GIOVANNI UBERTI di Dino Manzolini
Non c'è albero senza radici.
Il principio aristotelico dell’essenza, ripreso anche da Edmund Husserl nella sua fenomenologia, ci insegna che l’idea chiara di un evento o di un principio, ci permette di scoprire tanti altri aspetti collaterali.
Nel presentare la figura del senatore veronese Giovanni Uberti, per far tesoro del suo esempio come cristiano impegnato in politica, non si può fare a meno di partire dalle sue origini e dalla sua formazione.
Nacque a Verona da un famiglia di calderai del rione Filippini, la quale aveva un rapporto molto stretto con don Calabria.
La mamma Giacomina sintetizzò, per lui e per gli altri sette figli, un concetto realistico della fede con l’espressione usata frequentemente in famiglia: “fiat voluta Tua” ovvero la virtù teologale della speranza.
Questa virtù è molto difficile da spiegare a parole, perché rappresenta il collegamento tra le altre due virtù teologali: il dono di Dio a confronto con quello dell’uomo.
Se la fede può essere rappresentata dalla fiammella che Dio ha messo nel cuore di ogni uomo, la speranza è l’accettazione di questo dono, la gratitudine nei confronti di chi ti ha voluto tenere in considerazione e l’impegno alla valorizzazione del tutto attraverso la carità.
E’ la luce della fede, alimentata dalla speranza, che guida la carità attraverso le azioni di solidarietà, sussidiarietà e prossimità.
Su queste basi lo zio materno Bernardino Galluzzi, già consigliere a palazzo Barbieri, non trovò difficoltà ad inculcare nel nipote quelli che, per la sua esperienza, erano le fondamenta dell’impegno sociale in politica.
Da uomo molto concreto, egli sosteneva, infatti, che in politica occorre essere democratici e cristiani. Questa scelta impone non una semplice adesione ad un progetto od un collateralismo politico, ma una sequela all’insegnamento di Cristo.
“La dottrina sociale della Chiesa non è una “terza via” tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di una attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale”. Sollicitudo Rei Socialis- Giovanni Paolo II.
La Dottrina sociale della Chiesa cattolica in ambito politico non ammette comportamenti etici e morali particolari od elusivi nè mancanza di rigore in merito.
L’amico bresciano di Uberti, S. Paolo VI, nell’enciclica Humanae vitae ci teneva a rimarcare: “Nessun fedele vorrà negare che al Magistero della Chiesa spetti di interpretare anche la legge morale naturale. E’ infatti incontestabile, come hanno più volte dichiarato i nostri predecessori, che Gesù Cristo, comunicando a Pietro ed agli apostoli la sua divina autorità ed inviandoli ad insegnare a tutte le genti i suoi comandamenti, li costituiva custodi ed interpreti autentici di tutta la legge morale”.
Pensiero & azione.
Ci sono due metodi improduttivi di fare politica.
I l primo è trastullarsi con l’enunciazione di principi od idee stravaganti, come fanno troppi uomini di cultura.
L’altro metodo è ancora più pericoloso e consiste nell’assolutizzare le considerazioni, come fanno i politici di bassa lega, i quali non sanno o fingono di non sapere che questo comportamento non trova porti di sbarco.
Per dirla in termini un po’ burleschi, il processo è il seguente: “Si prende la cappella di un chiodo, la si picchia e la si ripicchia, finché salta fuori la cappella Sistina”.
Partiamo dall’insegnamento dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’:
“Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra maniera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfrenata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio personale. (LS.237).
La trilogia inscindibile tra Dio, uomo e natura ci porta, però, ad identificare delle aree comuni di interesse del pensiero e dell’azione umana che consistono
nell’etica, quale ricerca di un fine che trascende e si concretizza con la contemplazione di Dio;
nella filosofia o realizzazione di se stesso;
nel diritto, che alla fin fine si riduce ad una rivendicazione;
nell’economia, che consiste nell’amministrazione delle risorse.
Anche la politica si trasforma, come il diritto amministrativo stesso prevede, in azione attraverso l’amministrazione e questo impone obbligatoriamente delle conoscenze tecniche.
Non è più ammissibile che persone senza arte né parte si improvvisino amministratori della cosa pubblica.
La storia ci insegna che Giovanni Uberti, fiduciario di don Sturzo per il Veneto, pur essendo laureato in legge, sentì il bisogno di andare a Lovanio in Belgio per completare la sua formazione economica in un’ottica europea. Siccome non aveva i mezzi, si fece momentaneamente finanziare dall’amico e filosofo Giulio Canella.
Canella fu anche involontario protagonista di una tragicomica sostituzione di persona enfaticamente riportata da tutta la stampa nazionale, al punto che il regista Mario Monicelli ne fece un film con Totò dal titolo “Lo smemorato di Collegno”.
E pensare che nel Natale del 1918 si era stabilito di costituire il “Partito popolare veronese”, ma don Sturzo invitò Uberti a soprassedere, in quanto nel nuovo anno sarebbe nato il nuovo partito.