In...formiAMO
Ragazzo di 13 anni si toglie la vita: forse vittima dei bulli
Alessia Guardino (3°A)
A Palermo si è consumata una tragedia. Lo scorso sabato, un ragazzo di 13 anni si è tolto la vita nella sua casa. I genitori erano usciti ignari di tutto e al loro ritorno hanno trovato l’amara sorpresa. Si indaga sull’ipotesi bullismo. I genitori hanno chiamato il 118 ma ormai era troppo tardi.
Si sospetta che il giovane sia stato vittima di atti di bullismo che riguardavano anche l’orientamento sessuale. Per questo le indagini si stanno concentrando sulle chat di gruppo di alunni e genitori e gli investigatori stanno cercando di capire se ci sia stata anche istigazione al suicidio. Sono stati aperti due fascicoli dalla Procura per i minorenni e dalla Procura ordinaria di Palermo per istigazione al suicidio.
Una storia molto triste che deve far riflettere noi. Non dovremmo mai fare sentire a disagio qualcuno bullizzandolo. Anche qualora ci fossero delle differenze, non dovrebbero avere alcuna importanza né generare sofferenze tali da provocare gesti così estremi come il suicidio.
Ragazza viene aggredita mentre faceva una passeggiata
Salvo Rio 3E
arrestati un 26enne e un 31enne, entrambi stranieri
Una ragazza 17enne è stata aggredita in Sardegna a Arzachena lo scorso 21 ottobre.
“Un episodio vergognoso e indegno” descrive il sindaco, mentre la ragazza stava passeggiando assieme a un amico è stata aggredita e abusata da due uomini. Uno stupro di gruppo quello che si è consumato nei giorni scorsi ad Arzachena dove la ragazza è stata presa di mira da due persone. Purtroppo, la vicenda si è conclusa con l’aggressione della giovane, rimasta sotto choc.
Dopo L'accaduto, la ragazza ha deciso di rivolgersi ai carabinieri che hanno fatto un’indagine per scoprire i responsabili. Il 6 novembre la ragazza li ha riconosciuti. I due sono stati accusati di violenza sessuale aggravata.
Evento storico: l’aurora boreale per la prima volta è visibile dall'Italia
di Alessia Guardino (3°A)
Ieri si è verificato un evento rarissimo ed eccezionale. In Italia soprattutto al nord nella zona delle Dolomiti fino alla Toscana è stato possibile ammirare l'aurora boreale, di solito questo fenomeno è visibile dal polo nord alle alte latitudini.
Questo fenomeno si verifica quando il sole, a seguito di una tempesta, invia le particelle cariche verso la terra. A contatto col nostro pianeta, tali particelle danno vita a questi giochi di luce. Ieri molti sono riusciti a vedere e fotografare questo spettacolo.
Ecco alcune delle immagini più belle:
LA GUERRA TRA ISRAELE - PALESTINA
DI TERESI AGOSTINO, CANTA SALVATORE, CORICA FRANCESCO, GIALLOMBARDO GIUSEPPE. (3C)
Un’altra guerra è scoppiata alle 6:30 di sabato 7 Ottobre, il gruppo terroristico
Islamico-Palestinese Hamas ha attacato di sorpresa Israele dalla striscia di Gaza, attraverso il lancio di razzi fino a (5000 mila) l’arrivo di decine di miliziani arrivati in deltaplano e centinaia di esplosioni ai varchi di passaggio dei confini.
Il bilancio dei morti israeliani è arrivato a 1300 e continua a salire.
Sono 3400 i FERITI moltissimi gravi. In Palestina i morti hanno raggiunto 2750 tra cui 724 bambini e 9700 feriti. Sono 850 invece i dispersi, di cui un centinaio in mano ad Hamas, molti dei quali rapiti al RAVE dei giovani Re’im vicino al confine con la striscia, dove sono morti 250 RAGAZZI.
Inoltre Hamas ha minacciato di uccidere un ostaggio per ogni nuovo attacco aereo.
L’obiettivo
dichiarato da Hamas e la liberazione dei luoghi santi Islamici. Per qualche ora tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla striscia di Gaza nella speranza di una tregua che purtroppo non è arrivata, come ha confermato BENYAMIN NETANYAHU.
L’uomo che morì due volte: Cosimo Cristina il 1° giornalista ucciso dalla mafia
Chiara Cascio, II E
Oggi racconterò la storia di Cosimo Cristina, un giovane giornalista che si dedicò al giornalismo d’inchiesta,parlando di mafia siciliana.
Cosimo vive nella Sicilia degli anni 50 a Termini Imerese, ha solo 25 anni ed è un tipo eccentrico. Inoltre, per via dei suoi baffetti, del pizzetto e per il suo modo di vestire sempre elegante viene chiamato D’ Artagnan.
Cosimo fa il giornalista ed è il corrispondente locale de “L’Ora di Palermo”, del “Corriere della sera” e “dell’ Ansa” ed insieme al suo amico Giovanni Capuzzo fonda un giornale nuovo intitolato“ Prospettive Siciliane”.
In questo nuovo giornale, Cosimo Cristina riporta inchieste sulla mafia, ricostruisce i tanti delitti accaduti della zona, cercando in tutti i modi di far emergere la verità, indagando, scoprendo e riportando anche i nomi dei boss.
Ed è questo il motivo per il quale la gente di Termini Imerese lo considera “Un matto” perché, parlare di mafia, per loro, è un fatto scomodo.
Ma Cosimo Cristina è un giornalista bravo, ricostruisce tutto, fa parlare i parenti delle vittime, mette in fila fatti e legami e li scrive. Il primo numero di “Prospettive Siciliane” esce nel Natale del 59 e fa “ Il tutto esaurito”. A qualcuno tutto questo non piace .
Ma Cosimo non è un matto ,come lo definiscono; è un giornalista, anzi di più, è un giornalista bravo e visto il contesto in cui si muove è pure un giornalista Coraggioso.
Il 3 maggio del 1960 Cosimo Cristina scompare.
Lo trovano due giorni dopo nei pressi di una galleria, sopra i binari della ferrovia di Termini Imerese, ucciso da un colpo che gli ha spaccato la testa.
“E Questa fu la prima volta che Cosimo Cristina muore”
La seconda volta avvenne poco dopo. Quando le indagini si conclusero frettolosamente senza adeguati accertamenti e senza autopsia, nonostante, il suo corpo fu ritrovato in una posizione non in linea con la dinamica dell’investimento. Ma il caso fu chiuso come “SUICIDIO” e per tale motivo gli furono negati anche i funerali.
Per molti anni, la figura di Cosimo Cristina rimane nell’oblio e rilegata al pensiero infamante e popolare di un uomo senza speranza, di un fallito, di un depresso che dopo aver perso il lavoro e dopo essere stato querelato per diffamazione, non gli rimase altro che buttarsi sotto un treno.
Il caso di Cosimo Cristina, in seguito venne riaperto nel '66, dal Procuratore di Palermo, Angelo Mangano. E il corpo, dopo 6 anni, venne riesumato, i due colpevoli furono anch’essi individuati. Ma non fu fatto alcun processo, in quanto i due accusati morirono nel 61.
Tuttavia, riconsegnare alla memoria collettiva, il ricordo all’impegno di Cosimo Cristina come uomo e giornalista talentuoso, onesto, coraggioso che ha perso la vita per mano mafiosa –“ è un atto dovuto”- a lui ed a tutti quelli che incarnano e valorizzano i principi di giustizia e legalità, cosi come viene espresso nell’art. 21 della nostra Costituzione.
Con questo articolo si garantisce la libertà di espressione e di stampa a tutti i gli uomini liberi che svolgono lavoro di indagine, di racconto e di denuncia.
E soprattutto oggi, che tante libertà vengono messe in discussione e taciute, questo argomento torna ancor più utile, per noi giovani che avvalendoci di valori come il coraggio, l’onestà intellettuale e la libertà di espressione possiamo dare vita ad una società migliore, più giusta e predisposta a combattere democraticamente sempre più, ogni tipo di ingiustizia, di oppressione e di sfruttamento, imposta dai vari poteri e tirannie.
Mario Francese, l’uomo che denunciò e scosse il clan dei Corleonesi
Alessia Guardino, II A
Mario Francese è nato a Palermo il 6 febbraio 1925 ed è morto a soli 54 anni, il 26 gennaio 1979, per mano della mafia lasciando tre figli e la moglie Maria Sagona.
Mario Francese era un giornalista e per la sua attività risultò presto “scomodo” alla mafia. Indagò e scrisse numerosi articoli e fu autore di svariate inchieste sugli affari della mafia. Una, in particolare, lo portò a scoprire dei loschi affari che riguardavano la costruzione di una diga utilizzando anche il denaro della Cassa del Mezzogiorno. Denaro che, in gran parte finì nelle tasche dei mafiosi. Francese capisce tutto e racconta le sue intuizioni sul Giornale di Sicilia, dove è cronista giudiziario. Inoltre, è il primo a rivelare l'ascesa del clan dei Corleonesi e a chiamare "commissione" il vertice della cupola.
Purtroppo, la verità che contribuì a far emergere fu fatale per lui e la sera del 26 gennaio 1979 fu ucciso a colpi di pistola da Leoluca Bagarella, davanti alla sua abitazione.
Mario Francese fu un grande giornalista, non aveva fatto niente di male. Aveva solo fatto il suo dovere senza paura di ripercussioni.
Per tutti noi Mario Francese è un grande esempio: anche se sapeva che poteva morire per il lavoro che faceva, non ebbe esitazioni e continuò sempre a farlo seguendo sempre il proprio sogno. Grazie Mario!
Giuseppe Francese, alla ricerca della verità sulla morte del padre
Alessia Guardino, II A
Giuseppe Francese è stato uno dei quattro figli di Mario Francese. Nato a Palermo a settembre del 1996, Giuseppe morì suicida il 3 settembre 2002.
Il padre fu ucciso dalla mafia nel 1979 quando Giuseppe aveva solo 12 anni. Mario morì sotto gli occhi del figlio, che sentì dalla propria abitazione i colpi di pistola che uccisero il genitore. Il giornalista ebbe il merito di aver intuito lo spazio che il clan dei corleonesi stava conquistando all’interno di Cosa nostra.
Fu proprio grazie alla sua determinazione e al suo coraggio se si arrivò dopo anni alle condanne per l'omicidio del padre.
Negli anni in cui l’indagine era aperta, Giuseppe cercò di trovare dei passatempi piacevoli per riempire quel vuoto. Scoprì la passione per la scrittura ereditata dal padre e decise di fare il giornalista cercando sempre la verità e la giustizia, come egli stesso dice: “La verità mi sembra come un enorme puzzle e anche se qualche volta incastri qualche pezzo nonostante tutto l’impegno possibile il puzzle rimarrà per sempre infinito e non sarà mai completato”.
Egli si batteva contro la mafia mettendoci tutto il suo impegno e il cuore, mosso da una grande sete di giustizia, libertà e verità. Impegnò molto tempo per risolvere il caso di suo padre e quando ci riuscì avendo molta angoscia nel cuore si suicidò. Il fratello maggiore lo definì IL GIGANTE FRAGILE.
Dopo aver scoperto che il padre era stato ucciso dalla mafia e dopo avere ottenuto giustizia, Giuseppe si suicidò.
Anche Giuseppe Francese può essere considerato un’altra vittima della mafia anche se non fu ucciso direttamente da Cosa Nostra. Non si può negare, infatti, che la sua morte sia collegata a quella del padre. Per questo, in suo onore si celebra la giornata di Giuseppe Francese a Bagheria ricordando quello che ha fatto da giornalista per ottenere GIUSTIZIA.
Purtroppo, la verità che contribuì a far emergere fu fatale per lui e la sera del 26 gennaio 1979 fu ucciso a colpi di pistola da Leoluca Bagarella, davanti alla sua abitazione.
Mario Francese fu un grande Fu proprio grazie alla sua determinazione e al suo coraggio se si arrivò dopo anni alle condanne per l'omicidio del padre.
Negli anni in cui l’indagine era aperta, Giuseppe cercò di trovare dei passatempi piacevoli per riempire quel vuoto. Scoprì la passione per la scrittura ereditata dal padre e decise di fare il giornalista cercando sempre la verità e la giustizia, come egli stesso dice: “La verità mi sembra come un enorme puzzle e anche se qualche volta incastri qualche pezzo nonostante tutto l’impegno possibile il puzzle rimarrà per sempre infinito e non sarà mai completato”.
Egli si batteva contro la mafia mettendoci tutto il suo impegno e il cuore, mosso da una grande sete di giustizia, libertà e verità. Impegnò molto tempo per risolvere il caso di suo padre e quando ci riuscì avendo molta angoscia nel cuore si suicidò. Il fratello maggiore lo definì IL GIGANTE FRAGILE.
Dopo aver scoperto che il padre era stato ucciso dalla mafia e dopo avere ottenuto giustizia, Giuseppe si suicidò.
Anche Giuseppe Francese può essere considerato un’altra vittima della mafia anche se non fu ucciso direttamente da Cosa Nostra. Non si può negare, infatti, che la sua morte sia collegata a quella del padre. Per questo, in suo onore si celebra la giornata di Giuseppe Francese a Bagheria ricordando quello che ha fatto da giornalista per ottenere GIUSTIZIA.
Giovanni Spampinato, il giornalista che sacrificò la sua vita in nome della verità
Clara Cagnina, II A
Giovanni Spampinato nacque a Ragusa il 6 novembre 1946 e a soli 25 anni diventò corrispondente del quotidiano L’Unità e de L’Ora di Palermo.
Comincia la sua attività giornalistica nel periodo della cosiddetta Strategia della Tensione che ebbe inizio con la Strage di Piazza Fontana il 12 dicembre 1969.
Attraverso vari collegamenti Giovanni scoprì il traffico di opere d’arte, armi, sigarette e droga.
Egli riuscì a scoprire che in questi traffici non erano coinvolti solo elementi della bassa criminalità mafiosa o membri dei gruppi neofascisti ma anche personalità che ricoprivano alte cariche all’interno della società.
Una di queste in particolare fu Angelo Tumino, un personaggio molto conosciuto a Ragusa. L’uomo si occupava della vendita di reperti archeologici e nella notte del 25 febbraio 1972 venne assassinato. Il corpo venne ritrovato con un foro da proiettile in mezzo agli occhi.
Nei suoi articoli Spampinato continuò a scrivere del caso Tumino, riportando fatti che riguardavano la figura di Roberto Campria come quando rivelò che subito dopo l’omicidio, l’uomo si trovava in casa della vttima a rovistare tra le sue carte e i suoi oggetti. Quest’ultimo aveva cercato diverse volte di persuadere Giovanni a smettere di scrivere su di lui.
Ma il giovane giornalista non sviò dai suoi propositi. Nella notte del 27 ottobre 1972, Campria decise di metterlo a tacere una volta per tutte uccidendo Giovanni Spampinato con sei colpi di pistola. Vogliamo continuare a ricordare Giovanni perché NON HA MAI smesso di LOTTARE per la sua terra e per il bene della sua città.
Giuseppe Fava, per non dimenticare
di Melania Ciraulo Garofalo ( 3° G)
Giuseppe Fava (conosciuto da tutti come Pippo) nacque il 15 settembre del 1925 a Palazzolo Acreide, piccolo paese in provincia di Siracusa. Si trasferì a Catania nel 1943 dove studiò giurisprudenza e divenne un giornalista, scrittore,drammaturgo,saggista e sceneggiatore. Crea, fin da subito, una squadra con cui affronta i problemi scottanti della Sicilia di quegli anni. Attraverso il giornale denuncia apertamente la commistione tra potere politico e associazioni mafiose ,la speculazione edilizia, i traffici di droga e si oppone alla creazione della base missilistica di Comiso. Per lui la Sicilia era una metafora dell'Italia. Scrisse romanzi,opere teatrali, collaborò alla stesura di sceneggiature per televisione e cinema,spesso tratte dai suoi romanzi. Furono gli argomenti scomodi del "Giornale del sud" che lo fecero licenziare, poiché in essi si scoprì che i nuovi editori erano legati agli ambienti mafiosi di Catania. Dopo che fu licenziato il giornale venne chiuso.
Ma Giuseppe Fava non si arrese neanche allora e fondò,con gli amici più vicini del precedente giornale,una cooperativa “Radar”. A Novembre del 1982 esce il primo numero della prima rivista "I Siciliani". È subito un punto di riferimento per il movimento antimafia. Le inchieste della rivista diventano spesso un caso politico e giornalistico. La sua ultima intervista avvenne il 28 dicembre 1983 con Enzo Biagi. La sera del 5 gennaio del 1984 venne ucciso in Via dello Stadio a Catania. Aveva 59 anni.
Appena uscito dalla redazione, pare che si stesse recando al Teatro Verga per prendere la nipote. All'inizio non si capì subito che era stato ucciso dai mafiosi, ma si pensava che la sua morte fosse legata a delle situazioni economiche della cooperativa che aveva fondato (Radar).
Solo dopo venne collegato al mondo della criminalità organizzata. Nel 2001 i responsabili dell’omicidio, NITTO SANTAPAOLA e ALDO ERCOLANO vennero condannati all’ergastolo dalla Corte d’appello di Catania. "A che serve essere vivi, se non c'è il coraggio di lottare". Questa è la frase di Giuseppe Fava con la quale voleva trasmetterci il coraggio e la speranza del cambiamento. Coraggio e speranza che a lui non vennero a mancare, mai neanche di fronte a forze criminali ben più potenti di lui.
Giuseppe Fava era uno strenuo sostenitore della verità, credeva che il giornalismo servisse a denunciare fatti di criminalità per sminuirne il potere, sosteneva che il giornalismo servisse per “realizzare giustizia e difendere la libertà”.
Mauro de Mauro, scomparso nel nulla
Maria Lo Buono, II A
Mauro De Mauro fu rapito il 16 settembre del 1970. Nato a Foggia il 6 settembre del 1921, De Mauro era figlio di un chimico e di un’insegnante di matematica. Si arruolò volontario allo scoppio della seconda guerra mondiale e aderì alla Repubblica Sociale Italiana nel 1943. Tra il 1943 e il 1944 fu vice questore di Pubblica Sicurezza.
Era il fratello maggiore di Tullio De Mauro. Aveva lavorato a La Cambusa, il giornale dell’Ufficio Stampa e Propaganda della formazione militare. Assolto nel 1948 dalle accuse di collaborazionismo, si trasferì con la famiglia a Palermo dopo la seconda guerra mondiale. Lavorò per diversi quotidiani siciliani come Il Tempo di Sicilia e Il Mattino di Sicilia prima di arrivare a L’Ora.
Il rapimento di Mauro De Mauro avvenne nella sera del 16 settembre del 1970. Stava facendo ritorno nella sua abitazione di Palermo. La figlia Franca fu l’ultima a vederlo, mentre stava parcheggiando in via delle Magnolie. La figlia entrò nell’androne a chiamare l’ascensore. Vedendo però che non la raggiungeva, uscì e notò il padre circondato da due o tre persone salire in macchina e ripartire.
La sera successiva l'auto venne ritrovata a qualche chilometro di distanza in via Pietro D'Asaro.Sebbene ci furono ispezioni e ricerche, non venne rinvenuto nulla di utile. De Mauro sparì nel nulla.
Sia i carabinieri di Palermo che la polizia svolsero le indagini. I carabinieri seguirono la pista del sequestro da parte di Cosa nostra, indispettita dagli articoli giornalistici. La polizia si concentrò sulla “pista Mattei”. Per l’Arma i principali investigatori furono Giuseppe Russo Carlo Alberto Dalla Chiesa. Continuarono a cercare ma non c’era nulla da fare perché ormai era stato rapito.
Mauro Rostagno, il giornalista vestito di bianco
Carlotta Sanfilippo, II A
Mauro Rostagno, nato il 6 marzo del 1942 a Torino, è stato un sociologo, attivista italiano e giornalista. Morì a 46 anni, il 26 settembre 1988, per mano della mafia. I suoi genitori erano entrambi dipendenti della Fiat e avevano un’altra figlia, di nome Carla. Mauro studiò dai salesiani e poi al liceo scientifico e all’età di 18 anni sposò una coetanea di nome Maria Teresa Conversano, conosciuta in vacanza. I due coniugi ebbero una figlia di nome Monica, nata nel 1961.
Per cercare lavoro, Mauro si allontanò dall’Italia. Andò prima in Germania e poi nel Regno Unito per poi tornare in Italia e stabilirsi a Milano per fare il giornalista. Ripartì di nuovo per andare in Francia e vivere a Parigi, ma venne poi espulso durante una manifestazione giovanile. Quando ritornò in Italia, Mauro frequentò la Facoltà di Sociologia e, nel 1969, creò assieme ad altre persone un movimento chiamato “Lotta Continua”.
Dato che il padre non arrivava, uscì fuori dal portone. Lo vide circondato da due o tre persone, mentre risaliva in auto, voltandosi senza salutarla. La vettura, la sera dopo, venne ritrovata in via Pietro D’Asaro. Sebbene ci furono ispezioni e ricerche, non venne rinvenuto nulla di utile. De Mauro sparì nel nulla.
Sia i carabinieri di Palermo che la polizia svolsero le indagini. I carabinieri seguirono la pista del sequestro da parte di Cosa nostra, indispettita dagli articoli giornalistici. La polizia si concentrò sulla “pista Mattei”. Per l’Arma i principali investigatori furono Giuseppe Russo Carlo Alberto Dalla Chiesa.Continuarono a cercare ma non c’era nulla da fare perché ormai era stato rapito.Io penso che è stato inutile ucciderlo perché lui voleva solo essere un volontario per la seconda guerra mondiale.
Giuseppe Alfano, il giornalista che sfidò la mafia di Barcellona
Francesco Tonda, II A
Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe nacque a Barcellona Pozzo di Gotto il 4 novembre 1945, frequentò la facoltà di economia e commercio all'Università di Messina dove conobbe Mimma Barbaro, che divenne poi sua moglie.
Dopo la morte del padre lasciò gli studi e si trasferì a Cavedine, vicino a Trento, lavorando come insegnante di educazione tecnica alle scuole medie. Tornò in Sicilia nel 1976.
In gioventù fu militante del MSI-DN ma la sua grande passione fu il giornalismo anche se non fu mai iscritto all'albo dei giornalisti, per una posizione di protesta contro l'esistenza stessa dell'albo.
Cominciò così a collaborare con alcune radio provinciali, con l'emittente locale Radio Tele Mediterranea e fu corrispondente de La Sicilia di Catania.
Divenne il "motore giornalistico" di due televisioni locali della zona di Barcellona Pozzo di Gotto, canale 10 e poi Tele News, quest’ultima di proprietà di Antonino Mazza, anch'egli ucciso dalla mafia.
La sua attività giornalistica era rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria.
Le sue inchieste sul quotidiano La Sicilia avevano rivelato gli intrecci tra mafia, imprenditoria e collusioni con la politica. Forse era arrivato molto vicino a scoprire che il boss catanese Nitto Santapaola, proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, aveva la sua rete di protezione.
La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili mentre era alla guida della sua Renault 9 amaranto in via Marconi, a Barcellona. A cento metri di distanza, nella vicina via Trento, una strada parallela, c'era la sua casa. I primi soccorritori lo trovarono con il capo riverso sul volante, ancora seduto al posto di guida dell'auto.
Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che provocarono l'ordine di morte nei suoi confronti. Era un uomo incorruttibile, un giornalista d'inchiesta con il fiuto e l'esperienza del poliziotto, l'intuito del magistrato e la passione per la ricerca della verità.
Alfano fu un giornalista che non si poteva né comprare né intimidire. Ha lasciato la moglie, un'infermiera all'ospedale di Patti, e tre figli. Intorno all'omicidio Alfano rimangono ancora molte ombre: indagini e perizie balistiche mai fatte, file cancellati, e poi riemersi, dal computer del giornalista che riguardano mafia e massoneria e gli affari di Santapaola nel nord Italia.
suoi familiari fanno parte dell'Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia. In particolare la figlia Sonia è molto impegnata nel preservare la memoria del padre e i diritti delle vittime della mafia, oltre che nel condurre un'intensa attività informativa relativamente alla criminalità organizzata. Sonia Alfano l'8 gennaio del 1993 aveva 20 anni: spesso collaborava con il padre, lo aiutava nella redazione dei suoi articoli e delle sue inchieste. Aveva un profondo rapporto con il padre che stimava molto per la sua ricerca della verità a tutti i costi e proprio dalle sue parole traspare il carattere fiero e leale dell'uomo che gli impediva di accettare qualsiasi compromesso.
Io penso che queste cose non dovrebbero mai succedere, penso che nella vita bisogna solo fare del bene e soprattutto lavorare sempre onestamente, perché questa cattiveria verso il prossimo solo a scopo di arricchire la propria persona, a costo di uccidere un innocente, non è proprio accettabile. Spero che venga sconfitta questa mafia con la Pace nel mondo e con la legalità in modo da raccogliere solo fiori e mai più morti…
Peppino Impastato e la lotta contro la mafia...
Bertolino Aurora IIE
Giuseppe Impastato, conosciuto anche come Peppino, è nato a Cinisi il 5 gennaio del 1948 ed è morto il 9 maggio 1978. Il suo corpo è sepolto nel cimitero di Cinisi insieme alla madre Felicia Bartolotta.
Peppino era un giornalista, un conduttore radiofonico ed un attivista italiano. Era noto anche come membro di democrazia proletaria ed era noto per le varie denunce contro le attività della mafia. In seguito a tutte queste denunce fatte contro i “mafiosi”, Peppino venne sequestrato e pestato fino al punto di morte. Successivamente venne immobilizzato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani ed il suo corpo venne fatto saltare in aria con del tritolo. Una delle domande che ci poniamo su Peppino è: chi sono i suoi assassini?
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione. L'anno dopo arriva l'ergastolo per Badalamenti. Nel 2010 le chiavi della sua casa sono consegnate all'Associazione culturale Impastato.
Il padre di Peppino era il cognato del capomafia CESARE MANZELLA, ucciso in un agguato nel 1963…
La morte di Peppino inizialmente venne fatta passare come un suicidio infangando così il suo nome, ma la madre di Peppino, Felicia spese la sua vita affinchè il figlio non venisse dimenticato. Allora decise di far diventare la sua casa una meta obbligata per far conoscere la storia di Peppino Impastato e riuscire così a fare giustizia…
Purtroppo però Felicia muore il 7 dicembre del 2004…
La storia di PEPPINO IMPASTATO riguarda tutti noi, ci tocca da vicino. La Mafia purtroppo esiste ancora e sono molte le vittime tra i quali moltissimi giornalisti o persone che hanno “rivelato” fatti sulla mafia pagando con la vita. Tra i giornalisti vittime di mafia troviamo: Cosimo Cristina, Giuseppe Alfano, Carlo Casalegno, Giuseppe Fava, Mario Francese.
Nomi che dobbiamo ricordare sempre!
di Acasandrei E., Gallina E., Ippolito D., Mannina G., Scaletta I. (III° B)
Ieri nel centro storico di Napoli si sono scontrate le tifoserie del Napoli e dell’Eintracht di Francoforte. In occasione dell’incontro di UCL valido per la qualificazione ai quarti di finale i tifosi del Francoforte non erano autorizzati ad entrare allo Stadio “Diego Armando Maradona” perché sforniti di biglietto. Tra le due tifoserie ha avuto sempre il sopravvento un odio reciproco. Un gruppo di tifosi napoletani si è avvicinato all’hotel in cui erano alloggiati i tifosi tedeschi e da questo momento sono iniziati gli scontri. Le strade del centro storico si sono trasformate in un campo di battaglia, negozi danneggiati, una macchina della polizia incendiata, bus nuovi con i vetri in frantumi. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi parla di “scene di devastazione inaccettabili”. Inoltre ha incontrato l’ambasciatore tedesco per condannare insieme gli atti di violenza e ribadire il forte legame tra Napoli e la Germania. Da Berlino è arrivata la condanna delle violenze da parte del ministro dell’Interno.
Nonostante il divieto di vendita dei biglietti ai tedeschi residenti a Francoforte, dalla Germania sono arrivati circa 600 tifosi. Quando i due gruppi si sono scontrati, la polizia ha respinto l’assalto lanciando lacrimogeni e tenendo bloccati i tedeschi. Sono stati minuti di terrore puro per i cittadini e i turisti che in lacrime cercavano riparo. Tutto quello che è successo fa male allo sport perché ogni evento agonistico non deve mai sfociare nella violenza ma nel rispetto reciproco.
di Clara Cagnina, Alessia Guardino, Carlotta Sanfilippo (II° A)
Il 2 marzo 2023 scorso, la nostra scuola ha consegnato i fondi raccolti (1.100€) in favore dell'Ucraina e destinati alla fornitura di Gruppi Elettrogeni ai civili vittime della guerra. Tali generatori verranno utilizzati nella cittadina di Mylove, nella regione di Kherson, per avviare il sistema di approvvigionamento idrico. La consegna è avvenuta in presenza del promotore, il dott. Giuseppe Vacca. Il 25 marzo partirà il camion con i generatori elettrici acquistati grazie al contributo degli studenti trabiesi e delle loro famiglie. Per saperne di più, abbiamo intervistato il dott. Vacca.
Ci racconta com'è nata questa iniziativa?
Si tratta di una delle iniziative che vanno a sostegno della popolazione colpita alla guerra. Voglio precisare subito che il mio intento, così come quello delle persone che si sono accodate, è quello di aiutare degli esseri umani. Non è un'iniziativa rivolta unicamente agli Ucraini anche se in questo momento stanno subendo tanto. Come ci raccontano giornali e telegiornali, la Russia e il suo capo hanno deciso di prendere per la fame e per il freddo la popolazione, sottraendo tutto ciò che è necessario per vivere, con l'intento di generare una rivolta contro il proprio Presidente. Sono state colpite le infrastrutture stradali ed energetiche soprattutto per ridurre la popolazione allo sfinimento.
Come sta aiutando la popolazione ucraina?
Questa iniziativa, quindi, cerca di dare un supporto nel proprio piccolo. Noi siamo una piccola piccola piccola goccia nel mare. Quello che possiamo fare è aiutare degli esseri umani in difficoltà: in vista dell’inverno freddo di quei territori volevo fornire generatori di corrente ed è stata una scelta legata anche al periodo e alle modalità che la guerra sta mettendo in atto. Così ho deciso di far da ponte tra realtà che conoscevo. Io ho una sorella e un fratello affettivi in Ucraina, ragazzi che sono venuti in estate e in inverno a Palermo per tanti anni. Li considero miei fratelli, però sono rimasti a Kiev diventando il mio collegamento col territorio. Questo mi dà la certezza di sapere a cosa saranno destinati i fondi e i generatori forniti. Circa venti giorni fa, ho richiesto una lista di beni di prima necessità. I cappellani militari, l'associazione che si occupa fisicamente di fornire gruppi elettrogeni e portarli alla popolazione, mi hanno fornito una lista di cose che nel caso specifico riguardano tre villaggi che da 6 mesi e 20 giorni sono senza acqua corrente. Un punto della conduttore è stato interrotto dai bombardamenti, quindi gli abitanti hanno bisogno dei gruppi elettrogeni per avviare le pompe per l'acqua. Al presidente del Roe Protezione Civile ho rappresentato la mia idea e lui l'ha abbracciata amorevolmente.
A cosa è destinata quindi la raccolta fondi?
Con questa raccolta fondi, che è partita ufficialmente il 22 gennaio, ho raccolto dei fondi anche presso il vostro istituto e in circa un mese siamo riusciti a ottenere circa €9000. Sembra ed è una cifra importante ma ovviamente non può risolvere tutti i problemi. Sicuramente con 3.700 di questi 9.000 manderemo tre gruppi elettrogeni immediatamente. Nei prossimi giorni, i cappellani militari andranno a ritirarli a Kiev, scenderanno a Cherson, che dista circa 100 km e faranno sì che vengano montati in questi tre villaggi ripristinando la rete idrica. In questo modo, circa 4.000 persone potranno riavere l'acqua. Sono tre paesi, uno di 2000 e gli altri di 1000 abitanti: questa è la concretezza, non ci sono altri giri di parole. Il fatto di avere dall'altra parte i cappellani militari, che assistono i militari, permette di arrivare nelle zone più disastrate e periferiche. In gran parte del paese, l'elettricità viene razionata e spesso manca anche l'acqua corrente. Quando mancano acqua e elettricità, con le temperature che ci sono, la sopravvivenza è davvero messa a dura prova.
Cosa si può fare in futuro?
Sono cosciente che si possa fare molto di più organizzandosi in maniera diversa per avere più fondi, perché le persone di buona volontà e con un grande cuore ci sono, bisogna soltanto metterle insieme e coordinarle. Questi 9.000€ sono il frutto di quest'attività, partita da me. Chiunque potrebbe unire le forze riuscendo a fare molto di più.
Vuole lanciare un messaggio a noi studenti?
Io penso che ciascuno possa fare qualcosa con le proprie caratteristiche e le proprie competenze. Io non avevo e non ho competenze particolari dal punto di vista dell'organizzazione di beni umanitari. Ho agito guidato semplicemente dal sentimento, senza paura si superano anche i limiti che si pensano di avere. Questo è il messaggio che mi piacerebbe fosse chiaro soprattutto ai ragazzi. L'idea che fra qualche giorno quest'aiuto possa risolvere il problema di migliaia di persone non mi fa dormire la notte per la gioia.
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di Elena Arcodia (III C)
Perché il clima è così cambiato? Perché si verificano così tanti disastri naturali? Le risposte a queste domande sono tante. Il clima non è più lo stesso, non si capisce più quando è inverno o quando è estate e quanto durino le stagioni.
Da tanti anni ormai si parla dell’inquinamento ed ogni giorno il nostro clima ne soffre. Dal Novecento, quando ebbe inizio la seconda rivoluzione industriale le emissioni di gas serra sono cresciute in maniera esponenziale. Da allora, l'atmosfera, l'acqua, il suolo hanno assorbito tonnellate di sostanze inquinanti. Per questo, nel 1997 fu istituito il protocollo di Kyoto in Giappone e da lì si iniziò a parlare sempre di più di inquinamento.
Le cause sono davvero numerose: gli impianti di produzione di energia, il traffico, le attività industriali tra cui anche quelle per la produzione alimentare. In vari modi noi inquiniamo con i rifiuti gettati in spiaggia, acquistando le bottiglie di plastica, lasciando le luci accese, tutte abitudini dannose per il nostro Pianeta.
L’uomo, che inquina da anni, adesso sta pagando le conseguenze delle proprie azioni. Non sentite frequentemente al TG che i ghiacciai si stanno sciogliendo e che il livello del mare si sta innalzando? E il clima ne risente: ad esempio a dicembre c’era ancora il sole in Sicilia, ma siamo in inverno e in alcune zone dovrebbe nevicare. Sono frequenti terremoti, inondazioni, perché la natura si ribella. Invece prima questi fenomeni erano più rari.
L'inquinamento è alla base anche dell’estinzione di molti animali a causa della perdita di habitat. Ci sarebbe tanto di cui parlare. Ciò che possiamo fare, nel nostro piccolo, è inquinare di meno tutelando anche risorse preziose come l’acqua compiendo piccole azioni, ogni giorno. Solo così potremo salvare il nostro Pianeta e renderlo un posto migliore.
di Chiara Cascio (II E)
Un progetto interamente italiano è quello di ottenere “idrogeno verde” partendo dal recupero dell'acqua piovana e impiegarlo per produrre energia e carburante alternativo. Questo è l'obiettivo della start-up italiana, ovvero quello di utilizzare una risorsa naturale altrimenti sprecata. L'acqua viene immagazzinata con pochi filtraggi, poi scissa per elettrolisi con l'energia rinnovabile ottenendo così ossigeno e idrogeno. Quando serve, l'idrogeno viene ricombinato con l'ossigeno dell'aria e produce acqua che si immette nel sistema con un'efficienza del 30%. Questa energia può essere impiegata per alimentare bisogni di attività umane e industriali, con beneficio in termini di impatto ambientale ed economico. Questo entro il 2050 contribuirà alla riduzione di 560.000.000 di tonnellate di C02.
di Melania Ciraulo Garofalo (III G)
Giuseppe Fava (conosciuto da tutti come Pippo) nacque il 15 settembre del 1925 a Palazzolo Acreide, piccolo paese in provincia di Siracusa. Si trasferì a Catania nel 1943 dove studiò giurisprudenza e divenne un giornalista, scrittore, drammaturgo, saggista e sceneggiatore. Crea, fin da subito, una squadra con cui affronta i problemi scottanti della Sicilia di quegli anni. Attraverso il giornale denuncia apertamente la commistione tra potere politico e associazioni mafiose, la speculazione edilizia, i traffici di droga e si oppone alla creazione della base missilistica di Comiso. Per lui la Sicilia era una metafora dell'Italia. Scrisse romanzi,opere teatrali, collaborò alla stesura di sceneggiature per televisione e cinema,spesso tratte dai suoi romanzi. Furono gli argomenti scomodi del "Giornale del sud" che lo fecero licenziare, poiché in essi si scoprì che i nuovi editori erano legati agli ambienti mafiosi di Catania. Dopo che fu licenziato il giornale venne chiuso. Ma Giuseppe Fava non si arrese neanche allora e fondò,con gli amici più vicini del precedente giornale,una cooperativa “Radar”. A Novembre del 1982 esce il primo numero della prima rivista "I Siciliani". È subito un punto di riferimento per il movimento antimafia. Le inchieste della rivista diventano spesso un caso politico e giornalistico. La sua ultima intervista avvenne il 28 dicembre 1983 con Enzo Biagi. La sera del 5 gennaio del 1984 venne ucciso in Via dello Stadio a Catania. Aveva 59 anni. Appena uscito dalla redazione, pare che si stesse recando al Teatro Verga per prendere la nipote. All'inizio non si capì subito che era stato ucciso dai mafiosi, ma si pensava che la sua morte fosse legata a delle situazioni economiche della cooperativa che aveva fondato.(Radar).Solo dopo venne collegato al mondo della criminalità organizzata. Nel 2001 i responsabili dell’omicidio, Nitto Santapaola e Aldo Ercolano vennero condannati all’ergastolo dalla Corte d’appello di Catania. "A che serve essere vivi, se non c'è il coraggio di lottare". Questa è la frase di Giuseppe Fava con la quale voleva trasmetterci il coraggio e la speranza del cambiamento. Coraggio e speranza che a lui non vennero a mancare, mai neanche di fronte a forze criminali ben più potenti di lui.
Giuseppe Fava era uno strenuo sostenitore della verità, credeva che il giornalismo servisse a denunciare fatti di criminalità per sminuirne il potere, sosteneva che il giornalismo servisse per “realizzare giustizia e difendere la libertà”.