regia di Roberto Rossellini. Anno 1945
Roberto Rossellini (1906-77) debutta con film di guerra (La nave bianca, 1941) per rivelarsi poi, con Roma città aperta (1945), Paisà (1946), Germania anno zero (1947), il portavoce del “neorealismo”. Il termine definisce quella corrente del cinema italiano che nasce nell’immediato secondo dopoguerra con l’intento di “girare” fuori dai teatri di posa, nel vivo della realtà popolare. Tra i suoi maggiori esponenti, oltre a Rossellini, vanno ricordati Luchino Visconti (La terra trema, 1948; Bellissima, 1951) e Vittorio De Sica, con lo sceneggiatore Cesare Zavattini (Sciuscià, 1946; Ladri di biciclette, 1948; Miracolo a Milano, 1950). La realtà popolare è illustrata dal neorealismo con grande carica umanitaria più che con precisa coscienza ideologica, attraverso una posizione morale basata sull’amore del prossimo.
A differenza della precedente produzione rosselliniana, concentrata negli ultimi anni del regime fascista (1941-43), l’attività del regista negli anni 1943-45 risente fortemente degli eventi che in quel periodo sconvolgono l’Italia: il crollo del fascismo; l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale; l’insorgere di un moto di ribellione popolare; i bombardamenti, i rastrellamenti, le torture, le uccisioni, le deportazioni, mentre gli alleati avanzano lentamente dal Sud. Tutto ciò scuote le coscienze e apre una voragine rispetto al ventennio fascista, vissuto dalla maggioranza degli italiani come in uno stato di “sonnambulismo menzognero”. Le conseguenze dei suddetti eventi investono anche il cinema italiano, scardinando un’industria cinematografica di regime che aveva bandito tutto ciò che non risultasse in linea con la retorica fascista, la quale si manifestava prevalentemente nei film di guerra dominati dalla “splendida morte degli eroi”.
Roma città aperta, ritenuto il capolavoro e il film simbolo del neorealismo, quello che ha maggiormente colpito l’immaginario collettivo degli italiani, viene girato tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945, subito dopo la liberazione della capitale, e rappresenta pertanto situazioni appena vissute, con le case distrutte dai bombardamenti e gli altri segni della guerra tuttora visibili. All’inizio il film doveva essere un documentario sulla vera storia di don Luigi Morosini (don Pietro nel film), un prete che protegge i partigiani e offre asilo all’ingegnere comunista Manfredi. Tra i protagonisti del film c’è anche la popolana Pina, fidanzata di un tipografo impegnato nella Resistenza, che finisce uccisa a colpi di mitra sotto gli occhi del figlio mentre tenta di impedire l’arresto del suo compagno. Successivamente vengono arrestati anche don Pietro e Manfredi. Quest’ultimo muore sotto atroci torture, in quanto rifiuta di rivelare i nomi dei suoi compagni. Don Pietro viene invece fucilato davanti ai bambini della sua parrocchia, tra i quali il figlio orfano di Pina.
Ma, al di là della trama e dei personaggi del film, il peso degli eventi ancora freschi, il ricordo della paura, della clandestinità, delle spie collaborazioniste, della miseria, della fame, spingono il regista a riprodurre l’esperienza drammatica di un’intera città durante l’occupazione tedesca. Nel film si rappresenta la vita di un caseggiato popolare e il diffuso sentimento di odio di tutti gli inquilini per i nazi-fascisti, ma anche le crudeli torture inflitte agli antifascisti nella prigione di via Tasso, le ignobili figure degli aguzzini tedeschi e fascisti. Il film rivela l’immagine di un’Italia avvolta nella tragedia, ma allo stesso tempo pronta alla ribellione e piena di speranza nel futuro. In tale contesto la stessa lotta antifascista è osservata da un angolo visuale nel quale l’accento cade sul piano morale più che su quello politico, dove le figure dell’ingegnere comunista e del prete di borgata si ritrovano uniti nell’opposizione e nel sacrificio della vita. Opponendosi con il suo stile semplice e diretto alla retorica di tanti anni di fascismo, Rossellini descrive la morte per ciò che è realmente: una realtà orrenda e brutale che costituisce il pane quotidiano in una città come Roma. Le morti costituiscono la vera scansione del film, rivelando la visione del mondo rosselliniana, non certo idilliaca, il suo pessimismo e la sua religiosità. Pur tuttavia la morte rappresenta una sorta di passaggio “sacrificale” verso una “nuova vita”, nei confronti della quale la speranza non viene mai meno.
Pur girato con mezzi precari e finanziamenti episodici, Roma città aperta consegue un clamoroso successo al festival di Cannes del 1946. Il regista cinematografico statunitense Otto Preminger ha addirittura dichiarato che “la storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”. Nel film rosselliniano gli eventi e la materia narrativa sembrano generarsi sullo schermo, in diretta. Si pensi alle indimenticabili figure proletarie e sottoproletarie che nessuna cinematografia internazionale aveva mai mostrato con tanta autenticità: la popolana Pina (Anna Magnani), il prete amico dei partigiani (Aldo Fabrizi), l’ingegnere comunista, l’ex amante di quest’ultimo, che lo tradisce e lo fa arrestare, il sadico ufficiale nazista di via Tasso, i bambini romani che assistono agghiacciati all’esecuzione del loro parroco. Particolarmente struggente è la scena del rastrellamento (che ricorda quello del ghetto nell’ottobre 1943): l’immagine di Anna Magnani riversa sull’asfalto, con l’abito nero appena sollevato, resta uno dei simboli più terribili e celebri di tutta la storia del cinema.
È anche grazie a capolavori come Roma città aperta che il cinema contribuisce in modo decisivo ad avviare masse consistenti di italiani, in un Paese vinto, lacerato, povero e privo di credibilità, verso la formazione di una nuova identità e la riconquista di una dignità nel consesso internazionale