★ Il Dojo

"Luogo in cui si percorre la Via"


Dōjō (道場) è un termine giapponese che indica il luogo dove si svolge lo studio delle arti, della filosofia e dell'etica marziale; etimologicamente significa  luogo  ()  dove  si  segue  la  via  (). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il  luogo  in  cui il Buddha  ottenne  il  risveglio  e  per  estensione i luoghi deputati  alla  pratica  religiosa  nei templi   buddhisti.  Il  termine  venne  poi  adottato  nel  mondo  militare  e  nella  pratica  del  Bujutsu (insieme  di  discipline marziali  da guerra),  che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen.




Il Dōjō,  quindi,  è   lo  spazio  in  cui  si  svolge  l'allenamento  ma è anche  simbolo   della   profondità  del  rapporto  che  il  praticante instaura  con l'arte marziale;  tale  ultimo  aspetto  è  proprio  della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dōjō quale luogo dell'isolamento e della meditazione.





I  
dōjō   erano  spesso  piccoli  locali  situati  nelle  vicinanza  di  un tempio o di un castello,  ai  margini delle foreste,  perché  i  segreti
delle tecniche venissero più facilmente preservati.  
Con  la  diffusione delle  arti  marziali  sorsero  numerosi  dōjō  che venivano  in  molti  casi  considerati  da  maestri  e  praticanti   una seconda casa; abbelliti  con lavori  di  calligrafia  e  oggetti  artistici preparati dagli stessi allievi,  essi esprimevano appieno l'atmosfera di dignità che vi regnava;  talvolta  su  di  una  parete  veniva  posto uno scrigno, simbolo che il dōjō era dedicato ai più alti valori e alle virtù del ("Via"), non soltanto all'esercizio fisico. In altri  dōjō  si trovavano  gli  altari  detti  kamiza  (sede  degli  Dei),  riferiti  non  a divinità  ma  al  ricordo  di   un   grande   maestro   defunto.   

Il   dōjō rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento,  amicizia  e  rispetto,  è  il  simbolo  della  Via dell'arte marziale. In  Occidente  questo  termine   viene   impropriamente   tradotto    in    palestra    ed    inteso    unicamente   come    spazio   per l'allenamento, mentre nella cultura orientale il dōjō è il luogo nel quale si  può raggiungere,  seguendo  la Via, la perfetta unità tra zen (mente) e ken (corpo), quindi è il luogo della continua ricerca del perfetto equilibrio psicofisico. 
              
          
         
         











Le figure del dōjō

Il dōjō è la scuola del sensei (maestro): egli ne rappresenta il vertice e sua è la responsabilità circa le direttive e le norme  di buon andamento della stessa. I senpai  (allievi  anziani  nello  studio) svolgono un importante ruolo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l'esempio che  deve  guidare  gli  altri  praticanti  più  giovani  i  kōhai,  i  quali fanno dei primi il loro punto di riferimento per quanto riguarda la condotta e la pratica delle arti marziali.

Nessun  allievo  avanzato  prende dal 
dōjō più di quanto esso  non dia a sua volta: il dōjō,  infatti,  non  è  semplice spazio, ma anche immagine  di un atteggiamento, ed   è   proprio   in   questo   che  essi  si  differenziano  dai  normali  spazi  sportivi: l'esercizio    fisico    può   anche   essere   il   medesimo  ma  è  la  ricerca  del  giusto atteggiamento che consente di progredire. L'allievo entra nel dōjō e deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificarsi  la  mente  e  concentrarsi sull'allenamento   per   superare  i  propri  limiti  e  le  proprie   insicurezze,   in   un costante confronto con se stesso. 
Il dōjō è come una piccola  società,  con  regole  ben  precise  che  devono  essere rispettate. Quando gli allievi indossano il keikogi (vestito per la pratica marziale) diventano tutti uguali; la loro condizione  sociale  o  professionale  viene  lasciata negli spogliatoi, per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. Si apprende, con le tecniche, una serie di norme che vanno dalla cura della persona  e  del  keikogi, al non alzare il tono della voce, al non  sporcare,  al  non  fumare,  al  comportarsi educatamente sino all'acquisizione  dell'etica  dell'arte  marziale  che  discende  da quella arcaico-feudale dei samurai: il Bushido o Via del guerriero.

Il coraggio, la gentilezza, il reciproco aiuto,  il  rispetto  di  se  stessi  e  degli  altri  sono  dettami  che  entrano  a  far  parte  del bagaglio culturale dell'allievo. Nel 
dōjō non si usa la violenza: non per nulla le arti marziali enfatizzano la forza mentale e non quella fisica, condannata prima o poi ad affievolirsi.



Si  entra  e  si  esce  dal  dōjō inchinandosi: un segno di rispetto verso l'arte del ringraziamento per tutto ciò che di  valido  essa  ha  offerto. Nel dōjō inoltre, viene  eseguito  il  rito  del  soji  (pulizia):  gli  allievi puliscono l'ambiente, lasciandolo in ordine per le successive lezioni. Tale gesto è il simbolo della purificazione  del  corpo  e  della  mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo  esterno  con  umiltà, dote necessaria per apprendere e per insegnare l'arte marziale.


            












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