INSIEME VENETO
IL NOSTRO PROGRAMMA
AMBIENTE, URBANISTICA E PIANIFICAZIONE TERRITORIALE
IL NOSTRO PROGRAMMA
AMBIENTE, URBANISTICA E PIANIFICAZIONE TERRITORIALE
LA SITUAZIONE.
Molti elementi chimici di fondamentale importanza per la vita vegetale, animale ed umana del nostro pianeta sono a grave rischio a causa dell’uso eccessivo di essi o perché compromessi dall’inquinamento, dall’innalzamento della temperatura globale e dalle guerre.
La temperatura media del pianeta cresce in modo eccessivo, provocando danni e problemi nuovi all’ecosistema.
Considerato lo stile di vita mondiale, il 29 luglio 2019 è stata la data rilevata come “Overshoot Day”, giorno che segna l’esaurimento delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Superando il limite che il pianeta ci dona, si compromette l’equilibrio naturale della Terra.
Poiché la popolazione europea rappresenta solo il 7% di quella globale, i paesi dell’UE usano il 20% della biocapacità terrestre.
I costi.
Gli eventi metereologici del 2017 hanno prodotto un danno di 320 miliardi di dollari.
Si calcola che entro il secolo il cambiamento climatico causerà un danno globale di 43 trilioni di dollari. Questi costi, se non si interviene, cadranno ancor più sulle imprese e sui servizi pubblici del mondo.
Dal 2008 al 2014 sono stati rilevati 157 milioni di “Profughi ambientali”, ovvero persone costrette a migrare per eventi ambientali. Si stima che entro il 2050 questo numero salirà a 250 milioni. Procedendo in questo modo aumenteranno sempre più i costi socio-sanitari e si dovrà rivedere il sistema welfare.
Gli obiettivi dell’ONU e dell’UE per lo sviluppo sostenibile.
Con l’obiettivo di migliorare decisamente il clima del nostro pianeta, il 1° gennaio 2016 è entrata in vigore l’Agenda globale ONU per lo sviluppo sostenibile. Gli Stati membri dell’ONU, all’unanimità, si sono impegnati a conseguire entro il 2030 i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, indicati dall’agenda stessa. L’Unione Europea, in linea con i deliberati ONU, ha deciso che il decennio tra il 2020 e il 2030, definito “periodo di transizione”, sarà quello in cui le imprese e le istituzioni aderenti all’UE dovranno riorganizzare le proprie gestioni, per ridurre drasticamente l’emissione di Co2 e il gas serra.
A giugno 2019 la Commissione europea ha pubblicato le “Guideline on reporting climate-related information” nell’ambito dell’Action Plan europeo sulla finanza sostenibile (con ricaduta sugli impatti delle attività delle imprese, affinché concorrano fattivamente al cambiamento climatico positivo) e un piano d’azione per finanziare la crescita sostenibile.
Obblighi per le imprese e istituzioni pubbliche.
Per effetto dei deliberati di cui sopra, le imprese e le istituzioni pubbliche dovranno orientarsi verso la commercializzazione, la produzione, la vendita e l’acquisto di beni e servizi in linea con gli obiettivi europei di cui sopra, nonché rilevare quanto segue:
- i fattori propri che generano impatto negativo sul clima risultanti dalle attività aziendali;
- i rischi d’impatto negativo sull’azienda (ovvero rischi fisici legati ad un impatto negativo sullo sviluppo, sulla performance e sul posizionamento aziendale come conseguenza dei cambiamenti climatici);
I rischi da rilevare si suddivideranno in:
- “fisici” (originati dagli effetti fisici del cambiamento climatico);
- “transitori” (originati dalla transizione verso un’economia low-carbon);
- “climate-resilient” (rischi di policy, legali, tecnologici, di mercato e reputazionali).
A tutti i settori saranno applicate misure legali più vincolanti in termini di consumo di risorse e di inquinamento.
IL NOSTRO GIUDIZIO.
La questione ambientale va affrontata e risolta con massima determinazione.
Se non si interviene con decisione, gli eventi climatici estremi e le catastrofi naturali avranno sempre maggiore incidenza, causando danni rilevanti all’ambiente, alle imprese, agli investitori e alle istituzioni pubbliche. I terreni agricoli produrranno assai meno, sarà ancor più costoso e difficile recuperare materie prime di fondamentale importanza, con conseguente interruzione della catena di fornitura.
La politica italiana è in ritardo. I paesi del Nord Europa aderenti all’UE stanno allestendo da tempo nuove task force di esperti capaci d’intercettare fondi internazionali. Queste, come di consueto, saranno presenti negli uffici europei ogni giorno della settimana. Invece che rallentare o contestare i provvedimenti, vezzo nostrano, come al solito i nordici hanno compreso assai prima di noi il problema e si apprestano a trasformarlo in un grosso affare. Dobbiamo anche noi sfruttare i fondi internazionali.
Ma dobbiamo anche realisticamente distinguere tra proposte serie e idee stravaganti.
Le proposte serie sono quelle che incentivano con passione e realismo modelli di crescita concretamente assumibili per il futuro del pianeta, e quindi di tutti, e tengono in conto la realtà complessa nella quale viviamo. Appartengono a coloro che lavorano con obiettivi concreti, dalla riduzione delle emissioni di gas serra ai modelli di sviluppo ispirati alla “economia circolare”, cioè basata sul riutilizzo delle materie e sulla riduzione degli scarti.
Le idee stravaganti sono invece quelle di coloro che non percepiscono la complessità dell’argomento e di percorsi seri da iniziare, ma ritengono sia già suonata l’ora di cambiare nel tempo breve di un mandato elettorale o di un finanziamento a medio termine a una impresa, cioè nel tempo dai tre ai cinque anni, mentre i progetti europei sono proiettati al 2030 e al 2050. Aveva ragione Bertrand Russell quando considerava che quando cambiano i tempi non mancano mai gli sciocchi, cioè coloro che sono “sempre più sicuri di loro stessi”.
Le conseguenze di questi atteggiamenti sono le più varie: dalle proposte di legge del tipo tutto e subito al taglio degli investimenti nelle attuali fonti energetiche tradizionali che, sino a prova contraria, saranno sostituite gradualmente nel tempo se la ricerca e la tecnica lo consentiranno ma non sono certo sostituibili oggi con una circolare ministeriale o una delibera di consiglio di amministrazione.
E’ noto peraltro che le fonti energetiche come il petrolio, il gas e il carbone coprono attualmente più dei due terzi del fabbisogno mondiale, dalla produzione industriale a quella agro-alimentare, ai trasporti di ogni tipo, dal riscaldamento ai servizi per la salute, la ricerca, le telecomunicazioni, e tanti altri.
Le fonti alternative sono indubbiamente in espansione ma a loro volta pongono problemi di utilizzo su larga scala. Si pensi allo sfruttamento della energia eolica: grandi parchi di torri eoliche sono collocati in mare aperto per evitare i rumori ma immagazzinare l’energia prodotta e trasportarla a terra non è che non ponga problemi tecnici di rilievo. Si pensi a quello dell’energia solare che richiede l’utilizzo di un minerale raro come il litio. Per non dire di quella nucleare con i problemi di sicurezza purtroppo ben noti. Da qualche tempo si insiste sui social media a parlare anche di idrogeno, ritenuto pulito e largamente diffuso non solo nel pianeta ma addirittura nell’universo. Facile da immaginare, un po’ meno da utilizzare considerato che oggi è trasportabile a temperature bassissime e con grande cautela per i rischi di esplosione.
Le aspettative di una rapida transizione dall’auto tradizionale o ibrida all’auto elettrica sono spesso eccessive, ancora troppo cara per il dispendio di energia che richiede e a sua volta inquinante per lo smaltimento dei componenti. Queste aspettative eccessive rischiano di compromettere l’intera industria dell’auto.
Questo vale anche per il fabbisogno energetico della produzione industriale mondiale, per non dire dell’Italia dove la manifattura è prevalentemente meccanica e dove le imprese che operano per “oil and gas” sono tra le prime al mondo. Certo, l’obiettivo di riduzione delle fonti energetiche fossili per il 2030 è forse troppo ambizioso ma non si può ignorare che rispetto al 1990 le emissioni nella atmosfera si sono ridotte nel 2018 di oltre il venti per cento, come ha evidenziato l’AEA ovvero l’Agenzia Europea per l’Ambiente.
CHE FARE.
Convertire gli indirizzi europei in opportunità di sviluppo
Nel periodo di transizione l’UE varerà questo piano di interventi: 1800 miliardi di euro per agevolare la transizione e creare nell’unione1 milione di posti di lavoro in più.
I paesi europei, per intercettare questi fondi, dovranno superare l’economia lineare e procedere verso quella circolare.
Verso l’economia circolare.
Nell’economia lineare, esaurito il consumo, termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.
Invece l’economia circolare è un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro. Da qui lo sforzo di conservare e valorizzare il capitale naturale, di ottimizzare l’uso di risorse tramite il reimpiego di prodotti, componenti e materiali e ridurre gli sprechi.
Già le imprese con più di 500 dipendenti dovranno presto elaborare performance di analisi del rischio, mentre la finanza dovrà governare la transizione.
I principali rischi globali da affrontare identificati dal WEF (World Economic Forum) faranno riferimento a temi ed impatti di natura ambientale, sociale e tecnologica, fra i quali: disastri naturali, cyber attacchi, crisi idriche, migrazioni.
Parlamento e commissioni europee convergano.
In Europa due linee di intervento devono convergere prima possibile: mentre il parlamento vuole introdurre penalizzazioni per chi inquina, le commissioni europee, che rappresentano gli stati, frenano. Bisogna agire presto affinché queste linee s’incontrino.
Nel frattempo la Commissione UE ha definito sostenibile dal punto di vista ambientale in una attività economica quanto segue:
- mitigazione del cambiamento climatico;
- adattamento ai cambiamenti climatici;
- uso sostenibile e protezione delle risorse idriche;
- transizione verso una economia circolare e riciclaggio dei rifiuti;
- controllo della prevenzione dell’inquinamento;
- protezione di ecosistemi sani;
- ogni attività non dovrà determinare alcun danno significativo a nessuno degli obiettivi ambientali.
Pertanto con norme appropriate l’Unione cercherà di far leva sui consigli di amministrazione delle aziende, affinché comprendano la posta climatica in gioco e agiscano di conseguenza. Il vertice di ogni azienda sarà sollecitato a porre come proprio obiettivo quello di integrare la sostenibilità al business. Alle imprese converrà considerare che il 45% dei consumatori desidera già investire in prodotti che rispettano la sostenibilità ambientale. La domanda green è in crescita.
Chi produce agisca di conseguenza. Bisogna impegnarsi affinché le imprese elaborino un sistema di incentivazione e/o remunerazione per obiettivi di sostenibilità. L’inserimento di tali obiettivi nei sistemi d’incentivazione costituisce un volano per la sempre maggiore integrazione della sostenibilità nel modello di business. Solo attraverso un comportamento attivo di tutti coloro che operano in una data impresa si può compiere con efficacia la transizione.
Fondi a disposizione per i privati.
A supporto della transizione energetica, saranno disposti fondi per progetti eolici, solari, idraulici e biomasse con criteri di gestione responsabile. L’assegnazione dei fondi sarà tracciata e verificata da un revisore esterno.
Un privato potrà ottenere benefici già per rendere più verde un fabbricato di proprietà, per realizzare l’efficientamento energetico, per sviluppare la cultura della prevenzione, dell’adattamento e della mitigazione dei rischi derivanti dal cambiamento climatico e dagli eventi sismici, per individuare best practice, misurare i cambiamenti sia in termini di rischio che di impatto e utilizzare in modo appropriato la tecnologia.