera frammentaria e spesso contraddittoria, quale risultato di un lento processo di elaborazione collettiva che si diversifica nello spazio e nel tempo. Ciò accade anche per i contesti culturali dei ritmi che si sono andati diversificando nel corso dei secoli, assumendo spesso vita autonoma, rispetto alle loro origini stesse. Accade, così, di trovarsi di fronte allo stesso ritmo che condivide significati simili ma spesso anche inconciliabili tra loro o, viceversa, a ritmi con nomi diversi ma che condividono gli stessi contesti culturali e le stesse strutture poliritmiche. Occorre rifuggire qualsiasi tentativo acritico di standardizzazione col rischio di "ingabbiare" le storie dei vari ritmi in schemi precostituiti troppo rigidi.
Fare un archivio sui contesti socio-culturali e storici delle poliritmie africane e delle rispettive danze dell’area mandè è un’impresa veramente ardua e rischiosa. Alle difficoltà di ritrovare fonti scritte attendibili e ai relativi problemi di traduzione dello stesso, si aggiungono quelle legate alla natura di trasmissività orale della cultura africana tradizionale ad opera dei griot o djeli, vale a dire, coloro che ancora oggi sono considerati i custodi più autentici della cultura tradizionale africana. Oralità, che è anche sinonimo di dinamicità e varietà delle sfumature, onde per cui la tradizione africana, soprattutto a noi occidentali, ci perviene soltanto in maniera frammentaria e spesso contraddittoria, quale risultato di un lento processo di elaborazione collettiva che si diversifica nello spazio e nel tempo. Ciò accade anche per i contesti culturali dei ritmi che si sono andati diversificando nel corso dei secoli, assumendo spesso vita autonoma, rispetto alle loro origini stesse. Accade, così, di trovarsi di fronte allo stesso ritmo che condivide significati simili ma spesso anche inconciliabili tra loro o, viceversa, a ritmi con nomi diversi ma che condividono gli stessi contesti culturali e le stesse strutture poliritmiche. Occorre rifuggire qualsiasi tentativo acritico di standardizzazione col rischio di "ingabbiare" le storie dei vari ritmi in schemi precostituiti troppo rigidi.
Pertanto il presente lavoro, frutto di una operazione di comparazione tra fonti orali dirette (cioé apprese in prima persona da vari maestri africani) e indirette (cioè i cui contenuti sono stati trascritti da altri), non sarà di certo esente da errori e vuole, quindi, rappresentare solo un primo tentativo di sintesi delle versioni più accreditate e diffuse sui vari ritmi tradizionali, lasciando spazio a chi vorrà, di contribuire con il proprio apporto conoscitivo.
Il vostro contributo sarà, pertanto, determinante per la crescita qualitativa di questo spazio.