L'Africa Occidentale è un complesso mosaico di etnie, di lingue, di culture diverse, dove i vari stati nazionali , malgrado questo, hanno mantenuto quell'assetto territoriale nato dalle esigenze espansionistiche dei vecchi colonizzatori europei.
Qui, come altrove, una modernizzazione in continua espansione, spesso caotica e tuttora spinta su modelli occidentali, sembra convivere senza apparente contraddizione con l'antico mondo africano, oscuro e irrazionale, tessuto di misteri, di riti, di superstizioni e di magie e che continua a tramandarsi e avivere tra le pieghe di una natura ancora indomita, forte e dolcissima.
Il mercato dei feticci di Lomè, capitale del Togo, è un esempio tangibile di questa commistione di arcaico e di moderno.
Questo tratto di costa africana che si affaccia sul Golfo di Guinea, un tempo unitario, ma attualmente diviso dai confini del Ghana, Togo e Benin, per antica memoria, conserva ancor oggi il nome di Costa degli Schiavi. Qui, da alcuni secoli si è venuta sviluppando, ed è tuttora diffusissima una delle religioni più strutturate e complesse di tutto il continente africano: la religione dei “vodù”, il cui carattere fortemente esoterico tende a conferire ai suoi adepti un senso del sacro e del divino talmente profondo da condizionarne i comportamenti sia individuali che sociali.
Con la tratta degli schiavi, condotta in questa regione in modo pressoché continuativo fino alla seconda metà dell'ottocento, la religione dei vodù ha varcato l'Atlantico e si è diffusa nelle isole caraibiche ed in Brasile dove, stratificandosi con riti e credenze di altre culture locali e contaminandosi con elementi cristiani, ha radicalmente modificato le proprie caratteristiche originarie, assumendo caratteri rituali diversi, più legati alla magia che non alla religione.
Questo non si è verificato in Africa, terra di origine del vodù dove, malgrado il costante diffondersi del cristianesimo e dell'islamismo, questa religione ha mantenuto la sua primitiva identità e la sua concezione del sacro, perseguibile solo tramite una lunga e complessa iniziazione che trasforma completamente la concezione morale del mondo.
Ma cosa è il vodù? Poniamo la domanda a padre Bruno Gilli, missionario comboniano che da oltre venti anni svolge in Togo, tra la popolazione Ouatchì opera di evangelizzazione e di promozione umana ed è attualmente una delle massime autorità per quanto riguarda lo studio e la conoscenza di questa religione.
P. Bruno Gilli:
"Vodù etimologicamente significa messaggero del buco o della buca, cioè del nascosto, del profondo, in quanto nessuno ha mai visto il vodù."
Questo concetto dal significato oscuro, già suggerisce quanto questa religione affondi le sue radici nel mondo dell'inconoscibile.
Vodù è qualunque forza o mostruosità che risponda ad esigenze di ordine cosmologico, in conformità con la tradizione degli antenati e che, nel suo manifestarsi, esprime una volontà divina diretta a condizionare il comportamento umano.
Vodù è sempre un evento reale e concreto, che sfugge alla normale comprensione e che l'anima africana, portata per sua natura al misticismo, non riesce a vedere come fenomeno accidentale o determinato da una serie di cause.
Vodù sono il fulmine, la pioggia, l'arcobaleno, l'acqua dei fiumi, l'acqua dell'oceano, le erbe velenose e medicamentose: tutte potenze che possono aiutare o nuocere agli uomini, a seconda che siano stati rispettati o trasgrediti, i divieti che i vodù hanno imposto come la tradizione degli antenati prescrive.
P. Bruno Gilli:
"La religione dei vodù è una religione di mediazione. I vodù sono degli intermediari tra l'Essere Supremo “Maw” e gli uomini.
Dicono addirittura di questo Essere Supremo che all'inizio abitasse tra gli uomini, però gli uomini con le loro malefatte lo hanno stufato in modo che Maw è scappato e non si sa dove sia e allora avrebbe mandato questi intermediari, i vodù, per proteggere l'uomo e per salvaguardare il mondo dal caos"
I vodù si nutrono di sangue e quindi il sacrificio di animali è un elemento costante in tutti i riti ed in tutte le cerimonie in cui si voglia sollecitare un intervento diretto del vodù o placare la sua collera.
P. Bruno Gilli:
"Ci sono moltissimi sacrifici, di tutti i tipi e di tutti i generi in cui si immolano animali simbolici, che attraverso il loro modo di fare richiamano potenze misteriose che agiscono attraverso il vodù."
Tra gli Ouatchì, normalmente, i sacrifici vengono compiuti in determinati luoghi adibiti al culto dei vodù e quindi sacri, dove a nessun estraneo è permesso l'accesso se prima non ha ottenuto, in un'apposita udienza, l'autorizzazione del capo villaggio a cui nessuno può opporsi, nemmeno lo stesso ministro del culto con tutta la sua autorità.
Sotto questi alberi secolari, non lontano da Aklakoù, è stato eretto da tempo un vodù di Heviesso o vodù del fulmine, noto in tutta la regione per la sua particolare potenza e dove ogni giorno numerosi adepti vengono a compiere sacrifici per invocarne la protezione o per mantenere una promessa a suo tempo fatta.
Al centro della radura, l'altare di Heviesso e vicino, un suo feticcio, entrambi parati con stoffe bianche, rosse e nere: i colori simbolici del vodù. All'intorno sono stati piantati una gran quantità di picchetti di legno: alcuni recenti, altri più vecchi sono marciti e giacciono sul terreno. Ogni adepto, per ringraziare il vodù di un suo perticolare intervento, o di uno scampato pericolo, pianta un picchetto e immola una vittima. Questa selva di picchetti è la testimonianza concreta del grande potere di questa entità numinosa e del suo stretto legame con gli uomini.
Prima del rito, il “voduno” o ministro del culto, recita nella antica lingua del vodù le motivazioni per cui si intende fare il sacrificio, poi beve un sorso di “soda-bi”, distillato di vino di palma, e in parte ne versa sull'altare e sull'animale da immolare. All'animale vengono recise le carotidi e con il sangue si bagnano l'altare, il feticcio, le pietre sacre, l'albero “anyà” e la porta della casa del vodù.
Gli animali uccisi vengono poi lanciati in aria e, dalla posizione assunta dai corpi nella caduta, sarà possibile sapere se il vodù ha recepito il sacrificio, oppure qualche inadempienza o scorrettezza da parte di qualcuno, lo ha reso imperfetto. La suggestione del luogo, l'attenta partecipazione ai riti, il continuo susseguirsi dei sacrifici, sono il segno esteriore di quanto, questa religione, sia profondamente radicata nell'animo di questa gente.
Altri santuari, disseminati tra le case dei villaggi, permettono un rapporto più strettamente individuale con la divinità. Sono i recinti di consultazione, costituiti da un cortile chiuso su cui si aprono vari ambienti dove sono conservati e venerati i simboli del vodù.
Qui gli adepti si recano per conoscere la volontà dei vodù tramite riti di divinazione che devono essere eseguiti nella stretta osservanza della tradizione degli antenati.
Il voduno riceve il visitatore con un gesto di pace: il rito del “dzadodo” che consiste nel versargli davanti una ciotola di acqua e farina di mais.
Una vodussi, che indossa il “pagne” bianco di Heviesso, prega, mentre lascia cadere acqua sacra davanti all'altare degli antenati; poi interpreta il loro volere leggendo le composizioni geomantiche ottenute lanciando una manciata di conchiglie.
Questi archi simboleggiano i Gemelli, divinità cosmiche preesistenti ai vodù e cacciatori ancestrali delle savane e delle foreste.
L’ambiente oltre questa porta è riservato al culto della triade vodù “Heviesso-Agbui-Da”, la cui particolare sacralità ne interdice l'ingresso agli estranei.
Al centro del cortile si fanno libagioni e si depositano offerte; vicino ad alcuni recipienti contenenti l'acqua sacra per la purificazione degli adepti, è piantato il “Se”, sorta di bastone metallico, simbolo del potere religioso del voduno.
Vi si coltivano anche erbe sacre utilizzate non solo come elementi rituali indispensabili, ma anche a scopo terapeutico in molte gravi malattie.
P. Bruno Gilli:
"I ministri del culto del vodù sono dei grandi conoscitori di farmacopea indigena, quindi conoscono molte erbe, conoscono la maniera di trattare; per cui prima di farsi iniziare ad un vodù, uno deve farsi iniziare alla conoscenza di almeno qualche centinaio di erbe in modo da curare i suoi adepti."
Ma l'aspetto che più caratterizza questa religione è rappresentato dal lungo e complesso procedimento d'iniziazione che gli adepti devono seguire all'interno di appositi recinti sacri o conventi, prima di poter essere considerati “vodussi”, cioè persone sacre a tutti gli effetti.
Bandiere bianche o bianche e rosse, segnalano sempre questi ambienti particolari dove, per la durata di circa tre anni, un gruppo di fedeli, sotto la guida di un anziano ministro del culto, si sottopone ad un austero regime di vita. Solo attraverso il distacco dal mondo esterno, la stretta osservanza di rigide norme comportamentali e l'apprendimento della lingua sacra, è possibile entrare in intima comunione con la divinità.
Le future vodussi indossano un “pagne” bianco che lascia il seno scoperto e portano al collo la corda del vodù, simbolo dell'indissolubilità del legame con cui la divinità le ha strette a sé.
Il loro atteggiamento è sempre composto e controllato, mentre lo sguardo è tenuto basso in segno di umiltà e di rispetto.
Nel recinto sacro la giornata trascorre lentamente: si cantano le lodi del vodù mentre con un campanello si cerca di attirare la sua attenzione.
Si prega e si seguono i riti che il voduno compie davanti alla casa del vodù.
A sera, le future iniziate, si ritirano in silenzio, completamente isolate dalle distrazioni del mondo e dalle preoccupazioni familiari.
Dopo qualche tempo, quando avranno acquisito il controllo comportamentale che la loro condizione esige, potranno uscire dal convento e sarà allora possibile sorprenderle per strada o al mercato, rese inconfondibili dall'abito e dai tatuaggi con cui il vodù le ha marcate.
I tre anni di iniziazione si concludono con il rito del “Tudhedhe” o della soppressione degli interdetti. Con questo rito gli iniziati vengono esonerati dai divieti imposti loro durante il periodo del convento, possono nuovamente parlare la lingua profana e sono reintegrati nella società come individui sacri e cioè portatori di nuovi valori etici.
Questi sono tre iniziati del vodù di Heviesso e ne indossano le insegne. Il ragazzo porta sette abiti che simulano il piumaggio del gallo, animale simbolico del vodù; le donne invece sono vestite come la moglie di Heviesso.
Un nastro cinge la loro fronte fissandovi una piuma di gallo, mentre la corda del vodù è sostituita da una collana di quarantun conchiglie.
Durante la notte sono stati lavati con acqua in segno di purificazione ed hanno sacrificato animali: sacrifici che simboleggiano una morte laica ed al tempo stesso una resurrezione sacra nel nome del vodù.
Questo concetto di morte e risurrezione viene celebrato con grande solennità e partecipazione di folla, nei riti di rinnovamento o di restaurazione del vodù.
Al ritmo incessante dei tamburi viene trasportato in processione il corpo di un adepto apparentemente morto. E' una morte simbolica che precede una resurrezione altrettanto simbolica.
Muore l'individuo nella sua dimensione profana, ma la potenza del vodù lo farà risorgere come persona nuova a lui completamente consacrata.
Alcune vodussi precedono il corteo danzando, mentre la folla dei fedeli recita preghiere in cui sono elencati i vari nomi e attributi del vodù: sono nomi forti e potenti, che basta pronunciare per evocarne la presenza.
Alcuni adepti cadono in stato di trance: momentaneo distacco dalla realtà che sta ad indicare come il vodù abbia preso possesso della loro persona.
Si procede quindi ad una effettiva sepoltura in una fossa scavata nel terreno che viene poi completamente ricoperta. In attesa della resurrezione si continuano le invocazioni e le danze.
L'adepto emerge lentamente dalla terra; le mani stringono le insegne del vodù.
E' una resurrezione simbolo di rinascita ad una nuova vita e come ogni nascita esprime fatica e sofferenza.
L'adepto non ha ancora preso coscienza della sua nuova realtà e viene quindi sostenuto e accudito dagli altri iniziati.
Viene poi lavato con acqua sacra in segno di purificazione e rivestito con abiti nuovi.
Si sacrifica un gallo: il sangue cade sui simboli del vodù che ne verranno così rafforzati.
Si ricompone il corteo che accompagna l'adepto alla casa del vodù dove vengono deposti i suoi simboli, mentre all'esterno continuano le danze che esaltano Heviesso e la forza della sua folgore.
Questo complesso rito di morte e resurrezione ha profondamente trasformato la personalità dell'adepto, che ora è una persona completamente rinnovata, in intima comunione con la divinità, perfettamente integrata nell'ordine morale del mondo di cui la divinità stessa è artefice e garante.
Nella complessa e quanto mai varia ritualità di questa religione che scandisce non solo i ritmi sociali, ma l'esistenza stessa degli Ouatchì, gli aspetti più sorprendenti li ritroviamo nelle cerimonie di possessione, che hanno ricorrenza stagionale ed evocano la presenza stessa del vodù perché tuteli, con la sua forza, tutto il nucleo sociale e garantisca salute, prosperità, benessere.
In questo villaggio vicino a Tabligbò, una piccola comunità Ouatchì si accinge a celebrare il rito di Petratroto o di restaurazione annuale del vodù Kokou.
Nel cortile antistante l'Hukpame o casa del vodù, un gruppo di adepti esegue una danza circolare al ritmo sempre più veloce dei tamburi.
Alcuni notabili, diretti responsabili del luogo di culto, presiedono la cerimonia e ne controllano il regolare svolgimento.
In un angolo è stato acceso un fuoco, le cui volute di fumo, provocate da particolari sostanze, pare abbiano il potere di allontanare la pioggia perché non turbi il rito.
Un iniziato, al centro del cerchio, recita la preghiera preliminare o “dhephopho” per richiamare l'attenzione del vodù e spingerlo a manifestarsi in tutta la sua potenza.
D'improvviso, un altro iniziato, in questo caso un “husò”, detto anche "soldato del vodù" o "cavallo del vodù", si stacca dal cerchio dei danzatori.
I suoi movimenti incoordinati e scomposti stanno a significare che il vodù è entrato dentro di lui ed ha, per questo, perduto ogni controllo; da questo momento egli non è più padrone dì se stesso e le sue azioni sono determinate dal vodù che lo possiede.
Dopo essere stato rivestito dagli abiti di paglia come la cerimonia prescrive, si abbandona ad una danza sfrenata; i balzi repentini simboleggiano quelli di un cavallo, mentre il vodù è identificato nello strano oggetto che tiene sulle spalle, per cui si dice che "il vodù è salito sulla sua cavalcatura".
Lo stato di possessione non fa temere né il pericolo né il dolore.
Lo vediamo salire sul tetto di una capanna, oppure mentre si ferisce con un oggetto tagliente o con il machete.
Le numerose cicatrici che coprono le braccia e il torace sono i segni evidenti di precedenti episodi di possessione.
La cerimonia continua al ritmo sempre più veloce e ossessivo dei tamburi, mentre lo stato di esaltazione si diffonde tra i danzatori.
In questa atmosfera di crescente tensione, la presenza del vodù è talmente percepibile che alcuni presenti cadono in trance.
L’husò sempre più dominato dalla forza del vodù che lo possiede, non esita a coricarsi su di un letto di cactus, né a danzare in un recipiente pieno di vetri.
Dopo un sacrificio in cui l'husò recide con i denti le carotidi di un gallo e cosparge di sangue non tanto se stesso, ma il vodù che è in lui, ha termine la cerimonia.
Questo è il momento drammatico in cui la divinità abbandona il suo posseduto; egli cerca di contrastare questa separazione che lo lascia privo di forze e di energia, in uno stato di completa perdita di identità.
E’ quindi necessario l'aiuto degli altri iniziati per sostenerlo e reintrodurlo nella realtà dopo questa esperienza trascendente di intima comunione con il divino.
Segue poi una pausa di riposo in cui i ministri del culto si ritirano nel nido del vodù.
Nel pomeriggio la cerimonia riprende con maggior partecipazione di folla e con la contemporanea possessione di tre husò.
Il rito ripercorre le stesse fasi: il momento della possessione, la vestizione, la danza, i tentativi autolesionistici.
In questo clima di esaltazione, dietro la simbologia ingenua e primitiva di questa ritualità, si percepisce il profondo misticismo dell'anima africana.
C'è comunque un aspetto oscuro e controverso in questa religione: l'ipotesi di sacrifici umani.
Ci dà una risposta padre Bruno Gilli:
"Per ciò che concerne i sacrifici umani, una volta si facevano. Io so che per ingraziarsi la forza dei vodù per certi mercati, si seppellivano dei bambini vivi. Qualche anno fa abbiamo trovato il corpo di un bambino che era stato sacrificato al vodù... Di tanto in tanto si lamenta la scomparsa di bambini o bambine e si pensa che sia a scopo sacro che li facciano scomparire”.
La religione dei vodù con le sue danze, i suoi sacrifici, i suoi complessi riti di iniziazione non è mai espressione né di folklore né di magia, ma profonda esigenza di sacralità e di comunione con il divino, che si è organizzata e strutturata nel tempo, in modo da marcare profondamente sia l'individuo che l'intera società.
Aldo Mencarini 1995