Aforismi:

il gusto

 della

sintesi

Sono anni che non scrivo più, a parte qualche riga ad amici o parenti. Non si tratta di aridità, che non ho mai lamentato. Piuttosto, è la combinazione di fattori, per nulla negativi in sé e per sé. Prendendola larga, potrei ricordare che … c’è un tempo per leggere e un tempo per scrivere, o viceversa. Più in dettaglio, con l’età mi sfuggono facilmente nomi propri e comuni, verbi ed aggettivi, ma questo è un processo naturale, che merita rispetto.

In proposito, mi è balenata una teoria, che chiamerei “del fanciullino”, in omaggio al caro poeta: quando veniamo al mondo, siamo tutti dementi allo stesso modo e pian pianino, se tutto va bene, ci attrezziamo per affrontare la vita nel modo migliore possibile. A un certo punto, non c’è più bisogno di  tutte le capacità acquisite: si lascia il campo di gioco e ci si può limitare a star bene, come un bambino che ciuccia, sorride sdentato e vive dell’amore di cui è circondato. Nessuno osa pretendere chissà che cosa da un fanciullino o da un vecchietto. Unico dovere per entrambi: non rompere troppo le scatole e sforzarsi di non essere antipatico.

Certo, un tempo i vecchi del villaggio erano una risorsa, la fonte di sagge tradizioni necessarie alla sopravvivenza delle generazioni future. Oggigiorno, nel villaggio diventato globale, tutto ciò non solo è pateticamente risibile, ma proprio non esiste.

Tornando alla combinazione di fattori, la principale occupazione di mantenersi vivo, concede pochissimo tempo libero. Anche perché la cura del benessere personale deve far fronte a un declino fisico crescente ed incessante. Inoltre, la postura mentre scrivo non si addice ai problemi di circolazione degli arti inferiori e non vorrei, come in passato, procurarmi altri dispiaceri. Se poi considero che a nessuno interessa granché di quel che ho scritto in passato … chi me lo fa fare?

E qui, s’innesta il tema principale: perché mai scrivere?

Lasciando perdere insane quanto velleitarie ambizioni, resta la soddisfazione di fissare ordinatamente il meglio di pensieri, che altrimenti, andrebbero irrimediabilmente perduti nel vorticoso fluire, lungo l’alveo della mia mente.

Non credo succeda solo a me: come se fossi sulla riva di un fiume possente, osservo la corrente leggera e trasparente sotto riva. Vi trovo pensieri di carattere pratico, accessibili e necessari allo sviluppo di decisioni conservative, utili alla vita e per sopravvivere. Più al largo in superficie, vedo un lento flusso di pensieri inconcludenti, invitanti ed apparentemente inoffensivi, ma pieni di gorghi e insidie nascoste, detriti e plastica galleggiante. Là sotto però, nelle profondità oscure del fiume, si muovono riflessioni potenti, intuizioni inattese e paradigmi rivoluzionari. Solo raramente, questi pensieri si lasciano scoprire, magari di notte, mentre si aspetta il sonno, lungo un sentiero d’alta montagna, contemplando un dipinto di Hayez o Segantini e certamente, ascoltando un Brandeburghese o Chopin … Ah, se riuscissi a catturarli e come un trofeo di pesca, appenderli al muro di una mia pagina!

Un po’ come succede a casa, voltando lo sguardo sui miei libri e alle pareti, ricche di quadri trovati, scelti e sempre amati. Allo stesso modo, posso leggere e rileggere i miei pensieri, pescati nel grande fiume della vita. Sono miei, ma io li ho solo pescati. Non so da dove vengano e chi li abbia creati: sono fiero solo di averli catturati, elaborati, trascritti e godo ancora nel ripensarli, spolverarli, per poi lucidarli e magari ricomporli meglio.