Seduta aperta del Consiglio Regionale Marche del 26 gennaio 2021 per la celebrazione del Giorno della Memoria
Video integrale
La seduta sarà visibile in diretta streaming:
1) sul canale youtube del Consiglio Regionale https://www.youtube.com/user/ConsiglioMarche
2) sul sito istituzionale del Consiglio Regionale www.consiglio.marche.it
3) con il link di accesso diretto alla seduta https://www.youtube.com/watch?v=fm35LGbGN0s
È un grande onore per me essere oggi in quest’aula per celebrare la Memoria della Shoah, dopo anni di orgogliosa partecipazione, in qualità di membro della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria, al Gruppo di Lavoro istituito dal Consiglio Regionale Marche per l’organizzazione di questa giornata. Saluto pertanto con sincera gratitudine il presidente Dino Latini per l’invito e il presidente Francesco Acquaroli, gli assessori e i consiglieri per questa preziosa opportunità.
Durante quest’anno da poco iniziato, ma anche negli anni a venire, ognuno, nel proprio ruolo, sarà chiamato a fare delle scelte, a dare delle risposte, a mediare, a prendere in mano una situazione o lasciarla andare, a vivere insomma con un atteggiamento vigile, per il quale possiamo chiederci se una giornata celebrativa come questa può fare la differenza.
Che cosa ha a che fare il Giorno della Memoria con la nostra vita? In che modo dovrebbe influire, nelle scelte, parole e azioni quotidiane, il ricordo della pagina più orribile della storia umana?
Nel suo essere retrospezione al contempo individuale e collettiva, la Memoria della Shoah detiene innanzitutto una funzione pedagogica e civile per bambini, giovani, adulti e anziani in quanto può fungere per ognuno da maestra e da sentinella della storia, interiore ed esteriore. Sono importanti le parole oggi ascoltate, ma ancor più lo è la traccia indelebile che la Memoria della Shoah, e non solo nel mese di gennaio, è capace di imprimere nello spirito umano, sì da renderlo vigilante e attento ai segnali della storia presente. Vista in tal senso, la Memoria è una fonte alla quale si può e si deve attingere nell’agire quotidiano.
È spesso menzionata, con varie espressioni, l’idea che la storia e la riflessione sul passato possano essere una chiave di comprensione e guida per il presente, in modo da non ripetere gli stessi errori. Lo stesso monito continuamente ripeturo, perché non accada mai più, compendia la funzione educativa della storia e della memoria. Anche una recente affermazione di Lia Levi in una intervista con Repubblica, «Solo rapportandoci al nostro passato possiamo costruire l’oggi», viene a ricordarci l’eterno valore della storia passata per edificare il presente. D’altro canto, già il filosofo spagnolo Santayana asseriva agli inizi del ‘900 che «coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo», affermazione che è diventata una frase-simbolo, incisa in trenta lingue sul monumento nel campo di concentramento di Dachau.
Una riflessione a riguardo, di forte impatto, che fa ben comprendere la differenza tra ricordo e memoria, è quella di Piero Terracina che nei suoi incontri con i giovani diceva spesso: «La memoria non è il ricordo, il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona».
Tale affermazione suggerisce che a noi, qui, oggi, e al mondo che celebra e sta celebrando questa giornata, è affidato questo filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro, e che possiamo dunque farne un buono o un cattivo uso.
Ci suggerisce anche che la Memoria che celebriamo ciclicamente, proprio in quanto evento paradigmatico della storia, è una luce che mostra i “marcatori” del male emergente che come un tumore in metastasi, visto in controluce, alla luce della Memoria, ritorna nel presente, anche camuffato sotto altre forme, e spesso con il falso nome di “bene”.
Se non si fa buon uso della Memoria, diventa impossibile leggere la storia, raggiungere l’obiettivo della vigilanza e intraprendere la via della responsabilizzazione dei propri comportamenti.
Tali traguardi necessitano di un punto di partenza. Questo punto di partenza è, in primis, una kenosis personale, uno “svuotamento”, che sfocia nell’autocoscienza critica, scevra di quell’atteggiamento autoassolutorio che permea l’animo umano. Dall’autocoscienza critica prende avvio il processo che prima ci mette in contatto con le “zone grigie” della coscienza ‒ quelle zone interiori dove il male viene negoziato e la colpa minimizzata ‒ e poi, con la libertà alla quale occorre tuttavia essere educati, poiché non si nasce già capaci di esercitare la propria libertà interiore, l’autocoscienza stimola l’esercizio della “facoltà di negare il proprio consenso” ‒ frase di Primo Levi a me molto cara ‒, opponendosi agli obiettivi del male per orientarsi al bene.
Se il punto d’avvio per la costruzione di una vita buona va dunque cercato dentro se stessi, una roccia alla quale aggrapparsi, e da cui trarre esempio e forza, è la testimonianza dei martiri della brutalità nazifascista: di chi, tornato dall’inferno, ha raccontato e continua a raccontare l’orrore vissuto; di chi non è sopravvissuto e non può raccontare. La morte di milioni di ebrei, e poi rom, sinti, disabili, malati di mente, omosessuali, neri e testimoni di Geova, coincide con la testimonianza, si fa racconto e diventa monito per l’uomo presente e futuro affinché, dinanzi al bivio, possa fare scelte di bene. Un bene che se giunge ad essere “radicale” diventa anche liberatorio.
Nell’ottica del bene radicale, concludo con le parole significative di una donna straordinaria che quella radicalità ha saputo realizzare proprio nell’inferno del campo di transito di Westerbork. Sono le parole di Etty Hillesum, ebrea olandese morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943, annotate nel suo ultimo quaderno il 13 ottobre 1942, parole che mostrano il compimento del suo altruismo radicale, secondo la definizione di Gaarlandt, che meglio descrive e riassume l’attitudine di Etty nei confronti dell’uomo e della vita: «Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini», concludendo il suo diario con questa frase: «si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite».
Riuscire oggi a diventare come Etty pane spezzato e balsamo costituirebbe senza dubbio la vera rivoluzione per l’uomo moderno, sempre più individualista e imbarbarito dalle pulsioni narcisistiche ed egoistiche, ma sarebbe anche la conseguenza più alta di una Memoria sì celebrata ma soprattutto incarnata. La liberazione di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio del ’45, diverrebbe l’emblema della liberazione dell’essere umano che si lascia orientare al bene da questa fonte luminosa che è la Memoria.
Grazie.