Seduta aperta del Consiglio Regionale in occasione del “Giorno della Memoria” - martedì 24 gennaio 2023
Apertura affidata al Presidente dell’Assemblea, Dino Latini, a cui faranno seguito gli interventi di Manuela Russi, Presidente della Comunità ebraica di Ancona; Marco Ugo Filisetti, Direttore Ufficio scolastico regionale; Nicia Pagnani, Presidente Anpi Marche; Silvana Giaccaglia, Presidente Anmig (Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra); Marco Labbate dell’Istituto Storia Marche; Clara Ferranti della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria.
Si passerà, quindi, all’intervento di Riccardo Di Segni Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma ed alle conclusioni del Presidente della Giunta regionale, Francesco Acquaroli.
Nel corso della seduta verranno presentati anche gli elaborati realizzati dagli studenti delle scuole che hanno partecipato al concorso del Miur “I giovani ricordano la Shoah”. Sarà possibile seguire i lavori in diretta streaming dal sito istituzionale del Consiglio regionale.
Intervento di Clara Ferranti in Consiglio Regionale Marche per il Giorno della Memoria 2023
Seduta aperta del Consiglio Regionale Marche del 24 gennaio 2023 per la celebrazione del Giorno della Memoria
Video integrale
Saluto il presidente Dino Latini, che ringrazio di cuore per il rinnovo dell’invito a condividere questo momento istituzionale, tanto importante quanto atteso all’inizio di ogni nuovo anno, per onorare la Memoria delle vittime della Shoah. Saluto anche il presidente Francesco Acquaroli, gli assessori, i consiglieri, gli illustri ospiti, gli studenti e tutti i presenti.
Nel contesto del mio impegno ormai decennale per la trasmissione della Memoria della Shoah in qualità di referente regionale della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria e di direttrice, insieme a Paolo Coen, della Collana universitaria “Il tempo, la storia e la memoria”, questo invito mi permette di aggiungere, insieme a tutti voi, ancora una goccia della mia dedizione nell’oceano sterminato delle voci e dei corpi che non hanno avuto la possibilità di esprimere, con la loro esistenza unica e irripetibile, il suono e la bellezza che realizzano il mistero di ogni singola vita.
Noi siamo qui oggi per dare voce e per onorare quelle vite innocenti cui è stata strappata la possibilità di muovere i loro primi passi, che non hanno visto la maturità e la vecchiaia, non hanno avuto la gioia di veder crescere i loro figli e i loro nipoti. Un regime malvagio e disumano ha deciso, con il concorso di un apparato operativo e della grande schiera degli “indifferenti”, che le loro vite non erano degne di esser vissute. Avevano la colpa di essere nati.
Noi oggi affermiamo che la vita umana è inviolabile dalla prima fase della sua ontogenesi nel grembo materno fino all’ultima tappa della vita. La vita è sacra e non bisogna necessariamente essere credenti per avere questa legge morale impressa nel cuore. È questo principio assoluto e inalienabile che, nel sostanza più profonda, la fabbrica della morte di Auschwitz insegna, è questo che l’atrocità inflitta agli ebrei e alle altre minoranze deve inculcare a tutti.
“Inculcare”, non uso questo termine a caso. La Shoah di cui si fa memoria, ufficialmente dal 2000, è un fatto storico ma che nel presente risuona e deve risuonare, per sempre, come uno Shemà. Shemà è una parola ebraica che significa “ascolta”. Ebrei e cristiani sanno bene che cosa sia e quanto fondamentale sia lo Shemà nella pratica quotidiana di ogni comportamento umano. Si legge nel libro del Deuteronomio:
Shemà Israel ... questi comandamenti che oggi ti do staranno nel tuo cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando starai seduto in casa tua, quando sarai per strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segnale, ti saranno come frontali tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (Dt. 6,6-9).
Non a caso Primo Levi ha intitolato proprio così, Shemà, il monito introduttivo a Se questo è un uomo, invitando, come Dio nella Sacra Scrittura, ad ascoltare, a prestare attenzione, a meditare, a non lasciar scivolare via nell’indifferenza o nella distrazione le parole pronunciate e scritte nel libro. Levi conclude il suo Shemà, in linea con lo Shemà biblico:
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
Ripetetele, inculcatele... ai vostri figli, ai nostri figli, ai nostri ragazzi, agli studenti, a noi stessi. Ciò che Dio trasmette all’uomo nello Shemà Israel, come Primo Levi e ogni testimone sopravvissuto all’abominio più grande della storia dell’uomo, va “fissato” e continuamente ripetuto perché la memoria è labile, fallace, ma è l’unica funzione fondamentale dell’uomo che scongiura la ripetizione della storia e degli errori, per quanto sia impossibile che il male non si ripresenti sotto altre forme.
Dobbiamo quindi essere consapevoli del fatto che il Giorno della Memoria, per quanto retorici possano essere molti discorsi e molte celebrazioni, è lo Shemà universale, anche dei non credenti, è non solo un dovere cui l’evento Shoah obbliga, ma anche una difesa, personale e collettiva, per ogni uomo e per i consessi sociali che vivono dopo l’abominio, un’arma potente lasciata in eredità da chi non è tornato dai campi di sterminio, l’infaticabile testimonianza di chi è sopravvissuto. Per quale fine? Ce lo dicono ancora una volta lo Shemà biblico e quello di Primo Levi:
«Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice», ammonisce la Sacra Scrittura (Dt 6,3); dunque, la felicità che tanto l’uomo cerca e desidera sta nel seguire i comandi del Signore e la sua volontà.
«O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi», ammonisce Primo Levi nella chiusa del suo Shemà. La minaccia di un tale castigo se non si presta ascolto e non si medita che questo è stato e che può accadere di nuovo se non si fa memoria, è di fatto un’esortazione appassionata, che scaturisce dalle atrocità viste e vissute, a fare sul serio memoria, per non subire il peso e le conseguenze catastrofiche dell’indifferenza, della superficialità, del non ascolto. Sono le stesse conseguenze che Dio rivela al popolo ebraico se non segue i suoi comandamenti. Infelicità, egoismo, menzogna, distruzione, devastazione dell’anima e della civiltà, queste sono le conseguenze e ognuno è chiamato a sentirsi responsabile di ciò che crea intorno a sé, che sia il proprio orto o la comunità e la nazione che è chiamato a governare.
Stai creando vita e diffondendo amore o stai creando morte e infelicità in questo momento della tua vita? Una domanda che ognuno dovrebbe rivolgere a se stesso ogni giorno, ma in realtà, se ci pensiamo bene, è proprio la Memoria della Shoah che pungola questa domanda se la Shoah è dentro di noi, come scrive Esty Hayim nel suo romanzo Vite agli angoli, pubblicato nel 2017. La protagonista, figlia di seconda generazione, dice ad un certo punto: «non posso evadere. La Shoah è dentro di me».
Viverla dentro, avere una Memoria incarnata, questo solo può rendere davvero omaggio alle vittime della Shoah, più di tante parole. Del concetto di Memoria incarnata ho già fatto menzione nei miei interventi precedenti in questa stessa sede ed è un concetto che ritengo fondamentale. Dal primo sorgere dentro di me, nel 2021, proprio in questa celebrazione, ho poi avuto modo di approfondirlo, benché non ancora del tutto, risultando così in una riflessione comparsa nel mio preambolo al volume collettaneo Noi, la vostra bandiera, uscito nel 2022, 6° numero della collana prima citata. Il volume contiene un saggio iniziale della scrittrice israeliana Esty Hayim dove lei stessa cita quella frase dal suo romanzo: «non posso evadere. La Shoah è dentro di me». In questo essere dentro ho subito riconosciuto la Memoria incarnata e questa lettura è stata per me uno stimolo per approfondire.
La Memoria è incarnata quando è conglobata nell’essere, nel pensare e nell’agire, sì da diventare la bussola di ogni scelta, di ogni parola proferita e di ogni azione verso l’altro. Incarnare la Memoria significa dunque “viverla dentro”, al pari di tutti i sopravvissuti, anche se rimane incommensurabile e irraggiungibile l’orrore e la ferocia disumana che hanno sperimentato, e anche al pari dei figli di seconda generazione che si sono trovati e tutt’ora si trovano, a sostenere il peso della Shoah e del ricordo. Mogli, mariti, figli e nipoti dei sopravvissuti sono investiti della loro stessa missione, tengono per tutta la vita sulle loro spalle il peso della Memoria. Ma è un peso questo che va condiviso da tutti perché riguarda l’umanità, non riguarda solo gli ebrei, ecco perché è importante incarnare la Memoria e non solo celebrarla il 27 gennaio.
Ciò che è accaduto nella Shoah va conosciuto e disseminato, leggiamole queste testimonianze dei sopravvissuti e ascoltiamoli anche quando l’ultimo testimone avrà terminato la sua missione sulla terra. Dobbiamo essere, tutti noi, la loro bandiera, ma dobbiamo conoscere di che cosa è fatto lo stendardo, di quante infinite lacrime è composto, di come disperazione e resistenza, volontà di vivere e dignità lo tengano in piedi.
Ogni giorno prendiamo la decisione di viverla dentro la Shoah per incarnare la Memoria e non solo di celebrarla una volta all’anno. L’incarnazione della grande ferita per l’umanità, che la Shoah continua e continuerà a rappresentare anche dopo l’ultimo testimone, è la modalità per sanarla trasformandola in una feritoia da cui sgorga la vita e il rispetto per ogni uomo.
Grazie per l'ascolto.