INSIEME VENETO
IL NOSTRO PROGRAMMA
SANITA'
IL NOSTRO PROGRAMMA
SANITA'
LA SITUAZIONE
La riforma sanitaria, entrata in vigore con la nascita delle ULSS il 1°.7.1980, è (o dovrebbe essere) ancora alla base dell’organizzazione sanitaria in Italia.
La riforma tra le tante novità aveva previsto:
1) L’assistenza sanitaria è garantita a tutti i cittadini. A tutti senza alcuna distinzione.
2) La creazione, con le ULSS, di un unico ente di governo e di gestione della sanità, con un unico patrimonio, un unico contratto di lavoro per i dipendenti, unificando sedi, uffici, prestazioni e dando ai comuni il compito di nominare i rappresentanti degli enti di gestione.
3) L’unificazione delle competenze “sanitarie” (proprie dello Stato e della Regione) con quelle “sociali”(proprie soprattutto dei comuni) nello stesso ente (l’ULSS – unità locali socio sanitarie).
4) Il potenziamento degli interventi di prevenzione e di riabilitazione, lasciando alla cura (leggasi ospedale) le prestazioni con necessità di ricovero, urgenti, di grande specializzazione, di pronto soccorso. Conseguenza di quest’opera sarebbe diventato naturale diminuire il numero degli ospedali e dei posti letto, con la trasformazione di tutti gli operatori da dipendenti dell’ospedale o delle casse mutue in operatori delle ULSS, con possibilità di mobilità, quindi, verso il territorio, i servizi notturni, il pronto soccorso, nei poliambulatori dentro e fuori dell’ospedale.
5) Il coinvolgimento dei medici di base, nonché delle farmacie, della medicina privata, nei programmi, nelle scelte di politica sanitaria, ricordando che per tutti i servizi si possono usufruire di medici dipendenti o convenzionati.
IL GIUDIZIO
E dopo ? Arrivò il decentramento , il regionalismo, il federalismo e …. I comuni furono esautorati, gli amministratori deresponsabilizzati e le Regioni sostituirono i ministeri nel centralizzare! Il Ministro della Sanità De Lorenzo (si proprio quello, quello che aveva fra i propri principali collaboratori un certo Poggiolini) cancellò i consigli di amministrazione, previde i commissari (a volte ritornano!), i direttori generali; la Regione che doveva solo fissare il piano socio-sanitario, assegnare il budget economico-finanziario, definire le piante organiche e controllare i risultati, cominciò a riservarsi quote crescenti di risorse a gestione centralizzata (togliendole alle ULSS), a fare controlli e autorizzazioni preventive per tanti provvedimenti locali, riducendo autonomia e responsabilità, trasformando i direttori in esecutori (non devono rispondere ai cittadini, né ai comuni, né ai pazienti, ma solo alla Regione che li nomina!) Come è possibile ora valutarli se eseguono solo ordini regionali? Ma dove si vuole arrivare con questo nuovo centralismo? Ma non si sa che gli unici controlli che funzionano sono quelli dal basso? Ma oltre ai presunti risparmi , spesso necessari e auspicabili se colpiscono sprechi o mala gestione, si pensa, forse, che facendo Aziende Sanitarie di 900.000 abitanti le spese diminuiscano, i servizi migliorino, i controlli siano più efficaci?
La Politica si riprenda almeno il proprio ruolo, i propri diritti-doveri di scegliere e decidere, ascolti i cittadini e i comuni, rinunci a incomprensibili deleghe di responsabilità.
CHE FARE?
L’organizzazione che caratterizzerà il nuovo sistema sanitario dovrà potersi adattare ad ogni esigenza ordinaria e straordinaria di cura. Strategica e decisamente da migliorare è la rete territoriale, coordinata dal distretto.
Sono da riproporre convegni internazionali finalizzati a studiare i modelli sanitari di ogni paese avanzato.
Agli errori di programmazione si sono aggiunti quelli del pensionamento anticipato degli operatori sanitari, disposto senza provvedere ad un opportuno e adeguato ricambio.
Che dire poi in merito al numero chiuso imposto per le iscrizioni alle facoltà di medicina o sull’assenza di un numero adeguato di psicoterapeuti negli ospedali e nelle case di cura, figure professionali necessarie per dare sostegno psicologico agli operatori sanitari.
Dobbiamo disegnare il nuovo modello sanitario in modo da poter affrontare ogni esigenza di cura causata da eventi epidemici o catastrofali (ricordiamo le alluvioni e i terremoti che colpiscono frequentemente il nostro paese).
La popolazione va formata, iniziando dalla scuola per l’infanzia fino alla terza età, ad assumere comportamenti adeguati alle esigenze igieniche in caso di epidemie e calamità naturali.
Di certo il parametro di 4 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti (stabilito dall’OMS in concerto con il nostro Ministero della Salute e con le Regioni) è da riesaminare; nel contempo non si possono programmare posti letto all’infinito e tanto meno puntare a rattoppare il sistema in questione, quando gli eventi straordinari accadono.
Occorre agevolare l’acquisto dei farmaci salva vita urgenti.
Dobbiamo garantire ad ogni operatore sanitario quanto serve per affrontare in modo adeguato e professionale ogni cura, a cominciare dai farmaci indispensabili, fino al materiale necessario per salvaguardare se stessi e i pazienti dal contagio.
L’Italia, culla della civiltà, non può accettare che si debba scegliere chi curare in base all’età perché mancano farmaci reperibili sul mercato!
Anestesisti e rianimatori lamentano la carenza per ritardi nella consegna di farmaci fondamentali per la vita dei pazienti: propofol 1% e 2%, recuronio, remifentanil.
Questi farmaci non giungono in quantità sufficiente e con tempestività alle strutture sanitarie, perché i fornitori vogliono essere pagati alla consegna, mentre le Asl saldano ordinariamente a 60 giorni dalla consegna stessa. E’ assolutamente necessario evitare che tali farmaci siano dirottati in altri paesi, dove le modalità di pagamento sono più vantaggiose per i fornitori.
Ovviamente l’esigenza di sbloccare le consegne non diminuisce l’obbligo di controllare la qualità, il costo e le modalità di assegnazione della merce.
Pertanto, fra le cose urgenti, bisogna risolvere subito due questioni: autorizzare gli economi delle strutture sanitarie a saldare le forniture di farmaci alla consegna; versare agli economi stessi, già all’ordine di ogni fornitura, il corrispettivo del valore della consegna.
Per risolvere il primo punto è sufficiente un benestare del governo nazionale.
Per il secondo, la Cassa depositi e prestiti potrebbe disporre a favore delle strutture sanitarie una linea di credito garantita da beni dello Stato, attiva finché gli arrivi di merce saranno indispensabili per la salute dei cittadini. Alla Cassa depositi e prestiti potrebbero aggiungersi anche le fondazioni bancarie ed eventuali benefattori.
Si consideri che il rischio di insolvenza per le consegne di cui sopra è di fatto inesistente; infatti il fondo sanitario è coperto dallo Stato e il costo dell’operazione è minimo, essendo prodotto solo da interessi di irrilevante entità, essendo calcolati su 60 giorni, intercorrenti fra consegna e pagamento odierno