I mostri di Dante
di Cavuoto Alessio, De Simio Luca, Grieco Riccardo Yuri
di Cavuoto Alessio, De Simio Luca, Grieco Riccardo Yuri
Caronte è un personaggio della mitologia classica, figlio dell’Erebo e della notte, traghettatore delle anime dei morti al di là dell’Acheronte (uno dei cinque fiumi dell’Ade). Egli però accoglie sulla sua barca solo le anime che hanno un tributo da rendergli: da qui l’usanza di mettere un obolo sotto la lingua o due monete appoggiate sugli occhi del defunto. Le anime che non portano il tributo sono destinate a vagare per l’eternità. Anche Virgilio lo descrive nel libro VI dell’Eneide, narrando la discesa di Enea agli Inferi.
Caronte è il primo demone infernale incontrato da Dante, precisamente nel terzo canto; lo raffigura in poche ma incisive parole. Dante lo descrive come un vecchio coi capelli e la barba bianchi, che assume tratti demoniaci che terrorizzano le anime dei dannati. Egli ricorda loro, con le sue grida e i suoi gesti minacciosi, l’eternità del dolore e delle tremende pene che li attendono. Il terribile nauta dagli occhi infuocati le raccoglie sulla barca, e quelle obbediscono. Poi si allontanano, avvicinandosi all’altra sponda del fiume, mentre altri dannati si accalcano sulla riva dell’Acheronte.
Nell’Inferno Minosse si trova all’entrata del II Cerchio. Qui indica all’anima dannata il numero dei cerchi infernali che dovrà discendere per giungere a quello dove sconterà la sua pena. Minosse avvolge la coda intorno al suo corpo enorme tante volte quanti sono i cerchi che l’anima dannata dovrà percorrere. Dante lo colloca nel Canto V dell'Inferno, quale giudice dei dannati che indica loro a quale Cerchio sono destinati. Minosse è posto all'ingresso del cerchio dei lussuriosi e ha caratteri bestiali: ringhia, ha una lunga coda che avvolge attorno al corpo tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato (il quale gli confessa tutti i suoi peccati) deve discendere. Nel Canto V accoglie Dante con parole minacciose ed è zittito da Virgilio con la stessa formula già usata con Caronte nel terzo canto.
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Dante colloca il Minotauro a guardia del VII Cerchio dell'Inferno dove sono puniti i violenti e lo introduce all'inizio del Canto XII. Il mostro, non appena vede Dante e Virgilio, si morde dalla rabbia ma il poeta latino lo ammansisce ricordandogli che nessuno dei due è Teseo e che Dante non è lì ammaestrato dalla sorella Arianna, bensì per vedere le pene dei dannati. Il demone a quel punto si allontana saltellando come un toro che ha ricevuto il colpo mortale.
Nella mitologia classica, il minotauro è nato dall’unione di Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, e di un toro bianco, è metà uomo e metà bestia. Viene rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo e si ciba di carne umana. Secondo il mito, il Minotauro, cui gli Ateniesi dovevano pagare un tributo di sette giovani e sette fanciulle, fu ucciso da Teseo. Questi, recatosi a Creta insieme alle vittime, riuscì poi a fuggire dal labirinto, dove il mostro era rinchiuso, con l’aiuto di Arianna che, innamoratasi di lui, gli aveva fornito un lungo filo da srotolare lungo il percorso, per trovare poi facilmente la via di uscita.
Nella Divina Commedia Cerbero assume caratteristiche tipicamente medievali: è un mostro terrificante non solo perché con tre teste, ma anche per i particolari umani sul corpo di cane. Dante lo pone a custodia del III Cerchio (golosi), dove graffia e scuoia gli spiriti con i suoi artigli.
Il mostro è descritto con occhi rossi, i peli del muso sporchi e neri, il ventre largo e le zampe artigliate; emette versi che assordano i dannati e ciò accentua il loro tormento. Appena vede i due poeti si avventa contro di loro, ma Virgilio gli getta in gola una manciata di terra che placa la sua fame (in modo analogo all’episodio dell’Eneide in cui la Sibilla lo ammansisce gettandogli una focaccia di miele intrisa di erbe soporifere).
Mostro infernale dell’antica mitologia pagana, figlio di Tifeo ed Echidna, era un cane con tre teste e coda di serpente.
Virgilio e Ovidio lo collocano a guardia dell’Averno, per impedire alle ombre di uscire e ai vivi di entrare. La sua cattura è la dodicesima e ultima fatica di Ercole. Sua caratteristica specifica è una fame mai soddisfatta.
Nella mitologia greca Gerione è figlio di Crisaore e di Calliroe. Egli appare nel mito di Ercole quale gigante il cui corpo si ramifica in tre corpi distinti, dal bacino in su, con sei braccia, e tre teste. Gerione abita nell’isola Eritea, dove possiede un grande armento di magnifici buoi rossi custoditi dal pastore Euritione, un gigante anche lui, e dal cane a due teste Ortos.
Dante descrive Gerione come un mostro demoniaco triforme. Il volto è umano, con la faccia di un uomo onesto, tanto l’aspetto esteriore appare benevolo. Invece il resto del corpo è quello di un serpente, con il petto e i fianchi con linee intrecciate e di figure rotonde. Inoltre, il mostro ha due zampe artigliate e pelose fino alle ascelle e la coda biforcuta di uno scorpione. Dante lo raffigura come una immagine di truffa.
Quindi Gerione, appare come allegoria della frode ed è messo a guardia dell’VIII cerchio, che ospita i fraudolenti. Il volto umano, che simula onestà e innocenza si unisce a un corpo di serpente, che rappresenta la falsità e malvagità dei fraudolenti.
Dante lo colloca ,quindi, a guardia delle Malebolge (le bolge dei fraudolenti) ed evoca allusivamente la sua figura alla fine del Canto XVI dell'Inferno, quando il poeta porge a Virgilio la corda che porta ai fianchi tutta annodata e ravvolta, che il maestro getta nell'alto burrato come un segnale per chiamare il personaggio. Poco dopo Dante vede avvicinarsi dal basso una strana figura, che sembra nuotare nell'aria spessa e oscura: è Gerione, che all'inizio del Canto XVII viene descritto come in precedenza.
L’identificazione di questo mostro infernale non è certa, perché potrebbe trattarsi di Pluto, dio greco della ricchezza (figlio di Iasione e Demetra) oppure, più probabilmente, di Plutone figlio di Saturno, dio degli Inferi e sposo di Proserpina. Inoltre, è possibile che Dante confondesse o sovrapponesse le due figure mitologiche, come d’altra parte fanno altri autori medievali o classici.
In ogni caso appare evidente il rapporto di Pluto con la ricchezza, come indica l’etimologia del nome.
Dante ne fa l’emblema della cupidigia (o avarizia) il peggiore dei peccati che travagliano gli uomini. Alla fine del canto VI il poeta lo definisce “gran nemico” e Virgilio gli ingiunge di tacere definendolo “maledetto lupo”. Per questo Dante lo pone a guardia del IV Cerchio (Canto VII dell’Inferno), dove sono puniti gli avari e i prodighi.
Dante lo colloca nel V Cerchio dell'Inferno, a custodia della palude dello Stige che circonda la città di Dite; compare nel Canto VIII, in qualità di traghettatore che accompagna Dante e Virgilio attraverso la palude sino alla città. Non è ancora chiaro il suo compito: traghettare gli iracondi, gli eresiarchi destinati al VI Cerchio o tutte le anime destinate al basso Inferno. È anche difficile dire da dove il poeta tragga il suo aspetto demoniaco, tranne per il fatto che il nome etimologicamente rimanda al greco Flegèton, «ardente», quindi al peccato di ira e al fuoco che caratterizza la città di Dite dalle mura rosse per il fuoco eterno.
Nel Canto VIII dell'Inferno apostrofa Dante credendolo un dannato, poi, zittito da Virgilio, fa salire entrambi sulla sua barca e li trasporta a Dite. A metà del guado avviene l'incontro con Filippo Argenti, quindi il nauta depone i due poeti di fronte all'ingresso della città infernale e scompare.
Dante li pone nel primo girone del VII Cerchio dell'Inferno, dove sono puniti i violenti contro il prossimo: i centauri hanno il compito di saettare i dannati immersi nel Flegetonte, se questi dovessero emergere più del dovuto. Sono introdotti nel Canto XII, tra di loro sono nominati Nesso e Chirone.
Il primo a parlare è Nesso, che scambia i due poeti per dannati ed è zittito da Virgilio che vuol parlare solo con Chirone (questi sembra essere il capo della schiera). Quindi Virgilio spiega la situazione a Chirone, il quale incarica Nesso di prendere sulla groppa Dante e fargli attraversare il fiume di sangue. Il centauro obbedisce e lo depone sull'altra sponda del Flegetonte, nel secondo girone.
Sono creature del mito classico, umani fino al bacino e col resto del corpo da cavallo. Erano rappresentati come cacciatori armati di arco e frecce, ma anche come esseri legati all'Oltretomba: Virgilio li colloca all'ingresso dell'Ade, nel libro VI dell'Eneide.
Creature della mitologia classica, figlie di Taumante ed Elettra, descritte come mostruosi uccelli dal volto femminile ed associate alla violenza e alla furia delle bufere. Compaiono in varie opere della letteratura classica, soprattutto nell'Eneide in cui si dice che abitino le isole Strofadi, dalle quali cacciano i Troiani, preannunciando loro una terribile carestia, che in realtà si rivelerà un inganno.
Dante le colloca a custodia del secondo girone del VII Cerchio dell'Inferno, la selva dei suicidi. Le descrive nel Canto XIII, come mostruosi uccelli dalle grandi ali, colli e volti umani, un grosso ventre piumato e zampe artigliate. Nidificano tra le piante dove sono imprigionate le anime dei suicidi e si cibano delle loro foglie, provocando dolore ai dannati.
Sono i diavoli che custodiscono la V Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, in cui sono puniti i barattieri: Dante li raffigura neri, alati e armati di bastoni uncinati con cui costringono i dannati a stare immersi nella pece bollente.
Compaiono nei Canti XXI-XXII dell'Inferno, dove Dante e Virgilio vedono subito uno di loro che porta un dannato nella pece, mentre i suoi compagni lo tormentano con gli uncini. Virgilio induce Dante a nascondersi dietro una roccia; Virgilio va poi a parlare con loro e incontra il capo dei Malebranche, il demone Malacoda. Questi chiama per nome degli altri diavoli, tra cui Scarmiglione e altri dieci. Tranne lui, gli altri saranno incaricati da Malacoda di scortare i due poeti sino al ponte di roccia che conduce all'altra Bolgia, essendo quello più vicino crollato. Nel Canto seguente i dieci diavoli scortano i due poeti lungo l'argine della Bolgia, mentre un dannato cerca di sottrarsi ai loro uncini.
E' lo spirito di Ciampòlo di Navarra che indica altri dannati sotto la pece e si dice pronto a farne emergere molti altri, a condizione che i Malebranche si facciano indietro. I diavoli acconsentono e Ciampolo ne approfitta per gettarsi sotto la pece; un altro demone non riesce ad afferrarlo e ne nasce un'orrenda zuffa tra gli altri demoni, due dei quali cadono nella pece e rimangono invischiati. Dante e Virgilio ne approfittano per allontanarsi e raggiungere la Bolgia successiva.
Ribellatosi a Dio per superbia e invidia assieme ad altri angeli, fu sconfitto dall’arcangelo Michele che lo fece precipitare giù dai cieli e sprofondare al centro della terra. La terra, infatti, inorridita si è ritratta e ha dato origine alla voragine infernale nell’emisfero nord, mentre è emersa nell’emisfero opposto la montagna del Purgatorio.
Dante descrive Lucifero nel Canto XXXIV dell’Inferno, come un’enorme e orribile creatura. La sua testa ha tre facce di tre colori diversi (la centrale è rossa, la destra giallastra, la sinistra nera). Queste rappresentano una sorta di rovesciamento della Trinità. Inoltre, che i tre colori diversi delle tre facce assumano un significato simbolico appare evidente, anche se essi sono stati variamente interpretati. Un'ipotesi potrebbe essere: quella rossa rappresenta l’ira, quella giallastra la superbia e invidia, quella nera l’ingratitudine. Il demone ha il corpo peloso e tre paia di grandi ali, che sbattono e generano venti che congelano la superficie del Cocito, il lago di ghiaccio dove sono confitti i traditori ripartiti nelle diverse zone.
Dai suoi sei occhi escono lacrime che si mescolano al sangue dei tre traditori della tradizione biblica, Giuda, Cassio e Bruto, masticati in eterno dalle tre bocche. Il dannato nella bocca centrale è Giuda, che Lucifero graffia e scuoia sulla schiena, mentre gli altri ai lati sono Bruto e Cassio.
Dante e Virgilio si aggrappano al pelo del demone e scendono lungo le sue costole, oltrepassando la crosta di ghiaccio e ritrovandosi nell’altro emisfero, dove sporgono le zampe di Lucidero. Una volta qui, i due poeti raggiungono una piccola apertura nella roccia, da dove iniziano a percorrere la “natural burella” che mette in comunicazione il centro della Terra con la spiaggia del Purgatorio, posta agli antipodi di Gerusalemme.